COME HITLER ABBATTE’ LA DISOCCUPAZIONE E FECE RIVIVERE L’ECONOMIA TEDESCA

di Mark Weberdal sito Institute for Historical Review

traduzione di Gianluca Freda

 

“…Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’, semplicemente non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione, i risultati della quale possono essere considerati democratici nel senso più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto significato…”

(Discorso di Adolf Hitler al Reichstag, 30 gennaio 1937)

Per affrontare la massiccia disoccupazione e la paralisi economica della Grande Depressione, tanto il governo americano quanto quello tedesco lanciarono programmi innovativi e ambiziosi. Se le misure varate col “New Deal” del presidente Franklin Roosevelt offrirono un aiuto solo marginale, le politiche assai più ampie e mirate del Terzo Reich si rivelarono notevolmente più efficaci. In soli tre anni la disoccupazione era stata eliminata e l’economia della Germania era tornata a fiorire. E se il metodo utilizzato da Roosevelt per fronteggiare la depressione è abbastanza noto, la rimarchevole storia del sistema adottato da Hitler contro la crisi non è mai stata pienamente compresa o apprezzata.

 

Adolf Hitler divenne Cancelliere di Germania il 30 gennaio 1933. Poche settimane dopo, il 4 marzo, Franklin Roosevelt assunse la carica di Presidente degli Stati Uniti. Entrambi restarono capi degli esecutivi dei rispettivi paesi per i dodici anni che seguirono, fino cioè all’aprile 1945, poco prima della fine della II Guerra Mondiale in Europa. All’inizio del 1933, la produzione industriale in entrambi i paesi era crollata a circa metà di ciò che era stata nel 1929. Ciascun capo di stato adottò rapidamente nuove e coraggiose misure per fronteggiare la terribile crisi economica, soprattutto con riguardo al flagello della disoccupazione di massa. E sebbene vi siano alcune impressionanti similarità tra gli sforzi compiuti dai due governi, i risultati ottenuti furono molto diversi.

 

Uno dei più influenti e studiati economisti americani del ventesimo secolo è stato John Kenneth Galbraith. Fu consigliere di diversi presidenti e per un periodo ebbe l’incarico di ambasciatore americano in India. Fu autore di dozzine di libri e per anni insegnò economia presso l’Università di Harvard. Riguardo ai risultati ottenuti dalla Germania, Galbraith scrisse: “…L’eliminazione della disoccupazione in Germania durante la Grande Depressione, senza produrre inflazione – e facendo inizialmente affidamento sulle sole attività civili – fu una conquista straordinaria. E’ stata raramente encomiata e non molto sottolineata. L’idea che da Hitler non potesse venire niente di buono si estende alle sue politiche economiche, così come, più plausibilmente, ad ogni altra cosa”.

 

La politica economica del regime hitleriano, prosegue Galbraith, comprendeva “prestiti su larga scala per la spesa pubblica, all’inizio principalmente per opere civili: ferrovie, canali e le Autobahnen [la rete autostradale]. Il risultato fu un attacco alla disoccupazione che si rivelò molto più efficace che in qualsiasi altro paese industrializzato”. [1]

 

“Alla fine del 1935”, scrive ancora Galbraith, “la disoccupazione in Germania non esisteva più. Nel 1936 gli alti profitti facevano già salire i prezzi o rendevano possibile alzarli… Alla fine degli anni ’30, la Germania era un paese a piena occupazione e con prezzi stabili. Si trattò, nel mondo industrializzato, di un risultato assolutamente unico”. [2]

 

“Hitler riuscì anche ad anticipare le moderne politiche economiche”, nota l’economista, “riconoscendo che una rapida ripresa della piena occupazione sarebbe stata possibile solo se combinata con il controllo sui salari e sui prezzi. Non c’è da sorprendersi che una nazione oppressa dalle paure economiche rispondesse a Hitler come gli americani risposero a F.D.R.”. [3]

 

Altri paesi, scrive Galbraith, non furono in grado di comprendere l’esperienza tedesca o di imparare da essa: “L’esempio tedesco fu istruttivo ma non convincente. I conservatori britannici e americani guardavano alle eresie finanziarie del Nazismo – il prestito e la spesa – e prevedevano concordemente un collasso… E i liberali americani e i socialisti britannici guardavano la repressione, la distruzione dei sindacati, le Camicie Brune, le Camicie Nere, i campi di concentramento, l’oratoria strepitante, e ignoravano l’economia. Nulla di buono [essi credevano], nemmeno la piena occupazione, sarebbe potuto venire da Hitler”. [4]

 

Due giorni dopo aver assunto l’incarico di Cancelliere, Hitler si rivolse per radio alla nazione. Sebbene lui e altri leader del suo movimento avessero resa esplicita l’intenzione di riorganizzare la vita sociale, politica, culturale ed educativa della nazione in accordo con i princìpi nazionalsocialisti, tutti capivano che, con quasi sei milioni di disoccupati e l’economia del paese alla paralisi, la massima priorità del movimento era quella di rimettere in moto la vita economica nazionale, aggredendo anzitutto la disoccupazione ed edificando opere produttive.

