Problematiche della Rivoluzione Conservatrice

Pubblicato da su 07/09/2012

Il concetto di “Rivoluzione conservatrice” compare a partire dal secondo ‘800, per essere affermato positivamente e con forza da Hofmannsthal nel suo discorso del 1927: “Das Schriftum als geistiger Raum der Nation”, e incontrare fortuna con i libri eponimi di Hermann Rauschning (Die konservative Revolution : Versuch und Bruch mit Hitler) ed Armin Mohler (Die konservative Revolution in Deutschland, 1918-1932 : Ein Handbuch), rispettivamente del 1941 e del 1950. In teoria, il concetto di un repentino e drammatico mutamento politico che mantenga in sé e restauri rinsaldate forme e valori politici tradizionali può essere applicato a vari casi nella storia umana – come fa Nolte nel breve saggio “La rivoluzione conservatrice nella storia d’Europa” –, e difatti è stato recentemente applicato, per esempio, al rinnovamento del conservatorismo angloamericano che ha avuto nel presidente statunitense Ronald Reagan e nella premier inglese Margaret Thatcher i suoi capisaldi politici. Tuttavia, con il termine “Rivoluzione conservatrice” (konservative Revolution) qui vogliamo intendere, seguendo il significato più assodato – assunto dalle opere di Hofmannsthal, Rauschning, Mohler – quella corrente della Destra tedesca che, tra le due guerre, tentò di rivoluzionare completamente la società e lo Stato tedesco sulla base di valori tradizionali.

