Che cosa è rimasto della sinistra?

da ITALIA SOCIALISTA
Oggi 15 maggio 2009, 11 ore fa

Che cos’è rimasto della Sinistra in Italia? Niente.

E adesso diciamoci brevemente che cos’è rimasto della Sinistra in Italia. La chiamo “Sinistra” come potrei chiamarla “Mario” o “Domenico”, perchè tanto è solo un nome come un altro che ormai non ha più valore.
Qual’è l’etimologia del termine “Sinistra”? Semplicemente, quando nacquero i primi parlamenti, i conservatori si misero a destra, gli indifferenti al centro e i progressisti si misero a sinistra.Semplicissima geometria parlamentare, basata sul fatto che, se non avessero fatto così, i rappresentanti si sarebbero trovati dispersi, incapaci di coordinarsi fra loro anche per un semplice discorso o una votazione e sempre a rischio di prendersi a pugni tra tutti quanti. Da quella disposizione casuale, e del tutto improvvisata, sono nati le grandi contrapposizioni del Novecento che ancora ci portiamo dietro. Ormai le vecchie ideologie non ci sono più, o sopravvivono solo a livello di archeologia politica e partitica, ma stiamo ancora a parlare di destra e di sinistra: vogliamo continuare ancora a giocare con questi vecchi soldatini? E va bene, facciamolo pure: non ha grande importanza, dopotutto. Non contano i nomi, lo abbiamo già detto, ma i contenuti; e quelli, purtroppo, da troppi anni scarseggiano.
In Italia quella che chiamiamo “Sinistra” è sempre stata divisa tra chi non era marxista e quelli che litigavano su quale fosse la più lungimirante interpretazione del Marxismo. I primi erano i repubblicani e una parte dei liberali e dei cattolici, i secondi i socialdemocratici, i socialisti e i comunisti. C’erano grosse spaccature non solo fra le varie famiglie, ma anche al loro interno. La tendenza, fin dagli anni ’90 del 1800, è stata quella di polverizzarsi sempre di più. Mai che andassero d’accordo.
Ad un certo punto, dopo i socialdemocratici e i socialisti (che sarebbero la stessa cosa, ma ricordiamoci che stiamo parlando dell’Italia) anche i comunisti, eccezion fatta per un gruppo minoritario, hanno deciso di chiudere i propri conti col marxismo e di darsi alla socialdemocrazia. Però l’hanno voluto fare alla maniera loro, tanto per sopravvivere e non perdere il distinguo rispetto a chi socialista lo era da sempre. Socialisti al Parlamento Europeo e Democratici di Sinistra in Italia: valli a capire.
Nell’Italia di allora il Psdi e il Psi s’erano impantanati nelle secche del governo di coalizione con la Dc, perchè tanto i nostri leader della Sinistra, da Saragat a Nenni a Craxi a Berlinguer, sono sempre stati tutti innamorati della “balena bianca” e consideravano il governarci insieme come il coronamento della loro carriera, il raggiungimento di tutti i loro obiettivi politici. Allearsi con la Dc per farne uno strumento con cui attuare il proprio programma (sia di cambiamento politico, sia soprattutto di potere): abbiamo visto quanto ha funzionato questa logica. Per carità, non si può negare che non siano stati raggiunti dei risultati. La scuola e la sanità pubbliche, per esempio, non ci sarebbero state senza i governi di centrosinistra degli anni ’60 e questi sono solo due dei tantissimi esempi che potremmo fare. Ma, insomma, il fatto che in Italia non si potesse mai fare a meno della Dc è sempre stato un bel problema. E la Dc, poi, non era mica un partito di benefattori o di sprovveduti: sapevano benissimo a cosa miravano Saragat, Nenni, Craxi e Berlinguer. Hanno dato loro tanto, ma hanno preteso altrettanto in cambio: per esempio rendersi complici in un certo modo di gestire il potere, sporcandosi le mani per entrare a far parte della confraternita. I comunisti, o meglio si dovrebbe dire gli ex comunisti, sono stati gli ultimi ad arrivare al banchetto e anche loro hanno preteso la propria parte, ottenendo persino più di quanto si aspettassero.
Pure Craxi aveva ottenuto molto, assai di più di quanto gli spettasse. Era partito con meno del 10% e, facendo baci in bocca con la Dc, un decennio più tardi aveva il 18%: alle elezioni del ’90 il Psi era il secondo partito d’Italia dopo i democristiani, complice anche la Bolognina che aveva provocato lo sfaldamento dell’ex Pci. Aveva messo a segno due mandati come primo ministro, dicasteri importanti per il suo partito, posizioni sempre più pesanti nelle Usl, negli enti pubblici e così via. Nel ’92 s’aspettava un nuovo incarico di primo ministro o addirittura la Presidenza della Repubblica. Ma non aveva fatto i conti con gli ex comunisti e nemmeno coi suoi principali benefattori, i democristiani.