 

“La miseria del nostro popolo è terribile da contemplare!”, disse Hitler nel suo discorso inaugurale. [5] “Accanto ai milioni di lavoratori dell’industria affamati e senza impiego, vi è l’impoverimento dell’intera classe media e degli artigiani. Se questo collasso dovesse infine distruggere anche i contadini tedeschi, ci troveremmo di fronte ad una catastrofe di dimensioni incalcolabili. Non sarebbe soltanto il collasso di una nazione, ma del retaggio, antico di duemila anni, di alcune tra le più grandi conquiste della cultura e della civiltà umana…”

 

Il nuovo governo, disse Hitler, avrebbe “intrapreso il grande compito di riorganizzare l’economia della nostra nazione per mezzo di due grandi piani quadriennali. I contadini tedeschi devono essere salvaguardati per garantire le necessità alimentari della nazione e, di conseguenza, la sua base vitale. L’operaio tedesco verrà salvato dalla rovina grazie ad un attacco concertato e a tutto campo contro la disoccupazione”.

 

“Entro quattro anni”, garantì, “la disoccupazione sarà definitivamente superata. […] I partiti marxisti e i loro alleati hanno avuto 14 anni per dimostrare ciò che erano in grado di fare. Il risultato è un cumulo di rovine. Ora, popolo di Germania, concedi a noi quattro anni di tempo e poi darai un giudizio su di noi!”.

 

 

Ripudiando le prospettive economiche nebulose e poco concrete di certi attivisti radicali del suo partito, Hitler si rivolse a uomini di provata capacità e competenza. Molto significativamente, chiese l’aiuto di Hjalmar Schacht, banchiere e finanziere di spicco con un impressionante curriculum tanto nell’imprenditoria privata quanto nel settore pubblico. Sebbene Schacht non fosse di certo un nazionalsocialista, Hitler lo nominò presidente della banca centrale tedesca, la Reichsbank, e poi ministro dell’economia.

 

Dopo avere assunto il potere, scrive il Prof. John Garraty, eminente storico americano, Hitler e il suo nuovo governo “lanciarono immediatamente un attacco a tutto campo contro la disoccupazione… Stimolarono l’industria privata attraverso sussidi e sgravi fiscali, incoraggiarono la spesa dei consumatori con strumenti quali i prestiti matrimoniali e si lanciarono in un massiccio programma di opere pubbliche che produsse autobahn [autostrade], abitazioni, ferrovie e progetti di navigazione”. [6]

 

I nuovi capi di regime riuscirono a convincere anche quei cittadini tedeschi che un tempo erano scettici e perfino ostili, della propria sincerità, capacità e risolutezza. Ciò accrebbe la fiducia e la sicurezza, il che a sua volta incoraggiò gli uomini d’affari a compiere assunzioni e investimenti e i consumatori a spendere con lo sguardo rivolto al futuro.

 

Come avevano promesso, Hitler e il suo governo nazionalsocialista eliminarono la disoccupazione entro quattro anni. Il numero di disoccupati scese dai sei milioni dell’inizio del 1933, quando Hitler era salito al potere, al milione del 1936. [7] Il tasso di disoccupazione si ridusse in modo così rapido che nel biennio 1937-38 si registrò una carenza nazionale di forza lavoro. [8]

 

Per la stragrande maggioranza dei tedeschi, i salari e le condizioni di lavoro andarono rapidamente migliorando. Tra il 1932 e il 1938 la paga settimanale lorda crebbe del 21%. Se si tiene conto delle trattenute fiscali e assicurative e degli adeguamenti al costo della vita, l’incremento degli introiti settimanali durante questo periodo fu del 14%. Allo stesso tempo, il prezzo degli affitti rimase stabile e vi fu un relativo calo dei costi della luce e del riscaldamento. Calarono anche i prezzi di alcuni beni di consumo, come apparecchi elettrici, orologi da muro e da polso e alcuni generi alimentari. Il salario degli operai continuò a crescere, anche dopo l’inizio della guerra. Nel 1943 la paga oraria media di un lavoratore tedesco era cresciuta del 25% e quella settimanale del 41%. [9]

 

La “normale” giornata lavorativa, per molti tedeschi, era di otto ore e la retribuzione per gli straordinari era generosa. [10] Oltre ai salari più alti, i benefici includevano anche il miglioramento delle condizioni di lavoro, ad esempio migliori condizioni sanitarie e di sicurezza, mense che fornivano pasti caldi, campi di atletica, parchi, recite teatrali e concerti sovvenzionati dalle aziende, mostre, gruppi sportivi ed escursionistici, balletti, corsi di educazione per adulti e gite turistiche pagate. [11] Il preesistente sistema di programmi sociali, che includeva le pensioni di anzianità e l’assistenza sanitaria, venne ampliato ulteriormente.