Il primo problema che sorge sta nella sua effettiva collocazione politica, e in primis nei rapporti con il concetto di “movimento tedesco” (deutsche Bewegung) o “movimento nazionale” (nationale Bewegung). Mohler lo definisce una suddivisione della Rivoluzione conservatrice, vale a dire il suo ramo tedesco. Benché questi due concetti possano essere usati in modo intercambiabile, “movimento nazionale” designava l’insieme delle forze politiche che si opponevano al regime di Weimar da destra: comprendendo quindi non solo quelle forze considerate da Mohler parte della Rivoluzione conservatrice (i giovani conservatori, i nazionalrivoluzionari, i völkisch, i bündisch e il movimento contadino), ma anche il nazionalismo più prettamente conservatore e reazionario e il nazionalsocialismo, come fa appunto Breuer. Occorre dunque chiarire se e come si distingua la Rivoluzione conservatrice all’interno del movimento nazionale tedesco.
Sulla rispondenza con il concetto base di Rivoluzione conservatrice, sommariamente definito in precedenza, delle caratteristiche di movimenti come i nazionalrivoluzionari, i nazionalbolscevichi, il movimento contadino (Landvolkbewegung) e i militanti nelle leghe giovanili (bündisch), non sussistono dubbi, in quanto tutti questi uniscono un forte afflato movimentistico e rivoluzionario a contenuti conservatori e tradizionali. Viceversa, si possono tranquillamente escludere quei partiti monarchici e conservatori – come la DVP e la DVNP – che riprendevano, senza sostanziali cambiamenti, il nazionalismo guglielmino o bismarckiano. Meno chiaro è il caso dei giovani conservatori (jungkonservativen), legati per molti versi ai suddetti partiti, ma di cui costituivano l’ala più rivoluzionaria e innovativa, sia in certe componenti di massa, come lo Stahlhelm, sia a livello d’ambienti intellettuali. Ugualmente complessa è la classificazione dei völkisch, che condividono con il nazionalsocialismo l’enfasi sul problema razziale, unita a un’impostazione politica socialista, sia pure legata al Volk inteso quale comunità di suolo e sangue.
Un discorso a parte meritano i rapporti tra rivoluzione conservatrice e nazionalsocialismo, anche per via della pregnanza politica del discorso: se agli eredi della prima, come Mohler, preme insistere sulla diversità e anzi sul contrasto tra i due movimenti politici, per sostenere la validità di una Nuova Destra (neue Recht) fondata sul pensiero rivoluzionario-conservatore, ipso facto distaccata e innocente rispetto ai crimini nazionalsocialisti, a studiosi ideologicamente contrari conviene viceversa ribadire la continuità di essa rispetto al nazionalsocialismo, con il susseguente biasimo morale e illiceità politica che ne deriva, dato il peso intellettuale di un uso politico della storia. Il quadro reale è però molto più complesso: degli autori appartenenti alla rivoluzione conservatrice, non pochi aderirono al nazionalsocialismo, e quest’ultima corrente politica a sua volta comprendeva diverse posizioni, riassumibili in un’ala «di sinistra» (Strasser, Röhm) strettamente contigua col nazionalbolscevismo, e un’ala «di destra» (Himmler, Rosenberg) più spiccatamente völkisch e neopagana, unite da un «centro» (Hitler) in linea con posizioni di carattere jungkonservativ. D’altro canto, il nazionalsocialismo presenta indubbiamente i caratteri di una rivoluzione conservatrice, anche se, nella forma e negli effetti in cui si è affermato storicamente e politicamente con la dittatura hitleriana, si è rivelato effettivamente essere una «rivoluzione nichilista» (Rauschning), in linea con quella francese liberale del 1789 e quella russa comunista del 1917 (Kuehnelt-Leddihn).
È pertanto possibile ammettere che il nazionalsocialismo si sia sviluppato in seno alla rivoluzione conservatrice, traendo idee e spunti dalle sue varie correnti, con una tendenza alla volgarizzazione in slogan facilmente recepibili dalle masse. Questo fattore di ecletticità pragmatica, unito a uno spiccato populismo e a un certo distacco dal vecchio conservatorismo prussiano ha fatto sì che fosse il movimento vincente. Soltanto a partire dalla Machtergreifung nazionalsocialista, si ha uno stacco effettivo tra la rivoluzione conservatrice, rimasta ai margini, e un nazionalsocialismo ormai regime, con un più netto inquadramento ideologico. Gli esponenti rivoluzionario-conservatori non assorbiti nel nazionalsocialismo, rimasero confinati in un’opposizione più o meno tollerata (Jünger, Spengler), quando non perseguitata (Niekisch, Jung). Questo processo, che a partire dal 1930, aveva visto l’emarginazione delle correnti extrapartitiche a favore di conservatori e nazionalsocialisti, per poi concludersi con la cruenta «normalizzazione» della Notte dei Lunghi Coltelli, lasciò il nazionalsocialismo, nella sua componente più destrorsa, unito a quella parte dei conservatori disposta al compromesso, padrone del campo, con la sola opposizione dell’aristocrazia terriera e militare prussiana.
Facendo il paragone con l’analoga situazione italiana, è utile servirsi delle categorie storiche di “fascismo-movimento” e “fascismo-regime” (De Felice). Mentre in Italia la fase movimentistica – al di là del «canto del cigno» della RSI – è stata più breve e condensata e meno articolata, prima dello stabilirsi del regime con la Marcia su Roma, in Germania la rivoluzione conservatrice ha potuto svilupparsi pienamente per un decennio in più, prima del passaggio a una fase di regime. D’altra parte, è anche vero che in Italia ci fu una tolleranza assai maggiore, da parte del fascismo di regime, per le sue eresie. Tuttavia, si può pensare alla rivoluzione conservatrice tedesca come a una sorta di fase movimentistica del nazionalsocialismo, ben distinta – anche sotto il piano ideologico – rispetto allo hitlerismo di regime. Questo può valere in generale per gli altri Paesi europei dove si è affermato il fascismo nelle sue varie forme, ma lo stesso si può dire della distinzione tra il marxismo movimentistico prerivoluzionario e protorivoluzionario (Lenin, Liebknecht, Luxemburg, Kun, Trockij) e il marxismo di regime, consolidatosi nello stalinismo, tanto che Mohler parlava appunto di «trotzkisti del nazionalsocialismo».
