La “colonia Reale e socialista” di San Leucio dei Borbone

«Colonia socialista» di San Leucio (prima al mondo) – L’utopia di Ferdinando IV di BORBONE


L’utopia della “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, vittima dell’Inquisizione e della dominazione spagnola a Napoli e in Sicilia, sarebbe stata realizzata proprio nel “retrogrado” regno dei Borbone, dove, a dispetto delle calunnie e delle menzogne diffuse dalla centrale londinese della massoneria, per iniziativa dei Borbone era fiorito l’Illuminismo di Vico, Galiani, Genovesi, Pagano, Filangieri, il più ragguardevole nell’ambito dell’Illuminismo italiano.

San Leucio è il primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea. E’ curioso che esso risalga a un despota illuminato, quando un altro despota illuminato, il re del Portogallo Giuseppe I, asservito all’Inghilterra, aveva stroncato nelle colonie brasiliane le prime repubbliche socialiste della storia, le Encomiendas progettate, fondate e dirette dai Gesuiti.

San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone. Dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, non volendo più recarsi nell’amena località legata alla memoria del caro estinto, il re decise di destinarla ad altro più utile uso. Lasciamo a lui la parola: “Essendo giunti gli abitanti del luogo, con le famiglie aggregatesi, al numero di 134 (…), temendo che tanti fanciulli e fanciulle, che andavano sempre aumentando, per mancanza di educazione divenissero un giorno e formassero una piccola comunità di scostumati e malviventi, pensai di stabilire una Casa di educazione per i figli dell’uno e dell’altro sesso, servendomi, per collocarveli, del mio casino (…). Col tempo, poi, rivolsi altrove le mie mira, e pensai di rendere quella Popolazione utile allo Stato, alle famiglie e a ogni individuo, introducendo una manifattura di sete grezze e lavorate di diverse specie fin qui poco e malamente conosciute, procurando di ridurla alla miglior perfezione possibile”.
La colonia si chiamerà poi Ferdinandopoli e si trovava nei pressi di Caserta, dove oggi spadroneggiano i camorristi di Casal di Principe. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re. Esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che notoriamente fu stroncata, non a caso nel sangue, dal massone Thiers e dal suo boia generale Gallifet.
La fabbrica tessile possedeva 82 ettari di terreno per i bisogni alimentari degli operai, che abitavano in case a schiera progettate dall’architetto Collecini. La vita che vi si conduceva era dura ma libera da vincoli padronali.
L’abbigliamento era semplice, pratico e uguale per tutti. La sveglia suonava prestissimo, si assisteva alla messa e subito dopo ci si recava sul posto di lavoro. Vi era un’interruzione a mezzogiorno per il pranzo. Si riprendeva a lavorare alle 13,30 e si smontava al tramonto.
L’istruzione era obbligatoria e l’educazione orientata a formare la coscienza civile. Il matrimonio era disciplinato al fine di preservare la comunità da pericolose influenze esterne. Se una ragazza voleva sposare un forestiero, riceveva una dote di cinquanta ducati e se ne doveva andare. Se accadeva il contrario, la sposa forestiera doveva seguire un corso di tessitura e poi entrava a pieno titolo nella comunità. I testamenti erano aboliti e l’eredità del defunto era divisa fra i figli e il coniuge superstite. Ove questi non vi fossero, l’eredità era incamerata dal Monte degli Orfani.
Esisteva una Cassa di Carità che prestava denaro senza interesse a chi ne avesse bisogno e che provvedeva a erogare le pensioni. Era alimentata dai cittadini mediante un prelievo mensile sulla busta paga corrispondente a 85 centesimi di lira aurea.
Erano proibite le liti fra cittadini e i contrasti di poco conto venivano risolti dagli anziani e dal parroco.
Esisteva un carcere con un sovrintendente. Si racconta che una volta vi finì un leuciano. Il sovrintendente gli fece portare in cella il telaio perché “non oziasse” e continuasse a provvedere al sostentamento della famiglia. Doveva produrre tre paia di calze alla settimana. Tratto da:
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=3663

Era il 1789, trentesimo anno di regno di Ferdinando IV (III di Sicilia). Il re, nonostante quello che si continua a raccontare, era un sognatore. La vita e il baccano della Reggia di Caserta lo angustiavano e aveva scelto come suo luogo di ritiro una collina lì vicino, dalla vista stupenda: dove c’era, appunto, l’antica chiesetta di San Leucio, vescovo di Brindisi. Sul Belvedere aveva fatto costruire un casino di caccia, e vi aveva fatto insediare alcune famiglie affinché vi provvedessero. Poi i coloni crebbero di numero e diventarono una piccola comunità. Il re si lasciò probabilmente influenzare dalle mode utopistiche dell’epoca e decise di fondare una colonia modello. Cercò di darle l’autonomia economica, creando una seteria e una fabbrica di tessuti. La regolò con un codice scritto di suo pugno, pieno di straordinarie intenzioni e intuizioni. Volle darle una struttura urbanistica organica e simmetrica. Le affibbiò un nome che era uno specchio: Ferdinandopoli. Una sua creatura, insomma, anche se il nome restò artificiale e nessuno lo usò mai: rimase sempre San Leucio.

La fabbrica, che s’ingrandì e produsse una gamma ricchissima di tessuti, non riuscì mai a prosperare dal punto di vista economico, in quanto il lucro non era il suo fine. Un’industria di Stato, ma al sevizio della collettività, e quindi molto diversa da quelle dei nostri tempi, che sono al servizio dei partiti politici.

Il codice venne applicato alla lettera: un misto di socialismo reale e utopico, che possiede ancora oggi una sua forte suggestione: “Io vi do queste leggi, rispettatele e sarete felici”. Era il 1789: a Parigi ribolliva la rivoluzione. A San Leucio si istituiva la perfezione. I cognati di Ferdinando IV finivano sotto la lama della ghigliottina: perché il re di Napoli aveva sposato Maria Carolina d’Austria, sorella di Maria Antonietta di Francia.

I pilastri della Costituzione di San Leucio-Ferdinandopoli erano tre: l’educazione veniva considerata l’origine della pubblica tranquillità; la buona fede era la prima delle virtù sociali; e il merito la sola distinzione tra gli individui. Tre principi sui quali varrebbe la pena di riflettere tutt’oggi, a più di due secoli e una decina di generazioni di distanza.

Era vietato il lusso. Gli abitanti dovevano ispirarsi all’assoluta eguaglianza, senza distinzioni di condizioni e di grado, e vestirsi tutti allo stesso modo. La scuola era obbligatoria, a partire dai sei anni di età: i ragazzi erano poi messi ad apprendere un mestiere secondo le loro attitudini e i loro desideri. Obbligatoria anche la vaccinazione contro il vaiolo. I giovani potevano sposarsi per libera scelta, senza dover chiedere il permesso ai genitori. Le mogli non erano tenute a portare la dote: a tutto provvedeva lo Stato, che s’impegnava a fornire la casa arredata e quello che poteva servire agli sposi.

Venivano aboliti i testamenti: i figli ereditavano dai genitori, i genitori dai figli, quindi i collaterali di primo grado e basta. Alle vedove andava l’usufrutto. Se non c’erano eredi, andava tutto al Monte degli Orfani. Nella successione maschi e femmine avevano pari diritti. I funerali si celebravano senza distinzioni di classe, anzi erano sbrigativi perché non dovevano affliggere. Ferdinando abolì anche il lutto, che trovava sinistro: al massimo una fascia nera al braccio. I capifamiglia eleggevano gli anziani, i magistrati (che restavano in carica un anno), e i giudici civili. Ogni manifatturiere, ovvero ogni dipendente delle manifatture della seta, era tenuto a versare una parte dei guadagni alla Cassa della Carità, istituita per gli invalidi, i vecchi e i malati.

Insomma: uguaglianza, solidarietà, assistenza, previdenza sociale, diritti umani. Ferdinando IV aveva fatto centro prima che la stessa Rivoluzione francese portasse a casa le sue conquiste. Al momento della promulgazione delle leggi, gli abitanti erano centotrentuno.

Tutto ruotava intorno alla fabbrica. Una seteria meccanica, sostenuta dal re “con mezzi potentissimi”, che sfruttava la materia prima generata dai bachi allevati nelle case del Casertano e oltre. Dai primi filatoi e dai telai fino alla costruzione di una grande filanda. Si producevano stoffe per abbigliamento e per parati, in una ricca gamma di rasi, broccati, velluti. Nei primi decenni dell’Ottocento, con l’introduzione della tessitura Jacquard, la produzione si arricchì di stoffe broccate di seta, d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti, corpetti, merletti. Si svilupparono anche dei prodotti locali, i gros de Naples e un tessuto per abbigliamento chiamato Leuceide.

Era molto ricca la gamma dei colori, tutti naturali, i cui nomi cercavano di distinguere le sfumature più sottili: verde salice, noce peruviana, orso, orecchio d’orso, palombina, tortorella, pappagallo, canario, Siviglia, acqua del Nilo, fumo di Londra, verde di Prussia.

 

L’ideale di San Leucio resse perfettamente per molti anni, poi fu man mano eroso dalle invasioni napoleoniche e dalla forte crescita della popolazione. L’utopia di San Leucio non finì, come vorrebbe la leggenda maliziosamente raccontata dai liberali, per colpa delle “scappatelle” del sovrano con le operaie. Finì quando nel 1861, a seguito della invasione sabauda, il Regno fu annesso al Piemonte: il setificio fu dato ai privati, e lo statuto divenne carta straccia.

I tessuti di San Leucio avevano rifornito i sovrani della casa borbonica e le famiglie della nobiltà e borghesia napoletana, sia per gli abiti sia per le tappezzerie. Fatto sta che la manifattura è sopravvissuta al Regno delle Due Sicilie e alla dominazione sabauda e, pur con caratteristiche molto diverse, continua oggi a mantenere in vita una tradizione lontana e preziosa, che si è, anzi, sparsa per il mondo.

Con l’avvento della Repubblica Italiana, l’antico borgo industriale, con le abitazioni per i lavoratori, è stato oggetto di restauri. Le bellezze architettoniche firmate da Ferdinando Collecini, allievo del Vanvitelli, e quelle naturali continuano a emanare le loro suggestioni.

Vale la pena dedicarci una visita: chissà che non incappiate nello spirito del vecchio re, che continua a vagare per queste strade, dove aveva voluto la rigida divisione del traffico dei pedoni da quello dei veicoli! Forse ancora corrucciato per essere stato vinto da un vecchio vescovo, Leucio, di cui non era riuscito a estirpare il nome per sostituirlo con il proprio!

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Creazione della «colonia socialista» di San Leucio, nata pochi mesi prima della rivoluzione francese. Ecco come si aggingevano i Borboni di Napoli ad affrontare la nuova epoca della rivoluzione industriale. Cose incredibili per quei tempi ed anche per oggi.
L’utopia di Ferdinando IV

La fondazione del sito reale di Caserta (1752) si deve a Carlo III, re di Napoli dal 1734, che acquista il contado dal conte Caetani e affida a Luigi Vanvitelli il progetto e la realizzazione del vasto complesso: dimora reale e sue adia¬cenze. Chiamato a reggere il trono di Spagna nel 1759, lascia al figlio ferdinando IV, che gli succede, il compito di portare a termine l’opera, ancora in fase di costruzione. Nei reali domini è compresa l’area in cui sorge il casino del Belvedere, un tempo dei principi di Caserta, e così denomi¬nato per la sua amena posizione: a mezzogiorno, alle falde della collina di San Leucio, con vista dall’alto del palazzo reale. Al nuovo sovrano, che completa ‘diligentemente’ la reggia voluta dal padre, si deve interamente l’ideazione e la creazione della Colonia di San Leucio. Qui dispone, a cominciare dal 1776, della manifattura delle sete, delle strutture destinate a accogliere l’industria e i residenti; nel 1789 detta le leggi che regolano la vita e il lavoro degli operai e dei loro nuclei familiari. Il re progetta, in aggiun¬ta, di costruire a sud del casino del Belvedere, fuori dal recinto di San Leucio, una nuova città, Ferdinandopoli, ma le vicende della Rivoluzione napoletana del 1799 faranno del tutto svanire il progetto.
«Un luogo ameno e separato dal rumore della Corte» «Le delizie di Caserta e la magnifica abitazione» creata dal padre – sostiene Ferdinando – non consentono la meditazione e il riposo e costringono, ancorché in mezzo alla campagna, agli stessi rituali cittadini di lusso e magnificenza. Nasce da un’esigenza di solitudine e di svago – la caccia – la scelta del rifugio nel bosco di San Leucio, con una prima aggregazione di abitanti, al servizio del re, che costruisce il casino, dove risiede d’inverno e abbellisce e ristruttura la tenuta. Quando, morto il figlio primogenito, il re decide di non abitare più in quel sito, i ‘leuciani’ sono ormai 134 e, ove abbandonati, soprattutto ipiù giovani, sono destinati alla disoccupazione e a diventare, privi di educazione, «scostumati e malviventi». Ver l’utile dello stato e delle famiglie, l’illuminato sovrano ‘escogita’ la manifattura delle sete, e detta le regole della comunità, che provvede di case, scuole, parrocchia e sacerdoti: diritti e doveri, modalità di assunzione per gli abitanti e «per gli artisti esteri», pene contro itrasgressori, orario.
Non essendo certamente l’ultimo de’ miei desiderj quello di ritrovare un luogo ameno, e separato dal rumore della Corte, in cui avessi potuto impiegare con profitto quelle poche ore di ozio, che mi concedono da volta in volta le cure più serie del mio Stato; le delizie di Caserta, e la magnifica abitazione incominciata dal mio augusto Padre, e proseguita da Me, non traevano seco coli’allon¬tanamento dalla Città anch’il silenzio, e la solitudine, atta alla meditazione ed al riposo dello spirito; ma formavano un’altra Città in mezzo alla Campagna, colle istesse idee del lusso, e della magnificenza della Capitale. Pensai dun¬que nella Villa medesima di scegliere un luogo più sepa¬rato, che fosse quasi un romitorio, e trovai il più oppor¬tuno essere il sito di S. Leucio. Avendo pertanto nell’anno 1773 fatto murare il Bosco, nel recinto del quale eravi la vigna, e l’antico Casino de’ Principi di Caserta, chiamato di Belvedere; in un’eminen¬za feci fabbricare un piccolissimo Casino per mio como¬do nel Tandarvi a caccia. Feci anche accomodare un’anti¬ca, e mezzo diruta Casetta, ed altra nuova costruire. Vi posi cinque, o sei Individui per la custodia del Bosco, e per aver cura del sopradetto Casinetto, delle vigne, piantagioni, e territorj in esso recinto incorporati. Tutti questi tali colle loro famiglie furon da Me situati nelle sopradet¬te due Casette, e nell’antico Casino di Belvedere, che fec’indi riattare. Nell’anno 1776 il Salone di detto antico Casino fu ridotto a Chiesa, eretta in Parrocchia per que¬gli Abitanti accresciuti al numero di altre famiglie dic-ciassette, per cui mi convenne ampliare le abitazioni, come feci anche della mia.
Ampliato che fu il Casino, incominciai ad andarci ad abi¬tare, e passarci l’Inverno: ma avendo avuto la disgrazia di perdere il mio Primogenito, e per questa cagione più non andandoci ad abitare, stimai di quell’abitazione farne altro più utile uso. Gli Abitanti sopracitati, con altre quattordici famiglie aggregateci, giunti essendo al nume¬ro di 134, attesa la favorevole prolificazione prodotta dalla bontà dell’aria, e dalla tranquillità e pace domestica, in cui viveano; e temendo, che tanti fanciulli e fanciulle, che aumentavansi alla giornata, per mancanza di educa¬zione non divenissero un giorno, e formassero una peri-colosa società di scostumati, e malviventi, pensai di stabi¬lire una Casa di educazione pe’ figliuoli dell’uno, e del¬l’altro sesso, servendomi, per collocarveli, del mio Casino; ed incominciai a formarne le regole, ed a ricercar de’ soggetti abili ed idonei per tutti gl’impieghi a tal’uo¬po necessarj.
Dopo di aver messo quasi tutto all’ordine, riflettei, che tutte le pene, che mi sarei dato, e tutte le spese, che vi avrei erogato, sarebbero state inutili; poiché tutta questa gioventù benché ben educata, giunt’ad un’età tale d’aver terminati tutti quegli studj alla di lor condizione adattati, sarebbe rimasta senza far nulla; o almeno applicar volen¬dosi a qualche mestiere, avrebbe dovut’altrove portarsi, per ricercarsi sostentamento; non essendomi possibile di situarne, che pochi al mio servizio nel luogo. Ed in quel caso, come sommamente sensibile sarebbe stato alle rispettive famiglie il separarsene; così anch’Io provato avrei una gran pena di vedermi privato di tanta bella gio¬ventù, che come miei propri figli avea riguardato sempre, ed aveva con tanta pena cresciuti. Rivolsi dunque altrove le mie mire, e pensai di ridurre quella Popolazione, che sempre più aumenta, utile allo Stato, utile alle famiglie, ed utile finalmente ad ogn’individuo di esse in particolare: e rendendo in tal maniera felici e contenti tanti poveretti, che per altro fin’ al giorno di oggi essendo vivuti nel santo timore di Dio, ed in ottima armonia e quiete fra di essi, non mi hanno dato menomo motivo di lagnamene, gode¬re Io di questa soddisfazione in mezzo di essi, e delle loro benedizioni, in que’ momenti, che le altre mie cure più interessanti mi permettono di prendere qualche sollievo. Utile allo Stato, introducendo una manifatturia di sete grezze, e lavorate di diverse specie fin ora qui poco, o malamente conosciute, procurando di ridurl’alla miglior perfezione possibile, e tale da poter col tempo servir di modello ad altre più grandi.
Utile alle famiglie, alleviandole da’ pesi, che ora soffrono, e portandole ad uno stato da potersi mantener con agio, e senza pianger miserie, come fin ora è accaduto in molte delle più numerose ed oziose, togliendosi loro ogni moti¬vo di lusso coli’uguaglianza, e semplicità di vestire; e dan¬dosi a’ loro figli fin dalla fanciullezza mezzo da lucrar col travaglio per essi, e per tutta la famiglia, del pane, da potersi mantenere con comodo, e polizia.
Utile finalmente ad ogn’individuo in particolare, perché dalla nascita ben educati da’ loro Genitori; istruiti in appres¬so nelle Scuole normali, già da qualche tempo con profitto introdotte; ed in ultimo animati al travaglio dall’esempio de’ loro compagni e fratelli, e dal lecco del lucro, che quelli ne percepiscono, si ci avvezzeranno, e talmente si ci affezione-ranno, che fuggiranno l’ozio padre di tutti i vizj, da’ quali infallibilmente ne sarebbero nati mille sconcerti, lasciando inoperosa tanta gioventù, che ora siam sicuri di evitare, per¬ché giunti di mano in mano questi bravi, e belli giovinetti, e fanciulle all’età adulta e propria, venendosi ad accoppiare, aumenterà sempre più questa sana, e robusta Popolazione, composta al giorno di oggi di 214 individui. Oltre i Padri, e le Madri di famiglia, che travagliano, sono già impiegati nelle manifatture molti figliuoli dell’u¬no, e dell’altro sesso, ed in una famiglia, che ne ha alcuni grandi, bastantemente buoni artefici, il loro lucro giorna¬le va da 10 a 12 carlini.
Ora si è ingrandita la Casa di Belvedere per riunirvi tutto il lavorio, e le manifatture, ch’erano disperse nelle diverse abitazioni, e per fare, che tutta quella Gioventù sia riunita
sotto gli occhi di quel degnissimo Parroco, e degli altri non men degni Sacerdoti, che c’invigilano. Si stanno anch’edificando delle nuove Case per comodo di que’ giovani, che vadano giungendo all’età di potersi unire in matrimonio, e per quegli Artefici forestieri, che si fissino nel luogo. Di questi ve ne sono alcuni fissati, ed altri, che fanno il noviziato, non essendo che poco tempo, che son venuti.
Lo stato presente delle cose giunto essendo ad un tal ter¬mine, ed avendosi riguardo all’avvenire, sembrami richie¬dere, che questa nascente Popolazione, che in pochi anni può divenire ben numerosa, riceva una norma, per sape¬re i retti sentieri, su de’ quali possa diriggere i suoi passi con sicurezza; e nel tempo stesso sia in istato di conosce¬re la sua felice situazione; e questa da qual fonte derivi. Questa norma, e queste leggi da osservarsi dagli Abitanti j di S. Leucio, che da ora innanzi considerar si debbono, come una medesima famiglia, son quelle, che Io qui pro¬pongo, e distendo, più in forma d’istruzione di un Padre a’ auoi Figli, che come comandi di un Legislatore a’ suoi Sudditi. Procurerò, che siano ristrette, ed adattate, per quanto più si può, allo stato presente, ed alle attuali cir-costanze di questa piccola nascente Popolazione, per cui son fatte. Se questa, crescendo, avrà bisogno di nuovi regolamenti, o se l’esperienza ne indicherà degli altri non preveduti, e necessari, mi riserbo di darli; cercando per altro di non allontanarmi da’ principi fondamentali della presente istruzione.
Nessun uomo, nessuna famiglia, nessuna Città, nessun Regno può sussistere, e prosperare senza il timor santo di Dio. Dunque la principal cosa, ch’Io impongo a Voi, è l’esatta osservanza della sua santissima Legge. Due sono i principali precetti della medesima. I. Amar Dio sopra ogni cosa. IL Amar il Prossimo suo, come se medesimo.
Amar Dio sopra ogni cosa è amarlo con tutt’il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima, con tutte le forze: è anteporlo a tutte le Creature; ed amarlo più di tutte le cose a noi più care. Nasce in Noi quest’obbligo dal gran bene, che ci ha fatto, e che ci fa in ogni istante. Egli ci ha creati dal nulla. Egli ci ha redenti col suo preziosissimo Sangue. Egli ci mantiene. Egli ci da quanto ci occorre. L’aria, il cibo, la luce, la salute, i figli, tutto ci vien da Lui. Obbligo dunque di tutti è adorarlo, e venerarlo, com’Ente supremo, ed autor di tutte le cose: di ubbidirlo, come Sovrano Signore, e Padrone: di temerlo come Giudice giusto, a cui nulla è nascosto: di ricorrere a lui ne’ bisogni, e di esercitar verso di Lui gli atti di vero culto, e vera devozione. Tutte le mattine perciò al far del giorno corra ciascuno al Tempio ad odorarlo: Si reciti in coro la preghiera; ed ogn’uno in particolare gli offra in olocausto nel S. Sacrifizio della Messa, che ivi si celebrerà, tutti gli atti del suo cuore e della sua mente. Pass’indi alla fabbrica, od in casa; ed attenda nel suo Santo Nome al proprio dovere. Le sere, al tramontar del sole, quando tutti saranno sciolti dal lavoro, si tomi nuovamente in Chiesa alla visita del SS. Sacramento, ed a Lui si rendan tributi di onore, e di gloria pe’ benefizi ricevuti, recitandosi anche in coro l’altra pre¬ghiera. Osservi ciascuno i precetti della Chiesa: e frequenti i Santissimi Sacramenti; ed a quest’effetto il Parroco, e gli altri Sacerdoti assistano con assiduita in Chiesa per como¬do di tutti, particolarmente ne’ dì festivi. Amar il Prossimo suo, come se medesimo, è non far agli altri quello, che non vorremmo, che fosse a Noi fatto: ed è fare agli altri, quello che vorremmo, che a Noi si facesse. Da questo dettato della Divina Sapienza nascon varj doveri, de’ quali alcuni diconsi negativi, altri positivi.

