Ministoria dello scissionismo missino

La storia del neofascismo italiano è anche storia di scissioni. Scissioni piccole, medie  e grandi, tutte dettate ovviamente da nobili propositi e da sottili ragioni ideali, ma tutte destinate al naufragio. Sarà per lo “spirito conservatore”, che segna inguaribilmente la destra dello schieramento politico, sarà per l’attaccamento al “principe” di turno, al quale ci si sente legati da un comune destino, sarà che le ragioni “ideali”, via via affastellatesi nel corso degli anni, non hanno incontrato il gradimento dell’elettorato, è comunque un fatto che le “scissioni” non hanno mai  avuto, a destra, grandi estimatori.

Vediamole in rapida successione.

I “fascisti rossi”

Primo della serie Stanis Ruinas, figura storica del fascismo antiborghese e “di sinistra”, che, a pochi mesi dalla nascita del Movimento Sociale Italiano, sbatte la porta cercando approdi più rivoluzionari. E’ il maggio 1947. Ruinas fa uscire il periodico “Il Pensiero Nazionale”, con l’idea di creare un ponte tra i “fascisti rossi” della Rsi ed il  Partito Comunista Italiano. Qualcuno ci casca, prendendo la tessera del partito di Togliatti e finendo triturato dalle sue robuste fauci ideologiche. Nel 1952 vengono anche organizzati i “Gruppi di Pensiero Nazionale” che partecipano alle elezioni amministrative in funzione anti-Msi ed anti-Dc, ottenendo risultati insignificanti. Migliore fortuna non ha il progetto di “unificazione delle forze autenticamente rivoluzionarie, che si rifanno alle esigenze vissute dalla Repubblica Sociale Italiana”, lanciato, nel 1956, da “Il Pensiero Nazionale”. All’iniziativa aderiscono il M.U.I. (Movimento Unitario Italiano), operante in Sicilia,  Socialismo Nazionale ed il gruppo politico di Ordine Nuovo (quello fondato da P.F. Altomonte). L’elemento distintivo del progetto “unitario” (a destra come a sinistra le scissioni nascono sempre con finalità…”unitarie”) è di essere ovviamente “rivoluzionario”, “contro i dogmi d’ogni genere e natura e contro i terrorismi ideologici”. Anche qui il flop elettorale è garantito.

Ruinas continua a fare uscire la rivista fino al 1977, trovandosi, di volta in volta,  alleato con l’Enrico Mattei in lotta contro le “sette sorelle” del petrolio, con la sinistra democristiana, con Nasser e, alla fine, perfino con Gheddafi.

Da Ordine Nuovo al Partito Nazionale del Lavoro

Dopo il V Congresso del Msi (Milano 24-26 novembre 1956) lo scissionismo impazza. Deluso per il risultato, che conferma Arturo Michelini alla guida del partito, se ne va il gruppo, di ispirazione evoliana,  Ordine Nuovo, guidato da Pino Rauti, che indirizza una lettera al presidente Augusto De Marsanich, dichiarando di non potere avvallare “un orientamento estraneo agli scopi originari del Movimento” e costituendo un Centro Studi,  votato all’elaborazione politico-culturale e all’astensionismo elettorale.

“Da sinistra”, esce  la componente capitanata da Ernesto Massi, che dà vita al Partito Nazionale del Lavoro (P.N.L.), “per riprendere – come dichiara Massi – la battaglia delle origini” e non lasciare ai social comunisti l’egemonia del problema sociale. Il partito si struttura in varie federazioni e si presenta alle elezioni politiche del 1958, raccogliendo però poche migliaia di voti e dissolvendosi subito dopo.

Nasce invece “a destra” la scissione, capitanata, nel 1957, da Enzo Erra, che, in polemica con la Segreteria MIchelini, della quale era stato uno dei “grandi elettori”, ora accusata di immobilismo, esce dal Msi e fonda il  Movimento Nazionale Italiano (M.N.I.), con l’idea di costruire la “grande destra”, insieme ai monarchici. Anche qui l’elettorato non sembra gradire l’iniziativa, mentre  i monarchici si spaccano a metà, con Alfredo Covelli da una parte e Achille Lauro dall’altra.

Nel 1959 sono i combattenti della Rsi (organizzati nella FNCRSI),  a rompere con il Msi, nel quale rappresentano una componente molto significativa,  vedendo tradita la propria vocazione rivoluzionaria e sociale. Li seguono, su posizioni nazional-rivoluzionarie, varie schegge del movimentismo “di destra” (Gruppi d’Azione Rivoluzionaria, Gioventù Mediterranea, Avanguardia Giovanile,  Centro Giovanni Preziosi, Nuclei Roberto Farinacci e dissidenti del Centro Studi Ordine Nuovo), che, nell’ aprile 1960, danno vita ad Avanguardia Nazionale.

 

Dalla Destra Nazionale a Democrazia Nazionale

 

Il tentativo di costruire una “grande destra”, con il recupero dei vari spezzoni dell’arcipelago ex-missino e dei monarchici, portato avanti da Giorgio Almirante, dura un quinquennio.

