Beppe Niccolai. Il Fascismo immenso e rosso

Al centro di questo libro sta una interpretazione del fascismo che, pur condotta con scrupolo scientifico, non è puramente catalogatoria di un fenomeno del passato. Vi vedo una precisa funzione pratica: quella di fornire alla «destra» le categorie culturali di un nuovo protagonismo per uscire dal lungo letargo in cui la politica italiana è caduta con la crisi delle ideologie. Letargo che rende difficile reperire i materiali per costruire un disegno, un progetto nazionale e sociale, per l’Italia degli Anni 2000. Al di là di analisi volte apparentemente al passato ci sono, insomma, gli elementi di una proposta che può essere rivolta trasversalmente un po’ a tutti gli ambienti politici, ma in particolare a quelli della sinistra, ove la fuoriuscita epocale dalla cultura delle rivoluzioni sta tutt’ora provocando un profondo travaglio. Come uscirne infatti senza impantanarsi in una piatta politica politicante? L’interrogativo interessa anche quella parte del riformismo che intenda essere veramente tale: cioè non solo gestire, ma riformare. Altrettanta attenzione mi sembra rivolta, più di quanto immediatamente appaia, alla religiosità animosamente affermata, senza falsi rispetti umani, da Comunione e Liberazione e dal Movimento popolare: in un tessuto sociale che rischia di spappolarsi nello scetticismo e nella corruzione chiunque creda ancora a qualcosa è un patrimonio prezioso per la Nazione.