Capitolo I
Doveri negativi
I Doveri negativi son quelli, che impongono l’obbligo di astenersi dall’offender alcuno in qualunque maniera. Or in tre maniere si può offendere alcuno. Si può offen¬dere nella persona, nella roba, e nell’onore.
I. Non si può offendere alcuno nella persona.
Si offende alcuno nella Persona o coll’ammazzarlo, o col ferirlo, o col batterlo, o col fargli scherni, dispetti, insolenze, ovvero col molestarlo ed inquietarlo in qualunque modo. Nessuno di questi atti ardirà mai alcun di voi di commettere contra il suo simile; siccome non ardirà mai neppur l’offeso di prender da sé la privata vendetta: ma ricorrerà a’ suoi Superiori per la dovuta giustizia; e credendo non averla da quelli ottenuta, potrà anche di poi venire da Me. Vegliano contri tutti questi delitti attentamente le Leggi: ma tanto più vegleranno esse contra quelli, che mai si commettessero in questa Società, che ha per suo principal fine l’amore, e la carità, e che l’esempio dev’essere della pubblica educazione.
II. Non si può offendere alcuno nella roba.
Si offende alcuno nella roba, ogni qualvolta o con violen¬ze, o con inganno si usurpa, o si ritiene ingiustamente quello, ch’è d’altrui. Il titol di ladro è il titol più infame e vergognoso che poss’aver l’uomo. Ciascuno dunque si guardi bene di meritarlo per alcun modo. In ogni Società i ladri son condannati ad atrocissime pene. In questa, dove l’onore, e la virtù sono i principali cardini della medesima, se mai ve ne fossero (che non è neppur da dubitarsi) saran¬no più rigorosamente puniti. Nelle compre perciò, nelle vendite, nelle permutazioni, ed in ogni altra specie di con¬tratti ogn’uno si guardi di usar soperchieria, ed inganno. Nessun venditore abusi dell’imperizia del compratore col chiedere un prezzo maggiore del dovere: e nessun compra¬tore si valga mai dell’ignoranza, o della necessità, in cui è tal volta il venditore, per levargli quel giusto prezzo, che gli spetta. Vadan bandite la mensogna, le frodi, e le fallacie nelle misure, ne pesi, nella qualità delle robe, che si vende¬ranno, o compreranno, nella qualità del danaro, ed in tutt’altro, in cui la versuzia, e l’inganno possa usarsi; e si proceda in tutto con candore, onestà, e buona fede. Sia la parola il vincolo più sacro della Società; e tutti sian fedelissimi, e sinceri ne’ detti, e ne’ fatti. Chi ha fedelmente servito, sia prontamente pagato; né alcuno gli neghi o ritardi la mer¬cede dovuta a ciò non sia causa della sua mina. In somma erigga ogn’uno nel suo cuore l’altare della giustizia; e tratti col suo simile, come vorrebbe, che questi trattasse con sé.
III Non si può offendere alcuno nella riputazione.
La riputazione è la cosa più importante e più preziosa, che possa aver l’uomo d’onore; e talvolta togliere altrui la ripu¬tazione è peggior delitto, che offenderlo nella roba, e nella persona. Nessun quindi dirà mai cose false contra di alcu¬no; e chi caderà in questo delitto, vada immediatamente bandito da questa Società. Nessuno dirà ingiurie, e villanie ad altri. Nessuno metterà in ridicolo, ed in beffa il suo fra¬tello; essendo tutte queste cose contrarie a quello spirito di carità, e di amore che Dio comanda, e che Io voglio, per ben della pace, del buon ordine, e della tranquillità delle vostre famiglie, da voi esattamente praticato.
Capitolo II Doveri positivi
I Doveri positivi impongono di fare a tutt’il maggior bene che si possa. Questi sono o generali, o particolari. I generali riflettono sopra tutt’i nostri simili. I particolari riguardano un Ceto particolare di persone, come sarebbe il Sovrano, i suoi Ministri, i Superiori, gli Ecclesiastici, gli Sposi, i Genitori, i Figli, i Fratelli, i Benefattori, i Maggiori di età, i Giovini e la Patria.
Doveri generali
I. Ogn’uno deve far bene al suo simile, ancorché sia suo nemico.
A ciascun de’ i nostri simili Noi dobbiam far sempre il maggior bene, che si possa. Dio comanda, che si faccia per amor suo finanche a’ nimici. La più bella vendetta è quella di far bene a colui, che ci offese; ed il più bel piacere è quello di imperare per mezzo delle beneficenze sopra colui, che ci disprezzò. Soccorrerlo nelle avversità, ed aiu¬tarlo ne’ bisogni è mostrare a tutti gli uomini la più subli¬me grandezza di cuore e di generosità. Ogni uomo in tutti gli stati può far del bene al suo simile. Il Savio, il Ricco, l’Agricoltore, l’Artista, quando impiegano i loro talenti, le loro ricchezze, le loro fatiche a prò’ de’ Cittadini, possono ben vantarsi di essere i Benefattori dell’Umanità. Ogni volta dunque, che si presenti a voi l’occasion di giovare ad altri, ciascuno l’abbracci; né mai si spaventi di qualche incomodo che seco porti questa generosa azione; poiché sarà sempre ben compensato da quel dolce e puro piacere, che l’accompagna. Questo sovrano precetto di Dio è fon¬dato sopra quella perfetta uguaglianza, che gli piacque sta¬bilire fra gli uomini. Egli li costituì in natura tutti fratelli, e dispose, che nessuno imperasse sopra di loro, fuor di Lui, o di Coloro, a’ quali egli affidasse il governo ‘de’ Popoli. Per sua mercé Egli ha dato a Me il grave peso di governare questi Regni: ed Io nel dar a voi questa legge non intendo far altro, che seguire i suoi eterni consigli. Sin da prima, che Io concepii il bel disegno di unirvi in società in questo luogo, pensai ancora, di crearvi tutti Artieri, e darvi la maniera di divenirne famosi. La felicità di questi Reami mi fece concepir questa idea. Vedendo, che i tre Regni della Natura, cioè il vegetabile, l’animale, ed il minerale qui per singoiar dono della Provvidenza tengono la propria lor sede, e che solo manca in essi, chi a’ naturali prodotti de’ luoghi dia le nuove forme, mi risolsi nell’animo di pome ad effetto l’intrapresa. Già son pronte in buona parte le macchine, e gli ordigni corrispondenti al disegno. Solo resta, che per voi ci sia una fissa legislazione, che suggeri¬sca la norma della condotta della vita, e che prescriva gli stabilimenti necessari all’arti introdotte e da introdursi.
Il- II solo merito forma distinzione tra gl’Individui di San- Leucio. Perfetta uguaglianza nel vestire. Assoluto divieto contra del lusso.
Essendo voi tutti Artisti, la legge che Io vi impongo, è quella di una perfetta uguaglianza. So, che ogni uomo è portato a distinguersi dagli altri; e che questa uguaglianza sembra non potersi sperare in tempi così contrari alla semplicità ed alla natura. Ma so pure, che vana e dannevol’è quella distinzione, che procede dal lusso, e dal fasto; e che la vera distinzione sia quella, che deriva dal merito. La virtù, e l’eccellenza nell’arte, che si esercita, debbon essere la caratteristica dell’onore, e della singolarità; e questa, qual debba esser tra voi, sarà qui sotto prescritta. Nessun di voi pertanto, sia uomo, sia donna, presuma mai pretendere a contrasegni di distin¬zione, se non ha esemplarità di costume, ed eccellenza di mestiere. A quest’oggetto per evitar la gara nel lusso, e ‘1 dispendio in questo ramo quanto inutile, altrettanto dan¬noso, comando, che ‘1 vestire sia uguale in tutti: che estrema sia la nettezza, e la polizia sopra le vostre perso¬ne, acciò possa aversi quella decenza, che si richiede per rispetto, e venerazione dovuta a Chi si degna portarsi a vedere i vostri lavori: che questa polizia sia anche esatta¬mente osservata nelle vostre case, acciò possa godersi & quella perfetta sanità, ch’è tanto necessaria nelle persone, che vivono con l’industria delle braccia. Di voi nessuno ancora ardirà mai chiamarsi col Don, essendo questo un distintivo dovuto soltanto a’ Ministri del Santuario in segno di rispetto, e di venerazione.
Doveri particolari I. Doveri verso il Sovrano.
Dopo Dio devesi a’ Sovrani, come dati agli uomini da Dio, la riverenza, la fedeltà, l’ossequio. Le funzioni subli¬mi, ch’essi esercitano, gli fan dividere colla Divinità que¬sta venerazione. La loro persona dee rispettarsi, come sacra; e tutti gli ordini, che vengon da loro, debbon cie¬camente eseguirsi e prontamente osservarsi.
II Doveri verso i Ministri.
Sono i Ministri tutt’imagini de’ Sovrani. Ogni posto, che da essi si occupa, si occupa per loro. Per Loro essi comandano; per Loro vegliano alla custodia, ed all’osser¬vanza delle leggi. Per amor di Loro voi dunque dovete ad essi tutti quegli atti di rispetto, e di ubbidienza, che l’au¬torità pubblica esige.
III. De’ Matrimoni.
La donna fu concessa da Dio all’uomo per sua ragionevol compagna. Dall’unione di entrambi nacque la propaga¬zione, e conservazione dell’uman genere; e dalla moltipli-cazione de’ matrimoni ebbero origine, e tuttavia fiorisco¬no le Società, e gl’Imperi. Perché dunque anche questa Popolazione prosperi, ed aumenti sotto la benedizione dell’Altissimo, vi voglion de’ matrimoni, la celebrazione de’ quali per voi Io sottopongo alle seguenti leggi. I. L’età del giovane non dovrà esser meno di 20 anni; e quella della fanciulla di 16. Ed in queste circostanze né anche sia loro permesso di contrarre gli sponsali, fino che dal Direttore de’ Mestieri per lo giovane, e dalla Direttrice per la fanciulla, non vengano con attestato dichiarati provetti nell’arte, a segno di potersi lucrar con sicurezza il mantenimento; ed allora in premio della lor buona riuscita si concederà da Me ad esse una delle nuove case, che ho espressamente fatto costruire con tutto ciò, che è necessario pe’ comodi della vita, e i due mestie¬ri, co quali lucrar si possano il cotidiano mantenimento. Quando un giovine giunto all’età stabilita, avrà inclinazione per una giovane, che sia anche dell’età prescritta ed abbiamo ambedue appreso le rispettive arti, dovrà subito dame parte a’ suoi genitori, i quali n’avvertiranno quelli dell’altra parte per loro intelligenza, e perché di comun consenso badino sulla condotta de’ figliuoli, a ciò tutto vada con decenza, ed acciocché non accada incon¬veniente alcuno; potendo ben dars’il caso, che su di una medesima persone più di uno pretenda. III. Nella scelta non si mischino punto i Genitori, ma sia libera de’ giovini, da confermarsi nella seguente maniera, Nel giorno di Pentecoste nella Messa solenne, in cui inter¬verranno tutti gli abitanti del Luogo, e le fanciulle, edì giovini esteri, che travagliano nelle manifatture, da due fanciullini dell’uno, e dell’altro sesso si porteranno all’Altare per benedirsi da chi celebra, due canestri pieni di mazzetti di rose, bianche, per gli uomini, e di colo; naturale per le donne; e nel terminar questa funzione à ciascun individuo se ne prenderà uno, come le palme Nell’uscir poi dalla Chiesa, i Pretendenti nell’atrio di essi dov’è il Battisterio, presenteranno il loro mazzetto é ragazza pretesa; e questa accettandolo, lo contracambiei’ col suo; ma escludendolo, con polizia, e buona maniera lido restituirà; e né all’uno, né all’altra sarà permesso contestazione alcuna; e perciò i primi ad uscir di Chiesa, e situarsi nel sopradetto atrio saranno i Seniori del Popolo per imporre loro la dovuta soggezione. Coloro, che contra-cambiato si saranno il mazzetto, lo porteranno.in petto sino alla sera; quando dopo della S. Benedizione accompa¬gnati da’ rispettivi Genitori si porteranno dal Parroco, che registrerà i nomi, e la parola. Dopo questa funzione sarà permesso farsi quant’altro incumbe a norma del Concilio di Trento, e di ogni altro requisito della legge, in Chiesa, in cui interverranno i Seniori del Popolo, e i Direttori, e le Direttrici dell’arti, non solo per solennizzare con quella pompa, che si richiede, questo gran Sacramento, ma per contestare agli Abitanti, che gli Sposi meritano la stima di tutti per la bontà del loro costume, e per essersi coU’arte, che già hann’appresa, resi utili a loro, alle famiglie, allo Stato, e che per tutt’il tempo deUa loro vita non vivranno mai a peso di alcuno.
IV. Essendo lo scopo di questa Società che tutti rimangon nel luogo; quindi per impegnarli a restare, alle figliuole,
ch’abbian imparata l’arte, e voglion maritarsi fuori, non sarà dato altro, che soli docati 50 per una volta tantum e dal momento saran considerate com’estere, senza speran¬za di mai più potervi tornare.
V. Quando un giovine abitante, o artefice vorrà prender in moglie una estera, non potrà farlo, se prima tal giovane che egli vuoi sposare, non abbia appreso il mestiere in questa, o in altra manifatturia.
VI. E se assolutamente voglia prender in moglie una este¬ra, che non abbia arte in mano, dal momento uscir debba dal luogo, di dove non sarà più considerato come Individuo, e senza speranza di potervi più ritornare.
VII. Que’ giovini dell’uno, e dell’altro sesso, che giunti sieno all’età di 16 anni senza essers’impiegati nelle manifatture per mancanza di volontà, saranno mandati in Casa di correzio¬ne, col divieto di non poter mai più tornare nel luogo.
E coloro, che impiegaticisi non abbian nulla appreso per mancanza di applicazione, saranno mandati in Casa di educazione, col divieto di non poter tornare nelle lot
case, se non istrutti.
VIII. Essendo lo spirito, e l’anima di questa Società l’eguaglianza tra gl’Individui, che la compongono, aboli¬sco tra’ medesimi le Doti, e dichiaro, che ciocché da Me sarà per beneficenza somministrato, come di sopra si è detto, in occasione di matrimoni, sarà solo per premio della buona riuscita, che gli sposi avranno fatta nell’arte, e nel buon costume: beneficenza, che a loro accorderò col divino aiuto sino alla quarta generazione, dopo di che la donna porterà il solo necessario corredo; dovendo aver dopo la morte de’ Genitori, la parte eguale co’ maschi, com’in appresso sarà prescritto.
IV. Degli Sposi.
Capo di questa Società coniugale è l’uomo. Natura gli deferì questo dritto: ma gli proibì nel tempo stesso di opprimere e di maltrattare la sua moglie. Con tuono di maestà in ogni occasione gl’intima l’obbligo di amarla, di difenderla, e di garantirla da’ pericoli, a’ quali la sua debolezza la porterebbe. Il marito deve alla moglie la protezione, la vigilanza, la previdenza, gli alimenti, e le fatiche più penose della vita. La moglie deve al marito la giusta preferenza, la tenera amicizia e la cura sollecita per cimentare da più in più la cara unione. Impone ad essi natura questi sacri precetti non solo per ispirare sul di loro esempio ad ogni altro Individuo i sentimenti della Società, ma perché divenendo Genitori, non sien i figli infelici, e negletti tra le dissenzioni, e le discordie dome-stiche; ed in luogo di presentare Cittadini buoni, ed utili alla Patra, gli dian discoli, e perversi. Or per seguire que¬sto gran disegno della natura, sempre savia nelle sue ope¬razioni. Io prescrivo, e comando ad ogni marito di questa Società di non tiranneggiar mai la sua moglie, né di esser-e ln8iusto, togliendole quella ricompensa che sia dovuta alla di lei virtù: ad ogni moglie, che rendasi cara al suo marito; che nelle cure, e ne’ travagli sia la sua fedele com. pagna; e che l’onore richiami sul comun letto maritale le celesti benedizioni.
V. De’ Padri di Famiglia.
È il principal fine del matrimonio la procreazione della Prole. Divenuti gli sposi Genitori de’ figli, eccoli sottoposti ad altri più pesanti doveri, ed a più precise obbligazioni. Il Padre è nelTobbligo di sovvenire, di assistere, di soste¬nere insiem colla madre i propri figli. Entrambi son tenuti di educarli, e di procurar loro uno stato di felicità in que¬sto Mondo. Per le loro o della loro compiacenza e conten¬tezza, o del loro continuo rammarico. Per le loro o solleci¬te o trascurate cure diverrann’essi l’oggetto o della loro compiacenza e contentezza, o del loro continuo rammari¬co. Per loro saranno membri utili, o disutili della Società; buoni, o viziosi; onorati, o infami; comodi, o bisognosi. A voi dunque, che già Padri siete, o a cui toccherà in sorte di esserlo, a voi comando di educar bene i vostri figliuoli. Se voi ispirerete a tempo l’amor della fatica, essi saranno utili a se, a voi, alla Patria. Se la modestia, e la sobrietà, non avrann’occasione di vergognarsi. Se la gratitudine e la carità, otterranno benefìzi, e si guadagneranno l’amore di tutti Se la temperanza, e la prudenza, saranno sani, e for¬tunati. Se la giustizia e la sincerità, sarann’onorati, e non sentiranno rimorsi nel cuore. Se finalmente la religione, essi vivranno, e moriranno contenti. Questo è di tutt’i doveri l’articolo più importante; e perché scorgo che da esso deriva non solo la pace, e 1 ben essere delle famiglie, ma benanche la prosperità, e la felicità dello Stato, Io sono entrato a prendervi la principal parte.
VI. Leggi per la buona educazione de’ Figli. Già è situata in Belvedere la Scuola normale, in cui s’in¬segna a’ fanciulli, ed alle fanciulle sin dall’età di anni 6 il leggere, lo scrivere, l’abbaco; il catechismo della Religione; i doveri verso Dio, verso sé, verso gli altri, verso il Principe, verso lo Stato; le regole della civiltà, della decenza, e della polizia; i catechismi di tutte le arti; 1 economia domestica; il buon uso del tempo, e quant’al-tro si “chiede per divenir uom dabbene, ed ottimo Cittadino. Obbligo vostro sarà che tutt’i vostri figli del¬l’età prescritta vadan nelle date ore del giorno alla scuola Per renderli ancora utili a voi, allo Stato, e ad esso loro e per non farli andare altrove a cercar la maniera d’impie¬garsi, ho provveduto questo luogo di macchine, d’istru-menti, e di artisti abili ad insegnar loro le più perfette manifatture e vi s’introdurranno ancora tutte quelle altre arti, che hann’immediato rapporto coll’introdotte, ad oggetto di aversi quell’insieme, che indispensabilmente vi si richiede per l’economia e per la perfezione. Vi saranno stabilimenti particolari pel buon ordine, e sistema delle manifatture, ne’ quali sarà fissato l’orario del lavoro secondo i dati mesi dell’anno. I prezzi del lavoro d’ogni manifattura saranno fissi; ma il giovine, o la fanciulla apprendente salirà per gradi, e come anderà perfezionandosi nell’arte, sino al prezzo, che godesi da’ migliori artisti, nazionali e forestieri. Pervenuti a que¬sto stato, se avran talento da portare la di loro opera ad un altro grado di maggior bellezza, e perfezione, si terran de concorsi; e quello, o quella, di cui il lavoro sarà più bello, più esatto, e più perfetto, avrà per premio il distintivo o una medaglia d’argento, ed in qualche caso anche d’oro, che potrà portare in petto; ed in Chiesa avrà la privativa di sedere per ordine di anzianità nel Banco, che sarà chiama¬to «del merito», che sarà situato unicamente per i giovani di tal fatta alla parte sinistra dell’Altare. Le cognizioni perfette della Divinità, la scienza di tutte le sociali virtù, l’amore e la continua applicazione al lavoro, il desiderio di distinguersi per via di merito, il giusto com¬penso che troveranno nella fatica, mi fanno sperare, che un giorno possan divenire gli oggetti della mia compia¬cenza, come della vostra tenerezza; e possan giustamente ereditare da voi tutto quello, che voi colli vostri sudori vi avete onoratamente procacciato. Ed in questo ancora voglio, che siate distinti da tutto il resto de’ miei popoli.
VII. Leggi di successione.
Voglio, e comando, che tra voi non vi sian testamenti, né veruna di quelle legali conseguenze, che da essi proven¬gono. La sola giustizia naturale, e la natural’equità sia la face, e la guida di tutte le vostre operazioni. I figli succedano a’ Genitori, e i Genitori a’ Figli. Abbian luogo i collaterali, ma nel solo primo grado. In mancanza di questi succede la moglie, ma nel solo usufrutto, e fino a che manterrà la vedovanza. Dopo la di lei morte, e sempre nel caso di mancanza di tutti li sopradetti eredi, sian i beni del defunto del Monte degli orfani, delle cui rendite si forma una Cassa, che chiamerassi degli Orfani da amministrarsi per ora dal Parroco, che sarà obbligato di dame a Me conto.
