Giorgia Meloni e l’estinzione della destra italiana

Esiste ormai da un po’ di anni una sedicente destra “sociale e identitaria”, una destra apparentemente anti-sistema, che nei fatti ne risulta completamente allineata. Precisiamolo: parliamo di problema anche endemico di ogni formazione che, in Italia, aspiri ad obiettivi anche solo vagamente patriottici ed identitari, ben presto apostrofati come “fascisti” da una cultura mediatico-istituzionale oppressiva che, in pratica, inibisce qualunque soggetto politico abbia questa impostazione.

Comunque, se qualcuno non l’avesse ancora capito stiamo parlando di Fratelli d’Italia, partito nato dalle ceneri di quel conglomerato politico che fu il Popolo delle Libertà e composto sostanzialmente da nostalgici di Alleanza Nazionale e del fu Movimento Sociale Italiano.

Il tutto è capeggiato da Giorgia Meloni, la nuova eroina “almirantiana” di un movimento che non solo non ha mai avuto a che fare con l’eredità reale del fascismo, ma che ben si discosta dai risultati elettorali storici di partiti di massa e di governo come il MSI-AN.

La genesi del partito si può ritrovare nei mesi finali dell’ultimo governo Berlusconi, quando il Cavaliere venne costretto alle dimissioni a seguito delle difficili condizioni economiche del Paese e da pressioni finanziarie internazionali. La confusione che domina il 2012 è forse il punto più basso mai raggiunto dal centrodestra dal secondo dopoguerra ad oggi: Lega Nord entrò nel panico dopo l’arresto per peculato del tesoriere Belsito e di Rosy Mauro, che portarono alle dimissioni di Bossi dalla carica ventennale di Segretario del Carroccio; Berlusconi distrusse il partito per rimettere in piedi Forza Italia dopo la scissione con Alfano; quest’ultimo, da buon politico di professione, si presta oggi a sostenere il governo Renzi.

FdI nasce quindi in questa convergenza, grazie alla volontà di Guido Crosetto (ex Sottosegretario di Stato del Ministero della difesa nell’ultimo governo Berlusconi) che insieme a Giorgia Meloni (ultimo leader dell’organizzazione giovanile di An, Azione Giovani) e ad Ignazio La Russa (ex coordinatore Pdl e Ministro della Difesa) lo fondano, con tante belle speranze nel proporsi come forza contraria al governo Monti ed alternativa al Cavaliere.

Ben presto iniziano le prime defezioni. Crosetto è costretto a lasciare vista la sua posizione di segretario pro tempore e la gestione del partito passa nelle mani di Ignazio La Russa prima e Giorgia Meloni poi. Il progetto politico si limita a una riedizione riscaldata e ridicola di quella che fu Alleanza Nazionale, tanto da riprenderne il simbolo (il che fece infuriare non poco Francesco Storace, insieme a Gianfranco Fini uno dei fondatori del partito e dei protagonisti della cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, quando dalle ceneri del Msi si consolidò definitivamente la nuova realtà politica).

Le matrioske non piacciono a nessuno, specie se fanno ricordare con nostalgia agli elettori i partiti migliori. Questo bell’amalgama  non supererà lo sbarramento alle europee dell’anno successivo, non eleggendo nessun deputato e raccattando piazzamenti deludenti.

Le posizioni del partito sono tra le più disparate possibili: inizialmente si proponeva, come alternativa alle politiche di austerità imposte dal governo Monti, il liberismo sfrenato di Oscar Giannino (sic!), poi il passaggio improvviso all’euroscetticismo e lepenismo (quando essere lepenisti sembrava essere diventata la moda del momento), infine critici del Partito Popolare Europeo e di Berlusconi, che avevano sostenuto fino al giorno prima.

Da qui in poi inizia una corsa disperata all’inseguimento di Salvini sugli stessi slogan e sulle stesse battaglie, atteggiamento tipico di una destra priva di idee e capace solamente di cimentarsi nell’antica ma mai purtroppo abbandonata arte dello “sbraitare e caso”.