Craxi aveva sempre approfittato del fatto che i democristiani non potessero spingersi troppo in là nel loro progetto di “maggioranza allargata” ai comunisti. Invece di un grande partito dal 35% inviso alla destra della Dc, agli americani e ai militari, Craxi si proponeva come un’alternativa molto più digeribile. Il Psi era un “partitino”, con posizioni meno estremizzate del Pci (quantunque pure questi, ormai, fosse diventato di fatto un grosso partito socialdemocratico), apparentemente più facile da controllare e da blandire per i conservatori e che era già stato sperimentato con abbondanza negli anni precedenti come compagno di coalizione, peraltro sempre con buoni risultati (ed a quel tempo era ancora il partito con la falce ed il martello: dopo il Midas e l’arrivo del garofano, c’era da aspettarsi che i risultati potessero essere persino migliori). Così tutti puntarono su Craxi, ben contenti di farlo. L’alternativa non era nemmeno da prendersi in considerazione: mettersi coi comunisti significava fare una brutta fine e lo sapeva anche lo stesso Berlinguer che, dopo il golpe dell’11 settembre a La Moneda, scrisse le “Riflessioni sul Cile”. Craxi pretendeva tanto, ben sapendo quali erano gli equilibri politici italiani, e i democristiani non potevano fare altro che accontentarlo: gli dettero il governo e i posti migliori. Ma in cambio, siccome non erano degli allocchi, pretesero ed ottennero che anche lui si sporcasse le mani: e lo fece, e insieme a lui tutti quelli che gli venivano dietro. Un po’ perchè questa è la pratica del potere e un po’ perchè, quando si sa di avere il potere per davvero, si finisce col perdere la testa.
Ma gli equilibri che fecero la fortuna di Bettino vennero meno quella notte del 9 novembre 1989, quando i tedeschi di Berlino Est buttarono giù il Muro e andarono nella Germania Ovest. Craxi vide quell’evento come il trionfo della sua politica, la dimostrazione che quindici anni prima c’aveva visto giusto, allorchè pubblicò il suo saggio sul socialismo di Proudhon e mandò a quel paese Marx e i suoi ammiratori del Pci, a cominciare da Berlinguer. Invece c’aveva visto malissimo, perchè il Pci da quel momento (e forse già da prima) smise di far paura ai grandi conservatori che volevano l’Italia socialmente e politicamente bloccata: il grande capitale, la Nato e gli americani, e le loro scimmie all’interno della politica italiana. Finita l’Unione Sovietica e il pericolo rosso (data ufficiale del decesso 25 dicembre 1991, ma la paura era già passata da un pezzo), il Pci era un grande partito del 25% che non serviva più a nessuno. Non aveva nè arte nè parte, lottava per un mondo che non esisteva ed era il parente, per quanto moderatosi, di un’ideologia scomparsa. Grande ed inutile per sè stesso, ma non per coloro che quindici anni prima avevano puntato su Craxi come male minore rispetto ai comunisti.
Se il Pds era grande ed inutile, il Psi era grande e pericoloso. Aveva acquistato troppo terreno nella politica, s’era preso eccessive libertà nella politica estera pretendendo di fare una politica di potenza nel Mediterraneo, di sdoganare e prendere sottobraccio gli arabi e i palestinesi più fastidiosi agli americani e persino di riformare la politica italiana infrangendo quelle vecchie regole che dovevano rimanere intoccabili. A Sigonella, poi, tra un po’ Craxi si comportava come Nasser: no, non era proprio più il caso di continuare con lui. L’ex Pci, al contrario, era un partito moribondo, senza più alcuna ragione di esistere se non quella di fare un po’ di testimonianza storica. Fino ad allora aveva fatto l’occhiolino quando all’Urss quando ai democristiani, ma visto che la situazione era cambiata doveva trovarsi un nuovo datore di lavoro che gli garantisse un approdo alle poltrone, sennò era finita. Lo trovò subito, il nuovo padrone: gli americani.
I partiti della sinistra, senza più il riferimento dell’Unione Sovietica ormai morta e sepolta, negli anni ’90 sono diventati tutti servi degli americani. Le grandi privatizzazioni volute dal Fondo Monetario Internazionale e l’avvicinamento alla Nato nei paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est sono state fatte da uomini del vecchio regime e soprattutto dagli ex partiti unici comunisti, nel frattempo opportunisticamente trasformati in socialisti o socialdemocratici. Anche in Africa, dal Mozambico all’Angola, dall’Etiopia al Benin, è andata così. Questi qua non avevano più un santo a cui votarsi e pur di sopravvivere erano disposti a tutto: quando si sono fatti avanti gli americani, a loro gli non è sembrato vero. E hanno fatto tutto quello che a Washington e a New York veniva richiesto.