Se poi mancan degli orfani di padre, e di madre, i quali non sien ancora in istato di lucrarsi colle proprie fatiche il cotidiano alimento, mia sarà la cura di mantenerli e farli educare col prodotto della sopradetta Cassa, e col di più, che vi necessiti.
Abbian i figli porzion eguale nella successione degli ascendenti; né mai resti escluso la femina dalla paterna eredità, ancorché vi sian de’ maschi.
VIII. De’ figli di famiglia.
Impressi dall’Altissimo fin da’ primi momenti della crea¬zione ne’ cuori de’ Genitori i sentimenti di sì sviscerato amore verso de’ figli, era senz’altro della sua Divina giustizia prescriverne a’ medesimi il gran precetto di onorarli Tante pene, tanti sudori, tanti affanni meritavano certamente un onorato compenso. Io che le veci di Dio sopra di voi sostengo, sull’esempio del suo tremendo comando, l’istesso precetto a voi rinnovo. Rispettate, o figli, i vostri genitori: ricevete con umiltà i loro avvisi, e le loro correzioni soffrite volentieri anche i castighi: ed emendazione de’ vostri vizj, e de’ vostri difetti: serviteli: soccorreteli: compiaceteli in ogni cosa: siate loro grati, e non dimenticate neppur un momento i benefizj ricevuti: e soprattutto astenetevi da ogni atto, che possa offen¬derli.
Questo il gran Dio vi precetta, e questo anch’Io coman¬do. E se Dio maledice que’ figli, che sono irrispettosi a’ padri, Io li bandisco per sempre da questa Società, come mostri indegni di più stare nella medesima. Anzi perché in essa non alligni razza di gente così inumana, condan¬no ali istessa pena colui, che essendo stato presente lngiuria, non sia corso immediatamente a darne parte a’ Seniori del Popolo, per passarne a Me prontamente l’avviso.
IX. De’ Fratelli.
L’amore è l’anima di questa Società. Dunque, voi, o fra¬telli, figli di un istesso padre, e che il latte succhiaste di una madre istessa, amatevi con vero amore; aiutatevi scambievolmente con vera premura: vivete fra di voi in perfetta concordia; nessuno abbia invidia dell’altro, e soffochi all’istante nel suo cuore que’ sentimenti di odio, e di vendetta, che mai concepito abbia per qualche torto dall’altro ricevuto. L’offeso reclami l’autorità del padre, se vive, ed alle determinazioni di questi placidamente si sottometta, e si accheti. In mancanza poi del padre corra a’ Seniori del Popolo, e la pace da loro implori. L’odio tra’ fratelli è la più brutta, la più perfida, la più idegna, e scandalosa cosa, che possa vedersi sulla Terra.
X. De’ discepoli.
1 Maestri equivalgono a’ Genitori. Se i Genitori danno la vita, i Maestri danno la maniera di sostenerla. Quegli obblighi dunque, che i figli hanno a’ Genitori, quelli stessi i discepoli hanno a’ Maestri. Ad essi debbono l’amore, e a gratitudine: ad essi l’ubbidienza, ed il rispetto. La pratica per tanto di tutti questi doveri alla grata riconoscenza di tutte le loro cure Io anche a voi costantementmpongo.
XI. De’ Benefattori.
Se v’ha sulla Terra creatura, che possa in un ito modo gareggiare colla Divinità, egli è senz’altro il hefattore. Deve a questo il beneficato il prezzo del keficio in tutta la sua estensione.
Se, per esempio, un infelice vicino a perder li-ita per la fame, trova un’anima benefica, che lo ristorigli deve al Benefattore la vita: se lo soccorre ad uscire le miserie, a lui deve tutto quel comodo, che acquista: si> porta ad esserre felice, a lui deve tutta la felicità. Gli dlighi dun¬que de’ beneficati sono sempre assoluti: a nio di essi è lecito sconoscerlo senza la taccia d’ingrato.! ingratitu¬dine è un vizio così odioso, e detestabile, cheivolta tutta l’umanità. Ogni uomo ha interesse ad odii l’ingrato, perché riconosce in lui uno, che tende a scoiggiar l’ani¬me benefiche, a bandir dal commercio delirila la com¬passione, la bontà, la liberalità, e quel santtlesiderio di giovare, che forma il modo più sacro della Sietà. Voi dunque, quanti siete in questa Società, rispettate chi vi benefica: contestategli in ogni occasione i sentimenti della più sincera riconoscenza: soddisfate a tutt’i suoi desiderj: non l’inducete mai a pentirsi di tutto quello, che vi fa: ma dategli continui motivi di spandere sempre più sopra di voi le sue beneficenze, e di estenderle sul vostro esempio sopra degli altri.
XII. De’ Giovani.
I vecchi, e tutt’i maggiori di età avendo meritato da Dio il dono di essere di questo Mondo prima dei giovani, è quindi un dovere di questi venerarli, ed ubbidirl’in tutte le cose lecite, ed oneste. Nessuno per conseguenza può oltraggiarli: che anzi debbon tutti rispettare la loro venerando età, ed ascoltare, e seguire i loro prudenti consigli. E se mai alcuno vi sarà tra voi, che abbia il temerario ardire di usare loro poco rispetto, e poca venerazione, il padre, o se questi manca, i Seniori del Popolo per la prima volta l’ammoniranno seriamente: per la seconda volta faranno dal figlio chiede¬re perdono in pubblica Chiesa al Vecchio offeso; e per la terza volta se ne passerà a Me l’avviso per espellerlo dalla Società.
XIII. De’ Vecchi.
Dovere però de’ vecchi, e de’ padri di famiglia sarà sempre dar a’ giovani, ed a’ figli il buon esempio non solo nell’e¬semplarità della vita, ma anche nell’amor della fatica; poi¬ché se essi saranno sobrj, religiosi, prudenti, laboriosi, modesti, tali saranno i giovani, ed i figli; e così si avrà nella Società quel fondo di virtù, che ardentemente desidero.
XIV. De’ Seniori del Popolo. Tempo di eligerli, e loro doveri. Tra questi, comando, che in ogni anno nel giorno di San Leucio se ne scelgan cinque de’ più savj, giusti, intesi, e prudenti, i quali senza strepito giudiziario col dolce nome di Pacieri, e di Seniori del Popolo, di unita col Parroco, decidano tutte le controversie civili, e d’arti senza appello: provvedano, e procurino, che nella società non manchi nessuna delle cose di prima necessità; mentre liberamente si permette a chiunque voglia di aprir Forni, Macelli, Cantine, ed ogni altra bottega di comestibili, ma coll’obbligo di tener le provviste per comodo della Società, dal principio fino alla fine dell’anno, e di vendere a giusto prezzo i generi, e non maggiore dell’assisa di Caserta, senza frode, e senz’inganno; e coll’obbligo speciale a’ ven¬ditori di vino di non far mai nelle loro botteghe, o cantine giuocare a veruna sorta di giuoco, ancorché lecito, o per ischerzo, sotto pena di essere immediatamente sfrattati dalla Società. Si assicureranno di tutti questi articoli i Seniori suddetti con le debite sicurtà; ed invigileranno sulla bontà de’ generi, e su tutt’altro, che convenga col massimo rigore, e colla più religiosa esattezza. Sarà cura de’ sopradetti Seniori ancora di invigilare rigi¬damente sul costume degli individui della Società, sull’as¬sidua applicazione al lavoro, e sull’esatto adempimento del proprio dovere di ciascuno. E trovando, che in ess’al-ligni qualche scostumato, qualche ozioso, o sfaticato, dopo averlo due volte seriamente ammonito, ne posseran-no a me l’avviso, acciò possa mandarsi o in casa di corre¬zione, o espellersi dalla Società, secondo le circostanze. Della proprietà, e nettezza delle abitazioni sarà anche loro la cura, perché da tutti si osservi; prendendone specialmente occasione nella visita degli infermi, che dovranno giornalmente fare, per darmi distinto raggua¬glio del numero di essi in unione del Medico, della qua¬lità delle malattie, e de’ soccorsi straordinari, di cui necessitassero.
Loro cura parimente sarà di dar’esatto conto de’ Forestieri che capitassero nel luogo, e dovessero pernot¬tarci; colla distinzione del motivo perché siano venuti: in casa di chi rimangono, e per quanto tempo.
XV. Dell’inoculazione del Vaiuolo, e degli Infermi. Vi sarà perciò una Casa separata totalmente dall’altre in luogo di aria buona, e ventilata, chiamata dagl’Infermi. In questa ne’ debiti tempi di autunno, e di primavera d’ogni anno si farà a tutt’i fanciulli e le fanciulle della Società, l’inoculazione del Vaiuolo. In ess’ancora si tra¬sporteranno tutti coloro, che saranno attaccati da morbi contagiosi, tanto acuti, che cronici. Per questa Casa vi saranno i suoi regolamenti particolari, riguardant’il buon governo non solo degl’infermi, ma benanche l’economica amministrazione. Un Prete tra gli altri assisterà sempre in
essa per comodo degl’infermi, ed ora l’uno, ora l’altro de’ Seniori del Popolo tutte le mattine, e tutt’i giorni ne faranno la visita, per vedere, se tutt’è in buon ordine, se vi è la massima polizia possibile, e se gl’infermi sono assi¬stiti tanto nello spirituale, che nel temporale colla massi¬ma esattezza, e scrupolosità. I Medici, i medicamenti, le biancherie e quant’altro occorre pel mantenimento del luogo, e degl’individui, tutto sarà sempre da Me sommi¬nistrato.
XVI. Maniera di eligere li Seniori del Popolo. L’elezione de’ sopradetti Seniori si farà, congregandosi tutti i Capi di famiglia dopo della Messa solenne con tutto il rispetto, e con tutta la decenza nel salone del Belvedere, per bussola segreta, ed a maggioranz de’ voti, sempre presidente il Parroco.
Dell’elezione se ne farà subito a Me rapporto per ottene¬re la confirma, ed in virtù di essa potran godere dell’ono¬rifica distinzione di sedere in Chiesa nell’altro banco del merito, situato a fronte di quello de’ giovani dalla parte destra dell’Altare.
XVII. Degli Artisti poveri. Della Cassa di carità, e suoi regolamenti.
Per effetto di quell’amore, ch’è l’anima di questa Società, e per quello spirito di fratellanza, che a ciascuno di voi deve far riguardare questa Popolazione, come una sola famiglia, giusto è ancora che se tra voi si trovi in Artista, privo di moglie e di figli, o con questi, ma non in istato di lucrarsi il pane per loro, e pel povero padre caduto in miseria o per vecchiaia, o per infermità, o per altra fatai disgrazia, ma non mai per pigrizia, ovvero infingardaggine; sia da tutti comu¬nemente soccorso, acciò non si riducano nello stato di andar mendicando, ch’è lo stato più infame, e detestabile, che sia sulla terra. Perciò siavi tra voi una Cassa, che chiamerassi della Carità, dalla qual sian codest’infelici comodamente soccorsi o per tutto il tempo della vita, o fino a che non sian rimessi in istato di potersi lucrare il pane. Avrà questa Cassa per fondo un rilascio di un tari al mese, che ogni manifattu¬riere, che sia in istato di guadagnare più di due carlini al giorno, farà in beneficio della medesima; e di quindeci grana al mese, per quelli che guadagnino meno di due carlini al giorno. Sarà ess’amministrata dal Parroco, da’ Seniori, e da’ Direttori dell’arti, i quali rilasceranno in beneficio della sopradetta Cassa quello, che più la pietà lor detti. Tutti daranno il voto nel caso di doversi soccorrere qualche infeli¬ce. L’esazione si farà nel seguente modo. Tutti gli Artisti di qualunque condizione siano, saran descrit¬ti in uno Stato. Questo si affiggerà nell’atrio della Chiesa, dove ogni prima Domenica di mese, la mattina, dopo un dato segno di campana, che si chiamerà la Carità, si troverà il Parroco, sempre che possa (o chi egli destinerà degli altri Sacerdoti) a ricevere da’ medesimi la somma prescritta, che farà notare da ciascuno di proprio carattere in un libro, che appositamente si terrà. Raccolta la Carità, si farà la numera¬zione degli Artisti con la nota, o sia Stato alla mano, e della moneta pagata in presenza de’ Seniori, e de’ Direttori; e si vedrà, se tutti hanno adempito al loro dovere. Chi non abbia adempito, si noterà in un foglio, che si affiggerà in una tabel¬la chiamata de’ Contumaci, che si sospenderà appresso allo Stato degli Artisti, acciò ogn’uno sappia il contumace. Chi manca per tre volte, e non purgherà la contumacia pagando nell’ultima volta tutto l’attrasso, sia cassato dallo Stato sopradetto, e non goda più né questo privilegio personale in caso di disgrazia, né l’esequie, e gli altri suffragi, come in appresso si dirà, a spese della Cassa suddetta; su di che invigileranno rigorosamente i Seniori. Questa Cassa sarà chiusa a tre chiavi, delle quali una ne terrà il Parroco, un’altra li Seniori, e la terza finalmente li Direttori. A nessuno sarà mai lecito di disporre di un grano di essa per altro uso, in fuori di quello detto di sopra, o di quant’altro in appresso si dirà. Ogni anno fatta l’elezione de’ nuovi Seniori del popolo, si farà la numerazione del denaro in essa esistente, e se ne farà la consegna a’ nuovi Eletti insiem colle chiavi. Il Parroco, e li Direttori riter¬ranno sempre le chiavi presso di loro, e solo si renderan¬no indegni di questa prerogativa coloro, che si mostre¬ranno infedeli verso di essa. Appena entrati in governo i nuovi Eletti prenderanno i conti dell’introito, ed esito da tutte le soprammentovate persone, e subito si rimetteran¬no a Me per poterli far esaminare, e discutere.
XVIII. Dell’esequie, e de’ lutti.
L’esequie sian semplici, divote, e senza distinzione. Il Parroco, e li soli Preti del luogo associeranno il cadavere senza esiger’emolumento alcuno. Quando il cadavere sarà in Chiesa (ciocché non si farà se non venti quattro ore dopo morto) si farann’ardere d’intorno al medesimo solo quattro candele. Ciascun Prete celebrerà per l’anima del defonto una Messa letta, ed il Parroco la cantata. Il cadavere di un Seniore del Popolo, che muoia in ufficio, sarà associato dal Clero, come sopra, e da tutti i Capi di famiglia, portanti avanti del medesimo le candele accese in riconoscenza de’ buoni servizj prestati alla Società. Nella morte finalmente di un Direttore, o di una Direttrice di arti, oltre il Clero suddetto vi anderanno ad associarli li giovani, e le giovani discepoli con le candele come sopra. Tanto la spesa per le Messe, che per le can¬dele sarà fatta dalla Cassa, alla quale tornaranno li residui di queste. Non vi sian lutti, e solo nelle morti de’ genitori, e degli sposi, per gli ultimi uffizj dovuti a’ medesimi sia permesso alla tenerezza de’ figli, delle mogli, e de’ mariti un segno di duolo di un velo al braccio per l’uomo, e di un fazzolet¬to nero al collo per la donna per due mesi solo al più.
XIX. Della Patria.
La Patria è la cosa più cara, che siavi sulla terra. Essa ha in custodia la roba, le spose, i padri, i figli, le madri, la libertà, la vita de’ Cittadini. Ognuno trova in essa come in un centro, tutte le sue delizie. Tutti dunque debbono ad essa tutti quegli obblighi, che di sopra si sono a parte a parte descritti. Ogn’uno deve teneramente amarla. Ogn’uno deve procurarle tutt’i beni, e allontanarle tutt’i mali. Ogn’uno deve difenderla a costo della roba, del sangue, e della vita dagl’insulti, e dagli attacchi de’ nemi¬ci. Dalla salute di tutti dipende la salvezza di ogn’uno. Più di tutti però essa esige da voi nelle occasioni la sua difesa. L’Agricoltore, che deve co’ suoi sudori cacciar dalle viscere della terra il mantenimento per sé, e per voi, non può la terra abbandonare. Se per darle soccorso corre all’armi, e gitti il pesante aratro, egli senza pane priva se e gli altri di quella vita, che cerca salvarsi. Voi, voi, che per loro vivete, voi avete più stretti, e più precisi obblighi a difenderla. Se voi dall’arti passate all’armi, l’Agricoltore co’ suoi sudori sosterrà voi sul campo, e farà vivere i vostri padri, i vostri figli, e le vostre spose tra i loro teneri amplessi. In vece dunque di menar vita ozio¬sa ne’ dì festivi, ed esporvi a’ pericoli, dove l’ozio trasci¬na, correte, dopo aver santificata la festa coll’adempi-mento del proprio dovere, e dopo di aver nelle ore deter-minate presentat’i lavori, per riscuoterne la dovuta mer¬cede, correte, dico, ad esercitarvi nel maneggio dell’armi, che vi sarà insegnato dalle persone a tal oggetto più adat¬te, e vi saranno anche de’ premj, proporzionati per colo¬ro, che in esso si distingueranno. A voi ancora spetta onorarla in tempo di pace. Come i fiori fanno colla loro varietà ricco ricamo al verdeggiante prato; così voi colle vostre produzioni restituir le dovete quel lustro, e quello splendore, che un dì fece invidiarla a tutta Europa.
Capitolo III Degl’impieghi
Io intanto intento sempre a premiarvi, assicuro tutti gli abi¬tanti di San Leucio, che ad esclusione degl’esteri, essi saran sempre impiegat’in tutti gli impieghi, che vacheranno nel luogo: preferendosi però sempre fra i pretendenti il più abile, capace, e di buona condotta. Al nuovo impiegato non si darà, che la metà del soldo del defonto, quando quello lasci la vedova (con figli che non siano ancora in grado di lucrarsi il proprio sostenimento) alla quale si darà l’altra metà. Rimanendo poi la vedova sola, o con due figli almeno, che guadagnino già due carlini al giorno per ciascheduno, resterà alla vedova il solo terzo, ed il rimanente si darà al nuovo impiegato, per averlo tutto alla morte della vedova.
Capitolo IV Degli artisti esteri
Presentandosi Artefici esteri per essere ammessi al lavo¬ro, dopo di aver esibit’i loro requisiti, o dato le notizie convenienti per farli venire; e dopo essere stati provati; e trovati abili, volendosi fissare nel luogo, e godere di tutte le prerogative, e privilegi degli altri abitanti, dovranno per un’intero anno dar non equivoche ripruove di ottimi costumi, ed assidua applicazione al lavoro per esservi ascritti; nel qual caso avranno l’abitazione, e gli utensilj di sopra detti. Non trovandosi poi tali, saranno immediata¬mente rimandati via.
Capitolo V
Delle pene generali contra i trasgressori Tutte le leggiere mancanze, che si commetteranno dagli abitanti sopradetti, verranno economicamente punite a proporzione del fallo.
Ogni minimo accidente contra il buon costume sarà punito con espellers’immediatamente dal luogo il colpe¬vole, o colpevoli, e privars’immediatamente il Genitore, o i Genitori per un anno di tutt’i proventi, e regalie. A chiunque, sia uomo, o sia donna, ardisce mutare in menoma parte il metodo e la moda prescritta di vestire, sarà immediatamente proibito vestir più l’abito del luogo; per tre anni sarà considerato com’estraneo; e sarà privo, come di sopra si è detto, di tutt’i proventi, e regalie, che dagli altri si godono.
Qualunque altro fallo, che sia suscettibile di pena di corpo afflittiva, ovvero infamante verrà punito collo spogliars’im-mediatamente, e con il massimo segreto, il colpevole degli abiti del luogo, e sarà consegnato alla giustizia ordinaria. Quest’è la legge, ch’Io vi dò per la buona condotta di vostra vita. Osservatela, e sarete felici. {Ferdinando IV1789)
«Che allato gli sedete Sposa e Regina» Libretto stampato nello stesso anno della promulgazione del codice di San Leucio e pubblicato, come quello, dalla Stamperia Reale, a cura di Domenico Cosmi, ufficiale della Reale Segreteria di Stato e Casa Reale. All’introduzione indirizzata alla regina Maria Carolina d’Austria, segue la raccolta di poesie, in italiano, latino, greco, napoletano e francese, ‘osannanti’ Ferdinando e la sua opera. Molti ài questi poeti improvvisati, in seguito, saranno colpiti dall’i¬ra del sovrano, perché accusati di giacobinismo. Un esem¬pio per tutti la illustre gentildonna Eleonora Pimentel Fonseca (condannata dieci anni dopo a morte dallo stesso re), che in quest’occasione manifesta, in versi, tutto il suo entusiasmo per la nobile iniziativa.

