Otto Strasser, “Die Schwarze Front” e la via tedesca al socialismo, di Luigi Carlo Schiavone

“Dalla destra prenderemo il nazionalismo che per sua disgrazia ha sposato il capitalismo, dalla sinistra prenderemo il socialismo, la cui unione con l’internazionalismo è disastrosa. Così formeremo questo socialismo nazionale forza motrice di una nuova Germania e di una nuova Europa”.

Questa tesi, esposta da Gregor Strasser in una riunione tenutasi nell’ottobre del 1920 e riassumente i principi d’azione del neonato NSDAP, può essere considerata la giusta sintesi del pensiero del fratello di quest’ultimo, l’ideologo Otto Strasser.
Presente alla citata riunione del 20 ottobre su invito del fratello, Otto Strasser, tuttavia, non era all’epoca membro del partito nazionalsocialista; iscritto al partito socialdemocratico tedesco (SPD) s’era da poco contraddistinto, lui giovane ufficiale reduce della “Grande Guerra”, come capo delle “centurie rosse” che difesero la Repubblica di Weimar dal tentativo di putsch di estrema destra posto in essere dall’ex governatore della Prussia orientale, Kapp. Disinnescata la minaccia insurrezionale, tuttavia, l’ex ufficiale Strasser, che non aveva accolto positivamente la parte avuta dall’SPD nella violazione degli accordi di Biefeld con cui si penalizzavano gli operai della Ruhr, decise di abbandonare tale compagine. Nauseato e disorientato dalla situazione tedesca, Otto Strasser, all’epoca giovane studente di diritto ed economia nonché leader degli studenti di sinistra e capo degli universitari ex combattenti, decise, nonostante i propri travagli interiori, di seguire il fratello Gregor e, invece di iscriversi allo NSDAP, verso la fine del 1920 divenne uno dei maggiori fautori della costituzione del Partito Socialdemocratico Indipendente.
La situazione, tuttavia, mutò all’indomani del fallimentare putsch di Monaco del 1923, allorché Hitler, intenzionato a risollevare le sorti del partito nazionalsocialista, incaricò Gregor Strasser di rigettarne le basi nel nord della Germania. In tale impresa quest’ultimo cercò nuovamente la collaborazione del fratello che accettò con entusiasmo l’incarico di elaborare, mentre Gregor s’occupava di rianimare l’organizzazione e la propaganda, una nuova teoria rivoluzionaria che avrebbe dovuto fungere come trampolino di lancio per il NSDAP.
Riconoscendosi in pieno con il termine “nazionalsocialista”, Otto Strasser, infatti, decise che era giunto il momento di far corrispondere al nazionalsocialismo la dottrina che egli aveva nel tempo definito come “Socialismo Tedesco”, ispirata ai processi descritti da Montesquieu nell’Esprit des Lois e capace di evolversi e svilupparsi adattandosi al mutar di situazioni e di epoche.
Partendo dalla considerazione che la storia d’Europa sia da vedersi come un susseguirsi di epoche ricorrenti che completa il suo ciclo ogni cento o centocinquant’anni, Strasser, infatti, descrive come il pendolo della storia europea sia di fatto passato dall’affermazione dello spirito collettivo dell’epoca di Cromwell al regno dell’individualismo sorto all’ombra della ghigliottina. Considerati superati e logori gli “immortali principi dell’89”, quindi, il mondo era pronto ad accogliere il suo “Socialismo tedesco” caratterizzato dal “Sehnsucht”, o aspirazione sociale che, da sempre presente nel popolo tedesco, chiedeva ormai di essere soddisfatto. Tale richiesta, infatti, era già nell’aria prima del 1914 e solo il timore del Kaiser, di fronte ad un Reichstag in cui un terzo dei seggi era stato occupato dai socialisti nel 1913, non ne permise l’adempimento deviandone gli impulsi positivi nell’imperialismo e nella guerra.