 

Hitler voleva che i tedeschi avessero “il più alto standard di vita possibile”, come disse in un’intervista rilasciata ad un giornalista americano all’inizio del 1934. “A mio giudizio, gli americani hanno ragione nel non voler porre tutti allo stesso livello, mantenendo invece il principio della scala. Però, ad ogni singolo cittadino deve essere garantita l’opportunità di poter salire i gradini di quella scala”. [12] Per tener fede a questa prospettiva, il governo di Hitler promosse la mobilità sociale, con ampie opportunità di crescita e di carriera. Come osserva il Prof. Garraty: “Non vi è ombra di dubbio che i nazisti incoraggiarono la mobilità sociale ed economica della classe lavoratrice”. Per promuovere l’acquisizione di nuove competenze, il governo ampliò a dismisura i programmi di avviamento professionale e offrì generosi incentivi per gli scatti di carriera dei lavoratori più efficienti. [13]

 

Tanto l’ideologia nazionalsocialista quanto la visione di Hitler, scrive lo storico John Garraty, “spingevano il regime a privilegiare il comune cittadino tedesco sui gruppi d’èlite. Gli operai… avevano un posto d’onore all’interno del sistema”. In linea con quest’idea, il regime concesse ai lavoratori sostanziosi benefici, che includevano mutui agevolati, escursioni a costi ridotti, programmi sportivi e ambienti di fabbrica più gradevoli. [14]

 

Nella sua dettagliata e critica biografia di Hitler, lo storico Joachim Fest riconosce: “Il regime insisteva che non doveva esserci il dominio di un’unica classe sociale sulle altre e – garantendo a ciascuno la possibilità di crescere – dimostrò nei fatti la sua neutralità di classe… Queste misure fecero realmente breccia nelle vecchie e pietrificate strutture sociali. Produssero il miglioramento delle condizioni materiali di gran parte della popolazione”. [15]

 

Bastano poche cifre a dare l’idea di quanto la qualità della vita fosse migliorata. Tra il 1932, ultimo anno dell’era pre-hitleriana, e il 1938, ultimo anno prima dello scoppio della guerra, il consumo di alimentari crebbe di un sesto, mentre il ricambio di abbigliamento e manufatti tessili aumentò di oltre un quarto, quello di arredamento e beni per la casa del 50 %. [16] Durante gli anni di pace del Terzo Reich, il consumo di vino crebbe del 50%, quello di champagne aumentò di cinque volte. [17] Tra il 1932 e il 1938, il volume degli introiti per le aziende turistiche risultò più che raddoppiato, mentre il numero di possessori di automobili triplicò nel corso degli anni ’30. [18] La produzione tedesca di veicoli a motore, che includeva automobili prodotte dalle aziende di proprietà statunitense Ford e General Motors (Opel), raddoppiò nei cinque anni tra il 1932 e il 1937, mentre l’esportazione di veicoli a motore tedeschi crebbe di otto volte. Il traffico aereo passeggeri in Germania aumentò di oltre il triplo tra il 1932 e il 1937. [19]

 

Le aziende tedesche rivivevano e prosperavano. Durante i primi quattro anni dell’era nazionalsocialista, il netto delle grandi aziende si era quadruplicato e le retribuzioni delle figure manageriali e imprenditoriali erano cresciute del 50 per cento. “E le cose sarebbero andate ancora meglio”, scrive lo storico ebraico Richard Grunberger nel suo studio dettagliato The Twelve-Years Reich. “Nei tre anni tra il 1939 e il 1942, l’industria tedesca ebbe uno sviluppo pari a quello avuto nei cinquant’anni precedenti”. [20]

 

Anche se le imprese tedesche prosperavano, i profitti venivano tenuti sotto controllo e contenuti per legge entro limiti moderati. [21] A partire dal 1934, i dividendi degli azionisti delle corporazioni tedesche vennero limitati al sei per cento annuale. I profitti non distribuiti venivano investiti in titoli del governo del Reich, che offrivano un interesse annuale del sei per cento, e poi, dopo il 1935, del quattro e mezzo per cento. Questa politica ebbe il prevedibile effetto di incoraggiare i reinvestimenti e l’autofinanziamento delle aziende, quindi di ridurre il ricorso ai prestiti bancari e, più in generale, di ridurre l’influenza del capitale commerciale. [22]

 

La tassazione fiscale per le grandi aziende venne rapidamente incrementata, dal 20 per cento del 1934, al 25 per cento del 1936, fino al 40 per cento del 1939-40. I direttori delle compagnie tedesche potevano offrire dei bonus ai propri manager, ma soltanto se tali bonus erano direttamente proporzionali ai profitti e se si dava contestualmente l’autorizzazione a corrispondere bonus o “contributi sociali volontari” anche agli impiegati. [23]

 

Tra il 1934 e il 1938, l’imponibile lordo degli imprenditori tedeschi crebbe del 148 per cento, e allo stesso tempo il totale delle imposizioni fiscali crebbe, durante questo periodo, del 232 per cento. Il numero di contribuenti nella fascia fiscale più alta – quelli che guadagnavano più di 100.000 marchi all’anno – crebbe, durante questo periodo, del 445 per cento. (All’opposto, il numero di contribuenti della fascia più bassa – quelli che guadagnavano meno di 1500 marchi all’anno – crebbe solo del 5 per cento). [24]

 

La tassazione, nella Germania nazionalsocialista, era strettamente “progressiva”, cioè chi aveva redditi più alti pagava proporzionalmente di più di chi si trovava nelle fasce più basse. Tra il 1934 e il 1938, la tassazione media sui redditi superiori a 100.000 marchi salì dal 37,4 al 38,2 per cento. Nel 1938, i tedeschi che si trovavano nella fascia di reddito più bassa erano il 49 per cento della popolazione e detenevano il 14 per cento del reddito nazionale, ma pagavano solo il 4,7 per cento delle tasse totali. Gli appartenenti alla categoria dei redditi più alti, che rappresentavano l’uno per cento della popolazione con il 21 % del reddito complessivo, pagavano il 45 per cento degli oneri fiscali complessivi. [25]