Alla sacra Real Maestà di Maria Carolina d’Austria Regina delle due Sicilie
Signora
Gli elogj di un Re non ad altri, che ad una Persona Reale meritano d’esser consecrati; ma quelli di Ferdinando IV Re delle Sicilie, scritti in molte parti d’Italia per le Leggi date alla nascente Popolazione di San Leucio, non ad altri più degnamente, che alla M.V., che allato gli sedete Sposa e Regina, e che secolui dividete magnanima le cure, gl’interessi, e la pace dello Stato. I talenti dello spi¬rito, e ‘1 carattere deciso del cuore, di cui la Provvidenza vi ha dotata, vi costituiscono superiormente a tutti nel dritto di ben intendere l’alta e riposta sapienza, che in quelle poche pagine, sott’un’aria semplice, contiensi. Formata V.M. sin da’ più teneri anni a regnare; resa spet¬tatrice dell’eroiche gesta di una Madre, che col valorosa-mente difenderlo, seppe fondar di nuovo un Impero, ben comprendete tutti gli arcani di quell’arte divina, che versa sulla felicità delle Nazioni. No, non è ignoto a V.M., che il dover di ubbidire al suo Sovrano è sempre prece¬duto dal dover di ubbidire all’Esser supremo: che i prin¬cipi immutabili di ciocché è giusto ed equo in tutt’i casi, è la voce universale della ragione; e che distinguer quello, ch’è più utile ad un Regno, che ad un altro, forma il più difficile dell’arte di governare. Non è ignoto a V.M., che ‘1 governo Patriarcale è l’immagin vera del Monarchico:
Che per aver questo su basi sicure ed immancabili, egli è necessario stabilir quello de’ Padri su’ principi certi, ed indubitati: Che l’educazione pubblica è la primaria origi¬ne della pubblica sicurezza, e della pubblica tranquillità: Che la buona fede è la prima di tutte le sociali virtù: Che l’uguaglianza è l’anima generativa di quell’amore, che lega, e stringe i cuori de’ mortali: Che la sola distinzione nascente dal merito è lo spirito sollevatore delle arti, del¬l’industria, e delle scienze: Che le ricchezze inesauste d’un Popolo son quelle, che vengono dall’agricoltura; e che i germi riproduttivi di questa crescon sempre a misu¬ra, che s’agiti il soffio vivificante di quelle. Sa molto bene la M.V. ancora, che un comodo vivere facilita i matri-monj, e questi la Popolazione; e che i Popoli ricchi, e non i poveri, quantunque numerosi, sono i più forti sulla terra: Che pieno un Regno territoriale di coltivatori, e poste le terre in tutto il massimo lor valore, allora nasco¬no gli artieri, e gli opera], e quindi sorge, e germoglia quel commercio, il quale ferma e stabilisce la felicità, e la potenza di uno Stato: Che ‘1 superfluo è la vera ricchezza di una Nazione; e che quanto questo è maggiore, tanto più quella divien potente, e felice: Ch’una libertà indefi¬nita interna di commercio promuove l’industria, ed anima i Popoli; ma che una malintesa libertà esterna, la quale seco trasporti parte del necessario, rovina le Società, e gl’Imperj. Sa, che le manifatture sono l’arte di dar nuove forme a’ prodotti naturali de’ luoghi; e che quel Regno è sempre più ricco e più potente degli altri, che ha più prodotti a manifatturare: Che il lusso ben regolato forma lo splendore de’ Regni; ma che lo sregola¬to ne prepara, ed accelera la rovina: Che la virtù più sublime del Trono è la cura del Popolo, e la tutela degli orfani, e de’ miserabili; Finalmente, che tutti son per natura obbligati a difendere il proprio Principe, e la pro¬pria Patria; ma che ne’ Regni territoriali l’artiere dev’es¬serlo più dell’agricoltore, affinchè per le rinascenti ric¬chezze restin sempre insuperabili e forti. Tutti questi sono, S.M., i principi, da cui il gran Re ha tratte le leggi, che ha scritte con quella semplicità, che incanta. Ma non tutto questo è però ciò, che forma il capo d’opera di quella quanto breve, altrettanto savia legislazione. È il più gran problema quello: Se gli uomini saran sempre fra di loro nemici; e se vi è mezzo da ren¬derli fra loro amici, e quindi beati? Senza invilupparsi questo grande Speculator della natura in lunghe discetta¬zioni, col mettersi solo a’ fianchi la giustizia naturale, e la naturale beneficenza, risolve, e stabilisce colla più profonda sapienza, che il governo, che possa condurre l’intera umanità alla beatitudine di quaggiù, è la sola Monarchia, in cui il Monarca governi da Padre, e non da Despota. Per dimostrarlo fonda non per azzardo, o per capriccio, ma con studio, e con riflessione una Colonia, e da alii di lei Individui una serie di precetti, atti a regolare tutta l’umanità. Scorra chiunque i secoli più remoti del¬l’antichità: legga i codici delle leggi d’ogni Popolo; vegga se v’è stato Legislatore, che abbia al par di Lui sì ben consultato la natura, e che questa sia egli prestata a det¬targli con tanta compiacenza tutt’i suoi oracoli. Vegga, se v’è stato altro Legislator sulla terra, che abbia cercato non di moltiplicar gli uomini, perch’essi sien felici; ma di render gli uomini felici, perch’essi moltiplichino. Se dun¬que v’ha, chi ammiri col silenzio, e chi col canto celebri sì degna operazione, egli è questa una giusta riconoscenza, che la verità consacra alla giustizia. Io, che testimone sono de’ sensi rispettosi degli uni, ho creduto mio dovere raccogliere gli encomi degli altri, ed alla M.V., ch’è la più Gran Regina del secolo, ed a pie del di cui Trono tutta è riposta la nostra beatitudine, e la nostra felicità, presen¬tarli in segno di rispettoso tributo, e di dovuto omaggio.
Napoli, 20 Novembre 1789