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La tesi è trasgressiva, ma non improvvisata. Le è del tutto estraneo il gusto puramente intellettualistico di fare scandalo, di produrre soltanto rumore. Posso piuttosto personalmente testimoniare dei dubbi e delle esitazioni, che ne hanno ritardato la formulazione. Si tratta infatti di idee meditate lungo l’arco di una trentina di anni, a partire da quando la destra politica, dopo aver dilapidato quasi tutto il patrimonio di cui disponeva in classe dirigente, in energie giovanili, in fermenti creativi, in posizioni di potere di cui pur disponeva in gran copia (si pensi alle sue capacità di mobilitazione delle masse scolastiche, ma anche al controllo politico-amministrativo di grandi centri del Mezzogiorno), si fece sorprendere nel luglio del 1960 in quel di Genova senza un disegno politico di largo respiro. Giacché tale non poteva considerarsi il furbesco progetto di uscire con il governo Tambroni dal ghetto, lasciandovi tranquillamente a marcire le masse popolari controllate dai socialcomunisti e collaborando anzi a rafforzare le discriminazioni nei loro confronti.
A questo proposito sarebbe stato anzi interessante ripubblicare ciò che Accame scrisse negli ultimi Anni ’50 su “il Borghese” e su “Pagine libere” di Vito Panunzio a favore dell’esperimento antipartitocratico di Silvio Milazzo, che vide in Sicilia i missini alleati con i socialcomunisti contro le discriminazioni da ambo le parti patite. Ma voglio qui ricordare le successive considerazioni di Accame nella storia politica della Repubblica scritta per gli “Annali dell’Economia Italiana” (Ipsoa, 1982) di Epicarmo Corbino e Gaetano Rasi, poi ribadito in “Socialismo tricolore” (Editoriale Nuova, 1983), secondo cui non vi sarebbero stati nel luglio 1960 i fatti di Genova se i missini non avessero pochi mesi prima collaborato con la Democrazia cristiana ad affossare la giunta Milazzo, sollevando quindi i socialcomunisti dall’interesse a mantenere quei civili rapporti con l’estrema destra esplicitamente offerti da Palmiro Togliatti in un intervento alla Camera del 9 dicembre 1958. In quell’occasione infatti Togliatti disse con estrema chiarezza: «Le convergenze che si sono determinate (…) hanno dato luogo, anche qui, alle solite inette arguzie sul comunista e sul missino che si stringono la mano, si abbracciano e così via.
Si tratta di un problema di fondo, che deve essere riconosciuto e apprezzato in tutto il suo valore (…) daremo il nostro contributo attivo a che passi in avanti vengano compiuti, anche se qualcuno potrà rimproverarci di collaborare, a questo scopo, con uomini che non appartengono al nostro partito né condividono la nostra ideologia».
Era l’offerta di collaborare per rimuovere insieme le discriminazioni da cui eravamo entrambi colpiti, anziché gareggiare per assicurarci, ciascuno a discapito dell’altro, un incarico di buttafuori per conto della Democrazia Cristiana. Lasciammo cadere l’offerta ed il risultato fu che la storia italiana voltò le spalle alla destra che finì ancor più ghettizzata, mentre all’insegna delle comuni origini resistenziali con i partiti di centro cominciarono ad uscire dal ghetto i socialcomunisti.
Con l’aggravarsi della discriminazione iniziarono per la destra politica decenni di immobilismo, durante i quali non le restò altra strategia che la pura sopravvivenza elettorale, con tutte le conseguenze del caso. Non ultima quella di estraniarla dal contribuire alla costruzione, davanti alla evidente ed inarrestabile crisi degenerativa del sistema, di alternative valide per fare uscire l’Italia dalla stretta partitocratica, che sempre più l’avrebbe soffocata.
Ridottasi la destra a difendere l’orticello elettorale, le scelte che ne seguirono altro non fecero che aggravare la sua sterilità progettuale. Sicché, privata delle categorie culturali per capire e muoversi (e che il suo retroterra di pensiero, se coltivato, avrebbe potuto fornirle), finì addirittura di fronte alla contestazione giovanile del 1968 con lo schierarsi -come qui si ricorda con alcuni particolari inediti sulla strumentalizzazione subita da Julius Evola- quale strumento e puntello di quello stesso sistema che la discriminava.
La riflessione di Giano Accame ha inizio da quegli anni e, per essere più precisi, dal novembre 1956, quando già «figlio del Sole» insieme ai Romualdi, ai Gray, ai Rauti, agli Erra, ai Buscaroli, ai Costamagna, ai Pozzo, ai De Felice, ai Casalena, ai Pattarozzi, ai Gianfranceschi, ai Cusimano, ai Petronio, ai Tricoli si allontanò dal MSI durante il tempestoso congresso di Milano. Se ne andò, in punta di piedi, per intraprendere una lunga peregrinazione, che come giornalista doveva portarlo a conoscere una trentina di paesi del mondo, tra cui tutti i paesi dell’Est europeo; e come politico mai stanco alla contrastata e solitaria esperienza della “Nuova Repubblica” di Randolfo Pacciardi, che più di un seme ha lasciato nell’odierno dibattito istituzionale ed anche nel bagaglio programmatico della destra. Sempre alla ricerca di qualcosa per questa Italia; nella visione degli Italiani uniti ed affrancati da sudditanze straniere. Il sogno, questo, di un nazionalista moderno, socialmente illuminato, raziocinante: per l’Italia che è, e rimane, la ragione profonda del suo vivere e del suo sentire.