Inoltre, fascismo – in senso lato – e rivoluzione conservatrice sono concetti ideologici e politici che si sovrappongono solo in parte, dal momento che confluiscono nel primo caso anche altre forze politiche, appartenenti alla Destra conservatrice, ma per nulla rivoluzionarie, le quali intervengono generalmente in relazione al passaggio da movimento a regime, giungendo a condizionare quest’ultimo più o meno pesantemente, o addirittura a dominarlo, come nella Spagna franchista. Per questo motivo, esemplare è a parere di Sternhell il caso della Francia, dove la coincidenza tra ricchezza e varietà del dibattito culturale e brevità e tardività del regime (1940 – 1944) consentono di esaminare e studiare una lunga quanto complessa e articolata fase movimentistica. Anche la sovrapposizione tra fascismo e nazionalsocialismo è però parziale, vista e considerata la predominanza, all’interno del secondo, delle problematiche razziali, marginali nel primo. Si tratta quindi di tre concetti ideologici (rivoluzione conservatrice, movimento tedesco, nazionalsocialismo) – strettamente interlacciati ma con alcune importanti differenze, sia nei contenuti che nelle forme –, innegabilmente affini ma difficilmente riconducibili sotto una definizione comune e specifica.
Un altro problema, riguarda la collocazione temporale della rivoluzione conservatrice. Come terminus post quem, si potrebbe porre senza troppi problemi il 1918, vista la drammaticità e la traumaticità degli eventi relativi all’armistizio e alla rivoluzione comunista, e l’appartenenza della maggior parte degli autori a quella generazione di nati negli ultimi 10-15 anni del XIX secolo, decimata e provata dalla guerra di trincea. Questo non toglie però che un forte fermento d’idee in quella direzione fosse già presente negli ambienti intellettuali europei, accelerato dallo scoppio delle ostilità, e infine esploso in tutto il suo vigore nel dopoguerra, quando trovò delle avanguardie pronte a sostenere queste idee. Il terminus ante quem è invece quello di un’altra sconfitta, vale a dire il 1945, con l’annientamento e la repressione quasi totale delle idee e degli uomini che avevano animato la rivoluzione conservatrice. Queste due date – 1918 e 1945 – possono valere per la storia del fascismo e della rivoluzione conservatrice in Europa.
Nel caso specifico della Germania, come spartiacque intermedio tra la fase movimentistica e la fase di regime sta l’inizio del 1933, per cui si può sommariamente dividere lo sviluppo storico della rivoluzione conservatrice nei due periodi 1918-1932 e 1933-1945, all’interno dei quali si possono evidenziare sei differenti fasi di sviluppo condizionate e scandite dalla situazione storica e politica: una prima fase più violenta dal 1918 al 1923, contestuale al consolidamento del regime di Weimar, segnata da fenomeni di squadrismo e tentativi di putsch; una seconda fase intermedia di distensione e sviluppo dal 1924 al 1929; una terza fase, successiva alla Grande Depressione, di acquisizione di consenso tra le masse e di ripresa della lotta politica dal 1930 al 1932; una quarta fase di consolidamento del regime dal 1933 al 1934; una quinta fase di sviluppo ed espansione del regime hitleriano dal 1935 al 1939; e, infine, dal 1939 al 1945, durante la guerra, una sesta fase finale di escalation delle contraddizioni interne in un momento di violentissima pressione esterna, con conseguente distruzione. Si tratta ovviamente di una periodizzazione generale, che non tiene spesso conto dei percorsi dei singoli autori, ma riesce a fornire un quadro coerente delle tappe della Destra tedesca dopo la guerra.
Un terzo problema è costituito dall’apparente incoerenza interna della rivoluzione conservatrice, inerente alla sua condizione prevalentemente movimentistica ed extraparlamentare. Non si ha qui a che fare con un regime o un partito strutturato burocraticamente e connotato ideologicamente, ma con quello che sembra essere un coacervo in continua evoluzione di formazioni politiche, circoli culturali, riviste, organizzazioni paramilitari, nel quale si muovono flessibilmente diversi personaggi e autori più o meno importanti. Al di là del fatto che dinamiche e differenze similari finiscono inevitabilmente per ripresentarsi anche all’interno di una forma-partito, l’onestà intellettuale impone di vederci chiaro.
In questo senso, trascurare uno sviluppo, magari complesso, ma preciso e coerente di idee, esperienze, persone, dietro l’etichetta di narrazioni autoreferenziali di dubbia buonafede (Faye), o attribuendole a un’incoerenza e scarsa statura culturale inerenti all’espressioni d’interessi di classe ormai minati dalle contraddizioni (Lukács), non è indice solo di faziosità, ma anche di simplicismo. Più comprensibile è il dubbio di Mohler, sulla possibilità di studiare in termini logico-discorsivi lo sviluppo di un pensiero essenzialmente refrattario alla filosofia razionale e illuministica, ma resta ugualmente insufficiente. Nei fatti, un’analisi più attenta e approfondita, che consenta non solo di descrivere delle correnti – come ha fatto lo studioso svizzero – ma di individuare all’interno di ciascuna di esse momenti, fasi e poli ben precisi – nonché di descrivere e spiegare i numerosi percorsi individuali che s’intrecciano –, è irrinunciabile.Bibliografia

