Le basi programmatiche dell’alternativa politica

Bellissimo articolo tratto dal sito Comunismo e Comunità

ott 9th, 2013 | Di  | Categoria: Dibattito Politico

 

 

 di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

In questo post ci proponiamo di descrivere, con estrema semplicità, quelle che dovrebbero essere le basi programmatiche di una vera alternativa politica, volta al superamento dei programmi neocapitalistici stabiliti per l’Italia e imposti ai governi fantoccio liberaldemocratici.

Premettiamo che attualmente non ci sono forze politiche e sociali, in questo paese, portatrici d’istanze programmatiche in aperto conflitto con la troika mondialista-europoide e con gli interessi della classe dominante globale. I veri oppositori latitano, dentro e fuori del parlamento ed anche negli ambienti cosiddetti alternativi. Non sono tali le blande e truffaldine opposizioni parlamentari, come m5s, il sel e la lega, non lo sono i partitelli che aspirano a rientrare in parlamento presentandosi alle elezioni, come la fallimentare rc, non lo sono certi circoli extra-sistemici i quali, pur avendo qualche lineamento programmatico alternativo (fuori dall’eurozona restando, però, nell’unione europide, nazionalizzazione della banca centrale e del sistema bancario), spesso sbagliano nell’individuazione del nemico, nella selezione delle forme di lotta più efficaci e, soprattutto, nell’accettare supinamente le regole sistemiche, come il pacifismo castrante e la “democrazia” quale miglior sistema politico che non può avere alternative.

Partiamo da una semplice considerazione. Dopo il fallimento dei movimenti di massa, apparentemente critici ma “pacifici” e interni al sistema, che si sono susseguiti in occidente dal collasso dell’Urss fino ad oggi, dovrebbe essere chiaro che la speranza di successo di forze autenticamente alternative richiede la presenza di almeno tre elementi principali. 1) Un programma politico immediatamente applicabile da opporre efficacemente alle linee programmatiche neoliberiste, mercatiste ed europoidi. 2) L’individuazione corretta del nemico da combattere e dei suoi punti di forza e di debolezza, nonché delle tattiche e delle strategie sulle quali fondare la lotta. 3) Il rifiuto, nel confronto politico e sociale, delle regole imposte a suo esclusivo vantaggio dal nemico, come la liberal democrazia fondata sul suffragio universale e sull’istituto della rappresentanza, il politicamente corretto sistemico, il pacifismo strumentale e aprioristico.

I tre principali movimenti del dopo guerra fredda – i pacifisti eredi del “pacifismo a senso unico” nell’epoca del confronto fra i blocchi, i no-global altermondisti e gli indignados di Puerta del Sol/ occupy Wall Street – non verificavano una sola di queste tre condizioni. Prova ne sia che tutti e tre sono falliti, si sono esauriti senza aver ottenuto alcun risultato tangibile, o anche soltanto conseguibile in prospettiva futura. Mancanza di chiare linee programmatiche alternative, identificazione troppo generica/ fuorviante/ errata del nemico, forme di lotta inefficaci, rispetto delle regole sistemiche restando nel circuito della protesta pacifica e “democratica” (nonostante qualche morto, qualche ferito e qualche episodio di scontro con gli apparati repressivi), hanno caratterizzato, in buona sostanza, i pacifisti, gli altremondisti e gli ultimi “utili idioti” in ordine di apparizione, cioè gli indignados-occupy. Se il nemico non è un sistema di potere chiaramente identificato, nell’interesse di una classe dominante ben determinata, ma è la guerra (pacifisti), oppure la globalizzazione economica (no-global), o ancora la banca (indignados/ occupy), genericamente e semplicisticamente intesi, si viaggia su un binario morto andando verso una sicura sconfitta. Così e stato per i tre inefficaci movimenti di massa che hanno ormai esaurito la loro “spinta propulsiva”. Il risultato è che la guerra non è mai cessata, la globalizzazione economico-finanziaria ha continuato a imperversare e le banche (leggi le istituzioni e i potentati finanziari in generale) la fanno da padrone. Oltre a questo aspetto, ciò che ha contribuito a estinguere i tre movimenti pseudorivoluzionari è l’inconsistenza programmatica, ossia il non aver elaborato un chiaro programma politico-strategico, applicabile nella realtà e alternativo a quello imposto dal sistema per conto classe dominante dell’epoca (Global class finanziaria).