Di V.R.M. Umilis. e Devosiss. Suddito Domenico Cosmi
Sonetto

Cinto Alessandro la superba fronte
Di cento allori sanguinosi e cento,
Mentre dietro traeva alto lamento
Del Nilo debellato, e dell’Orante.

Formar ampia Città d’eccelso monte
Uom gli propose alle bell’opre intento;
Sbigottì l’ardua impresa il fier talento,
Benché di cose vago ardite, e conte.

Ma Fernando il Tisate apre e disgiunge,
E nobil terra in su l’alpestre vetta
Fonda, e l’arti vi chiama, e onor le aggiunge.

E d’innocenza, e di virtù perfetta,
Mentre Egeria più saggia a se congiunge,
Novello Numa, nuove leggi ei detta.

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«Un momento d’importanza mondiale» la creazione della «colonia socialista» di San Leucio poteva essere l’inizio di un piano di riforme civili e sociali tali che, estese a tutto il Regno delle Due Sicilie, ne avrebbero sostanzialmente modificato le sorti consegnando alla storia un Ferdinando ben diverso dal protagonista delle stragi dei moti del ’99. Con questa premessa Stefano Stefani rico¬struisce, nel 1907, la vicenda della comunità e della sua legislazione, e la figura centrale del re innovatore.
Nelle rapide passeggiate che il Ministero della Real Casa permette di fare nella Reggia di Casetta o nel palazzo di Capodimonte, l’inevitabile cicerone in livrea non si scor¬da mai di far notare al visitatore la ricchezza e l’eleganza degli arazzi di seta di alcune di quelle sale provenienti «dall’antica fabbrica di San Leucio». Tale notizia, senza dubbio, lascerà indifferente chi la riceve, come tante altre di cui si è soliti essere gratificati in simili occasioni. Sebbene infatti non sia ignota l’importanza acquistata specialmente in questi ultimi anni da quell’opificio per la quantità e la sceltezza de’ suoi prodotti, la storia della sua
origine, che i Napoletani sanno esser dovuta al re Ferdinando IV, non è forse conosciuta dai più tanto minutamente, da potere esser distinta da quella di altre fondazioni risalenti a quel monarca o al suo predecesso¬re, come, per esempio, la celebre fabbrica di maioliche di Capodimonte. Eppure il modesto paesetto posto su una delle colline fiancheggiati il parco di Caserta, a sinistra di chi guarda la gran cascata, ebbe sino dalla sua origine, anzi per la sua origine stessa, un momento d’importanza mondiale, e parve destinato a essere il punto di partenza di tali riforme civili e sociali che, applicate gradualmente a tutto il Regno, ne avrebbero dovuto cambiare le sorti, ponendo il nome di Ferdinando IV sotto luce ben diver¬sa da quella che si riflette su lui per le stragi del ’99. Ebbe infatti anche quel re un prurito più che passeggero di eternarsi con qualche impresa diversa dalle sue solite vol¬gari occupazioni; né credo perciò inopportuno, ora che studi più spassionati e più seri hanno meglio illustrato tante persone e tanti fatti del lungo e fortunoso suo regno, rievocare anche l’episodio della fondazione e dello sviluppo, per sua volontà, della colonia di San Leucio,
che mi sembra riconnettersi strettamente a tutto quel nuovo moto d’idee sociali e, direi, socialistiche che agitò nel secolo XVIII le menti di molti e molti pensatori. L’influenza del quale fra noi, come già si fece per altri paesi, non mi pare sia stata abbastanza tenuta in conto dagli studiosi di scienze sociali. Eppure essa non fu legge¬ra e si esercitò in modo speciale su certe classi più elevate e più intellettuali, e, come si rivelò in non poche forme della letteratura, così parve volersi per un istante esplica¬re praticamente in quella curiosa istituzione di cui il re Ferdinando amò fare la sua creazione prediletta. Tale ragione appunto mi ha consigliato il presente studio che, se, naturalmente, non riuscirà a tutti di piena soddisfazio¬ne, servirà almeno a richiamare lo sguardo degli amatori su di un campo finora poco esplorato.
Lo stato del regno di Napoli sotto il dominio di Ferdinando è troppo ben conosciuto perché si possa avere la pretesa di riparlarne qui a lungo. Sono notissime le tristi condizioni del paese quando il giovane Carlo di Borbone lo conquistò all’Austria, che l’aveva tenuto trop-
pò poco tempo per potergli recare notevoli miglioramen¬ti. Sono note altresì le riforme che il re, consigliato spe¬cialmente da Bemardo Tanucci, creato ministro della giu¬stizia, cercò di introdurre in tutti i rami della pubblica amministrazione, risollevando, al tempo stesso, i com¬merci, le arti, le industrie e rafforzando la monarchia contro la potenza della Curia romana da un lato e dell’a¬ristocrazia feudale dall’altro. Chiamato Carlo III al trono di Spagna, il Tanucci, lasciato al governo, continuò l’ope¬ra intrapresa e l’editto del re Ferdinando, uscito di mino¬rità, pubblicato in seguito alla espulsione dei Gesuiti fece sperare …un più ampio e radicale rinnovamento di tutto lo Stato…
Quale parte prendesse il re a questa nobile intrapresa è facile rilevarlo, solo che per poco si conosca la sua educa¬zione e la sua indole. Il più grande e meritato rimprovero che si deve fare ai tutori lasciati a Ferdinando dal padre, rimprovero fatto loro a seguito dallo stesso pupillo, è quello di avere trascurato, per mire personali ed egoisti-che, di educare il giovane principe che doveva trovarsi a capo di uno Stato così bisognoso di un buon governante. Avvezzo sino dalla età più tenera a trascurare ogni sorta di occupazione mentale, sebbene i suoi maestri fossero dei migliori, e dedito, come tutti quelli della sua razza, agli esercizi del corpo, di cui amava far mostra davanti ad un pubblico facile ad applaudirlo, il re era cresciuto forte ed ignorante. Il suo matrimonio con Carolina d’Austria, venuta da una corte di filosofi, fece sperare per un momento che egli vergognandosi della sua inferiorità intellettuale, cercasse in qualche modo di rimediarvi: ma sebbene il buon senso, di cui fu sempre provvisto ad esu¬beranza, gli facesse comprendere la miseria della sua mente, l’indolenza prevalse tanto in lui da spuntargli sempre ogni stimolo verso il proprio miglioramento. Per tale ragione, per tutto il suo regno, egli lasciò quasi total¬mente il governo alla moglie e ai favoriti di questa, non trascurando per altro, alcuna occasione per manifestare la sua antipatia per essi, la cui opera vedeva così contraria al bene dello Stato. Il quale, licenziato il Tanucci per volere della regina, passò in mano del marchese della Sambuca e quindi, per breve tempo, di Domenico Caracciolo che morì nel 1789. Ma anche prima della morte del Caracciolo il potere era gradualmente stato conquistato da Giovanni Acton, mal pratico di tutti i rami dell’amministrazione compreso anche quello della marina che egli non seppe adattare ai bisogni del regno….
In mezzo a questo stato di cose il re intraprese un viag¬gio, il quale non si può negare che agisse in qualche modo sul suo spirito, la cui tendenza all’osservazione non potè mai essere totalmente soffocata dalla sua inerzia. Dopo di aver visitato una parte dell’Italia ed essersi trat¬tenuto specialmente alla Corte di suo cognato Leopoldo, allora granduca di Toscana, da cui dovette subire un rigo¬roso e filosofico catechismo di governo, Ferdinando ritornò nel suo regno più che mai appassionato della sua Napoli, ma nel tempo stesso con un senso non leggero di disgusto e di rimpianto per la propria ignoranza e per la cattiva educazione ricevuta che lo rendeva incapace di eseguire tutte le riforme che il recente viaggio gli aveva fatto conoscere necessarie al suo popolo….
E a questo viaggio per l’Italia si deve senza dubbio in gran parte l’essere il suo spirito divenuto più attivo, informando al più retto buon senso quegli atti di governo a cui egli prese parte diretta, tanto da far dire a uno scrit¬tore non sospetto, che a lui solo ora dovuto quel poco di bene che s’operava nel suo regno. D’altra parte stimolato, se non convinto del tutto, dai consigli e dagli esempi de’ suoi reali parenti filosofi e spinto anche da quella smania che invase in ogni tempo e più allora tutti i principi di immortalarsi con qualche opera nuova ed originale, non sdegnò l’occasione di compiere un’impresa che facesse risonare il suo nome anche oltre i confini del regno. E in ciò, si può affermare, riuscì egregiamente. Che se la colonia che s’intitolò di San Leucio non si deve credere sorta di getto, senza alcun precedente, tuttavia ebbe per quei tempi tale ordinamento e tale rumore fece in tutta Europa, che anche oggi alla distanza di ben più di un secolo dalla sua fondazione, non se ne può non rilevare l’importanza sì storica che sociale rispetto ai tempi e al regno in cui fu concepita e al sovrano che se ne volle attribuire l’idea.
Il nome San Leucio in origine si restringeva solo alla cima del monte alle cui falde fu fondata la colonia e derivava da una cappelletta dedicata su quella sommità al Santo omonimo, martire e vescovo di Brindisi. Tale cappelletta, al tempo di cui ci occupiamo era già diroccata e i suoi ruderi si trovarono appunto nel costruire in quel luogo un posto di caccia per il re Ferdinando. Il quale per ricrearsi lo spirito oppresso, come diceva, dalle cure di Stato e non trovando piena soddisfazione nelle delizie di Caserta che, con lo splendido palazzo cominciato da Carlo III, «formavano un’altra città in mezzo alla campa¬gna» desiderando un luogo più adatto «alla meditazione (sic!) e al riposo», aveva pensato di costruirsi una specie di romitorio appunto in tale località. Nel 1773 pertanto, avendo fatto murare il bosco dov’era¬no la vigna e l’antico casino dei principi di Caserta, detto di Belvedere, sopra un’altura, fece costruire un piccolo casino per suo comodo, riattare una vecchia casetta e fab¬bricarne una nuova. A custodia di tuttociò mise cinque o sei guardiani con le loro famiglie. Essendo nel 1776 que¬sti abitanti, che occupavano le due casette e il casino di Belvedere, cresciuti di numero sino a formare diciassette famiglie, e, nel tempo stesso, essendo stato ridotto a chie¬sa il salone dell’antico casino, le abitazioni di essi e quella del re furono ampliate. La località era già divenuta il riti¬ro prediletto di Ferdinando, che spesso vi soleva passare anche l’inverno quando una disgrazia venne ad oscurare il suo umore abitualmente gioviale. In quell’abitazione appunto che il re s’era scelta come luogo di pace e di riposo, morì il suo primogenito Carlo Tito nel 17 di dicembre del 1778. Ferdinando quindi, non recandosi più ad abitare il Real Casino per il triste ricordo di tale perdita, volle utilizzare il luogo; e «attesa la favorevole prolificazione prodotta dalla bontà dell’aria e dalla tran¬quillità e pace domestica» essendo arrivati gli abitanti al numero di centotrantaquattro, egli pensò di fondarvi una casa di educazione per i figliuoli di quella gente da lui prediletta, affinchè un giorno non formassero una società di scostumati e vagabondi. Tale scuola fu appunto stabili¬ta nel suo casino, mentre si ricercavano dei soggetti ido¬nei allo scopo. Ma perché tale gioventù bene educata, giunta all’età di procurarsi da sé il sostentamento nonfosse costretta a emigrare da quel luogo di pace e allonta¬nandosi dallo sguardo paterno del re, questi decise di provvederla di un lavoro onesto e rimunerativo nel luogo stesso dov’era nata e cresciuta, rendendola così «utile allo Stato, utile alle famiglie ed utile finalmente ad ogni indi¬viduo di essa in particolare».
Già sin dal 1776 Ferdinando aveva fatto venire espressa¬mente da Torino un sig. Francesco Bruetti a fondare e dirigere in quel luogo una semplice manifattura di veli di seta, allora molto in voga. La quale sviluppandosi sempre più, alcuni anni dopo gli avvenimenti suddetti e appunto nel 1786, volendo il re completarla e riunirla in un locale più grande e adatto, ordinò che si costruissero molte fab¬briche e si ampliasse il casino di Belvedere, che divenne così la sede del parroco e degli altri sacerdoti preposti alla vigilanza di tutta la gioventù e nel tempo stesso il centro della lavorazione. Intanto, sotto la direzione del¬l’architetto Francesco Collecini, il macchinista Paolo Scotti, chiamato da Firenze, dispose le località per i telai e le macchine. Queste venivano messe in moto da un rotone piantato in un sotterraneo al lato occidentale del fabbricato e spinto da un ramo dell’acqua Carolina appo¬sitamente derivatovi dalla grande cascata, mentre un cilindro costrutto su disegni venuti dalla Francia fu posto all’occidente del cortile del Real Casino. La sorveglianza morale della colonia era, come ho detto, affidata al parro¬co e ad altri sacerdoti che dovevano officiare nella chiesa parrocchiale dedicata a San Ferdinando, dove furono messi dei quadri della vita del glorioso martire San Leucio. Altre stanze pulitissime dell’edifizio furono asse¬gnate al Direttore della regale azienda il cui incarico era di vigilare su tutte le manifatture, esigerle dai lavoratori non appena compite e pagare i vari operai a misura della fatica da loro sostenuta, mentre il Direttore tecnico, chia¬miamolo così, doveva regolare tutte le macchine e riattar¬le se si guastassero o logorassero pel continuo uso. A fianco dell’abitazione di quest’ultimo furono messe le stanze per le maestre delle scuole normali, a cui tutti indistintamente i fanciulli d’ambo i sessi dovevano inter¬venire e, in ore diverse, apprendere il leggere, lo scrivere, l’aritmetica e il catechismo. Così si ebbe una colonia industriale completa e tale da fare una vantaggiosa, anzi ruinosa, concorrenza alle altre fabbriche private. Somma cura infatti si pose a che la seta fosse ugualissima in tutti i suoi fili e riuscisse più scelta e più solida di quella di altre manifatture, che restavano inferiori appunto per la disu¬guaglianza della filatura. Quello che fin da principio si fece notare fu la massima pulizia che si riscontrava in tutta la colonia unitamente all’ordine più perfetto. «0 che voi siate nelle stufe, o ne’ filatoi, o nelle tintorie, o in qualunque altra officina, dice se il continuatore della Guida del Celano, voi vi osservate un ordine, che desta meraviglia insieme e rispetto. Non è possibile, dic’egli, veder distratto qualunque operaio dal suo impiego, qua¬lunque sia l’esterno obietto che se li presenti»; e aggiunge ancora «Ne’ coloni ‘San Leuciani’ il buon costume è can¬giato in natura. Essi nascono costumatissimi: non hanno esempli di dissolutezze: ignorano il lusso e la crapula: son lontani dall’orrida miseria, che costringe la massima parte degli uomini ad esser malvaggi, e soprattutto in essi risie¬de, come in propria natura (siami permesso così parlare) la cristiana religione sì fervidamente, che non è che colpa dell’inferma umanità se cadano in qualche notabile disordine, in cui, per altro, non ancora son caduti, per quan¬to se ne sappia, da cui ne è sempre la volontà lontana». E sebbene essi, continua l’entusiasta cicerone, siano nati «nella parte più brillante del Regno, cioè ne’ contorni di Caserta, ove, quasi per due terzi dell’anno, risiede la Corte in mezzo a tante delizie, che circondano le sue campagne, pure vivono in una semplicità quasi direi naturale, mercé i savi principi stabiliti dal loro gran legi¬slatore, inaffiati sempre mai dai Precettori, e invigoriti dall’esempio, che questi continuamente ne porgono». Alla legislazione emanata da Ferdinando per regolare la colonia si diede infatti allora, e anche in seguito, il merito di tutto il bene che in essa appariva. È naturale perciò che noi la esaminiamo minutamente per avere una idea il più possibile precisa della istituzione Ferdinandiana.
Nell’anno 1789 avendo quella società manifatturiera preso ormai uno stabile assetto veniva dal re agli otto di maggio pubblicato e imposto a quella popolazione un Codice di leggi proceduto da un lungo preambolo riguar¬dante l’origine e lo sviluppo della colonia. In fine del quale, avendo notato il re lo stato delle cose essere arriva¬to a tal punto da doversi pensare anche all’avvenire, aggiungeva sembrargli necessario che quella nascente popolazione, che in pochi anni poteva divenire numerosa ricevesse «una norma, per sapere i retti sentieri, su de’ quali» potesse «diriggere i suoi passi con sicurezza; e nel tempo stesso» fosse «in istato di conoscere la sua felice situazione» e la fonte di questa. «Questa norma e queste leggi, egli conclude, da osservarsi dagli abitanti di San Leucio, che da ora innanzi considerar si debbono come una medesima famiglia, son quelle, che io qui propongo e distendo, più in forma d’istruzione di un padre a’ suoi figli, che di un legislatore ai suoi sudditi»….
La pubblicazione del Codice Leuciano fu accolta da un coro entusiastico di lodi che ci può far comprendere quale importanza fosse data dai contemporanei a quella fondazio¬ne e quali aspettative essa per un momento suscitasse. Non appena pubblicato il libretto contenente le leggi fu divulga¬to con la massima rapidità e dopo analizzato da un anoni¬mo fu ben presto tradotto in greco, francese, tedesco. Oltre che la semplicità si lodava in esse leggi «uno spirito di uma¬nità e di amore» che rendeva quel «piccolo codice superiore a qualunque più… ammirata legislazione». Si affermava che tutte le antiche leggi, e perfino quelle di Licurgo, erano piene di errori considerevolissimi, e ciò provava che il solo filosofo cristiano poteva dare una legislazione perfetta e tal merito veniva attribuito al re Ferdinando. Né tali lodi, si diceva, movevano dall’adulazione, che «l’inimitabile e meravigliosa… legislazione parto immediato della gran mente del Re e di suo proprio pugno scritta» era ormai conosciuta in tutto il mondo per le traduzioni fattene. E aggiungevasi «la stessa moderna lingua greca le ha traslate (le leggi) nel suo linguaggio; così la Grecia va riparando alla meglio le sue perdite, col cominciare a far sue le opere cele¬bri dell’altre nazioni, dopo che essa a tutte diede opere eterne, e ben si vede che il greco ingegno conserva tutto l’antico suo discernimento. Questa nazione è stata fra le prime, che ha recato nel suo linguaggio la legislazione Ferdinandina, e sembra che l’Italia abbia reso alla Grecia con usura il beneficio da lei ricevuto colle leggi da Roma adottate; e ben ne avrebbe un abbondante compenso, se
ella come le ha tradotte potesse già adottarle come fece già Roma delle leggi greche». Quest’augurio che le leggi Leuciane si potessero estendere anche fuori della cerchia ristretta della colonia e applicare specialmente a tutto il regno di Napoli fu un desiderio vivissimo di tutti quelli che conobbero quell’istituzione. Si assicurava che applicando in ogni luogo tali leggi si sarebbe veduto «il mondo intera¬mente cangiar faccia». Si formulava la speranza che fosse piaciuto alla gran mente del re di estendere la sua grand’o-pera a tutto il Regno, formando de’ piccoli dipartimenti, che fossero tenuti interamente ad osservarla, «salve già le debite proporzioni, e cangiamenti che la diversità degli stati» avesse richiesto. Ma, si aggiungeva subito, «la legisla¬zione di San Leucio non è per tutti, perché di tutti non è una perfezione ferma ch’essi hanno. Su de’ S. Leuciani con¬tinuamente sta aperto l’occhio sovrano, il quale immediata¬mente li guarda. Non può questa felicità dell’immediato suo sguardo estendersi a tutti»….
Le clamorose approvazioni che da ogni parte riscosse la fondazione di San Leucio, indice dell’importanza che si attribuiva a tale tentativo di realizzare delle teorie già dif¬fuse allora nelle classi illuminate, non devono però farci velo sulla vera essenza dell’istituzione, né sulla sua origi¬nalità, né, tanto meno, sulla parte reale che ebbe Ferdinando nel darle quella forma. A chi abbia infatti anche una superficiale conoscenza del movimento dello spirito filosofico del secolo XVIII, non può essere sfuggi¬to come le leggi Leuciane che si esaltavano come dettate «dalla divina sapienza» non ripetessero in fondo la loro origine da quel complesso di principii allora diffusissimi che ebbero per movente e per iscopo l’amore dell’uma¬nità e la ricerca dei mezzi per renderla felice. Ricerca che, priva di una base scientifica, si manifestò nell’esuberanza di creazione di quelle smaglianti utopie, di cui la lettera¬tura di quel secolo è così abbondante. Quei metafisici umanitari ricercando in astratto l’origine dei mali che tra¬vagliano gli uomini credevano averla ritrovata nell’essersi questi allontanati dalla via loro tracciata dalla natura, e perciò credevano doversi essi ricondurre a quello stato primitivo d’innocenza e di felicità, il cui tipo volevano ritrovare tra i popoli selvaggi che, a loro dire, per avere serbata l’antica semplicità, vivevano ancora felicissimi. Di qui l’entusiasmo per la vita selvaggia che, anche prima del Rousseau, invase tutta la letteratura filosofica del secolo XVIII, specialmente in Francia. Abbondano gli scrittori che hanno delle parole di ammirazione per i popoli i più lontani dalla civiltà europea, la cui esistenza regolata dalla sola ragione e dalla bontà naturale pare prolunghi sulla terra l’età dell’oro. Per non parlare del Rousseau, le cui opere sono note a tutti, il suo discepolo Raynal, per esempio, scorrendo ne’ suoi libri il globo intero, s’esalta alla vista degli Ottentotti, dei Pelli Rosse, dei Cinesi, degli abitanti delle Bermude e di quelli della Cocincina, dei Peruviani; Marmontel compone un romanzo sugl’Incas, e lo stesso Montesquieu non può trattenersi dal fare un’ottimistica pittura di due virtuose famiglie di Trogloditi scampate all’eccidio della loro razza e che dovevano produrre una progenie, di virtù così superiori alle comuni.
Non sempre però si arrivava a negare tutte le conquiste della civiltà; da non pochi riformatori più temperati si ammette l’opportunità dell’industria e del commercio,
accanto all’agricoltura, propugnata da tutti. Qualcuno giunge persino a riconoscere l’utilità delle arti belle e delle scienze e finanche delle industrie di lusso….
Ma avendo ormai trattato completamente, spero, del carattere della colonia di San Leucio e del suo significato iniziale, in cui appunto si ritrova quello che essa ha di originale, non mi pare necessario seguirne minuziosa¬mente tutte le vicende posteriori. Solo dirò che dopo una breve e disastrosa amministrazione del principe di Tarsia, onesto ma inetto, le fu preposto dal re come Intendente il famoso cardinale Fabrizio Ruffo, che nel governo di essa continuò ad esplicare tutta quell’attività, magari turbo¬lenta, che gli aveva già fatta una riputazione a Roma quale Tesoriere della Chiesa. Nel 1826, vedendosi che le casse reali non ne ritraevano direttamente tutto il vantag¬gio speratosi, l’opificio di San Leucio fu dato in appalto all’industria privata e tale trovasi attualmente dopo le varie trasformazioni che dovette subire. Ma anche alla distanza di più di un secolo dalla sua fon¬dazione, la colonia di Ferdinando IV, per i motivi che mi pare d’avere abbastanza lumeggiati, non cessa di avere la sua importanza e non può essere assolutamente trascura¬ta da chi, senza preconcetti, imprende a studiare l’evolu¬zione delle idee innovatrici in quel secolo XVIII, così fecondo di rivolgimenti nel campo della filosofia sociale e umanitaria. {Stefani 1907)