Dalla sconfitta, tuttavia, la “Sehnsucht” era risorta più forte di prima grazie anche al risveglio di un sentimento rivoluzionario dalla cui affermazione sarebbe scaturito un nuovo ordine. Perno di questo rinnovamento sarebbe stato, secondo Strasser, un nuovo modello di Stato plasmato da un vasto pacchetto di riforme incentrate sul feudo e l’enfiteusi.
Partendo dall’assunto che la proprietà individuale non dovesse essere considerata come un diritto intangibile, Strasser giunge a sostenere che sia per quel che riguarda l’industria che per ciò che concerne l’agricoltura, lo Stato doveva, in veste di rappresentante della comunità nazionale, assumere il ruolo di “feudatario” trasformandosi così in proprietario della terra, delle risorse minerarie e dei mezzi di produzione. Differentemente dal collettivismo marxista, che auspica la scomparsa della classe capitalistica, nel dettame strasseriano assistiamo al sorgere un super-capitalista, rappresentato dallo Stato, gestore della proprietà che, non venendo più meno, evita il venir meno dello stimolo dato dall’interesse individuale. Gli imprenditori come gli operai, i proprietari terrieri e i contadini, infatti, risulterebbero, tramite questo processo come “investiti” dalla comunità e lo Stato, in qualità di feudatario, concederebbe, dietro il versamento di un canone, in enfiteusi ereditaria, la terra così come gli altri beni.
Dal punto di vista del sistema industriale, invece, Strasser ipotizza il perfezionamento del sistema attraverso la teorizzazione di un possesso comune seguito da un’equa ripartizione dei profitti tra i soggetti agenti, ossia lo Stato, l’imprenditore e i lavoratori. Solo seguendo tali dettami è possibile, secondo Strasser, raggiungere la completa realizzazione della “Sehnsucht” evitando che essa sfoghi in nuove guerre, ed è solo seguendo questo schema che è possibile arginare le falle della teoria marxista, che, a causa del suo carattere internazionalista, non riusciva a soddisfare le aspirazioni delle singole nazioni.
Pienamente esaustivo per ciò che concerne la riorganizzazione interna dello Stato tedesco il pensiero strasseriano si mostra più blando in merito alle linee da seguire in politica estera. Per Strasser, infatti, l’unico obiettivo da perseguire è il bene della Germania e per far ciò condizione preliminare era denunciare il Trattato di Versailles; sebbene si dichiarasse poco attratto sia dal fascismo che dal bolscevismo, egli vedeva solo nell’Italia e nell’Unione Sovietica le uniche alleate plausibili per la Germania.
Caratterizzato da un grande impianto rivoluzionario mirante a rifondare lo Stato dalla base, il pensiero strasseriano fu accolto positivamente da interi settori del partito nazionalsocialista trovando anche in Joseph Goebbels uno dei suoi più entusiasti sostenitori. Fu proprio grazie all’interessamento di quest’ultimo, infatti, che Strasser poté illustrare le sue tesi su “National-Sozialistiche Briefe”, un quindicinale del partito destinato perlopiù ai funzionari dello stesso. Tali pubblicazioni, inoltre, furono all’origine dell’allineamento dell’apparato dello NSDAP della Germania del Nord sulle posizioni di sinistra e di intransigentismo radicale espresse da Strasser. Queste ultime furono anche ispiratrici, nel settembre del 1925, della realizzazione delle Comunità di lavoro dei Gau dell’Ovest e Nord della Germania la cui direzione fu affidata, oltre che ai fratelli Strasser, a Victor Lutze, futuro capo delle SA, e Joseph Goebbels. La costituzione di queste comunità suggellava la vittoria ottenuta dalla componente di “sinistra” del partito nel congresso tenutosi ad Hagen in Westfalia in cui aveva invocato una maggiore autonomia rispetto all’impostazione centralista data al partito dal gruppo di Monaco. Questo successo indispettì non poco Adolf Hitler che guardava con malcelato rancore l’espandersi della linea strasseriana; un’ascesa che sembrava non esser destinata a fermarsi neanche al congresso del 1926 