Primo Manifesto del futurismo 1909

Primo Manifesto
del futurismo

Pubblicato su “Le Figaro” di Parigi il 20 Febbraio 19O9


Figlio di un avvocato di Voghera, Filippo Tommaso Marinetti nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1876. Irrequieto, nel 1893 viene espulso dal collegio dei gesuiti francesi in cui studia. Si trasferisce in Italia, nel 1899 si laurea in legge, a Pavia. Subito passa in Francia, si segnala per l’originalita’ spiccata di una poesia d’avanguardia fatta di elementi spuri presi dalla vita, dalla meccanizzazione dello spazio, dalla viperina esperienza della velocita’ e del successo.
Nel 1905 a Milano, fonda “Poesia” la rivista con cui si impegna a far conoscere il nuovo stile del proprio respiro, l’ansimo dei versi e gesti meditatamente folli. E’ nevrosi automatica, sensibile, atletica. Iperuranica. Dibattuta fra l’incisivo cosmopolitismo provinciale delle origini paterne e il solido nazionalismo pan europeo della propria criptica utopia antiborghese.
Consapevole che ogni idea debba possedere un luogo, un simbolo, una voce. Matura la necessità di prediligere un centro per farne proscenio del proprio pensiero. Ed eccolo… le edicole di Parigi: con i loro lustrini peccaminosi, sono esse ad ospitare il documento piu’ celebre che lo rendera’ famoso… il Manifesto del futurismo, compare sulle pagine di “Le Figaro” il 20 febbraio 1909. Ed immediatamente la sua fama corre verso la Spagna, la Russia, l’Inghilterra, la Germania, l’Italia. Rumoreggiante, imprevedibile, contrastante. ‘Vis’ nuova, autorigenerante, pericolosa. Complice di una classe economica emergente che lo portera’ a quel tristo intendere la guerra “sola igiene del mondo!” Di questa insana poesia ne provan disagio i cristiani, i pacifisti, i socialisti, gli uomini di buon senso che vi intravedono risonanze troppo aristocratiche e amorali.
Sia chiaro, tra capitalismo e futurismo non c’e’ un rapporto complice assoluto, anzi! Nella prassi tuttavia Marinetti sprona le iniziativa militari, nel 1911 la conquista italiana della Libia e compone il famoso “La battaglia di Tripoli” poemetto in cui ferve un singulto di scoppiettanti interiezioni ed il cui testo -con la propriavoce- incide su un disco di propaganda. Della guerra è goloso, nel 1913 Marinetti si reca sul fronte turco-bulgaro per assistere all’assedio di Adrianopoli, che trova fra gli spettacoli piu’ suggestivi.
Anche lui vuole l’entrata in guerra contro l’Austria. Facinorose le adunate a Milano del 15-16 settembre 1914. In una di queste conosce Mussolini.
Parte volontario. E come ci saremmo attesi fa la parte dell’eroe, rimane ferito, gli vengono concesse due medaglie al valore.
La sua azione e’ audace, spettacolare, fa parlare di se’; come D’Annunzio, Marinetti segna lo stile del suo tempo. -La poesia- deve essere azione, cosi’ come la parola deflagrazione, morte, redenzione. – L’arte identifica il concreto abisso dell’incanto che rinasce. L’estremo, il gesto, è taumaturgico.
Nel settembre 1918 Marinetti elabora anche il manifesto del Partito Politico Futurista. Molte le adesioni: gli arditi, i reduci, le scaglie umane venute dal fronte e che si volgono alla creazione dei nuovi Fasci Futuristi.
Ma si deve fare i conti con Mussolini, l’unico uomo che – in concreto – sta divenendo il timone del possibile assetto politico del paese, quello che dovrebbe dare spazio agli scontenti, ai reprobi eroi della vittoria mutilata, agli ambigui cercatori di identità alternative ai Soviet. Sul principio l’opera del futuro Duce viene scrutata con perplessita’, ma poi poco a poco le remore cominciano a cadere, il gruppo messo su da Marinetti -salvo qualche defezione- vi si integra lentamente ed il 23 marzo 1919 lo stesso poeta, in Piazza San Sepolcro a Milano, partecipa alla fondazione dei Fasci di Combattimento.
La sua lealta’ e’ palese, il 15 aprile 1919 guida l’assalto e l’incendio della sede milanese dell’ “Avanti!”. La discussa fama che lo circonda tuttavia non è sufficiente al poeta per essere eletto deputato alla Camera, presentandosi -come ovvio – nelle liste fasciste.
Nonostante il suo menar le mani possa esser risultato piu’ che naturale, anche questo idillio con la violenza non dura a lungo. Rompiscatole per natura comincia ad accusare il movimento mussoliniano di esser diventato reazionario e retro’. Non si identifica piu’. Nel giugno 1920 si allontana dal fascismo, mantenendo – anche nei confronti del futuro Regime poi – un altero distacco. Ma Mussolini non è bigotto, comprende, in un certo senso condivide persino, e soprattutto non dimentica quanto a lui gli debba; in ottobre del 1929 nomina Filippo Tommaso Marinetti Accademico d’Italia.
Il 1936 e la guerra d’Abissinia ha la forza, finalmente, di stanarlo ancora dalla sua torre d’avorio, ha sessant’anni. Anche stavolta opta per il tormento dell’avventura militare e parte volontario. Stessa cosa fa nel 1942 – in piena Seconda Guerra Mondiale – va in Russia con le truppe italiane. Per riprovare lo schifo che aveva sempre cantato. Per pungersi le carni. Per esser accanto a chi soffre. Il metallurgico sonagliero Marinetti in fondo è sempre stato ed è un uomo di cuore. Proprio questa debolezza fa si’ che dopo la caduta di Mussolini, fedele all’antico suo ostinato sentimento di amicizia, aderisca alla RSI. Ormai stanco e malato, muore a Bellagio (CO) nel 1944.