La “diaspora” riprende nel 1976, allorché, dopo i deludenti risultati elettorali, l’ala più fedele alla strategia micheliniana dell’inserimento (Ernesto De Marzio, Gianni Roberti, Gastone Nencioni) contesta la scelta almirantiana dell’alternativa al sistema e costituisce la corrente di Democrazia Nazionale, che, nel dicembre 1976, dà vita al Gruppo parlamentare Costituente di destra – Democrazia Nazionale, a cui aderiscono 17 deputati su 35 del Msi-Dn, 9 senatori su 15, 13 consiglieri regionali su 40. La scissione di Democrazia Nazionale, per la consistenza e l’importanza del suo gruppo dirigente, sembra destinata al successo e allo svuotamento del vecchio partito d’appartenenza. Alle elezioni del giugno 1979, i risultati danno invece ragione  al continuiamo missino:  alla Camera gli “scissionisti” raggiungono lo 0,63% (nessun deputato), al Senato lo 0,57% (nessun seggio). Priva d’identità e di un reale consenso di base, anche la rottura moderata ed “entrista” del 1976 non lascia traccia ed il partito scompare.

Dopo Fiuggi

Non  ha migliore fortuna l’avventura di Giorgio Pisanò, che, nel 1979, dà vita al movimento “Fascismo e libertà”, rivendicando il fascismo come “parte integrante della radice ideale e politica, mai rinnegata, del Msi-Dn”. Né il “trauma” di Fiuggi, con la nascita di Alleanza Nazionale apre grandi spazi alla scissione, capitanata da Pino Rauti, Giorgio Pisanò e Tomaso Staiti, nel nome, ancora una volta, della “continuità ideale”.

Il Movimento Sociale – Fiamma Tricolore non solo non riesce a diventare la calamita per un nuovo radicalismo di destra, ma subisce ulteriori spaccature con la fuoriuscita di Adriano Tilgher, che crea, nel 1997,   il Fronte Sociale Nazionale. Il “Fronte” di Tilgher, insieme a Forza Nuova, capitanata da Roberto Fiore, e a Libertà d’Azione (miniscissione  di Alleanza Nazionale, guidata da Alessandra Mussolini) danno vita, tra il 2003 ed il 2006, al cartello elettorale Alternativa Sociale, a cui aderisce, nel 2005, la Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, proveniente da un ulteriore rottura del partito rautiano. Al proliferare (a destra) delle sigle e delle scissioni corrispondono risultati elettorali inversamente proporzionali.

La Destra

Su questa linea non va  meglio a Francesco Storace, che, nel luglio 2007, dà vita a La Destra, in polemica con Gianfranco Fini, accusato di volere spostare progressivamente Alleanza Nazionale su posizioni nazional-conservatrici. Nel nome dei valori di una “destra autentica”, il nuovo partito di Storace (che nel frattempo ha subito una miniscissione, che ha portato alla nascita del gruppo Destra Libertaria, capitanato da Luciano Buonocore, poi rientrato nel P.D.L.) presenta, nel 2008,  Daniela Santanchè quale candidata alla Presidenza del Consiglio, in alternativa a Silvio Berlusconi.

La lista però ottiene il 2,4 alla Camera e il 2,1 al Senato, non avendo così alcun  seggio al Parlamento. Nel settembre del 2008, la Santanchè lascia La Destra, dando vita al Movimento per l’Italia (M.P.L.) e riavvicinandosi al PdL, fino a ricevere l’incarico, nel marzo 2010, di sottosegretario del Governo Berlusconi.

Futuro e Libertà

Ultimo capitolo di questa mini storia delle scissioni (a destra) è il movimento Futuro e Libertà, che nasce, di fatto, il 30 luglio 2010, dopo  il deferimento  ai probiviri di tre “fedelissimi” di Fini  (Italo Bocchino, Fabio Granata e Carmelo Briguglio)   e l’approvazione di un documento, redatto dall’Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà (con 33 voti favorevoli e 3 contrari), in cui viene sancita l’incompatibilità di Gianfranco Fini con i principi fondanti il partito e viene affermata la sfiducia da parte del movimento politico verso di lui.

Alla base della nascita del F.Li. sembrano esserci problemi “di metodo” (la democrazia interna e la possibilità di garantire voce al dissenso interno) e di incompatibilità politica, ancor prima che “di contenuti”. I “futuristi” rifiutano la “retorica litania di valori”, preferendo un “sommovimento geologico delle categorie”.  Fatto nuovo, nella storia del scissionismo (a destra) gli orientamenti “ideali”, se non “identitari”, sembrano insomma essere , al momento,  in secondo piano.

A differenza che nel passato almeno questa è una novità. Per il resto, i prossimi appuntamenti elettorali diranno quanto l’elettorato ha compreso e condiviso gli orientamenti dei finiani. Certo è che la storia dello scissionismo (a destra) non sembra favorirli.

MARIO BOZZI SENTIERI

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Fascismi, MSI, Politica, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Ministoria dello scissionismo missino

  1. TOMMASO ha detto:

    STUPENDO ARTICOLO COMPLIMENTI KIRCH

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...