quando Gregor Strasser, ripresentando il programma elaborato dal fratello, lo implementò in materia di politica estera presentando come fondamentale per la Germania l’alleanza in campo internazionale con l’Unione Sovietica. Di fronte all’evolversi di simili scenari Adolf Hitler decise di correre ai ripari e, adottando una teoria “di usi e gratificazioni” mirante ad isolare Otto Strasser, il Führer nominò Goebbels capo del partito a Berlino e Gregor Strasser responsabile della propaganda. Trovatosi circondato solo dal calore di pochi accoliti, Otto Strasser assunse una posizione molto critica nei confronti della linea che Hitler andava imponendo al partito nazionalsocialista, ravvisando in essa un allontanamento dall’originaria vocazione rivoluzionaria.
La separazione andava lentamente maturando, divenendo imminente in seguito al radicalizzarsi delle posizioni fra le due ali del partito all’indomani della crisi economica del 1929. Il capolinea fu rappresentato dagli incontri avuti tra Hitler e Strasser il 21 e 22 maggio del 1930. Fu allora, infatti, che Otto Strasser, prendendo spunto dall’opposizione mostrata dal Führer nei confronti dell’impostazione socialista rivoluzionaria data agli scritti editi dalle “Kampf Verlag”, comprese pienamente che difficilmente Hitler si sarebbe posto contro gli interessi della grande industria tedesca per permettere l’attuazione integrale del suo programma. Fedele all’idea nazionalsocialista, Strasser non mancò di presentare le proprie obiezioni in merito al crescere del culto totemico del Führer in quanto: “le idee sono di natura divina, esse sono eterne. Gli uomini al contrario, non sono che corpi nei quali l’idea s’incarna”. Al tempo stesso non mancò di fare le proprie rimostranze circa le posizioni razziste assunte dal partito dovute, secondo Strasser, alla nefasta influenza di Rosenberg e delle sue tesi accolte nel libro Il mito del XX secolo. Strasser era infatti convinto che una simile impostazione avrebbe finito per distruggere il partito nazionalsocialista anziché rafforzarlo.
Il distacco, avvenuto formalmente il 4 luglio 1930, tuttavia non minò Otto Strasser nella volontà di darsi da fare per risollevare le sorti della Germania; fondò il KGRNS (Comunità Nazionalsocialista Rivoluzionaria), a cui associò la rivista “Die Deutsche Revolution”, il cui titolo riecheggiava la convinzione, rimasta intatta, che l’unica speranza di salvezza e rigenerazione per il popolo tedesco consisteva nel dar vita ad una rivoluzione nazionale e sociale. Circa seimila membri provenienti dal partito nazionalsocialista aderirono, in un primo tempo, a questa nuova formazione. Un flusso che, tuttavia, non era destinato ad arrestarsi; nel 1931, infatti, in seguito alla crisi scoppiata tra la dirigenza del partito e diversi settori delle SA, circa diecimila SA del Nord, seguendo le volontà del loro capo Stennes, decisero di fondersi con l’organizzazione di Strasser dando vita alla “Comunità di Combattimento Nazionalsocialista di Germania”.
Il sorgere di questa nuova formazione, insieme all’emergere di una linea “nazionalsocialista” nel programma del partito comunista tedesco (KPD) votato alla “liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco”, furono i motivi scatenanti che convinsero Otto Strasser della bontà di far convergere le diverse anime della sua “comunità” in una nuova formazione con programma e linee d’azione ben delineate. È in questo particolare contesto che nacque Die Schwarze Front (Fronte Nero) a cui, oltre ai suddetti membri, aderiscono parti del Movimento Contadino, aderenti ai gruppi paramilitari Werwolf nonché i gruppi Oberland e diversi movimenti antihitleriani.
