Il Socialismo interventista di Mussolini

Benito Mussolini venne espulso dalla Sezione socialista di Milano il 24 novembre 1914.Egli, fra clamori e invettive, replicava: «Voi siete più implacabili dei giudici borghesi. Voi credete di perdermi. Vi ingannate. Voi oggi mi odiate perché mi amate ancora. I dodici anni della mia vita socialista dovrebbero essere una garanzia sufficiente. Il socialismo è qualcosa che si radica nel sangue. Quello che mi divide da voi non è una piccola questione, è una grande questione che divide il socialismo tutto». «Traditore!», «Fuori!», «Giuda!», gli gridavano. «Vedevo intorno a lui -scrive Paolo Valera (“La Folla”, 29.11.1914)- mani agitate, furiose, come udivo invettive che gli si attorcigliavano al collo come se lo avessero voluto strangolare».Era così? Era davvero un traditore? Il Congresso socialista di Reggio Emilia del 7 luglio 1912 si era appena concluso, con il trionfo di Benito Mussolini contro «riformisti» e «massoni», che quest’ultimo, su “La Folla” dell’11 agosto 1912, scriveva: «io sono un primitivo anche nel socialismo. Io cammino nell’attuale società di mercanti come un esule. Non sono un uomo di affari. Non ho il gusto del commercio. Ora che il socialismo sta diventando un affare, per i singoli e per la collettività, non lo capisco più. Io vivo in un altro mondo. Sono cittadino di un’altra epoca». Mussolini intuiva che quelli erano tempi di rottura, di scelte precise, di decisioni drammatiche. Egli si poneva un interrogativo, angoscioso: «Ma questo “socialismo” riformista delle mediazioni, dei compromessi, e degli affari, messo su dagli avventurieri della media borghesia e dai “balordi di Montecitorio”, sarebbe stato, davanti alla “prova” tremenda che si avvicinava, all’altezza dei tempi?». Prevedeva, anticipava. Sentiva l’uragano avvicinarsi. No, questo socialismo riformista, collaborazionista, affarista, arrampicatore, non ce l’avrebbe fatta. Era del tutto simile a preti, borghesi, monarchici-giolittiani. Il Popolo sarebbe rimasto ancora senza Patria. La solitudine di Benito Mussolini del 1912 è tutta qui. …“Questo socialismo non lo capisco più… Vivo in un altro mondo”… E fu la guerra,la “Grande Guerra” ! Agosto 1914, l’uragano si scatena. Non più scontro fra eserciti di mestiere, ma spaventosa e logorante prova di popoli. L’internazionalismo proletario, predicato in mezzo secolo di pace dal socialismo,era in frantumi.Le frontiere nazionali, che avrebbero dovuto essere abolite al canto dell’Internazionale, si levavano nuovamente minacciose e i «proletari» tedeschi e francesi si fronteggiavano. Gli uni al canto del “Deutschland úber alles”, gli altri della “Marsigliese”. Dinanzi al conflitto che impegnava ormai tutti i popoli, che insanguinava i continenti, falcidiava il proletariato di tutti i Paesi, il socialismo italiano che faceva? Si rifugiava nell’agnosticismo che Filippo Turati condenserà nella frase «né aderire, né sabotare», formula che veniva ad estraniare il socialismo dalle vicende nazionali e internazionali; dimostrazione pratica di quanto avesse ragione Mussolini a denunciare, nel socialismo, la crisi fra pensiero e azione. Fra dogmatismo e vita. Fra socialismo degli avvocati e socialismo religioso. Fra riformismo e mito, fra dogma e atto di fede. Fra diserzione e partecipazione. Ciò che contava,per Mussolini, era l’azione, non la fuga. La neutralità secondo lui era dei castrati. Il 18 ottobre 1914 (in Francia infuriava la battaglia della Marna) su ” l’Avanti! “, a firma del direttore Mussolini, compariva un articolo dal titolo: «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante». Sarà l’ultimo. L’espulsione seguirà pochi giorni dopo. «Abbiamo avuto -scriveva Mussolini- il singolarissimo privilegio di vivere nell’ora più tragica della storia del mondo. Vogliamo essere, come uomini e come socialisti, gli spettatori inerti di questo dramma grandioso? O non vogliamo essere, in qualche modo, in qualche senso, i protagonisti?» «Socialisti d’Italia, badate: talvolta è accaduto che la lettera uccidesse lo spirito. Non salviamo la lettera del partito se ciò significa uccidere lo spirito del socialismo». (vedi lettera di Gaetano Salvemini, 18.10.1914). Mussolini resta solo. La Direzione socialista, riunita in Bologna, all’unanimità respinge il suo