 

Gli ebrei costituivano circa l’un per cento del totale della popolazione tedesca, quando Hitler salì al potere. Se è vero che il nuovo governo provvide ben presto ad escluderli dalla vita culturale e politica della nazione, agli ebrei fu però consentito continuare a partecipare alla vita economica, per almeno sette anni. Di fatto, molti ebrei trassero beneficio dalle misure adottate dal regime a favore della ripresa e dalla generale crescita economica. Nel giugno 1933, ad esempio, Hitler approvò un massiccio investimento governativo di 14,5 milioni di marchi nell’azienda Hertie, una catena di negozi berlinese di proprietà ebraica. Questo “bail out” fu varato per impedire il fallimento dei fornitori e finanziatori della grande azienda e, soprattutto, dei suoi 14.000 dipendenti. [26]

 

Il Prof. Gordon Craig, che per anni ha insegnato storia alla Stanford University, sottolinea: “Nel campo dell’abbigliamento e del commercio al dettaglio, le aziende ebraiche continuarono ad operare con profitto fino al 1938; e a Berlino e ad Amburgo, in particolare, firme rinomate per gusto e reputazione continuarono ad attirare i propri clienti, nonostante fossero gestite da ebrei. Nel mondo della finanza, nessuna restrizione venne imposta alle attività delle aziende ebraiche alla Borsa di Berlino e fino al 1937 le firme bancarie di Mendelssohn, Bleichröder, Arnhold, Dreyfuss, Straus, Warburg, Aufhäuser, e Behrens rimasero in attività”. [27] Cinque anni dopo l’ascesa al potere di Hitler, il ruolo degli ebrei nella vita affaristica era ancora significativo e gli ebrei possedevano ancora un numero considerevole di proprietà immobiliari, soprattutto a Berlino. Tutto questo cambiò però drasticamente nel 1938, e alla fine del 1939 gli ebrei erano stati in larga parte esclusi dalla vita economica tedesca.

 

Il tasso di criminalità in Germania si ridusse durante gli anni di Hitler, con cali significativi nel numero di omicidi, rapine, ruberie, appropriazioni indebite e piccoli furti. [28] Il miglioramento della salute e dell’aspetto esteriore dei tedeschi impressionò molti stranieri. “La mortalità infantile è calata moltissimo ed è sensibilmente inferiore a quella della Gran Bretagna”, scriveva Sir Arnold Wilson, un funzionario britannico che visitò la Germania per sette volte dopo l’ascesa al potere di Hitler. “La tubercolosi e altre malattie sono notevolmente diminuite. Le corti di giustizia non hanno mai avuto così poco da fare e le prigioni non hanno mai avuto così pochi occupanti. E’ un piacere osservare la prestanza fisica della gioventù germanica. Perfino le persone più povere si vestono meglio di quanto facessero prima e i loro volti sorridenti testimoniano il miglioramento psicologico che ha agito dentro di loro”. [29]

 

L’incremento del benessere psico-emotivo dei tedeschi durante questo periodo fu notato anche dallo storico sociale Richard Grunberger. “Ci sono pochi dubbi”, scrisse, “che la presa di potere [dei nazionalsocialisti] abbia generato un miglioramento ad ampio raggio della salute emotiva; questo non è solo l’effetto della ripresa economica, ma anche di un accentuato senso d’identificazione dei tedeschi con una finalità nazionale”. [30]

 

Anche l’Austria sperimentò una crescita straordinaria dopo la sua ricongiunzione con il Reich Germanico del 1938. Subito dopo l’Anschluss (“unione”), i funzionari si mossero immediatamente per alleviare le difficoltà sociali e rivitalizzare l’economia moribonda. Gli investimenti, la produzione industriale, la costruzione di abitazioni, la spesa al consumo, il turismo e i livelli di vita crebbero rapidamente. Solo tra il giugno e il dicembre 1938, la paga settimanale dei lavoratori dell’industria austriaca crebbe del nove per cento. Il successo del regime nazionalsocialista nell’eliminare la disoccupazione fu così rapido che lo storico americano Evan Burr Burkey fu portato a definirlo “uno dei più significativi risultati economici della storia moderna”. Il numero dei disoccupati in Austria scese dal 21,7 % del 1937 al 3,2 % del 1939. Il Prodotto Nazionale Lordo austriaco salì del 12,8 per cento nel 1938 e di un incredibile 13,3 per cento nel 1939. [31]

 