Il Fronte Nero non può essere considerato una creatura politica “canonica”; l’impostazione di base datagli da Strasser, infatti, ricalca, per sua stessa ammissione, quella tipica delle società segrete. Nella fase iniziale della sua esistenza ‘’appartenenza a quest’Ordine era riservata esclusivamente a coloro che avevano rotto i ponti con lo NSDAP e non precludeva la possibilità di aderire ad altre formazioni politiche. Come afferma lo stesso Strasser Die Schwarze Front poteva essere considerato: “come una specie di massoneria che aveva ramificazioni in tutte le classi, in tutte le caste, in tutte le parti del popolo tedesco”; sempre dalla Massoneria, inoltre, veniva mutuata l’usanza di dividere i propri membri secondo vari gradi di appartenenza. Contraddistinti dall’indossare una spilla di cravatta formata da un martello e un gladio, gli aderenti del Fronte Nero ne erano anche, grazie alle donazioni, i principali sostenitori economici; altri proventi giungevano all’Ordine dalla vendita del periodico “Die Deutsche Revolution” poi ribattezzato “Die Schwarze Front”.
Considerato dal suo fondatore come la “scuola degli ufficiali e dei sottoufficiali della rivoluzione tedesca”, il Fronte Nero poteva contare su molti “Ring” ossia centri, presenti nelle città in cui erano stanziate guarnigioni importanti e in tutti centri industriali, in cui avvenivano le riunioni segrete a cui era dato il medesimo nome in codice. Al saluto nazionalsocialista Heil Hitler! gli aderenti del Fronte Nero sostituirono l’Heil Deutschland!. Particolarmente interessante, inoltre, è il motivo per cui Strasser decise di utilizzare l’aggettivo “Nero” nel nome di suddetta formazione: secondo la spiegazione da egli fornitaci, infatti, tale scelta era stata dovuta al fatto che tale colore risulta, in lingua tedesca, esser sinonimo di ciò che si sottrae alla vista e che non può essere preso.
In seguito alla presa del potere di Adolf Hitler, la permanenza in Germania divenne pericolosa per Otto Strasser, che, braccato dalla Gestapo fu costretto alla fuga. Giunse così prima in Austria e successivamente in Cecoslovacchia dove diede vita con Rudolf Formis, nel 1934, all’emittente antinazista “Schwarze Sender”. Distrutto dalla morte del fratello Gregor, falciato nella “Notte dei lunghi Coltelli” del giugno 1934, Otto Strasser accolse con uguale dolore la sorte di molti strasseriani internati nei capi di concentramento in seguito alla purga hitleriana. Rifugiatosi in Svizzera nel corso della seconda guerra mondiale giunse in Francia nel 1941 per poi recarsi in Canada dove soggiornò fino al 1954. Capo di un movimento considerato come una quinta colonna avant-lettres per il numero di aderenti inquadrati nelle principali organizzazioni nazionalsocialiste con il compito di sabotare i piani hitleriani, Otto Strasser non riuscì tuttavia a fuggire alla qualifica di “criminale nazista” da parte degli alleati, che, inoltre, si prodigarono affinché il governo tedesco gli revocasse la nazionalità, impedendogli per lunghi anni il ritorno a casa, nonostante Robert Schuman, allora Presidente del Consiglio francese, si fosse espresso in sua difesa. Spentosi a Monaco, il 27 agosto 1974, Otto Strasser spese gli ultimi anni della sua vita in favore dell’unificazione europea.
“Per noi il nazionalsocialismo è sempre stato un movimento antimperialista e il cui spirito doveva limitarsi a conservare e ad assicurare la vita e lo sviluppo della nazione tedesca senza nessuna tendenza a dominare altri popoli e altri paesi”. Questa era l’essenza del pensiero nazionalsocialista per Otto Strasser. La storia ce ne ha consegnata un’altra versione, la stessa che Strasser ha combattuto e cercato di osteggiare in tutti i modi. La stessa da cui altri traggono oggi giustificazioni per i loro massacri.

(ripreso da SinistraNazionale)

Pubblicato da z3ro a 22:08

1 commento:

waldganger25 gennaio 2010 23:08

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