  • AZZARÀ, STEFANO G., Pensare la rivoluzione conservatrice : critica della democrazia e grande politica nella Repubblica di Weimar, La Città del Sole, Napoli, 2000.
  • BREUER, STEFAN, Anatomie der Konservativen Revolution, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 1993; tr. it.: La rivoluzione conservatrice : Il pensiero di Destra nella Germania di Weimar, trad. it. di C. Miglio, Donzelli, Firenze, 1995.
  • DUPEUX, LOUIS (a cura di), La révolution conservatrice allemande sous la république de Weimar, contributi di L. Dupeux, D. Goeldel, J. Hervier, J. Gandouly, G. Roche, J. Favrat, H. Châtellier, J. Nurdin, Y. Guéneau, G. Merlio, P. Letorneau, A. Mohler, G. Imhoff, J. Levrat, A. Dorémus, P. Moreau, J.-P. Bled, H. Möller, K. Sontheimer, Kimé, Paris, 1992.
  • DUPEUX, LOUIS, Aspects du fondamentalisme national en Allemagne de 1890 à 1945, raccolta di articoli, Presses Universitaires de Strasbourg, Strasbourg, 2001.
  • FABER, RICHARD, Roma aeterna : Zur Kritik der konservativen Revolution, Cornelsen Verlag, 1991.
  • FAYE, JEAN PIERRE, Théorie du récit : Introduction aux «Langages totalitaires», Hermann, Paris, 1972.
  • FAYE, JEAN PIERRE, Langages totalitaires : critique de la raison narrative : critique de l’economie narrative, Hermann, Paris, 1972.
  • FRANÇOISE, STÉPHAN, Qu’est ce que la Révolution Conservatrice, in Fragments sur les Temps Présents (http://tempspresents.wordpress.com/), 24 août 2009.
  • HERF, JEFFREY, Reactionary Modernism : Technology, Culture, and Politics in Weimar and the Third Reich, Cambridge University Press, Cambridge, 2002.
  • KLEMPERER, KLEMENS VON ; SCHÖN, MARIANNE, Konservative Bewegungen zwischen Kaiserreich und Nationalsozialismus, Oldenbourg, München, 1962.
  • KOEHN, BARBARA, La Révolution conservatrice et les élites intellectuelles, Presses Universitaires de Rennes, Rennes, 2003.
  • MOHLER, ARMIN, Die konservative Revolution in Deutschland 1918–1932: Ein Handbuch, 6. Auflage, hrsg. von K. Weißmann, Leopold Stocker Verlag, Graz, 2005; trad. it.: La rivoluzione conservatrice, Akropolis, Napoli, 1990.
  • PAETEL, KARL OTTO, Versuchung oder Chance?: Zur Geschichte des deutschen Nationalbolschewismus, Musterschmidt, Göttingen, 1965.
  • PAETEL, KARL OTTO, Nationalbolschewismus und nationalrevolutionäre Bewegung in Deutschland : Geschichte – Ideologie – Personen, Bublies Siegfried, Beltheim, 1997.
  • PETZOLD, JOACHIM, Wegbereiter des deutschen Faschismus : Die Jungkonservativen in der Weimarer Republik, 2. ed., Köln, 1983.
  • PFAHL-TRAUGHBER, ARMIN, Konservative Revolution und Neue Rechte : Rechtsextremistische Intellektuelle gegen den demokratischen Verfassungsstaat, Leske/Budrich, Opladen, 1998.
  • RAUSCHNING, HERMANN, The Conservative Revolution, G. P. Putnam’s Sons, New York, 1941.
  • ROMUALDI, ADRIANO, Correnti politiche ed ideologiche della destra tedesca dal 1918 al 1932, L’Italiano, Roma, 1981.
  • SHÜDDEKOPF, OTTO-ERNST, National-Bolschewismus in Deutschland 1918-1933, Ullstein, Frankfurt a.M., 1972.
  • SONTHEIMER, KURT, Antidemokratisches Denken in der Weimarer Republik, Deutsche Taschenbuch Verlag, München, 2000.
  • STERN, FRITZ, The Politics of Cultural Despair: A Study in the Rise of the Germanic Ideology, University of California Press, Los Angeles, 1974.
  • TRAVERS, MARTIN, Critics of Modernity: The Literature of the Conservative Revolution in Germany, 1890-1933, Peter Lang Publishing, 2001.
  • WOODS, ROGER, The Conservative Revolution in the Weimar Republic, St. Martin’s Press, 1996.

Andrea Virga

Fonte: http://andreavirga.blogspot.it/2011/12/problematiche-della-rivoluzione.html

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Comunismo e PCI, Cultura, Fascismi, Naz Bol - Sinistra Nazionale, Politica, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...