OOO

Avevamo vegliato tutta la notte – i miei amici ed io – sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perchè come queste irradiate dal chiuso fulgore di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata sul opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poich è ci sentivamo soli in quell’ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all’esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s’ agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d’ali lungo I muri della città.
Sussultammo ad un tratto. all’ udire il rumore formidabile deg]i enormi tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sradica d’improviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l’estenuato borbottio di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell’ ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.
-Andiamo, diss’ io; andiamo, amici ! Partiamo ! Finalmente, la mitologia e l’ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli !…. Bisognerà scuotere le porte della vita per provarne i cardini e i chiavistelli !…. Partiamo ! Ecco, sulla terra, la primissima aurora ! Non v’ è cosa che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie !…
Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i torridi petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella bara, ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che minacciava il mio stomaco.
La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò attraverso le vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là una lampada malata, dietro i vetri d’una finestra, c’insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri.
Io gridai:-II fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!
E noi, come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero maculato di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo, vivo e palpitante.
Eppure non avevamo un’ Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua sublime figura, nè una Regina crudele a cui offrire le nostre salme, contorte a guisa di anelli bisantini ! Nulla, per voler morire, se non il desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo pesante !
E noi correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia che si arrotondavano; sotto i nostri pneumatici scottanti, come solini sotto il ferro da stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava ad ogni svolto, per porgermi la zampa con grazia e a quando a quando si stendeva a terra con un rumore di mascelle stridenti, mandandomi, da ogni pozzanghera, sguardi vellutati e carezzevoli.
– Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti pimentati d’orgoglio entro la bocca immensa e torta del vento!… Diamoci in pasto all’ Ignoto, nou già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell’Assurdo !
Avevo appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su me stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi la coda, ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto , titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. II loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno…. Che noia ! Auff !… Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all’aria in un fossato….
Oh ! materno fossato, quasi pieno di un’acqua fangosa! Bel fossato d’officina! Io gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi ricordò 1a santa mammella nera della mia nutrice sudanese…. Quando mi i sollevai -cencio sozzo e puzzolente- di sotto la macchina capovolta, io mi sentii attraversare il cuore, deliziosamente, dal ferro arroventato della gioia. !
Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava gia intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare il mio automobile, simile ad un gran pescecane arenato. La macchina emerse lentamente dal fosso, abbandonando nel fondo, come squame, la sua pesante carrozzeria di buon senso e le sue morbide imbottiture di comodità.
Credevano che fosse morto il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo, sulle sue pinne possenti !
Allora, col volto coperto della buoua melma delle officine-impasto di scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti- noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volonta a tutti gli uomini vivi della terra:

Manifesto del futurismo.
1. Noi vogliamo cantare 1’amor del pericolo, l’ abitudine all’energia e alla temerità.
2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa. I’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corea, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si e arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocita. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…. un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, e più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v’ è pi bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli !.. Perche dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile ? II Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiche abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare la guerra -sola igiene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle novole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’ acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aereoplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
È dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il Futurismo perche vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’ archeologhi, di ciceroni e d’ antiquarii.
Gia per troppo tempo l’Italia e stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
Musei : cimiteri !… Identici, veramente per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti ! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che vanno trucidando si ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese!
Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all’anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti…. velo concedo. Che una volta all’anno sia deposto un omaggio di fiori alla Giocanda, ve lo concedo…. Ma non ammetto che si conducano quotidianamentee a passeggio per I musei le notstere tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perchè volersi avellenare? Perchè volere imputridire?
E se mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione dell’artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?…Amirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un’urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione.
Volete dunque sprecare tutte lo vostre forze migliori, in qusta eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?
In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati !…) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl’infermi, pei prigionieri sia pure: -I’ammirabile passato è forse un balsamo ai loro mali, poichè per essi l’avvenire è sbarrato…. Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!
E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli !… Suvvia ! date fuoco agli scaffali delle biblioteche !… Sviate il corso dei canali, per inondare i musei !… Oh, la gioia di veder galleggiare alla derive, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose !… Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate !
I piu anziani fra noi, hanno trenttanni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l’opera nostra. Quando avremo quarant’ anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, comc manoscritti imltili.-Noi lo desideriamo !
Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamentc, alle porte dello accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche.
Ma noi non saremo là…. Essi ci troveranno alfine -una notte d’inverno-in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona. e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d’oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.
Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoseia e per dispetto, e tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un’odio tanto più implacabile inquantoche i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.
La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi.-L’ arte, infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.
I piu anziani fra noi hanno trenttanni: eppure, noi abbiamo gia sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore. d’audacia, d’astuzia e di rude volontà: li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato…. Guardateci! Non siamo ancora spossati ! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poichè sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità !… Ve ne stupite ?… È logico, poichè voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto ! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
Ci opponete delle obiezioni?… Basta! Basta! Le conosciamo…. Abbiamo capito !… La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungameuto degli avi nostri.-Forse!… Sia pure !…. Ma che importa ? Non vogliamo intendere !… Guai a chi ci ripeterà queste parole infami !..
Azate la testa!…
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!…

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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