Nel presente scritto trascuriamo i punti 2 e 3  – individuazione del nemico, forme di lotta, rifiuto delle regole e dei tabù sistemici – pur importantissimi e necessari per la riuscita di un progetto rivoluzionario, per concentrarci esclusivamente sul punto 1, che riguarda le basi programmatiche alternative, allo stato attuale delle cose tutte da costruire. A questo proposito, non possiamo non ricordare un buon consiglio del filosofo Costanzo Preve, che presenta risvolti interessanti sul piano politico. Il consiglio di Preve suona grossomodo così: le classi dominate devono rivolgere sempre e soltanto alla classe dominante richieste che per questa sono irricevibili. Quali sono le richieste irricevibili, per i dominanti e per le loro strutture di potere sopranazionali, ivi comprese quelle europoidi? Tali richieste, per un paese come l’Italia, corrispondo ai seguenti punti programmatici principali:

a)    Uscita dell’euro e delle attuali istituzioni unioniste, con il ritorno alla piena sovranità monetaria dello stato nazionale, in vista di una possibile (ma non necessaria e inevitabile), futura “entente cordiale” fra gli stati europei, ma su basi completamente diverse da quelle attuali. Si potrà forse pensare a una o più confederazioni europee “a maglie larghe” (con adesione volontaria dei popoli e degli stati), per agevolare gli scambi fra i paesi del continente, per realizzare progetti comuni di varia natura (energetica, tecnologica, militare) o per difendersi dalle produzioni degli “emergenti” (pensiamo a quelle neocapitalistiche cinesi), se necessario attivando un blocco, continentale o quasi continentale, contro le stesse. Siamo certi che si vivrà meglio, rinunciando alle nuove “cineserie” di bassa qualità, ottenute rubando know-how altrui, beneficiando delle “joint venture” con il grande capitale finanziario privato e impiegando lavoro super sfruttato o addirittura schiavo. Evidente il beneficio della riconquistata sovranità monetaria, in ogni aspetto della vita sociale e individuale. Si potrà ricorre alla tanto vituperata (dagli euroglobalisti) “svalutazione competitiva” della moneta nazionale e finanziare adeguatamente i deficit dello stato, con funzione propulsiva per l’economia interna. A quel punto il famigerato pareggio di bilancio, introdotto nelle costituzione come vincolo ineludibile, non avrà più alcun senso e potrà essere formalmente soppresso. Né avranno più un senso i castranti “parametri di Maastricht”, il 3% inviolabile nel rapporto deficit/ pil, il debito pubblico non oltre il 60% del pil, i tassi di interesse a lungo forzatamente convergenti fra i paesi membri (tutte regole castranti per l’economia e la socialità). Cesserà come per incanto la svendita forzata, oggi in pieno corso, del patrimonio dello stato e delle aziende nazionali ai grandi capitali dominanti.

 

b)    Avvio di un esteso programma di nazionalizzazioni, a partire da quelle della banca centrale e del sistema bancario nazionale, riavviando (e finanziando adeguatamente) le grandi concentrazioni industriali e produttive, in mani pubbliche, con progressiva sostituzione della debole e fallimentare pmi, oggi allo sbando. Tralasciando l’autentica “rivoluzione” sul piano monetario, che è fin troppo evidente, ciò consentirebbe di (ri)creare strutture produttive solide, di grandi dimensioni, controllate da uno stato sovrano, di impedire fughe di capitali e know-how verso gli “emergenti” e di parare efficacemente i probabili colpi di coda dei globalisti in ritirata. La ricomparsa in grande stile dell’”imprenditore pubblico” avrà effetti sicuramente benefici sull’occupazione di massa (e sui redditi da lavoro), consentendo la riattivazione di interi settori produttivi, in mani nazionali, oggi quasi scomparsi, delocalizzati o nelle mani dello “straniero” (non di altri popoli e nazioni, ma del grande capitale finanziario internazionalizzato).