ordine del giorno. Prevaleva la tesi della neutralità assoluta. Fu la scelta che determinerà, nei destini dell’Italia e degli Italiani, conseguenze politiche, sociali di portata storica. Mussolini, dunque, traditore? No,semmai coerente con sé stesso. La guerra c’è, diceva. Nessuno contesta che sia la guerra della borghesia. Ma perché, invece di fare da spettatori, non trasformare questa guerra in guerra proletaria, in guerra rivoluzionaria tesa a sostituire, nella direzione del Paese, la borghesia con il proletariato? Non accettate questa scelta? Ed allora in piazza ad imporre, con lo sciopero generale, al Parlamento, la neutralità assoluta! Quello che non si può, che non si doveva fare, era di rimanere inerti, alla finestra. Questo sì era vero tradimento! Ma come era possibile portare su queste «posizioni» il partito socialista? Come era possibile portarlo al fronte, o sulle piazze, dopo che più di dieci anni di riformismo lo avevano reso refrattario ad ogni slancio? Come portarlo in piazza a rompere quella legalità che avrebbe significato la rinunzia alle conquiste borghesi, acquisite dopo anni di collaborazione con la stessa borghesia? Ed allora fuori! Il 15 novembre 1914 esce il primo numero del ” Popolo d’Italia ” nelle edicole. Il fondo titola: «Audacia!». “…Io cammino! e riprendendo la marcia,dopo la sosta che fu breve,è a voi giovani d’Italia,giovani delle officine e degli atenei, giovani di anni e giovani di spirito,giovani che appartenete alla generazione cui il destino ha commesso di fare la storia,è a voi che io lancio il mio grido augurale,sicuro che avrà nelle vostre file una vasta risonanza di echi e di simpatia,Il grido è una parola fascinatrice: guerra!». Per Mussolini fare la guerra allo straniero significava fare la guerra anche al «nemico» interno. Vincere anche in Patria. Perché? Perché il proletariato italiano era del tutto privo di fiducia in sé stesso, nelle proprie forze. Non era popolo, era gente. A renderlo «debole» era stata la stessa vicenda risorgimentale alla quale era rimasto estraneo, essendo stata quella vicenda opera di minoranze e di circostanze favorevoli e occasionali. Ciò aveva impedito quella «grande prova di popolo» che, vaticinata da Mazzini, avrebbe sola consentito di gettare le premesse di una autentica rivoluzione italiana, rivoluzione di caratteri e di volontà che avrebbe rifatto gli Italiani. Mussolini vedeva, nella guerra, la agognata «prova di popolo» di mazziniana memoria. Una prova che avrebbe «líberato» il popolo italiano dai suoi tradizionali nemici di sempre e che lo avevano, per secoli, tenuto soggetto: la Casa d’Austria e la Curia romana, alleata degli Asburgo. E poi i riformisti, i giolittiani, i doppiogiochisti, i vili, i conformisti,ed in ultimo la mentalità borghese.Il concetto del primo Bonaparte: «La rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette» e quello successivo di Blanqui: «Chi ha del ferro ha del pane», fu alla base della nuova azione del socialista-interventista Benito Mussolini, così come del resto era di un’altro rivoluzionario, Vladimir ilic Ulianov, detto Lenin. E’ attraverso la guerra, il sacrificio, la sofferenza, il sangue,che il Popolo avrebbe conquistato finalmente coscienza di se, della sua unità,del suo ruolo e dunque sarebbe divenuto responsabilmente classe dirigente della Nazione. Era questa la sostanza dell’interventismo patriottico di Mussolini. Lo dirà a Dalmine, cinque anni dopo (20.3.1919). Agli operai che anziché scioperare alla vecchia maniera interrompendo la produzione,si barricano nello stabilimento restando al lavoro issando sulle ciminiere il Tricolore d’Italia diceva: «Mentre infuria l’immonda speculazione degli sciacalli che spogliano i Morti, voi oscuri lavoratori di Dalmine avete aperto l’orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa. È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria, disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella Patria libera e grande, entro e non oltre i confini». Dunque Mussolini, era davvero fuori dai tempi, era l’opportunista, l’avventuriero che, pur di arrivare, invocava la guerra e il sangue? La vocazione alla guerra era solo sua? Scrive Giorgio Bocca (“Mussolini,socialfascista”, Garzanti, pag. 2): «Gramsci, Togliatti, Montagnana e gli altri