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E si può dire che il mio incontro con lui, pur trovandoci nel MSI fin dagli inizi e facendo parte io e lui del Comitato Centrale, dati da questi Anni ’60, giacché prima -la cosa non meravigli- non ci parlavamo, tanto profonde erano anche fra di noi le divisioni fra la destra esoterica dei «figli del Sole» e la sinistra dei «socializzatori».
Comuni riflessioni ci hanno poi portati a superare questi schematismi, pur mantenendo entrambi una certa impronta di origine. Ed io che mi sento assai più «di sinistra» ritengo particolarmente importante che proprio come uomo «di destra», in un processo di coerente maturazione che non lo ha mai reso «pentito», Accame sia giunto alle conclusioni che emergono da questo libro.
In una recente intervista, data alla vigilia del Congresso nazionale del MSI all’organo romano del Fronte della Gioventù, Giano Accame ha dichiarato, fra l’altro: «Sì, sarò cambiato, ma non mi sono poi mosso di molto. Una cosa posso assicurare: non dimentico le passioni di un tempo e non perdo niente per strada. Compiere nuove esperienze serve a maturare, a capire di più, arricchisce intellettualmente, non impoverisce. Vuole conoscere qualche motivo di questo cambiamento? Presto detto; dirò che, intanto, la sinistra non è più quella di un tempo. Non la temiamo più come un tempo per la nostra libertà e la nostra pelle. Nel caso di Signorelli i gesti di civiltà sono venuti da tutte le direzioni. Ma certo hanno influito su di me anche delle personali esperienze di collaborazione culturale con l’amministrazione di sinistra della Capitale per la grande mostra “Economia Italiana tra le due Guerre” che ho potuto realizzare al Colosseo, dopo che già a Milano una amministrazione di sinistra aveva realizzato la mostra “Anni Trenta”. Credo che per i romani sia stato un importante momento di recupero della loro storia. Alla vigilia della mostra Roma era ancora una città dove i ragazzi potevano morire sprangati nei quartieri sui temi del fascismo e dell’antifascismo. La mostra insegnò a storicizzare questi motivi di contrasto e non vi fu un solo incidente. È stato un contributo culturale molto importante alla pacificazione di una Roma insanguinata e feroce. Sono contento di avervi partecipato e grato al vice sindaco socialista di allora, Pier Luigi Severi, ed ai suoi collaboratori per l’appoggio sereno, mai fazioso, che mi hanno dato. Ritengo che con una giunta democristiana sarebbe stato più difficile, se non impossibile, impostare una impresa culturale di queste proporzioni».

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Come renderci utili all’Italia?
«Il mercato politico -scrive Accame- così ripetitivo nei suoi argomenti, si va consumando di noia. Questo clima lo si renderebbe ancora più uggioso continuando ad alimentare tra gli epigoni di diverse culture della rivoluzione, accomunati dall’ansia di cambiare l’uomo ma ferocemente avversi su molti dettagli di come cambiarlo, umori simili a quelli che contrapposero cattolici e protestanti o tutt’ora contrappongono sciiti e sunniti».
L’esigenza attuale è quella di procedere ad una graduale, paziente opera di ricomposizione dei tessuti lacerati nei feroci contrasti civili della prima metà del secolo. A questo superamento contribuisce la riscoperta scientifica delle rosse radici del movimento fascista, del filo rosso con cui se ne può ricucire l’analisi. Una operazione già compiuta da De Felice, Del Noce, Bocca, Settembrini, come Accame ricorda insistentemente, ma che per la prima volta, ad oltre 40 anni dal 1945, viene ora approfondita dall’interno, «da destra».
È pur vero che con altro filo può essere cucita la storia degli anni del diavolo, delle spaccature fra gli italiani e di una lunghissima guerra civile; ma è altrettanto vero che la dimostrazione secondo cui il fascismo non è né destra né sinistra, ma si situa concettualmente al di là della destra e della sinistra, lo colloca come anticipatore entro la grande vocazione del secolo: sanare le spaccature ereditate dai due secoli precedenti in una ricomposizione totale di valori che, se è stata investita dalla sconfitta del 1945, nondimeno resta dato marcante ed incancellabile della nostra epoca.