L’arte della seta
«Cento recipienti di soda»
t’architetto Ferdinando Patturelli presenta a don Antonio Sancio, Amministratore dei Reali Siti di Caserta e San Leucio, lo studio approfondito dei luoghi, che definisce umilmente «operiamola» e «tenuissimo mio lavoro». Nel 1826, data di pubblicazione del testo, regna Francesco I di Borbone, dedito a aggiungere «nuovo splendore e perfezio¬ne alle già fondate opere» dei predecessori.
Io parlo della famosa Colonia di San Leucio, che deve al genio di Ferdinando la sua esistenza, la sua legislazione e tutte quelle utilità, che a suo luogo andrem osservando. Nel fondar questa Colonia pensò Ferdinando d’introdur¬re fra noi varie manifatture ed industrie, principalmente quelle della seta, e mise in opera tutta la sua potenza, onde da tali manifatture risultasse la floridezza della Colonia medesima e di tutto quanto il Regno. Da questi esempi cotanto illustri non si allontana il presente nostro Re Francesco, ed egli battendo le orme gloriose dell’Avolo, e del Padre non solo aggiungerà sempre nuovo splendore, e perfezione alle già fondate Opere, come ha gloriosamente cominciato a fare; ma delle nuove andrà ancor egli immaginandone a vantaggio degli ama-tissimi suoi sudditi….
La Legislazione di San Leucio parto fecondo dell’ottimo cuore, e del talento sublime del nostro Re Ferdinando, che degnossi vergarle di suo proprio pugno, sono vera¬mente un capo d’opera, e meritamente han riscossa l’am¬mirazione di tutta quanta l’Europa. Esse venner pubbli¬cate pe’ tipi della Reale Stamperia, la prima volta nel 1789 col titolo Orìgine della Popolazione di San Leucio, e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrisponden¬ti al buon Governo di essa; e quindi ristampate nel 1816 nella medesima Reale Stamperia. Il Vescovo di Telese Monsignor Don Vincenzo Lupoli nel 1789 le tradusse in latino, e pubblicolle con dotte ed erudite annotazioni. D Cav. Don Domenico Cosmi stampò inoltre un libro ai eleganti componimenti poetici in lode delle medesime, Leggi Leuciane, e di dedicollo alla Maestà della Regina Carolina d’Austria di sempre felice rimembranza. In somma chiunque ha parlato del Re Ferdinando e in vita, e dopo la morte di lui non ha potuto non tributargli la più larga, e meritata lode per questa Legislazione, che quantunque breve emula, e forse sorpassa nella saviezza le più famose così fralle antiche, come fra le moderne.
È questo Real Sito, come si è dinanzi accennato, una Colonia d’Artisti stabilita nel 1789 dall’Augusto Ferdinando per promuovere fra noi la manifattura della seta emulando in così nobile impegno il famoso Ferdinando I d’Aragona, il quale molto si adoperò ad introdurre nel Regno di Napoli questa sorta di lavoro. In fatti mercé la protezione accordata a questa Colonia, e le sue Reali largizioni è giunta l’Arte e a gran perfezione; cosicché potremmo non aver bisogno di manifatture stra¬niere. Il Regal Casino non ancor compito, meritamente detto di Belvedere, è situato a Mezzogiorno alle falde del Monte San Leucio in una posizione assai salubre ed eminente fino al segno di guardar a se sottoposto il Gran Palazzo di Caserta: e siccome resta superiore anche a’ fabbricati della Colonia Leuciana; una maestosa scalina¬ta, che il precede, eccita il desio di ascendervi. Giunto nel piano si osserva in faccia l’avancorpo bene architetta¬to, in mezzo al cui primo piano havvi la Chiesa Parrocchiale fiancheggiata da due belle fontane, ed alle spalle nel basso il magnifico portone, che forma di fuori il rinchiuso l’ingresso principale a questo Real Sito orna¬to a’ fianchi da due lunghi casamenti appellati quartieri di San Carlo e San Ferdinando.
Nella Chiesa Parrocchiale è degna d’osservarsi la perizia dell’Architetto Collecini, che da un Salone che era, seppela ridurre all’attuai forma per voler del Re Ferdinando nel 1776. Nello spiazzo all’Oriente del suddetto avancor¬po, che dovea esser centro del Real Casamento, ritrovasi nell’alto del fondo la statua del Re Fondatore e singoiar proteggitore dell’intera popolazione, ed alla sinistra dello spiazzo medesimo si passa nel cortile del Palazzo. Nel portichetto vi sono attaccate simmetricamente al muro
cento recipienti di soda, per averli pronti in caso d’incen¬dio, e nell’aia del cortile medesimo il Re ha date in ogni anno delle sontuose tavole alla intera popolazione, nella circostanza de’ maritaggi, che secondo le leggi della Colonia hanno luogo nel giorno di Pentecoste. Passando nel Real Appartamento il curioso osserverà un discreto numero di ariosissime stanze comode per lo Real diporto, tutte decentemente addobbate, alcune delle quali hanno de’ belli guazzi nelle volte: ed è meraviglioso l’esteso oriz¬zonte, che si osserva dalla stanza di questo Real Casino destinata per dormire le LL.MM.- Dall’istesso Appartamento si fa passaggio nelle varie officine della fabbrica delle seterie, come Filanda, Incannatorii, Filatorii, ed altro, che sembra inutile andar minutamente descrivendo; ed è cosa, che sorprende il vedere le molte, e differenti operazioni, che si fanno nello stesso tempo per mezzo di macchine tutte animate dal rotone piantato in un sotterraneo al lato Occidentale del fabbricato, e spinto da un ramo dell’acqua Carolina appositamente ivi condotta. Un bel Cilindro costruito sopra disegni perve¬nuti dalla Francia, si trova all’Occidente del Cortile del
Real Casino. Sortendo poi dallo stesso cortile nel locale a se incontro ritroverà la disposizione di tutti i telai ed altre manovre della fabbrica, per comporre ogni sorta di stof¬fa: e progredendo il cammino più sopra vi è il locale ove si conservano i bachi da seta chiamata Cocolliera colla corrispondente stufa, ed un’altra spaziosissima Filanda.
Primaché questa Fabbrica acquistasse tutto il lustro di una completa manifattura, che ora presenta, nel 1776 ebbe cominciamento dalla semplice manifattura de’ veli da seta allora molto in uso, che a S.M. Ferdinando piacque intro¬durre fra noi chiamando espressamente da Torino il Direttore Signor Francesco Bruetti. Alquanti anni dopo, bramando il Monarca medesimo completar la manifattura, e riunirla nel tempo stesso in un acconcio locale, onde la gioventù guidata fosse puranche nello spirito dal Parroco, ordinò nel 1786 la costruzione di molte fabbriche, e fralle altre l’ampliazione del Casino di Belvedere ove ripose l’in¬tero lavorio; e 1 Machinista Signor Paolo Scotti fatto venir da Firenze sotto la dipendenza dell’Architetto Don Francesco Collecini distribuì la località e per le macchine, e pe’ telai. Finalmente nel 1789 S.M. dichiarò Real Colonia siffatto stabilimento dipendente solo da’ suoi Sovrani comandi; vi formò le Leggi tutte proprie; ordinò che tutti vestissero uniformi; stabilì le scuole di educazione de’ fanciulli, e tutto ciò, che attualmente si vede in vigore. Pensò anche il Re di stabilire un rifugio agli Artisti bisognosi in caso di grave malattia, e ordinò nel 1794 un progetto grandioso d’un Ospedale all’Architetto Collecini, il quale ne fece formar anche il modello in legno. La forma dell’intero fabbricato era una Croce greca, divisa in due piani: i quattro lati della Croce nel piano superiore servivano a corsee pe’ malati con passaggi laterali: nel centro era situata la Cappella; e nelle testate le camere pe’ custodi, ed assistenti: nel pian terreno poi stavano situate tutte le officine per tale stabilimento opportune. Questa idea piacque molto al Re, e vedrebbesi ora eseguita nel recinto stesso di San Leucio, se le tante disgrazie avvenute non ne avessero impedita l’esecu¬zione. Al presente però trovasi a quest’uso detinato il Fabbricato del soppresso Monastero di San Francesco di Paola vicino al Real Boschetto di Casetta con un fondo asse¬gnato di annui ducati 600 di rendita. {Patturelli 1826)
«Al meno del luminoso Settecento napoletano» Frutto di lunghe e appassionate consultazioni dei documenti di archivi e biblioteche, gli studi autorevoli che Giovanni Tescione dedica all’arte della seta a San Leucio e nel Mezzogiorno d’Italia; alla ricerca, soprattutto, «di quei fat¬tori storici, e specialmente umanistici, economici, e tecnici, che delle arti sono le naturali determinanti».
Quando, verso il 1776, il giovane Ferdinando Borbone, osservando, come dicono i maligni, un po’ troppo da vicino la bella sposina di un suo boscaiuolo che attendeva alle cure del filugello e della filatura, ebbe la prima idea della fabbrica delle seterie che poi si sviluppava magnifi¬ca nello stesso palazzo reale del Belvedere, egli, che pur poneva in atto quanto, da Sehn Nung della Cina a Francesco I di Francia, avevan fatto una lunga serie di sovrani, ignorava di rinnovare una vicenda e di continua¬re una tradizione che rimonta ai secoli d’oro del ducato di Napoli e agli arbori gloriosi del regno delle Due Sicilie….
Ed eccoci al mezzo del luminoso Settecento napoletano. La rinascita della seta prende ora corpo e vita dalle origi¬ni stesse del pensiero politico meridionale. Gian Battista Vico, incompreso, ha concepito la ragione come storia e divinato le leggi eterne della vita delle nazioni; Pietro Giannone ha forgiato il nuovo spirito dello stato laico. Antonio Genovesi ha scolpito nella forma più aderente alle condizioni del regno di Napoli i canoni fondamentali di una sana economia pubblica. È possibile così a Gaetano Filangieri e a Bernardo Tanucci, sintesi mirabili di tanta opera preparatrice, nel campo del pensiero l’uno e nel campo dell’azione l’altro, avviare il gio¬vane Ferdinando IV verso le nuove ineluttabili mete. Vediamo così sbocciare, in una vaga sembianza di comuni¬smo razionalistico e idealistico, una delle cose più originali di quel secolo, la più bella espressione di quell’idillio dell’il¬luminismo napoletano con quell’ingenua e bizzarra uma¬nità capricciosa che costituisce il fondo della coscienza di Ferdinando IV: la colonia del Belvedere di San Leucio. Ecco la piccola spola, tra le rosee dita della bella boscaio-la leuciana, nelle sale sonanti della reggia, stendere il filo d’oro della morbida seta campana, quasi a riallacciare la trama che si ricongiunge alla tradizione delle belle fan¬ciulle di Corinto nel castello palermitano di Ruggero. E perché più degna fosse la rinascita, che l’arte doveva avere in una terra di templi, di ninfei e di teatri, mentre gli antichi miti di Diana e di Cerere, di Bacco e di Arianna trovavano un’esaltazione eloquente nei bianchi gruppi statuari del Solari nel parco Vanvitelliano di Caserta o negli affreschi del Fischetti della fastosa reggia e dell’arioso Belvedere, e la letteratura cortigiana intrec¬ciava versi ai fiori che i bimbi offrivano alla regina bene-fattrice o agli articoli dell’originale codice, le note del vio¬lino magico di Antonio Lolli, la voce ammaliatrice della Coltellini e la musica divina del Paisiello esaltavano la significazione spirituale e sentimentale dell’evento. Degna celebrazione, se pensiamo alla divinità del momen¬to in cui un popolo può segnare la rinascita d’un’arte sua, d’una forza sopita della civiltà sua. E se, col fervore di Ferdinando Galiani e di Domenico Caracciolo, la luce del progresso tecnico della trattura fu attinta dalla fiaccola accesa nel Piemonte da Vittorio Amedeo II di Savoia, per le attuazioni nel campo dell’ar¬te tessile gli occhi si rivolsero alla Francia, dove il genio di Ferdinando Lasalle aveva raggiunto altezze insperate e acceso luci immortali.
Al riflesso di queste luci, lo schema normativo fondamen¬tale della colonia e delle manifatture di San Leucio, più che un codice politico e sociale di tecnica manifatturiera, diventa un vero galateo del lavoro animato dalla fede e dalla poesia dell’arte.
Geniale sintesi questa di tutta una rivoluzione che si era venuta svolgendo nel campo della tecnica della filatura e della tessitura.
Era stato questo il miracolo dell’organzino che, nella prima metà del secolo XVIII, si era diffuso in tutto il mondo e venne conosciuto dappertutto col nome di trattu¬ra alla piemontese. Di questo ingentilimento del filato che aveva sorpassato la legge delle masse, per la quale era stato possibile ai paesi ricchi di materia prima e mano d’opera industre produrre tessuti come il damasco di Catanzaro, che restano nella storia dell’arte serica come il marmo pen-telico nella storia dell’architettura, si eran subito imposses-
sati i principali paesi produttori e, più di tutti, con la sua formidabile organizzazione colbertina, la Francia. Occorreva cogliere e introdurre nel regno di Napoli, nel momento più delicato, quando la rivoluzione disorienta¬va e sconvolgeva tutta quest’organizzazione meravigliosa, il portato di queste nuove applicazioni. Di qui l’affannosa ricerca di maestri d’arte forestieri per la formazione della maestranza, in cui il Piemonte, la Liguria, la Toscana, la Sicilia, e poi la Provenza, l’Austria, la Germania hanno la loro parte. Anima di tutto questo movimento era lo stesso Ferdinando IV, che, se attuava in S. Leucio i portati del¬l’illuminismo e curava lo sviluppo d’una fonte di ricchez¬za del suo regno, vi trovava anche il soddisfacimento dei bisogni voluttuari della sua natura originale. Abituato ai suoi bizzarri travestimenti da cuoco, da con¬tadino o da pescivendolo, egli stesso indossava talvolta l’abito della colonia.
Ai suoi tempi, Casetta fu dimora abituale della sua corte, durante la primavera, la prima parte dell’estate e l’autunno, e quella reggia fu centro di vita brillante, mèta di viaggia-
tori augusti e illustri, da Giuseppe e Francesco I d’Austria a Carlo IV di Spagna, dall’Hamilton a Miss Craven, dal Goethe al Duclos, dal Lalande al Casanova. Nei grandi pranzi, nelle feste, nei ricevimenti, le dame della corte sfoggiavano in gara con la regina e le princi¬pesse reali, i veli, le nobiltà, le floranze e gli ormesini leu-ciani e il re stesso si presentava al baciamano vestito dei serici prodotti della fabbrica sua. Lady Hamilton, preferita, viveva nella maggiore intimità della regina, e i veli e i fazzoletti della fabbrica di San Leucio, di cui ella era cospicua consumatrice, dovettero qualche volta servirle in quei plastici drappeggi, in cui ella sapeva esser maestra.
Al tramonto della sua vita, il bizzarro fondatore della colonia amò venire a rinnovare a San Leucio le gioie della prima giovinezza, non più turbate dalla saccenteria di Maria Carolina, ma ravvivate dal filtro del suo amore senile per la bella contessa di Floridia. Qui si rinnovavan per lui ogni anno, nella ricorrenza della Pentecoste, nel¬l’estate o nell’autunno, fra una battuta di caccia e l’altra, i riti allegrati da pittoresche danze campestri, con cui si
solevan celebrare le nozze, la mietitura, la vendemmia. Fra i lieti canti pastorali ritornava la vicenda delle opere di Cerere o di Bacco che gli affreschi del Fischetti avevan giocondamente esaltate nelle volte del salone del Belvedere, mentre le spighe mature dei biondi covoni della vaccheria e i grappoli cerei del zibibbo o corallini dell’aleatico trovavano la loro classica stilizzazione nel lampassi della sua reggia preferita. Il processo produttivo di quella fabbrica reale, sotto l’a¬spetto tecnico e artistico, si può dividere in tre grandi fasi e periodi: il primo, dal 1776 al 1789, è di attuazione dei primi esperimenti di trattura e delle fabriche dei veli e delle prime stoffe per abbigliamento. Il secondo, che s’i¬nizia nel 1789 con la proclamazione del codice, è di orga¬nizzazione tecnica più evoluta e coincide col più vasto piano di una grande città industriale, reso poi vano dalla rivoluzione del 1799. Esso migliora la tecnica delle stoffe per abbigliamento e propaga la lavorazione delle stoffe per tappezzeria. Il terzo, che va dal 1799 al 1869, segue lo sviluppo di tutti i nuovi tipi col perfezionamento della tessitura alla Jacquard.
Dopo i progressi della rinascita Aragonese, la decadenza verificatasi nei secoli XVI e XVII aveva portato non solo la rarefazione dei tipi, ma anche lo scadimento delle qua¬lità intrinseche di materia e di fattura, quando i prodotti di Genova e di Venezia e, ancor più, quelli di Francia avevan raggiunto il massimo del loro sviluppo, sfruttando tutte le possibili risorse della tecnica del tempo. In queste condizioni la rinascita manifatturiera leuciana era partita da un primo gesto di difesa del mercato nazionale dall’i¬nondazione forestiera del genere più diffuso di moda, i veli, che sfruttavano al massimo grado i vantaggi dei pic¬coli calibri dell’organzino. Dopo i veli, eran venute le maglie, le calze, le nobiltà, gli ormesini, le saie, i saioni, i broccati, i velluti.
In quest’opera di ricostruzione e di svecchiamento ogni attività si volge a una febbrile assimilazione della tecnica forestiera.
Venuto in un periodo di vorticoso cambiamento della moda e degli stili che, nel giro di pochi decenni, passaro¬no dal Luigi XV al Luigi XVI, al Direttorio, all’Impero, al Luigi Filippo, e quando il tono era dato dalla premi-
nente industria francese, S. Leucio non potè che attinge¬re a queste fonti i motivi dei suoi tessuti. Così, nel campo dell’abbigliamento, l’arte leuciana, seguendo la moda francese, passò dal turbine dei pekins e degli chinés al zefiro delle levantine, delle marselline, delle virginie, dei tulli, e infine alla travolgente ondata dei reps, dei velluti simulés, e delle cotelines. Ma quelle manifatture, se erano abitualmente riproduzio¬ni più o meno fedeli, spesso presentavano varianti origi¬nali aventi un’impronta tutta propria. Un fatale ritorno, una risposta, secolare nostalgia c’era nel sangue degli stessi maestri francesi venuti a San Leucio da Avignone e da Lione, dove l’arte nostra era emigrata al tempo dei Papi; e un’alta significazione spiri¬tuale doveva avere nella vita civile di un popolo questa piccola istituzione che, governandosi con leggi proprie, volle dare il nome di Napoli a quelle grosse grane che, al tempo della decadenza viceregnale, s’eran chiamate col nome barbaro di gruditur, e il nome di «Leuceide» alla stoffa della piccola borghesia sorgente col nuovo secolo, e riprodurre da sé quei campioni dell’arte pompeiana, bizantina, sicula, gotica o del Rinascimento, di cui tante orme erano stampate nella terra sua. Più che imitazione e servitù è ricostruzione e rivendica¬zione, che porta l’emblema metallico d’un orgoglio civile, il carattere unitario di una fede nazionale. Di tutta la ricca messe di stoffe che da San Leucio passa¬rono a completare ed arricchire il Barocco, il Roccocò e l’Impero dei vari palazzi magnatizi della capitale e del regno di Napoli e dell’Estero, dal palazzo reale di Casetta alla Ficuzza di Palermo, dal palazzo Farnese di Roma al gineceo del bey di Tunisi, con gesti in cui spesso alla deli¬cata esibizione artistica s’accompagnava una riposta significazione politica, basterà ricordare i pregevoli esem¬plari che restano ancora nei due superbi palazzi di Caserta e di Napoli.
Sono questi i due palazzi che maggiormente s’abbellirono della produzione di San Leucio. Se, alla venuta di Carlo Borbone, fu necessario prendere in prestito e in fitto le stoffe per l’addobbo del palazzo Reale di Napoli, ben grande fu la premura che negli anni successivi Ferdinando pose nel dare degne cornici agli arazzi dei Gobelins o del Durante o agli affreschi del Corenzio e del De Mura, del Fischietti o del Dominici. Dopo la rivoluzione del 1799, sono picchè, rasi, ormesini, pekins rigati, rasati o operati di San Leucio, in tinte sem¬pre chiare e delicate, bianche, celesti, verdine, lattine, che vengono a guarnire la sala di udienza o lo spogliatoio di Ferdinando o le stanze da letto di Maria Carolina o delle principesse reali, accanto alle altre stoffe fornite dalla R. Fabbrica dell’Albergo di Palermo, che riveste di orme-sino cremisi le anticamere del re o di nobiltà verde la libreria della regina.
Durante la reggenza di Carolina Bonaparte, le fabbriche conseguirono i vantaggi dello sviluppo tecnico loro impresso dai piemontesi Wallin e Maranda e dal francese Pierre Maugras.
Mentre il consorte con i prodi napoletani compie atti di valore tra le nevi insanguinate della Russia, Carolina sce¬glie col suo fine gusto napoleonico i pekins, gli ormesini gialli, bianchi o celesti per l’appartamento che gli va apprestando nella favorita Villa di Portici e i velluti cre¬misi che serviranno per il trono della Reggia, per quello della sala del Parlamento nel palazzo degli Studi, per la festa di San Gennaro alla Cattedrale o per quella del Corpus Domini a Santa Chiara. Con stoffe di San Leucio Carolina rinnova pure l’addobbo dei palchetti di corte dei teatri San Carlo, del Fondo, dei Fiorentini, e a San Laucio ordina ingenti provviste di taffettà bianco per le tendine dei vari palazzi reali.
Ma, al ritorno di Ferdinando, nei restauri della Reggia di Napoli, San Leucio da nuova freschezza al sorriso degli ormesini verdi, gialli o celesti nelle anticamere reali e trionfa col grande velluto cremisi ricamato con gigli e frange d’oro della sala del trono, rinnovando lo splendore dell’opulenza e del fasto aragonese. In quella sala infatti i pregiati velluti di S. Leucio recavano il peso di un cantaio e mezzo di fili d’oro, lavoro pregiato delle mani industri delle fanciulle del R. Albergo dei Poveri in Napoli, costato esso solo più di 100.000 ducati. Durante quel lavoro, l’imperatore Francesco I d’Austria, visitando il R Albergo dei Poveri, ebbe a dire il re di Napoli avrebbe avuto il più bel trono del mondo. Da allora, e più ancora quando, venti anni dopo, matura¬rono i frutti dell’appassionata protezione di Maria
Cristina di Savoia, le manifatture di San Leucio rimasero incontrastate nel soddisfare i bisogni della Casa Reale. Fra queste cospicue forniture vanno ricordati il grande e ricco parato ordinato da Francesco I nel 1827 e i broccati d’oro su fondo amaranto o bianco, i cordonati scarlatti o gialli con fiori bianchi, e i vari ormesini in bianco, in gial¬lo, in celeste, in verde, tutte stoffe modellate su campioni di Parigi, fedelmente riprodotti. Favorita da Maria Cristina di Savoia, la manifattura dei parati sacri più vari, più ricchi e più belli, fornì gli arredi per la nuova monumentale Basilica di S. Francesco di Paola e per la Cappella Palatina, fra cui i gros di Napoli, operati, broccati di seta nei vari colori della liturgia, bianco, rosso, violaceo, nero, e, bellissimi, un broccato in oro su fondo cre¬misi e un broccato bianco laminato su fondo d’argento.
Queste antiche stoffe leuciane, dove conservate, dove fedelmente riprodotte, dove sostituite da nuovi tipi e disegni, sempre ad opera di quelle manifatture, formano ancor oggi pregevole ornamento delle due magnifiche regge borboniche.
Ed è oggi un vero godimento dello spirito seguire nella grande Reggia Vanvitelliana di Casetta il passo misurato, ampio e maestoso dell’architettura italiana che, dopo la magnifica parentesi barocca, riprende la via della sua tra¬dizione fatta di chiarezza, di semplicità e di logica, in un sobrio classicismo che ha la freschezza di un sano risve¬glio, e dove, nella grandiosità, nella euritmia, nella magni¬ficenza, sembra eternato in simboli superbi il nume stes¬so della regalità.
Qui, passando di meraviglia in meraviglia, osserveremo nelle sale immense e luminose come il raso e il taffettà a tinte delicate palpiti d’amorosi sensi sotto l’allegoria della «Primavera» del Dominici; vedremo come dolcemente scenda sull’oro dell’originale lampasso della ricca, armo¬nica e bene intonata sala da pranzo di stile Luigi XVI, sotto l’autunno del Fischetti, la calda luce d’un pomerig¬gio campano; vedremo le volute delicate e fini dell’acanto ingentilirsi e quasi spiritualizzarsi, nelle piramidi trionfali, con alternativa di leggerissimi panieri e di delicato coro¬ne e festoni e di nastri svolazzanti; e, tra i simboli più delicati dell’arte tessile, l’ulivo, la felce e le piccole rose, la freccia s’impicciolirà e s’incrocierà in atto di riposo, e la spiga, motivo dominante delle stoffe leuciane, animata da un contrasto possente di chiaroscuri, s’affermerà, sovrasterà, trionferà.
Più sfarzosa, la reggia di Napoli ci mostra una maggiore ricchezza di forme e di colori. Qui i vari lampassi e broc¬catelli, nei loro colori d’oro composto con l’azzurro, col rosso, col verde, col crema, col mais, e nei loro stili dal Barocco al Luigi Filippo, incorniciano gli arazzi di Francia e fan da tappezzeria al Battista di Guido Reni o all’Orfeo del Vaccaro. Le opulente piramidi floreali, deli¬catamente stilizzate o inspirate al più assoluto verismo, sembrano inebbriarsi al duplice giuoco della luce marina che riversa su di esse le ondate tangenti della sua pioggia di cristallo.
Qui, sotto l’affresco del De Mura, dove tutta la ricchezza della terra partenopea sembra prostrarsi estatica innanzi al divino mistero dell’aurora, rosseggiante come il Vesuvio, il lampasso sembra elevare, nell’impeto del rosso del fondo, temprato dal crema delle figurazioni, un inno superbamente composto nei più armonici motivi stilizzati
dell’acanto e della felce, dell’uva e della spiga, mentre, sotto gli affreschi del Corenzio e gli arazzi di Gobelins con le allegorie della Terra e del Mare, si stende il magni¬fico lampasso, dove, sul fondo bleu vivo, si sviluppa trionfalmente, luminosamente, il fasto del fiorame d’oro di un originale Impero.
Il tramonto del regime coloniale trovò le industrie seriche di S. Leucio già in uno stato di depressione, a causa degli avvenimenti politici preparatori dell’unità italiana e della diffusione dell’atrofia, vero flagello del baco da seta, e a questo periodo di depressione succedeva una vera stasi nel decennio successivo al 1860. Con Cesare Pascal, nel 1869, s’inizia la ripresa dell’indu¬stria sotto il nuovo regime.
Sulla scorta degli antichi campioni e utilizzando i più recenti portati della tecnica, si riprende la fabbricazione di ogni sorta di stoffe per abbigliamento e più ancora per mobili, raggiungendosi una insuperata perfezione per pregi intrinseci ed estrinseci. Rimonta a quel periodo la creazione del rinomato tipo di damasco dell’altezza di m 1.60 largamente richiesto dall’Inghilterra e dall’America, e la produzione di stoffe d’arte nei vari stili italiani e fore¬stieri; felice, eloquente riflesso, nel campo dell’arte tessi¬le, di quel romanticismo dominante che dette sì vasta impronta alla letteratura del secolo XIX e che si volse allo studio geniale di tutte le manifestazioni d’arte del passato.
Intanto, nel 1880, s’iniziava un’altra tipica produzione leuciana che ben presto s’affermava e trovava la più larga diffusione: la coperta. Da allora questo caratteristico pro¬dotto, magnifico tessuto di damasco ad una spola, dalle grandi dimensioni, composto di circa 30.000 fili d’organ¬zino e di circa 10.000 di trama, con filati tinti in matasse, nei più bei colori, rosso, verde, bleu, giallo, rosa, fu il sogno di ogni sposa, e l’orgoglio di ogni famiglia del Mezzogiorno e delle lontane Americhe. Siamo così al decennio che segue al 1919, quando Tinten-sificato ritmo del mercato mondiale e il regime di labo¬riosità conseguito dall’Italia rifatta dalla grande guerra e dalla disciplina fascista consentono al modesto seme della manifattura reale del 1789 di raggiungere l’apogeo del suo sviluppo.
Siamo, infine alla crisi del 1929, quando un’insana febbre di egemonie economiche, elevando barriere fra popolo e popolo, arresta il volo della ricchezza e incatena le forze del nostro lavoro.
Soccomberà la nobile arte nostra della seta e rimarran vane memorie da museo i leoni del mantello di Ruggero II e l’aquile dell’alba imperiale di Federico di Svevia? Dopo la terribile pestilenza del 1656, i popolani delle 29 Ottine di Napoli, in segno d’animo grato per lo scampato pericolo, offrivano le loro seriche bandiere stemmate in ex voto alla Vergine, nella Chiesa di San Lorenzo Maggiore che, come la magnifica Stefania ai tempi del Ducato, fu centro della vita civica della Napoli medioevale. Esse, divenute logore, ma care al cuore del popolo, furon rifatte nel 1773, poco prima che, nell’ombre del tempio, scendessero i bagliori di quel grande incendio del Monte di Pietà che distruggeva, fra le tante ricchezze, i tesori di stoffe preziose ivi ammassati, quelli che erano scampati ai saccheggi dei barbari.
Una mano pia, delicatamente sensibile, raccolse le poche superstiti che si conservano oggi nel Museo di San Martino, accanto ai cimelii più santi del risorgimento meridionale.
Quelle bandiere portano fra le loro pieghe gualcite e sbiadite il fascino d’oltre un millennio di storia d’un arti-gianato industre, paziente e geniale che, attraverso l’alter¬na vicenda delle pestilenze, riuscì a mantener vivo il fuoco di Vesta d’un’arte indigena che si ricollega alle più antiche civiltà italiche; fuoco che talvolta divampò e riful¬se, tal’altra s’attenuò e disparve sotto cenere, ma giammai si spense.
Grazie a queste tradizioni oggi batte ancora tenace, dal Belvedere di San Leucio il polso dell’arte, ai piedi della storica collina del Tifata.
Batte nel nome di Paolo Colosimo, l’arte, che, se ieri ebbe privilegio di giurisdizione e dritto di portar cappa e spada, oggi sa essere orgoglio di sangue vermiglio umil¬mente versato per la grande patria redenta, luce radiante dalla santità del lavoro nelle tenebre di mille e mille crea¬ture orbate della luce del sole.
Batte nel nome di Leonardo da Vinci, là dove si curvano alla scuola industre del telaio i figli di tutto un popolo d’artieri che sa ancora distendere al sole la gloria dei suoi damaschi al passaggio dei suoi Numi, dei suoi Principi e dei suoi Eroi e sa cingere l’azzurro delle sue sete al fianco aquilino dei trasvolatori dell’Atlantico. Nel nome di questi ricordi, di questi simboli, di questi eroi, confortiamo ed esaltiamo il nostro e la nostra fede d’Italiani e di Napoletani.
Chi può dire quali nuove mète la vita moderna, con i suoi transatlantici, con i suoi velivoli, con i suoi geometrici immensi alveari cittadini, con le sue sollecitazioni, con la sua inesausta, vertiginosa, caleidoscopica sete di bellezze, assegni ancora all’arte che serra nelle sue catene e nelle sue trame la tradizione immortale della fecondità, della magni¬ficenza e della luce della terra nostra? {Tescione 1938)