Salvini in qualche modo è riuscito a presentarsi come forza alternativa all’europeismo, seppure di dubbia efficacia e dalle prospettive pesantemente incerte, mentre Fdi non è riuscito neanche in questo, nonostante il legame storico e privilegiato che intercorreva fra il padre di Marine e la destra missina.

Un insuccesso elettorale dopo l’altro porta Fdi ad essere un partito prettamente romano-centrico, con nessuna ambizione e vocazione di Governo. D’altronde, quando la gente vede chi c’è ai vertici del “partito”, o scappa o si lascia scappare la battuta sarcastica. Il volto giovanile della Meloni forse rappresentava un’utile strategia per “ripulire” la propria immagine, riciclandosi e rendendosi più appetibili alle masse di elettori stanchi della “casta”: anche questo si è rivelato un insuccesso, visto che la maggior parte degli elettori potenziali erano già stati fagocitati dalla nuova Lega Nord salviniana e dal M5s.

Non ha certamente aiutato la confusione creatasi alle comunali di Roma, dove la Meloni, con una presentazione schizofrenica ad intermittenza fra la propria candidatura e il proprio status di donna incinta, aveva la possibilità di mettere a segno un colpo importante per lei e per il partito che, di nuovo, non è andato a segno.

Sappiamo che molte volte gli elettori non fanno ragionamenti complessi nello scegliere chi votare, e questo dovrebbe far riflettere i quadri del partito. Cosa offre Fdi di diverso rispetto agli altri partiti antisistema? Molto poco, se si pensa a come Lega e M5s la surclassano quando si tratta di andare contro il governo, l’Europa e la crisi economica.

Forse una maggior enfasi sulla famiglia e i “valori tradizionali”; Fdi è sempre stata in prima linea quando si trattava di votare contro le unioni civili: del resto con una percentuale 4% non c’è nulla da perdere e si fa felice la propria base. Quando però ciò che si offre è tanto limitato, mal assemblato e neanche tanto originale, gli elettori o vanno da qualche altra parte o scelgono per l’ “usato sicuro” (ovvero partiti di massa già ben consolidati).

L’inutilità politica di Fratelli d’Italia diventa così evidente: fra microscissioni e lotte interne, fra correnti di un partito già di per sé minuscolo, continui cambi di rotta sia sul piano politico-ideologico che programmatico, lotte intestine per simboli e eredità della Fondazione An, epurazioni spietate a livello territoriale per far posto a nomine imposte dall’alto, e l’attacco da parte dei quadri a uno degli intellettuali comunque più amati fra l’elettorato di destra, Pietrangelo Buttafuoco, colpevole di essere un potenziale candidato musulmano per la Regione Sicilia (siamo sicuri che queste siano politiche identitarie?).

A queste manchevolezze si aggiunge il vecchio e logoro anticomunismo da guerra fredda, sbandierato da Meloni, La Russa e i suoi accoliti col fine forse di raccattare qualche voto in qualche ospizio composto da anziani nostalgici degli anni di piombo.

FdI sostiene di rifarsi alla tradizione della “Destra” MSI-An. Ora, rammentiamo che per quanto il MSI avesse dei difetti era un partito ben strutturato territorialmente. Il confronto non regge nemmeno con AN, che comunque era una formazione di massa e di governo. FdI, purtroppo o per fortuna, rappresenta solamente la versione grottesca e caricaturale della sua storia. A questi riscontri strutturali si sommano dei problemi identitari e ideologici intrinsechi nell’animo della destra missina e post-fascista italiana.

Ancora oggi l’eredità missina, esattamente come quella di Salò, appare fortemente contraddittoria sia sul piano ideologico che valoriale, e in un momento nel quale le destre sovraniste e nazionali trovano in Europa un loro momento d’oro, forse è il caso di farsi qualche domanda sui tristi destini di un partito come quello meloniano, che per troppo tempo sta continuando a vegetare ai margini della visibilità e della consistenza politica.

(di Enrico Montanari e Cola de Rienzi)

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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