Un’importante manifestazione della ritrovata fiducia nazionale fu il netto incremento del tasso di natalità. A un anno dall’ascesa al potere di Hitler, il tasso delle nascite in Germania fece un balzo del 22 per cento, raggiungendo il suo picco nel 1938. Rimase comunque alto perfino nel 1944, l’ultimo anno in cui la II Guerra Mondiale fu nel vivo. [32] Nella prospettiva dello storico John Lukacs, questo aumento esponenziale delle nascite fu l’espressione “dell’ottimismo e della fiducia” dei tedeschi durante gli anni di Hitler. “Per ogni due bambini nati in Germania nel 1932, quattro anni dopo ne nacquero tre”, egli scrive. “Nel 1938 e 1939, in Germania si registrò il più alto tasso di matrimoni di tutta Europa, surclassando perfino le cifre dei più prolifici popoli dell’Europa Orientale. Il fenomenale incremento del tasso di natalità tedesco durante gli anni ’30 fu perfino più impetuoso dell’aumento del numero di matrimoni”. [33] “La Germania Nazional-Socialista, caso unico tra i paesi di popolazione bianca, riuscì ad ottenere un incremento della fertilità”, nota il celebre storico americano, di origine scozzese, Gordon A. Craig, con un netto aumento del tasso di natalità dopo l’ascesa al potere di Hitler e un rapido incremento negli anni che seguirono. [34]

 

In un lungo discorso tenuto al Reichstag all’inizio del 1937, Hitler ricordò le promesse fatte quando il suo governo aveva assunto il potere. Spiegò anche i princìpi su cui erano fondate le sue politiche e ripercorse tutti i risultati raggiunti nel corso di quei quattro anni. [35] “…Coloro che parlano di ‘democrazie’ e ‘dittature’”, disse, “semplicemente non capiscono che in questo paese ha avuto luogo una rivoluzione, i risultati della quale possono essere considerati democratici nel senso più alto di questo termine, se la democrazia ha un concreto significato… La Rivoluzione Nazional-Socialista non ha puntato a trasformare una classe privilegiata in una classe che non avrà più diritti nel futuro. Il suo fine è stato quello di offrire eguali diritti a coloro che non avevano diritti… Il nostro obiettivo è stato quello di dare all’intero popolo germanico la possibilità di essere attivo, non solo in campo economico, ma anche in campo politico, e di garantire ciò coinvolgendo le masse in maniera organizzata… Durante gli ultimi quattro anni abbiamo fatto crescere la produzione tedesca in ogni settore a livelli straordinari. E questo incremento della produzione è andato a beneficio di tutti i tedeschi”.

 

In un altro discorso di due anni dopo, Hitler parlò brevemente delle conquiste economiche ottenute dal suo regime: [36] “Ho sconfitto il caos in Germania, ho ripristinato l’ordine, ho incrementato immensamente la produzione in tutti i settori della nostra economia nazionale, con sforzi strenui ho trovato il modo di rimpiazzare molti materiali di cui abbiamo carenza, ho incoraggiato le nuove invenzioni, sviluppato i commerci, ho fatto costruire strade poderose e fatto scavare canali, ho creato dal nulla fabbriche colossali e allo stesso tempo ho avuto cura di sviluppare l’educazione e la cultura del nostro popolo per il progresso della nostra comunità sociale. Sono riuscito ancora una volta a trovare lavori produttivi per quei sette milioni di disoccupati, che tanto ci stavano a cuore, facendo restare il cittadino germanico sul proprio suolo a dispetto di ogni difficoltà, e preservando questa stessa terra per lui, ripristinando la prosperità del commercio tedesco e promuovendo i traffici al massimo”.

 

Lo storico americano John Garraty mise a confronto la risposta americana e quella tedesca alla Grande Depressione in un discusso articolo pubblicato su American Historical Review. Scrisse: [37] “I due movimenti [cioè quello in USA e quello in Germania] reagirono comunque alla Grande Depressione in due modi diversi e distinti da quelli adottati in altre nazioni industrializzate. Fra i due, i nazisti ebbero il maggiore successo nel curare i mali economici degli anni ’30. Ridussero la disoccupazione e stimolarono la produzione industriale più velocemente degli americani e – considerate le risorse a loro disposizione – seppero gestire i loro problemi monetari e commerciali con maggiore efficacia, sicuramente con maggiore immaginazione. Questo fu dovuto in parte al fatto che i nazisti sfruttavano il finanziamento del deficit su più ampia scala e in parte al fatto che il loro sistema totalitario si prestava meglio alla mobilitazione sociale, ottenuta sia con la forza, sia con la persuasione. Nel 1936 la depressione, in Germania, era praticamente superata, mentre negli Stati Uniti era ancora lontana dalla conclusione”.

 

In effetti, il tasso di disoccupazione negli Stati uniti rimase alto fino a quando non intervenne lo stimolo della produzione bellica su larga scala. Ancora nel marzo 1940, il tasso di disoccupazione statunitense era quasi del 15 per cento. Fu la produzione bellica, non i programmi del “New Deal” di Roosevelt, a creare finalmente il pieno impiego. [38]

 

Il Prof. William Leuchtenburg, eminente storico americano, noto soprattutto per i suoi libri sulla vita di Franklin Roosevelt, riassunse i risultati ottenuti dal presidente in uno studio ampiamente acclamato: “Il New Deal lasciò irrisolti molti problemi e ne creò perfino di nuovi e intricati”, concludeva Leuchtenburg. “Non dimostrò mai di essere in grado di generare prosperità in tempo di pace. Ancora nel 1941, i disoccupati ammontavano a sei milioni di persone e fu solo con l’anno di guerra 1943 che questo esercito di senza impiego finalmente si dissolse”. [39]

 

Il contrasto tra i risultati economici conseguiti da USA e Germania negli anni ’30 risulta ancora più impressionante se si considera che gli Stati Uniti possedevano una ricchezza di gran lunga più vasta in termini di risorse naturali, incluse ampie riserve petrolifere, nonché una minor densità della popolazione e nessun vicino ostile e ben armato.