Anche in Italia è stato così. Craxi pensava che l’ex Pci, abbandonato l’orizzonte comunista, accettasse di formare insieme a lui un grande partito dell’Unità Socialista col quale mandare definitivamente all’opposizione la Dc e governare come voleva lui. L’avevano capito tutti e nessuno era disposto a concederglielo. Il Pds dapprima è stato al gioco, per ottenere da Craxi l’ingresso nell’Internazionale Socialista e farsi accreditare nel Gotha della socialdemocrazia mondiale, perchè aveva bisogno di questi passaggi per poter prendere il posto del Psi al momento giusto. Poi è scoppiato il patatrac, hanno preso Chiesa con le mani nel sacco ed è venuta fuori tutta la storia che sappiamo. I democristiani e i loro amici non avevano fatto sporcare le mani a Craxi per niente: era la loro assicurazione per il futuro.
Qualsiasi scandalo, grosso o piccolo che fosse, inerente la pubblica amministrazione e la corruzione, in Italia era sempre stato messo a tacere ed è stato così anche dopo il 1992-1994. Ma allora era necessario che si sollevasse un bel putiferio, per poter spazzare via Craxi e i suoi complici della Dc, lasciando il campo libero ai vecchi conservatori che così potevano riprendere completamente in mano la situazione condividendo il potere insieme ai nuovi schiavi, gli ex comunisti. Talmente disposti a tutto, quest’ultimi, da fare qualsiasi cosa venisse loro richiesta senza nemmeno bisogno di scendere a trattative.
In quindici anni sono stati svenduti più diritti e garanzie sociali in Italia che in ogni altro paese d’Europa. La Nato non ha mollato una sola base, anzi, ne ha costruite perfino delle altre. Anche la Chiesa ha riguadagnato terreno, parecchio terreno. Insomma, i potenti, quelli che sono proprio il cancro dell’Italia, si sono ingrassati tutti quanti a spese della maggior parte della popolazione. Berlusconi è la punta di diamante dei vecchi conservatori, ben agganciato ed ammanigliato anche con gli ex progressisti ed è alla fine dei conti il soggetto più congeniale per realizzare un governo che unisca gli uni e gli altri. Sono stati gli ex comunisti a sdoganarlo, fin dal ’94, e a salvarlo da tanti dei suoi impicci, quando erano al governo; e quando stavano all’opposizione votavano comunque tutte le sue leggi vergogna, sebbene poi per tenersi buona quella parte della base che non ci stava fossero costretti a urlare tutta la loro indignazione davanti alle telecamere. Gli ex Pci sono così privi di autonomia, sottomessi agli americani, da acconsentire a tutti i loro capricci in politica estera: vogliono bombardare la Serbia con la scusa della “guerra umanitaria” ma in realtà per indebolire e distorcere il processo di unificazione europea (risultato pienamente raggiunto) e loro ci stanno; i turchi e gli israeliani, grandi amici della Casa Bianca, chiedono la testa di Ocalan e D’Alema prontamente gliela consegna, dopo la pantomima della fuga in “territorio neutro” nella Russia di Eltsin (altro bel regime amico) del leader del Pkk; ordinano le missioni di pace in Albania e in Libano perchè si stanno trasformando rispettivamente nell’avvento a Tirana di un regime rivoluzionario e a Beirut nella disfatta totale dell’esercito israeliano, e loro subito acconsentono senza cercare di moderare le posizioni imperialistiche dei loro padroni con un po’ di saggezza europea. Sono i servi perfetti.
Berlusconi, quando è al governo, governa persino meglio di loro e peraltro avvelendosi del loro stesso consenso: e così l’Italia ritorna ad essere il paese blindato ed immobile che era nei sogni dei grandi conservatori che lo dominano, dall’interno e dall’esterno. Ecco com’è che, dal 1993 ad oggi, siamo ritornati ad essere gli abitanti della “serva Italia” di dantesca memoria. Se il Pci ha venduto l’anima al diavolo per non morire, Berlusconi ha fatto altrettanto per non perdere le sue televisioni: entrambi si danno una mano l’un l’altro e l’America accarezza loro la testa, come si fa con dei bravi cagnolini.
Qualcuno s’illude che con questa Sinistra si possa ancora fare qualcosa. No, signori miei, con questa Sinistra non si può fare più niente. E’ tutta roba andata in cancrena, buttiamola via. La vera Sinistra (io dico il vero Socialismo, perchè è ora di finirla con gli equivoci e perchè già Turati, nel 1921, diceva “Il Socialismo non è nè destro nè sinistro, è Socialismo”), se ci sarà, dovrà partire da altre basi, da zero, senza aver nulla in comune (uomini, idee, condotta) con quella attuale. Sempre ammesso e concesso che quella attuale possa dirsi “Sinistra”.

Filippo Bovo

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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