Impressioni di viaggio
Molti dei numerosi viaggiatori di fine Settecento e inizi Ottocento, in visita alla villa reale di Caserta, trascurano il Belvedere di San Leucio e la fabbrica delle sete, impegnati come sono a ammirare la magnificenza della costruzione vanvitelliana e le opere d’arte che contiene. Fenomeno sociale più che artistico, nonostante la produzione di capo¬lavori artigianali, l’opificio viene, dai più, preso in conside¬razione solo nell’analisi della filantropica personalità di Ferdinando.
Positivo il giudizio di Goethe, soprattutto sul re che, ade¬guatamente istruito, sarebbe stato «uno dei migliori regnanti d’Europa», e quello della margravia d’Anspach, lady Elisabeth Craven, ospite di Ferdinando con il marito nel 1789 (e da lui probabilmente corteggiata). San Leucio come rifugio dai «disgusti domestici» oltre che dal chiasso della corte e dalla fatica del governare, è la valutazone dello spagnolo Moratin, mentre, nel Viaggio pittorico.
stampato da Cuciniello e Bianchi, si suppone che re Carlo III, nel creare le «maraviglie di Caserta» trascuri l’area campe¬stre di San Leudo, quasi a voler lasdare «alcun cantucdo al figliuol suo ove pur potesse imitarlo». I prodotti dello stabili¬mento sono mediocriper il Fulchiron, e Dumas insolentisce il re Nasone, nel dubitare che egli, nemico della libertà, sfaticato e quasi analfabeta, sia l’autore di un tale codice di leggi e nel sospettarlo adultero e padre naturale di molti leudani. Infine in Napoli e le sue costumanze, compilazione di narrazioni storiche efilosofiche d’autore, si parla di fondazione «ammira¬bile» e di un’Italia genitrice di uomini trovatori «di cose non mai immaginate».
«Se lo avessero fatto studiare seriamente» II Re era un appassionato cacciatore fin da giovane, per¬ché così era stato educato. Si dice che in gioventù avesse una salute malferma e che proprio per la caccia si sia irrobustito e sia diventato forte e sano. L’Hackert ebbe un giorno l’onore di essere invitato a caccia insieme con lui e con sorpresa vide che su cento colpi, ne mancava solo uno. Non era solo la caccia, ma anche la vita all’aria aperta che lo manteneva in buona salute. Ciò che il Re ha imparato lo fa bene e con esattezza. Hackert è andato spesso con lui a Capri e a Ischia. Il Comandante governa¬va la corvetta solo di notte, mentre di giorno lo faceva il Re, con la capacità di un provetto ufficiale di marina. Conosceva bene anche la tecnica della pesca e lo dimo¬strava nel lago del Fusaro, il quale dai tempi antichi è col¬legato col mare mediante un canale, il che rende salate le sue acque. Il Re aveva fatto venire le ostriche da Taranto e le aveva messe qui in vivaio. In pochi anni ebbe un suc¬cesso strepitoso. Normalmente la pesca al lago di Averno era aperta prima di Natale e in quel periodo il Re vende¬va lì parecchie migliaia di chili di pesce. Le ostriche si vendevano a buon mercato nei mesi con IV. Nei mesi senza r, cioè da maggio ad agosto, era vietato toccare le ostriche, perché nei mesi caldi avveniva la riproduzione. Il Re sapeva remare come il più bravo dei marinai e si arrabbiava molto se i suoi compagni di remo non andava¬no al giusto ritmo. Tutto quello che sa, lo fa esattamente e se vuole apprendere qualcosa, non si da pace fino a quando non l’ha imparato. Scrive abbastanza bene, velo¬cemente; si fa capire, con buone espressioni. Hackert ha visto le leggi per S. Leucio, prima che fossero stampate. Il Re le aveva date ad un amico per farle correggere se ci fossero stati degli errori di ortografia. C’erano da cambia¬re pochissime cose e di scarsa importanza. Se lo avessero fatto studiare seriamente, invece di fargli perdere tempo con la caccia, sarebbe diventato uno dei migliori regnanti d’Europa.
Al ritorno dal viaggio, Hackert si presentò alla Regina che gli disse che il Re era a San Leucio per un periodo di cura. Lo pregò di andare a fargli compagnia al più presto, per¬ché durante la cura egli non vedeva nessuno, Hackert partì
10 stesso giorno. La sera dell’arrivo a Casetta, ricevette un biglietto scritto a nome del Re, col quale lo si invitava per il giorno dopo, alle 16. Fu ricevuto molto gentilmente e il Re lo trattenne fino a notte. Mentre si ritirava, il Re gli disse che avrebbe avuto piacere di vederlo ogni giorno alla stessa ora, se fosse rimasto a Casetta.
Il Re aveva deciso di ingrandire San Leucio, sia a causa della fabbrica di seta che vi aveva installata e per la quale aveva fatto venire molti fiorentini, sia per il vecchio palazzo del Belvedere, compresa la Chiesa, che era un palazzo per modo di dire. Fu incaricato dei lavori Francesco Collecini, un allievo del vecchio Vanvitelli, ben preparato, ma che purtroppo risentiva del gusto del Borromini.
Il Re era stato spesso a casa dell’Hackert a Napoli. Gli piaceva molto il gusto col quale le stanze erano mobiliate e arredate. Diceva che erano semplici e tuttavia sembra¬vano lussuose. Un giorno lo chiamò e chiese il suo consi¬glio sulla pittura del soffitto del suo gabinetto privato che era stata affidata a Mariano Rossi. Il Re, che era di un temperamento impulsivo e passionale, chiese a bruciape¬lo la sua opinione. Hackert rispose che a suo parere, al soffitto andava bene un affresco rappresentante l’Aurora e sullo specchio del camino si poteva raffigurare il Genio del sonno. Tutto il resto doveva essere di una estrema semplicità, in modo da non guastare la veduta sulla Campania Felix. Può darsi che più tardi mi venga un’idea migliore, aggiunse. Ma il re dichiarò che meglio non poteva farsi. E così il lavoro fu eseguito come aveva con¬sigliato Hackert. (Goethe 1787)

«Con tale una precisione e una chiarezza»
Ferdinando avea fatto costruire a qualche miglio da Caserta un edifìcio ch’egli molto desiderava di mostrarmi; era un castello detto «Belvedere», dal quale, difatti, si godeva tutta la bella campagna dei dintorni di Caserta. Dietro il castello e accanto ad esso era un acconcio fabbri¬cato, costruito per una officina da stoffe di seta. Fui accompagnata lì, in una vasta sala a pianterreno, ove alcu¬ne donne e parecchie fanciulle giusto erano intente a scar¬tar la seta; una superba macchina che il Re aveva fatto venire da Lione forniva il moto agli arcolai. E quel setificio era stato impiantato a San Leucio dal Re, perché potessero onestamente guadagnar pane le famiglie di que’ villici. Ferdinando IV già si trovava in quella sala quando io entrai. Mi vi fece passeggiare in lungo e in largo quasi un’ora e mezza e, frattanto, mi fornì spiegazioni non pure su tutte le regole dello stabilimento ma fin su’ più intricati de’ congegni meccanici che rendevano quel lavoro più agevole. E tutto questo egli fece con tale una precisione e una chiarezza e una soddisfazione che proprio mi prova¬rono com’egli comprendesse perfettamente quel che mi sarebbe stato assai difficile ricordare, e come ancora singolar¬mente si piacesse di quella industria ch’egli aveva creato per benessere de’ suoi sudditi. Finalmente volle accompagnarmi – per mostrarmi anche quella – in una casettina fatta pur da lui costruire, arredata dalla Regina, e offerta in dono a un di quelli artefici del setificio, che s’era di fresco sposato a una delle più abili operaie della stessa officina. {Craven 1789)

«Là si fila, si torce e si tesse»
Nelle vicinanze di questo giardino v’è un edificio reale chiamato San Leucio, dove il re ha fondato una fabbrica di tessuti di seta: là si fila, si torce e si tesse. Il Sovrano, pro¬tettore di questa fabbrica, va molto spesso colà e in dolce penombra passa molti giorni dell’anno, ritirato in quell’asi¬lo, dove né il tumulto della corte né le cure del governo, né i disgusti domestici turbano la sua quiete. (Moratin 1793)

«Un milione di libbre di seta»
Un’antica chiesetta diruta da gran tempo, e già dedicata al nome del beato Leucio vescovo brindesino, diede l’ap¬pellazione al vicin monte ed a questo sito, che i conti di Caserta ebbero poi a loro campestre delizia. E quivi teneano egregia casa di villa, la quale, perché posta sopra poggio amenissimo d’onde spaziosa e bella campagna discopre, fu denominata e si denomina tutta tuttavia Belvedere. Quando Re Carlo Borbone, gloriosa memoria, die opera alle maraviglie di Caserta, trascurò tali luoghi; quasi per lasciare in quel campo delle sue magnificenze alcun cantuccio al figliuol suo ove pur potesse imitarlo. E Ferdinando, mentre proseguiva l’edificio di quelle Regie Case, siccome amor di caccia e di più agreste ritiro inducevalo, nel 1773 murato il gran bosco di S. Leucio per cinque miglia e mezzo di giro, in una eminenza si fab¬bricò ivi un casinetto, o piuttosto riposo di cacciatore; e lo stesso Belvedere andò poi restaurando ed ampliando. E poiché troppo arduo gli era l’emulare in opere di archi¬tettura la paterna grandiosità, se nelle fabbriche mirò all’eleganza, ai comodi, al gusto anzi che alla vastità della mole, o alla splendidezza degli ornamenti, trovò modo pertanto come farsi quivi stesso per altri rispetti com¬mendevole a’ posteri. Nel recinto medesimo della campe¬stre Reggia, divenuta a lui ed alla Regina increscevol dimora, quando v’ebbero perduto quel loro primogenito figliuolo che portava il bel nome di Tito, ei chiamò l’Arte della seta; e fattala come diva del loco, la circondò di sacerdoti e di camilli, ogni utensil provvedendo necessa¬rio a que’ riti. Per tal guisa, fondatore d’industre colonia, la quale volle dalla Carità intitolare, e l’aiutò de’ suoi favori, e l’arricchì di scuole normali, e scrisse finanche per lei leggi e statuti particolari secondo cui si dovesse reggere e governare. Il quale codice di leggi, monumento onorevole del regno e della mente di Ferdinando, contie¬ne precetti di pietà, di morale, di civile e familiare econo¬mia. Non è il suo linguaggio di sovrano legislatore a sud¬diti coloni; ma di padre, di patriarca amoroso a prediletta famiglia, ch’egli ammaestri ne’ doveri di uomo, di citta-din, di artigiano. Il politico ordinamento fondando sulla eguaglianza, l’autorità pubblica sul consiglio de’ seniori del popolo; principalmente raccomandando l’amore e la difesa (son sue parole) della cosa più cara che siavi sulla terra, la patria, Ferdinando pose fondamenta sicure alla felicità di quella terricciuola, e felicissima in effetto la vide. Il perché in un Reame troppo più agricola che manifattore, ei dava efficace impulso ed esempio a correr le vie dell’in¬dustria; in un Reame che producendo allora annualmente un milione di libbre di seta, solea inviarne più del terzo grezzo allo straniero, da cui ricompravalo poi lavorato a triplo, quadruplo, e sinanche quintuplo prezzo, egli indica¬va come sottrarsi al volontario tributo. Ed in vero i telai di San Leucio così fattamente d’allora in poi prosperarono, che in molte guise di serici tessuti pareggiano gli stessi telai di Lione. Che se com’era disegno del benefico monarca quivi presso edificavasi la novella Ferdinandopoli, avrem¬mo ora una città tutta quanta nido di Arti, e non da setaiuoli soltanto abitata, ma da ogni generazione di mani¬fattori, pe’ cui lavorii quanto sarebbe aumentata la ricchez¬za nazionale non è da dire.
Lasciando ora dall’un de’ lati queste considerazioni di eco¬nomia, fermiamoci a riguardare dalle finestre di Belvedere. Quale ampio e veramente pittoresco prospetto! Quanta
armonia di vallette e colline, di sentieri e canali, di verdeg¬gianti foreste e boscherecce abitazioni! Non ti par egli udire il mormorio di quell’acqua la quale spinta in su dalla bocca di un Tritone fuor della buccina, ricade in arco sopra il bacino che delle braccia e del capo sorregge un secondo Tritone, mentre i due delfini che servon loro di base versano limpidissimi zampilli nella gran vasca del fonte che abbiamo dinanzi? Quelle basse fabbriche di là non lontane sono le dimore delle persone preposte a’ lavori della seta. Più indietro, in mezzo a svariata campa¬gna ed amena che tanto dimostra all’occhio, s’innalza il colossale palagio di Caserta, ed in fondo colla sgominata sua cima il Vesuvio. E simili a pigmei a petto di quel gigante degli edifizii vedi le case della nuova e della vec¬chia Caserta, quella nel piano, questa a man manca sulla pendice. Per lo che ben con loro profitto potrebbero i pit-tor paesanti studiare e bearsi in questa veduta, la quale non è chi dica indegna del nome che porta l’edificio d’on¬de ne fu preso il disegno.
(Viaggio pittorico 1829-1832)