 

Un interessante paragone tra l’approccio americano e tedesco alla Grande Depressione comparve su un numero del 1940 del settimanale berlinese Das Reich. Col titolo “Hitler e Roosevelt: un successo tedesco, un tentativo americano”, l’articolo citava il “sistema democratico-parlamentare” come fattore chiave del fallimento dei tentativi dell’amministrazione Roosevelt di ripristinare la prosperità. “Noi [tedeschi] siamo partiti da un’idea e l’abbiamo tradotta in misure concrete senza badare alle conseguenze. L’America è partita da molte misure concrete che, non avendo coerenza intrinseca, coprivano ogni ferita con una benda particolare”. [40]

 

Le politiche hitleriane avrebbero potuto funzionare negli Stati Uniti? Tali politiche sono probabilmente più efficaci in paesi quali Svezia, Danimarca e Olanda, che possiedono una popolazione dotata di buona cultura, autodisciplina e coesione etnico-culturale, nonché un’etica “comunitaria” tradizionalmente forte, con un corrispondente alto livello di fiducia sociale. Le politiche economiche di Hitler sarebbero state meno adatte agli Stati Uniti e ad altre società con una popolazione differenziata sul piano etnico-culturale, una tradizione del “laissez-faire” marcatamente individualistica e di conseguenza uno spirito “comunitario” più debole. [41]

 

Lo stesso Hitler una volta fece un illuminante paragone tra i sistemi socio-economico-politici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Germania. In un discorso della fine del 1941, disse: [42]

 

“Ora abbiamo conosciuto due estremi [socio-politici]. Uno è quello degli stati capitalisti, che utilizzano le menzogne, la truffa e il raggiro per negare ai loro popoli i diritti vitali più basilari e che si preoccupano esclusivamente dei propri interessi finanziari, in nome dei quali sono pronti a sacrificare milioni di persone. Dall’altro lato abbiamo visto [in Unione Sovietica] l’estremo comunista: uno stato che ha portato miseria indicibile a milioni e milioni di individui e che, per seguire la sua dottrina, sacrifica la felicità altrui. Da questo, a mio avviso, nasce per noi tutti un solo dovere, e cioè quello di protenderci più che mai verso il nostro ideale nazionale e socialista… In questo stato [tedesco] il principio prevalente non è, come nella Russia Sovietica, il principio della cosiddetta eguaglianza, ma soltanto il principio della giustizia”.

 

David Lloyd George, che fu primo ministro britannico durante la Prima Guerra Mondiale, compì un lungo itinerario in Germania alla fine del 1936. In un articolo successivamente pubblicato in uno dei principali quotidiani londinesi, lo statista inglese raccontò ciò che aveva visto e sperimentato: [43]

 

“Qualsiasi cosa si possa pensare dei suoi [di Hitler] metodi”, scriveva Lloyd George, “i quali non sono certo quelli di una nazione parlamentare, non vi è dubbio che egli sia riuscito ad ottenere una meravigliosa trasformazione nello spirito della sua gente, nel loro atteggiamento reciproco e nelle loro prospettive sociali ed economiche.

 

“A Norimberga ha affermato correttamente che in quattro anni il suo movimento è riuscito a creare una nuova Germania. Non è più la Germania del primo decennio del dopoguerra, spezzata, affranta e china sotto un sentimento d’apprensione e impotenza. Ora essa è piena di speranza e fiducia, e di una rinnovata determinazione a condurre la propria vita senza interferenze da parte di qualunque autorità esterna alle sue frontiere.

 

“Per la prima volta dopo la guerra vi è un diffuso senso di sicurezza. Le persone sono più allegre. C’è un maggior senso di diffusa gaiezza d’animo in tutto il paese. E’ una Germania più felice. L’ho notato dappertutto e alcuni inglesi incontrati durante il mio viaggio, i quali conoscono bene la Germania, si sono detti molto impressionati da questo cambiamento”.

 

“Questo grande popolo”, ammoniva ancora l’anziano statista, “lavorerà più duramente, sacrificherà di più e, se necessario, combatterà con maggiore determinazione perché è Hitler a chiedergli di farlo. Coloro che non comprendono questo fatto basilare, non possono valutare le reali possibilità della moderna Germania”.

 

Benché il pregiudizio e l’ignoranza abbiano impedito una più diffusa conoscenza e comprensione delle politiche economiche di Hitler e del loro impatto, il suo successo nell’economia è stato sempre riconosciuto dagli storici, anche da quegli studiosi che sono in genere molto critici verso il leader tedesco e le politiche del suo regime.