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Sconfitta, ma è così? O qualcosa di questa esigenza non si sta confusamente tentando di realizzare proprio lì dove i benpensanti vedono più profonda la notte? Le versioni a guida sovietica del socialismo, di cui Accame scrive per esperienza diretta, ancorché drammaticamente sprovviste di beni e di libertà, dove la carne è battuta da sistematiche violazioni dei diritti umani -problemi che questo libro non sottovaluta, anche se li dà per scontati- assurgono a veri e propri Laboratori della teoria di Augusto Del Noce sulla eterogenesi dei fini nella storia. Per cui proprio i paesi in cui il socialismo scientifico, il marx-leninismo, per liberare l’uomo dallo sfruttamento, voleva superare nell’ateismo e nell’internazionalismo gli antichi valori di religione e di patria, si scoprono oggi formidabili costruttori di nazioni e di imperi e vi si colgono persino i segni di una sofferta reviviscenza del sacro. Ciò mentre nell’Occidente opulento i caratteri eversivi della borghesia capitalistica, avendo messo sul trono il Dio danaro, annullano i valori di sempre nel mercato, nella secolarizzazione, nella perdita di sé, nella perdita in primo luogo della propria identità nazionale, della propria dimensione di popolo organica e comunitaria. È il nichilismo del Vitello d’Oro, che da noi scade, in politica estera, nel collaborazionismo servile e senza ritorno, proprio dei vinti ne “La pelle” di Malaparte, conquistati con una stecca di sigarette ed uno sfilatino di pane bianco.
L’analisi di Accame raggiunge i caratteri di una sfida allorché registra: «Insomma, non solo il fascismo, ma anche il socialismo quando arriva al potere tende ad andare al di là della destra e della sinistra, recuperando, e per certi aspetti esasperando (si guardi alla casistica dell’autoritarismo: in Polonia si è arrivati persino alla più aperta surrogazione militare di un potere politico insufficiente) valori, differenze, difetti abitualmente etichettati di destra».
Me ne rendo conto: specie in un ambiente cresciuto in un clima che i traumi del 1945 hanno reso visceralmente anticomunista, per cui all’anticomunismo si è sacrificato troppo, spesso anche l’essere non più se stessi, un simile scenario di discussione e di proposte può disorientare. Su un deserto di macerie non è facile costruire, ma la vocazione imperiosa del secolo alla ricomposizione degli antagonismi impone la scelta: da una parte l’assuefazione ad un presente di indifferenza e di decadenza, rotto da qualche «alala» onde conservare, o illudersi di conservare, il posticino conquistato all’ombra del sistema; dall’altra la navigazione in mare aperto, oltre le colonne d’Ercole dei vecchi steccati che franano, alla ricerca del nuovo, per costruire il nuovo, oltre la destra, oltre la sinistra.
Con la trasgressione, con l’eresia. Il fascismo, come ideologia aperta, è un fascio di eresie. Ha ragione Marcello Veneziani: «L’eresia è la cerniera pungente ma puntuale per congiungere e separare ad un tempo le due sponde avverse, per capire la diaspora e le lacerazioni di un ‘Italia sdoppiata e dimezzata».

I saggi di Accame pongono alla destra politica questo interrogativo di fondo: con quali categorie intende affrontare l’interpretazione del nostro tempo? Con i vecchi schemi sanguinolenti della guerra civile? No davvero! Allora con gli schemini della topografia parlamentare, da cui ancora esce come conformistico suggerimento una sorta di contrapposizione obbligata fra destra e sinistra?
Nemmeno. Perchè non raccogliere allora ed attualizzare in un nuovo rapporto di civiltà e libertà (e ricordiamo l’insofferenza di d’Annunzio, Marinetti, Berto Ricci e di tanti giovani volontari di guerra per il conformismo e le limitazioni di libertà del fascismo-regime) quella che fu la grande vocazione fascista proprio al superamento della destra e della sinistra, alla saldatura dell’elemento sociale con il nazionale?
Giano Accame, ragionando con l’intenzione di mantenere un distacco scientifico, tiene a precisare: «La scelta resta materia di decisione politica, estranea al livello di studio a cui intendo attenermi». Però fornisce dei suggerimenti precisi allorché sostiene che, sotto il profilo strettamente scientifico, non sarebbe del tutto improponibile «una partecipazione missina ad un fronte nazionalpopolare con i socialisti e comprensivo dei comunisti, se questo riuscisse a formulare un progetto nazionale per l’Italia del 2000 più convincente del contrapposto programma articolato intorno alla egemonia democristiana».
Credo che innanzitutto si debba intendere questo suggerimento per il valore liberatorio che vi è sottinteso. Accame infatti dimostra che non esiste una politica chiusa, obbligata, un cantuccio, una cuccia da cane da guardia in cui le regole del gioco parlamentare debbano ad ogni costo confinare la destra. Il ventaglio delle scelte proponibili è, al contrario, larghissimo. Rendercene conto riapre spazio, orizzonti alla discussione: potremo poi decidere tutt’altre scelte, ma non come la sola mossa obbligata.