 

c)     Riattivazione del welfare state (lo stato sociale in via di demolizione) e introduzione di un reddito di cittadinanza non simbolico, dentro le logiche del cosiddetto deficit spending. Sottoinsiemi delicati del problema sono rappresentati dalla pubblica istruzione, dalla sanità pubblica, dal sistema pensionistico. Nel primo caso, quello della scuola, le risorse finanziarie dovranno essere convogliate unicamente verso la scuola pubblica, lasciando a secco le scuole private (nonostante la probabile opposizione del vaticano). Nel secondo caso, quello della sanità, si dovranno stabilire ampie aree di esenzione dal pagamento del famigerato “ticket” e il più ampio accesso gratuito ai medicinali e alle cure mediche (così il diritto alla salute non sarà più una ciancia propagandistica). Nel terzo caso, quello del sistema pensionistico, si potrà tornare a prima delle controriforme degli anni novanta – Amato ‘92, Dini ‘95 e Prodi ’97, tutte “punitive” per gli anziani – riattivando pensioni lavorative e di anzianità decenti per tutti.

Per quanto riguarda gli aspetti economici, monetari, finanziari e, di riflesso, sociali, ci limitiamo a questi tre punti, ben consci del fatto che il primo è quello cruciale, perché dalla sovranità monetaria dello stato molto discende, dipendendo da questo aspetto le politiche industriali, quelle dell’occupazione e quelle sociali applicate dai governi. Tutti e tre questi punti, che riassumono altrettante richieste, sono irricevibili per la classe dominante globale, per i suoi valletti politici e per le “sue” istituzioni sopranazionali, comprese quelle europoidi. Precisiamo che il riacquisto della sovranità monetaria non dovrà favorire la corporazione degli imprenditori privati e, in subordine, quella dei commercianti e bottegai a scapito del resto della società (come alcuni “a destra” vorrebbero), ma dovrà andare a braccetto con le grandi istanze di giustizia sociale, completamente disattese in questi ultimi anni di affermazione delle politiche neoliberiste. Abbiamo sempre sostenuto, e continuiamo a farlo, che il sovranismo non è di destra e la giustizia sociale non è di sinistra (come si fa credere ai gonzi “identitari” delle due sponde), che i due aspetti non sono contraddittori, ma possono coesistere e integrarsi positivamente in un unico programma politico-strategico, alternativo a quello neocapitalistico. Più in dettaglio, si potrebbero aggiungere misure specifiche, come, ad esempio, prezzi e tariffe stabilite per via politica e non “di mercato”, per beni e servizi giudicati essenziali (valutabili nell’ordine di almeno un centinaio), con tutto il corredo sanzionatorio onde evitare speculazioni. Oppure l’introduzione in  forma nuova della “scala mobile” per adeguare salari e stipendi all’inflazione, impedendo ulteriori erosioni del potere d’acquisto dei redditi da lavoro dipendente. O l’abrogazione delle leggi delle precarietà e la fine dei contratti “atipici” (proposta che oggi nessuno osa più fare), restituendo una prospettiva di lavoro e di vita decente alle masse. O ancora la riattivazione di piani per l’edilizia popolare, con evidenti benefici anche per l’occupazione. Ma i tre punti da noi elencati ci sembrano quelli essenziali (in particolare il primo), dai quali non si può prescindere e dai quali tutto il resto può discendere.