 

John Lukacs, storico americano di origine ungherese, i cui libri hanno sempre suscitato molti commenti e approvazioni, ha scritto: “Le conquiste di Hitler, sul piano nazionale più che su quello estero, durante i sei anni [di pace] in cui fu a capo della Germania, furono straordinarie… Egli portò ai tedeschi prosperità e fiducia, quel tipo di prosperità che è il risultato della fiducia. Gli anni ’30, dopo il 1933, furono per molti tedeschi anni di gioia; qualcosa che rimase nei ricordi di un’intera generazione”. [44]

 

Sebastian Haffner, influente storico e giornalista tedesco che fu critico feroce del Terzo Reich e della sua ideologia, esaminò la vita e l’eredità di Hitler in un suo libro molto discusso. Sebbene il suo ritratto del leader tedesco in The Meaning of Hitler sia molto negativo, l’autore scrive ugualmente: [45]

 

“Fra i risultati positivi ottenuti da Hitler quello che eclissò tutti gli altri fu il suo miracolo economico”. Mentre il resto del mondo annaspava ancora nella paralisi economica, Hitler aveva reso “la Germania un’isola di prosperità”. Nell’arco di tre anni, continua Haffner, “il bisogno disperato e la povertà di massa si erano generalmente trasformate in una modesta ma confortevole prosperità. Quasi altrettanto importante: l’impotenza e la disperazione avevano lasciato il posto alla fiducia e alla sicurezza di sé. Ancor più miracoloso fu il fatto che la transizione dalla depressione al boom economico fu ottenuta senza generare inflazione, a prezzi e salari totalmente stabili… E’ difficile farsi un quadro adeguato della riconoscente meraviglia con cui i tedeschi reagirono a quel miracolo, il quale, nello specifico, fece sì che ampie percentuali di lavoratori tedeschi passassero, dopo il 1933, dal sostegno ai Social Democratici e ai Comunisti a quello verso Hitler. Questa riconoscente meraviglia dominò completamente l’umore delle masse tedesche tra il 1936 e il 1938…”.

 

Joachim Fest, un altro eminente storico e giornalista tedesco, esaminò la vita di Hitler in una biografia minuziosa e acclamata. “Se Hitler fosse rimasto vittima di un assassinio o di un incidente alla fine del 1938”, egli scrisse, “pochi esiterebbero a ricordarlo come uno dei più grandi statisti tedeschi, come il coronamento della storia germanica”. [46] “Nessun osservatore obiettivo della scena tedesca potrebbe mai negare i considerevoli successi di Hitler”, scriveva lo storico americano John Toland. “Se Hitler fosse morto nel 1937 o nel quarto anniversario della sua ascesa al potere… sarebbe stato senza dubbio ricordato come una delle più grandi figure della storia germanica. Aveva milioni di ammiratori in tutta Europa”. [47]

 

 

 

 

 

Note

 

1. J. K. Galbraith, Money (Boston: 1975), pp. 225-226.

 

2. J. K. Galbraith, The Age of Uncertainty (1977), pp. 214.

 

3. J. K. Galbraith, in The New York Times Book Review, 22 aprile 1973. Citato in: J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), p. 403 (note).

 

4. J. K. Galbraith, The Age of Uncertainty (1977), pp. 213-214.

 

5. Discorso di Hitler alla radio, “Aufruf an das deutsche Volk,” 1 febbraio 1933.

 

6. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” su “The American Historical Review”, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), pp. 909-910.

 

7. Gordon A. Craig, Germany 1866-1945 (New York: Oxford, 1978), p. 620.

 

8. Richard Grunberger, The Twelve-Year Reich: A Social History of Nazi Germany, 1933-1945 (New York: Holt, Rinehart and Winston, 1971), p. 186. Pubblicato la prima volta in Inghilterra col titolo: A Social History of the Third Reich.

 

9. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 187; David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980 [softcover]), p. 100.

 

10. David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980), p. 101.

 

11. David Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980 [softcover]), pp. 100, 102, 104; Lo storico Gordon Craig scrive: “Oltre a questi risultati innegabili [cioè il miglioramento della qualità della vita], i lavoratori tedeschi ricevettero dallo stato sostanziosi benefici supplementari. Il partito condusse una campagna sistematica e di incredibile successo per il miglioramento delle condizioni di lavoro negli impianti industriali e commerciali, con periodiche iniziative studiate non solo per far sì che i regolamenti sulla salute e sulla sicurezza venissero implementati, ma anche per favorire la rottura della monotonia derivante dallo svolgere tutti i giorni gli stessi compiti lavorativi, con diversivi quali musica, attività nelle serre e premi speciali per i migliori risultati raggiunti”, G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), pp. 621-622.

 

12. Intervista a Louis Lochner, corrispondente della Associated Press a Berlino. Citato in: Michael Burleigh, The Third Reich: A New History (New York: 2000), p. 247.

 

13. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), p. 623; John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” “The American Historical Review”, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), pp. 917, 918.

 

14. J. A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973, pp. 917, 918.

 

15. Joachim Fest, Hitler (New York: 1974), pp. 434-435.

 

16. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (New York: 1971 [hardcover ed.]), p. 203.

 

17. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 30, 208.

 

18. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 198, 235.

 

19. G. Frey (Hg.), Deutschland wie es wirklich war (Munich: 1994), pp. 38. 44.

 

20. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 179.

 

21. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 118, 144.