«Non offre grande interesse»
Ad oriente del giardino, si trova San Leucio, la real fabbri¬ca delle sete. Nonostante la vastità dello stabilimento, in cui si svolgono tutti i lavori, dalla tintura delle sete fino all’ulti¬ma tessitura, esso non offre grande interesse. I suoi prodot¬ti, specie quelli destinati alla tappezzeria, sono mediocri. Ma ciò che riscuote la massima ammirazione dei viaggia¬tori, è il magnifico acquedotto che porta l’acqua a Casetta, costruito anche dal Vanvitelli. È un’opera degna dei Romani, e supera, per la grandezza della realizzazio¬ne, qualsiasi opera del genere. Questo acquedotto è un’opera grandiosa, utile e nobile e trasmetterà ai posteri il nome del suo costruttore.
[Mchiron 1838)

«Una siffatta fantasia»
Ora, degna di considerazione, sotto più rispetti, nel parco di Caserta, è la famosa colonia falansterica di San Leucio.
Nel 1778, quando cioè Saint-Simon aveva appena dodici anni, e Fourier non ne aveva cinque, il re Ferdinando non solo ideò il falanstero, tentato inutilmente da Enfantin e da Considerant, ma lo mise ad effetto, dando¬gli leggi più umanitarie di quelle compilate da’ due capi-scuola, e da’ loro due discepoli. Appetto alla costituzione di San Leucio, quelle di Saint-Simon e di Fourier son timidi saggi di socialismo. Che una siffatta fantasia nasca nella mente del re Federico, del filosofo di Postdam, dell’eremita di Sans-Souci, sta bene: ma che germini nel capo di Ferdinando I, del nemico più ardente che la libertà abbia scontrato nella sua corsa attraverso l’Europa dal 1770 al 1828, sarebbe cosa comprensibile, se non avessimo la parola dell’enigma.
Il re Ferdinando, come il re Luigi XV, suo cugino, volle il suo Pare aux cerfs, ma tolto dalle infime classi della società, con mariti, padri, figli; un regno privato, apparta¬to nel regno pubblico. Lo volle nel suo giardino, nel parco, accanto a sé, e per dissimulare lo scopo di questa colonia ne fece un saggio di governo nel genere di quello d’Idomeneo a Salento. Scrive per essa una costituzione; quel re che abborre il lavoro vi si occupa un mese intero; quell’uomo che sa scrivere appena compila un codice e gli da forza di legge: sicché oggi ancora, quella costituzio¬ne sussiste pe’ discendenti della sua colonia, a dispetto delle leggi dello stato, ammesse dai tribunali. E perché non si ponga in dubbio l’autore di quella costi¬tuzione, più franco di Cesare che parla in terza persona, il re Ferdinando parla in prima persona. Ascoltatelo, e vedrete che coppa d’oro era il re Nasone….
Fatti questi prelegomeni, segue il codice di leggi, troppo lungo per esser qui trascritto, ma che dimostra che, più fortunato di Hérault di Séchelles che faceva chiedere alla Biblioteca la collezione delle leggi di Minosse per giovar¬sene nella compilazione della sua costituzione repubbli¬cana, il re Ferdinando aveva ritrovato, per tradizione almeno, la costituzione data a’ Cretesi, 1400 anni prima di Cristo, dal padre di Fedra e dal marito di Pasifae….
Le leggi infatti furono così ben osservate che San Leucio divenne per Ferdinando un rifugio contro gl’intrighi della regina ed i fastidi della corte. Ciò ebbe almeno un vantaggio: il tipo borbonico, completamente perduto ne’ re di Napoli dopo Francesco I, trovasi a molti ed autenti¬ci nella colonia di San Leucio. (Dumas 1845)

«Per amor ài queste leggi tanto buone»
Presso a Caserta, ed a sinistra, è il luogo reale di San Leucio, lodatissima opera di Ferdinando quarto, il quale volendo ripetere gli applauditi esempi delle colonie da lui mandate alle isole deserte della Sicilia immaginò di fon¬dare miglior colonia per le arti in luogo poco lontano dalla reggia di Caserta. Scelse il colle detto di San Leucio dove alzò molte case per abitazione de’ coloni, altre più vaste per le arti della seta e per l’ospedale, la chiesa, e picciola villa, per proprio albergo. Artefici forestieri, macchine nuove, ingegnosi artificii con grandi spese egli provvide, e vi raccolse per inviti e libera concorrenza trentuna famiglie, che formavano un popolo di duecento e quattordici persone. Date le regole alle arti ed alla amministrazione della nascente società, egli ne scrisse la legislazione. Or dunque l’anno mille settecento ed ottan¬tanove, un editto regio così diceva: «Nella magnifica abitazione di Caserta, cominciata dal mio augusto padre, proseguita da me, io non trovava il silenzio e la solitudine atta alla meditazione, ed al riposo dello spirito; per la qualcosa cercando luogo più apparta¬to, che fosse quasi un romitorio trovai adatto il colle di San Leucio». Di qua le origini della colonia. E dopo di aver palesato l’intendimento, e narrato le cose fatte, diede sue leggi, e discorse i doveri di quel popolo, verso Dio, verso lo stato, nella colonia e nella famiglia. Sono da notare gli ordinamenti che seguitano. Il solo merito distingue tra loro i coloni di San Leucio; perfetta eguaglianza debb’essere nel vestire; assoluto divieto del lusso, ecc.
I matrimonii saranno celebrati per mezzo di una festa religiosa e civile, la scelta sarà nel libero arbitrio de’ gio¬vani, ne potranno contraddirla i genitori degli sposi. Ed essendo spirito ed anima della società di San Leucio, la perfetta eguaglianza in fra i coloni, sono abolite le doti. Io, il re, darò la casa con gli arredi dell’arte, e gli aiuti necessari alla nuova famiglia.
Voglio e comando che tra voi non sieno testamenti, né veruna di quelle conseguenze legali che da essi provengo¬no. La sola giustizia naturale guidi le vostre correlazioni, i figli maschi e femmine succedano per parti eguali a’ genito¬ri; i genitori a’ figli; poscia i collaterali nel solo primo grado, ed in mancanza la moglie nell’usufrutto; se mancheranno gli eredi (e sono eredi solamente i sopradetti) andranno i beni del defunto al Monte ed alla cassa degli orfani. L’esequie semplici, devote, senza alcuna distinzione saran fatte dal parroco a spese della cassa. È vietato il bruno; i soli genitori o sposi, e non più lungamente di due mesi potranno portare al braccio segno di lutto. E prescritta la innoculazione del vaiuolo, che i magistrati del popolo faranno eseguire, senza che vi si interponga autorità o tenerezza de’ genitori. Tutti i fanciulli e tutte le fanciulle impareranno alle scuole normali il leggere, lo scrivere, l’abbaco ed i doveri, e in altre scuole le arti. I magistrati del popolo risponderanno a noi dell’adempi¬mento.
I quali magistrati, detti seniori, verranno eletti in solenne adunanza civile da capi famiglia, per bossolo secreto, in maggioranza di voti. Concorderanno le contese civili e le giudicheranno; le sentenze in quanto alle materie delle arti della colonia saranno inappellabili. Puniranno correzional¬mente le colpe leggiere; vegleranno all’adempimento delle leggi e degli statuti. L’uffizio di seniore dura un anno. I cittadini di San Leucio per cause d’interesse superiore alla competenza de’ seniori, o per misfatti, saranno sog¬getti a’ magistrati ed alle leggi comuni del regno. Un cit¬tadino dato come reo a’ tribunali ordinarii sarà prima spogliato secretamente degli abiti della colonia, ed allora sino a che giudizio d’innocenza noi purghi, avrà perdute le ragioni e i benefizii di colono. «Ne’ giorni festivi, dopo che si sarà santificata, la festa, e fatta la presentazione del lavoro della settimana, gì’
uomini che sieno atti alle armi, andranno agli esercizii militari, perciocché il vostro primo dovere è verso la patria. Voi col sangue e con le opere dovrete difenderla ed onorarla. Questa leggi io vi do, o cittadini e coloni di San Leucio. Voi osservatele e sarete felici». Per amor di queste leggi tanto buone prosperò la colonia ed arricchì; nata di duecento e quattordici coloni, è oggi dopo quarantanni di ottocento e ventitre, le opere del¬l’arte sono eccellenti, gli operai furono felici sino a che le pesti delle opinioni politiche e de’ sospetti non penetra¬rono in quel ricinto d’industria e di pace. Questa ammirabile fondazione è sommamente onorevole al suo istitutore ed una di quelle glorie che sono partico¬lari all’Italia, terra che sembra veramente, come diceva il Savonese Chiabrera, genitrice di uomini trovatori, e tro¬vatori di cose non mai immaginate, ne per avventura da nessun uomo credute. E che questo sia vero ce ne può fare testimonianza la sovradescritta colonia di San Leucio; Piatone sognava una repubblica, Aristotile una città, Cicerone uno stato dove il popolo si reggesse a simiglianza di famiglia, Tommaso Moro ed altri moderni
filosofi immaginarono Utopie, le quali svaporarono dise¬gni filosofici di facile concepimento e di difficile esecu¬zione, tantoché ne passarono in proverbio. Ma fu sola¬mente re Ferdinando, un principe italiano, in terra italia¬na, il quale riuscì a fare che questi sogni più non paresse¬ro sogni, che queste fantasie di filosofi e di poeti diven¬tassero di politica ragione. Così si potrà veramente asseri¬re che all’Italia non mancò verun esempio di governo e di leggi, e che siccome i poeti posero in essa anticamente 0 teatro del secolo d’oro, così i moderni mostrarono coll’ef-fetto come questa provincia sarà il soggiorno della pace, della industria, delle arti e della felicità, fino a che sia da ottime leggi governata, e così fu pure compiuto il deside¬rio di quell’ottimo fra gl’imperatori di Roma, Marco Aurelio, quando esclamava: essere i popoli beati se trova¬no principi filosofi che li governino, e beati i sovrani sem¬pre che sudditi filosofi ritrovino. A Diocleziano e ad altri principi filosofi dell’antichità, l’a-mor della campagna e della solitudine non fu se non argo¬mento onde proferire un qualche bel motto, a Carlo primo di Borbone, ed al suo figliuolo Ferdinando questo amore medesimo fu motivo a beneficare i sudditi loro. Al grande Luigi decimo-quarto la villa di Versaglia fu cangione di pianto per i francesi, de’ quali estorse e sciupò le ricchezze, l’argomento di stolta ambizione, e di rimorso, a’ reali di Napoli Casetta e San Leucio sono due monumenti, l’uno de’ quali assicura al padre la perenne ammirazione de’ sud¬diti al figliuolo, ambo i quali fanno epoca nella storia delle arti e delle lettere, siccome pure in quella del regno. Non avendo dopo questo la città nulla di raro, ho fatto ritorno a Napoli. Ma ho voluto ancora una volta ammira¬re quel palagio di Casetta, il quale se ornasse la capitale, smentirebbe la ingiuriosa asserzione di Milizia, laddove negli Elementi di Architettura dice che Napoli non pos¬siede nulla di finito, siccome quello che certo può stare a fronte di quanto le capitali dell’Europa posseggono di più finito, e ho fatto ossequio alla reale immagine del suo fondatore, colle ginocchia della mente inchine, come dice il poeta salutando in lui un principe degno de’ tempi romani.
(Napoli e le sue costumanze 1845) San Leucio

Paola Giusti
La lavorazione della seta, di antica tradizione in tutto il Meridione d’Italia, attraversava all’inizio del Settecento un momento di forte crisi e decadenza sostanzialmente determinato dalle arretratezze tecniche del settore, con¬sentite dal forte regime monopolistico in vigore. Quando nel 1734 Carlo di Borbone entrava in Napoli, per ripristinare il palazzo reale in stato di decadimento dopo gli anni di viceregno austriaco, ci si trovò nella necessità di prendere a nolo suppellettili da privati e dal Monte di Pietà, fra cui figuravano portiere, damaschi, galloni e altri drappi mentre tutta la «toeleta» per Maria Amalia di Sassonia, andata in sposa al sovrano nel 1737, veniva comprata a Parigi nel corso del successivo 1738: l’eleganza dei tessuti francesi doveva d’altro canto essere apprezzata dallo stesso sovrano che fino al 1742 si avvale¬va di un fornitore di stoffe, Giuseppe Fleuriot, e di un sarto, Francesco Bucharlat, parigini. Se fra il 1740 e il ’41 il Supremo Magistrato di Commercio (istituito dallo stesso sovrano nel 1739) pro¬mulgava nuovi bandi e regolamentazioni sull’arte della seta – che testimoniano dunque l’esistenza e l’operatività di questa lavorazione -, d’altro canto doveva trattarsi di
una lavorazione probabilmente attardata rispetto a quan¬to si faceva in altri importanti centri di produzione di questo tessuto. È quanto lascia intendere, nel 1739, la privativa concessa a Francesco Guillieres per l’apertura di una nuova fabbrica di sete «all’uso di Francia, Torino, Bologna, Firenze» che non doveva però «impedire il modo di lavorare qualsivogliano generi di seta, e li soliti lavori, che sin oggi si sono pratticati… e tuttavia si pratti-cano, usano e costumano in tutta la Nobil Arte della Seta». La probabile inadeguatezza dei tessuti napoletani, fra cui dunque mancavano quelli ad uso di Francia o di Torino, può spiegare bene l’interesse già di Carlo di Borbone a promuovere, fra le altre manifatture protette, una lavorazione di seta che rispondesse agli ultimi detta¬mi della moda. Manifattura di cui oggi si conosce poco, ma che era ben nota al D’Onofri che nel suo Elogio la cita accanto a quella dei cristalli e delle porcellane. Si trattava, come sappiamo dai documenti pubblicati dallo Strazzullo, di una manifattura anch’essa posta a San Carlo alle Mortelle, nella quale attorno al 1743 si lavora¬vano sete e stoffe braccate sotto la direzione del francese monsieur Trouillieur e con l’ausilio del piemontese
Giovanni Gallan, addetto alle tinture. Non è da escludere che questa fabbrica, che nonostante alcune imperfezioni tecniche produceva – appunto attorno al ’43 – un broccato a fondo chiaro con ricami in argento secondo i dettami dell’ultima moda, fosse la stessa per la quale lo Schipa ricorda l’arrivo a Napoli del lionese Buisson e di altri ope¬rai che dovevano realizzare tessuti in seta per la corte; un fatto questo, che provocava all’inizio del 1742 un teso car¬teggio fra il Montealegre e il «protezionista» marchese de l’Hòspital, ambasciatore di Francia a Napoli e che veniva commentato dallo stesso Montealegre, stupito per le esage¬rate rimostranze del francese, ricordando che si trattava di una manifattura «nella quale sottosopra non si è fatto sino¬ra che lavorar drappi a genio di S.M. e per i suoi vestiti». Nonostante il personale interessamento di Carlo, tuttavia, la fabbrica dovette avere vita breve, e probabilmente non superò mai la fase di sperimentazione che emerge dai pochi documenti citati; e però la coltivazione dei gelsi introdotta da Maria Amalia a Caserta nel 1757, e quella dei bachi da seta che data all’anno successivo comprovano ulteriormente la volontà di rilasciare la produzione e la lavorazione serica nel napoletano sin dall’epoca carolina.
Bisognerà tuttavia attendere la maggiore età di Ferdinando ed il progredire dei lavori della Reggia di Casetta perché il vecchio progetto riprendesse concretez¬za; così, in una con il completamento dei lavori di recin¬zione che congiungevano la tenuta di caccia del Belvedere in San Leucio al parco di Casetta, cosa che doveva accen¬tuarne l’aspetto di «colonia», il sovrano impiantava nella stessa San Leucio – in uno degli edifìci in precedenza adi¬biti a vaccheria – una manifattura di veli. Da allora, e si era nel 1775, grazie soprattutto ai migliora¬menti tecnici apportati ai sistemi di trattura (e cioè di dipanamento dei bozzoli) e di filatura, si sperimentò la lavorazione con i nuovi e migliori filati così ottenuti di calze, rasi, veli mentre nel 1784 si apriva ancora una nuova fabbrica di veli e cotoni, cui in seguito si aggiunge¬vano i rasi, gli ormesini, i broccati, i velluti eccetera. I tes¬suti leuciani venivano venduti al pubblico in un magazzi¬no annesso alla manifattura e a Napoli, a partire dal 1786, in una bottega sita nel Sedile di Porto cui qualche anno più tardi se ne aggiunse un’altra in via Toledo. Nonostante l’amorevole interessamento del sovrano per la produzione serica di San Leucio, che avrebbe portato nel 1789 alla promulgazione del «codice leuciano», la gestione diretta della manifattura – posta sotto il control¬lo dell’intendente di Caserta e di un amministratore appositamente delegato – durò solo sino al 1798 quando, viste le difficoltà gestionali in cui la fabbrica si dibatteva, furono stipulati contratti di fitto o di appalto con terzi o con operai della manifattura per tutte le principali opera¬zioni di lavorazione della seta; costume ripreso poi esten¬sivamente nell’Ottocento, sia durante il decennio france¬se che dopo la restaurazione.
Purtroppo non conosciamo quasi nulla della originaria produzione serica di San Leucio, che dopo le antiche dispersioni o distruzioni ancora attende di essere rico¬struita e recuperata; e tuttavia sappiamo dalle notizie documentarie che già anteriormente al 1799 si riforniva¬no di sete nella fabbrica, accanto alla famiglia reale, i maggiori esponenti della corte che acquistavano tessuti sia per abbigliamento che per arredamento quali rasi, pekins, damaschi, velluti, e broccati a righe, racemi, nastri o festoni secondo quelli che erano i dettami della moda del tempo. Testimonianze di questa ampia produzio¬ne sono probabilmente da individuare in alcuni paramenti in tessuti verosimilmente leuciani come una pianeta fre¬giata col monogramma di Ferdinando di Borbone, con racemi fioriti di gusto Luigi XVI su fondo rigato rosa e bianco o un’altra anch’essa con decori floreali broccati, entrambe nella Cappella Reale di Napoli, o alcuni tessuti facenti parte dell’importante nucleo della raccolta di Rocco Pagliara, oggi presso l’istituto universitario Suor’Orsola Benincasa.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Anarchia e Libertarismo, Comunismo e PCI, Cultura, Elittismo, Fascismi, Politica, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

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