Come si nota, il suddetto non è un programma collettivista, di matrice comunista. Questo perché la difficile situazione attuale, nel passaggio storico che stiamo vivendo (un vero e proprio “cambio di evo”, rispetto al novecento) impone una disincantata “analisi concreta della situazione concreta”, e suggerisce di procedere per gradi. Le istanze sovraniste, che devono accompagnarsi alla richiesta di giustizia sociale, la “rinazionalizzazione della moneta” e delle banche, il dirigismo economico e la ricomparsa dello stato imprenditore, il keynesismo assistenziale sono indigeribili per i globalisti e possono consentire di riscuotere maggiori adesioni fra i dominati. Istanze più coraggiose, di matrice comunista (o meglio, comunistico-comunitaria non marxista), potranno essere avanzate in seguito, incamminandosi sulla strada della socializzazione integrale dei mezzi di produzione, grazie alla riappropriazione della sovranità politica e monetaria e la liberazione del paese.

Un programma politico-strategico che si rispetti non può limitarsi alla moneta, all’economia, alla finanza, alle politiche industriali e sociali, ma deve riguardare gli aspetti geopolitici, quelli militari e le alleanze internazionali. Se si rifiuta la moneta dell’occidente neocapitalistico, che è uno strumento di dominazione delle élite globaliste, coerenza vuole che si rifiutino le sue alleanze militari, per un’effettiva indipendenza, offrendo al paese una prospettiva geopolitica completamente nuova. La liberazione dell’Italia non sarà mai completa se non si faranno i seguenti passi, corrispondenti ad altrettanti punti programmatici:

d)    Uscita dalla nato (completa, senza ambiguità compromissorie, nel senso della permanenza nell’alleanza “politica” pur non aderendo alla struttura militare dell’alleanza) e fine dell’occupazione americana di parti del territorio nazionale. Si dovrà tornare all’esercito popolare di leva, che avrà a disposizione le ex basi militari americane, aumentando il numero degli effettivi e la disponibilità di armamenti per far fronte alle minacce (globaliste) esterne. Si coglierà l’occasione per “denunciare” altri trattati firmati in passato dall’Italia, come quello costitutivo della eurogendfor, la superpolizia europoide che gode dell’extraterritorialità e dell’impunità nei paesi nei quali opera. Trattandosi di questioni molto “rischiose” e delicate, ci dovranno essere epurazioni, nelle forze armate e nella polizia, di ufficiali e quadri non affidabili, per scongiurare il pericolo di eversioni e di tentativi di golpe (pilotati dall’esterno, com’è facile intuire). Un’ottima occasione per liquidare anche i traditori politici, collaborazionisti dei poteri esterni, che hanno ceduto la sovranità nazionale e oggi stanno portando l’Italia allo sfacelo.

 

e)    In chiave positiva, avendo come obbiettivo il cambio di alleanze, si dovranno cercare intese militari, energetiche e commerciali piuttosto strette con la Federazione Russa, con singoli paesi europei non ostili e disponibili, con i paesi sudamericani del socialismo bolivariano (come il Venezuela), con l’Argentina e con l’Iran. L’auspicabile alleanza con la Federazione Russa avrà anche la funzione di “isolare” (se non proprio circondare, come sarebbe auspicabile), la perniciosa germania euronazista. Non solo intese militari, ovviamente. Si tratterà di stipulare trattati, dal punto di vista economico, commerciale, energetico, sgraditi al campo globalista occidentale, ma utili per il paese, come quello firmato a Bengasi con Gheddafi nel 2008 o il celebre Eni-Gazprom con i russi, centrato sulle reti Stream.

Ci fermiamo qui, sperando di aver reso l’idea, pur nella semplicità e nella sinteticità dell’esposizione, di cosa significa un programma politico coerente e autenticamente alternativo. Siamo certi che qualcuno avrà da ridire sull’effettiva applicabilità di questo programma, perché nessuno, in alto, oggi lo appoggerebbe, perché allo stato attuale delle cose non incontrerebbe il favore popolare (considerando la manipolazione antropologico-culturale in atto) e perché farebbe correre al paese gravi rischi (destabilizzazione con l’uso d’infiltrati armati, di provocatori, di mercenari, tentativi di golpe, rischio di guerra e occupazione militare). La cosa non ci preoccupa. Ciò che oggi sembra impossibile, domani potrà diventare una possibilità concreta, per la nostra salvezza, data l’imprevedibilità del corso storico e la china verso la quale stiamo scivolando.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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