giovani torinesi che fonderanno “I’Ordine nuovo” il gruppo dirigente del PCI, attendono con ansia che esca il “Popolo d’Italia”, pronti a seguire l’espulso di quel 24 novembre 1914; e Gramsci invierà un articolo sui contadini meridionali, e Mussolini lo inviterà a mandare altro». Scrive Renzo De Felice nel suo “Mussolini il rivoluzionario” (pagg. 142-143): «… non è certo un caso che quasi tutti i quadri migliori della generazione socialista del primo dopoguerra, che più contribuì al rinnovamento ideologico e politico del socialismo e cooperò, in misura determinante, prima alla elaborazione teorica dei due gruppi più significativi sul piano culturale, quello torinese de “l’Ordine nuovo” e quello napoletano del “Soviet”, e poi alla costituzione del Partito comunista, siano stati nel 1912-14 «mussoliniani», (e i più anziani, come Bordiga e Tasca, collaboratori de “l’Avanti!” e addirittura de ” l’Utopia ” i due giornali diretti da Mussolini). «Mussolini -ha scritto Tasca nel citato articolo- è, dalla fine del 1912, direttore de ” l’Avanti! ” e se i “vecchi” ne diffidano, i giovani sono quasi tutti con lui, su cui contano per un rinnovamento del partito». Mentre il riformismo mostrava -è sempre De Felice che scrive- ormai la corda ed era coinvolto nella crisi del giolittismo e mentre le aspirazioni rivoluzionarie erano sempre più vive nel Partito socialista, questi giovani andavano maturandosi culturalmente soprattutto nella pagine de “La Voce” di Prezzolini e su “l’Unità” di Salvemini; a questa maturazione contribuì però indubbiamente anche “l’Avanti!” di Mussolini, sulle colonne del quale sembrava prendere forma politica ed elaborare qualcosa di nuovo, di più adatto ai tempi, alle necessità, alle aspirazioni del movimento operaio». Non vi è dunque alcun dubbio che l’interventismo mussoliniano si sostanziava di una vocazione socialista-nazionale: vocazione rappresentata allora dal cosiddetto «partito degli intellettuali» che voleva la guerra. E questa vocazione di cosa si nutriva? Si voleva il nuovo e rompere definitivamente con la vecchia Italia corrotta, inconcludente, chiacchierona, rappresentata dal Parlamento,“ meretrice docile e pronta, la grande casa da tè”.Perché tutto questo? Perché Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Alfredo Oriani, Gabriele d’Annunzio, Luigi Pirandello con il romanzo “I vecchi e i giovani”, lo stesso Giuseppe Mazzini, lo stesso Benedetto Croce, in vari modi e accenti, affermavano: «Questa Italia non ci piace. C’é insofferenza, rabbia, autentico disprezzo per la mediocrità della classe dirigente». Si intuiva, specie da parte del «partito degli intellettuali» favorevoli alla guerra (la quasi totalità) che l’intervento poteva essere l’occasione storica per ringiovanire e sostituire la classe politica, ammalata di giolittismo.
Dunque guerra di ragione e di fede. E se Mussolini prima, attraverso “l’Avanti!”, parlava al proletariato, ecco che ora, determinando l’intervento, parlava, attraverso gli intellettuali, alla Nazione tutta,senza distinzioni classiste. In nome della guerra prima, in nome della Nazione poi, Mussolini ora puntava a costituire l’unità della società italiana, incontrandosi, lui figlio del popolo, con le avanguardie più ardite e più impazienti della borghesia intellettuale e con quelle che dovevano nascere dal combattentismo. Nella trincea si realizzava così la sintesi delle antitesi: Classe e Nazione. Nasceva, nel fango delle trincee intriso di sangue, la saldatura fra intellettuali (favorevoli alla guerra) e popolo,quel legame interclassista da cui dovevano uscire le nuove gerarchie dei giovani ufficiali, protagonisti del dopoguerra. È nelle trincee che i giovani assaporeranno,pegno il tributo del loro stesso sangue, il gusto del comando e la tentazione di non restituirlo più alla vecchia e corrotta classe politica liberale. Mussolini, l’interventista rivoluzionario, ne fu l’interprete primo ed autentico.

Il compagno fascista G.N.
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” Forse che non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no! Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica,che è conoscenza di Mussolini” (N. Giani)

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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