 

22. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 144, 145; Franz Neumann, Behemoth: The Structure and Practice of National Socialism 1933-1944 (New York: Harper & Row, 1966 [softcover] ), pp. 326-319; R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 177

 

23. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 177; D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (Norton,1980), p.125.

 

24. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 148, 149.

 

25. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), pp. 148, 149. (Come paragone, fa notare Schoenbaum, gli oneri fiscali per la fascia più alta nella Repubblica della Germania Federale del 1966 erano circa del 44 per cento.)

 

26. D. Schoenbaum, Hitler’s Social Revolution (1980), p. 134.

 

27. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), p. 633.

 

28. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 26, 121; G. Frey (Hg.), Deutschland wie es wirklich war (Munich: 1994), pp. 50-51.

 

29. Citato in: J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), p. 405. Fonte: Cesare Santoro, Hitler Germany (Berlin: 1938).

 

30. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), p. 223.

 

31. Evan Burr Bukey, Hitler’s Austria (Chapel Hill: 2000), pp. 72, 73, 74, 75, 81, 82, 124. (Bukey è professore di storia presso l’Università dell’Arkansas.)

 

32. R. Grunberger, The Twelve-Year Reich (1971), pp. 29, 234-235.

 

33. John Lukacs, The Hitler of History (New York: Alfred A. Knopf, 1997), pp. 97-98.

 

34. G. Craig, Germany 1866-1945 (Oxford, 1978), pp. 629-630.

 

35. Hitler, Discorso al Reichstag del 30 gennaio 1937.

 

36. Hitler, discorso al Reichstag del 28 aprile 1939.

 

37. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), p. 944. (Garraty ha insegnato storia presso la Michigan State University e la Columbia University, e ha ricoperto la carica di presidente della Società degli Storici Americani.)

 

38. John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973 (Vol. 78, No. 4), p. 917, incl. n. 23. Garraty scriveva: “Di certo il pieno impiego non fu mai raggiunto in America finché l’economia non passò alla piena produzione bellica… La disoccupazione in America non scese mai molto al di sotto della cifra di otto milioni durante gli anni del New Deal. Nel 1939 circa 9.4 milioni di persone erano senza lavoro e al momento del censimento del 1940 (a marzo) i disoccupati erano ancora 7.8 milioni, quasi il quindici per cento della forza lavoro”.

 

39. William E. Leuchtenburg, Franklin Roosevelt and the New Deal (New York: Harper & Row, 1963 [softcover]), pp. 346-347.

 

40. Da Das Reich, 26 maggio 1940. Citato in John A. Garraty, “The New Deal, National Socialism, and the Great Depression,” The American Historical Review, Ottobre 1973, p. 934. Fonte citata: Hans-Juergen Schröder, Deutschland und die Vereinigten Staaten (1970), pp. 118-119.

 

41. Durante una visita a Berlino negli anni ’30, l’ex presidente americano Herbert Hoover s’incontrò col Ministro delle Finanze di Hitler, il Conte Lutz Schwerin von Krosigk, che gli espose nei particolari le politiche economiche del suo governo. Pur riconoscendo che tali misure erano benefiche per la Germania, Hoover espresse l’idea che esse non sarebbero state adatte agli Stati Uniti. Livelli salariali definiti dal governo e politiche dei prezzi, egli riteneva, sarebbero stati contrari all’idea americana di libertà individuale. Vedi: Lutz Graf Schwerin von Krosigk, Es geschah in Deutschland (Tübingen/ Stuttgart: 1952), p. 167; L’influente economista britannico John Maynard Keynes scrisse nel 1936 che le sue politiche “Keynesiane”, che in certa misura furono adottate dal governo di Hitler, “si adattavano molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario” piuttosto che ad un paese in cui prevalessero “condizioni di libera competizione e un ampio livello di laissez-faire”. Citato in: James J. Martin, Revisionist Viewpoints (1977), pp. 187-205 (Vedi anche: R. Skidelsky, John Maynard Keynes: The Economist as Savior 1920-1937 [New York: 1994], p. 581.); Ricerche degli anni recenti evidenziano che una maggiore differenziazione etnica riduce il livello della fiducia sociale e l’attuabilità delle politiche di welfare. Vedi: Robert D. Putnam, “E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century,” Scandinavian Political Studies, giugno 2007. Vedi pure: Frank Salter, Welfare, Ethnicity, and Altruism (Routledge, 2005)

 

42. Hitler, discorso a Berlino, 3 ottobre 1941.

 

43. Daily Express (Londra), 17 Nov. (o Sett.?) 1936.

 

44. John Lukacs, The Hitler of History (New York: Alfred A. Knopf, 1997), pp. 95-96

 

45. S. Haffner, The Meaning of Hitler (New York: Macmillan, 1979), pp. 27-29. Pubblicato per la prima volta nel 1978 col titolo Anmerkungen zu Hitler. Vedi anche: M. Weber, “Sebastian Haffner’s 1942 Call for Mass Murder,” The Journal of Historical Review, Autunno 1983 (Vol. 4, No. 3), pp. 380-382.

 

46. J. Fest, Hitler: A Biography (Harcourt, 1974), p. 9. Citato in: S. Haffner, The Meaning of Hitler (1979), p. 40.

 

47. J. Toland, Adolf Hitler (Doubleday & Co., 1976), pp. 407. 409.

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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