Nel congresso nazionale del PSI dell’aprile 1987 Craxi ha iniziato il suo intervento con queste parole: «Sapeva bene Carlo Rosselli che l’errore più grande del PSI per quanto nato dai moti e dai fermenti risorgimentali, era stato proprio quello di non aver saputo fare i conti né con il Risorgimento, né con la Nazione. Invece di farsi popolo i socialisti si restrinsero sempre più nella classe, rinunciando al patrimonio risorgimentale in cui affondavano le proprie ragioni dimenticando le parole e gli insegnamenti degli Eroi che avrebbero dovuto essere loro».
Quando Accame in una intervista a “Proposta” (n. 9, Sett. 85) ha parlato per primo di superamento della scissione del 1914, un motivo che è stato poi largamente ripreso anche da parte socialista, motivo che si è fatto vivo nel dibattito al Congresso del MSI a Sorrento, e successivamente, proprio dopo l’incontro Craxi-Fini sulle riforme istituzionali, dell’apertura del confronto culturale sul fascismo, sul togliattismo e nella stessa chiesa cattolica, problemi tutti riguardanti le identità perdute e che ha interessato tutta l’intellettualità italiana, penso che avesse in mente ragionamenti di questo genere, che Mussolini rese a noi familiari da oltre settant’anni. La grossa novità -nelle cose, più che nei concetti- è piuttosto quella di riuscire appunto a presentare queste idee come elemento di conciliazione e non più di spaccatura.
La prospettiva qui disegnata di alternativa alla egemonia democristiana ed all’arroganza neocapitalistica ha un suo fascino di modernizzazione nuova e reale, rispettosa del patrimonio nazionalpopolare, contro la modernizzazione neofeudale, falsata, selvaggia, che distrugge l’albero, il campo, il mare, il golfo, il Municipio, il Castello, svuota la Cattedrale, cancella tutto ciò che è memoria, che dà senso alla vita. Da qui far nascere il nuovo patriottismo della terra, delle acque, dell’aria, del sangue, delle identità minacciate, a cui non dovrebbero restare insensibili nemmeno i verdi (vero, Boato?) ed i radicali (vero, Rutelli?) ed i cattolici di Comunione e Liberazione (vero, Sbardella?).
Ma siccome in politica non si può mai correre troppo, se si vuole essere intesi e seguiti, anche la prospettiva minore indicata da Accame non va trascurata. Quella di limitarsi per ora ad un primo cauto, civile dibattito su delle tesi che possono avere comunque «l’effetto di ridurre le distanze psicologiche, le diffidenze e avversioni che dividono fra di loro milioni di italiani». Se anche solo se ne ricavasse «un’Italia meno lacerata, meno nevrotica, più tollerante, più capace di comprendere se stessa e le parti che la compongono», il risultato sarebbe apprezzabile. Mi auguro che sinistra e destra non indulgano alla pigrizia mentale delle loro reciproche intolleranze e si mettano nelle condizioni di rendere questo servizio a se stesse e al paese.

Giuseppe Niccolai

 

Fonte: http://www.beppeniccolai.org/fascismo_immenso.htm

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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