Una questione nazionale che non va giù alle sinistre terminali

Dopo la morte di Kim Jong Il in Italia abbiamo assistito principalmente a due tipi di reazione da parte di quasi tutta l’opinione pubblica. Da un lato si è felicitata per la morte del “dittatore” coreano, dall’altro si è scagliata rabbiosamente contro chi non è riuscito a trovare nessun motivo per felicitarsi di un così drammatico avvenimento. Mentre la maggior parte dei partiti comunisti del resto del mondo hanno speso parole di sentito cordoglio al popolo coreano per la perdita del loro amato leader, in Italia anche l’estrema sinistra si è prestata all’infimo teatrino mediatico che ha elevato luogo comune e pregiudizio a attenta e scientifica analisi di una società e cultura così ricca e complessa come quella coreana. Come al solito, però, la predica viene dal pulpito sbagliato. Non parlo ovviamente di chi è dichiaratamente asservito agli interessi occidentali ma di chi ancora afferma di essere antimperialista. Nonostante il Partito Comunista Italiano, già in declino con l’eurocomunismo, si sia trasformato, dopo un’abominevole metamorfosi, nel PD, quelli che oggi si definiscono gli eredi di quel soggetto politico, sparsi in una miriade di mini partitini ultrasettari, trovano ancora da ridire a proposito dell’opera di costruzione del socialismo operata dal Partito del Lavoro di Corea.
L’antimperialismo, che ha permesso al popolo coreano, grazie anche alla sua ferrea volontà e alla guida del partito e dei suoi due Leader, di resistere a una sanguinosa guerra scatenata da 18 paesi, passa in secondo piano rispetto alla questione dei “diritti umani” tanto cara all’Occidente. La costruzione del socialismo, che ha portato nei fatti al consolidamento di un sistema più equo e sicuramente più libero, non conta più nulla di fronte allo “spaventoso” e presunto “culto della personalità” che contraddistingueva il “regime” di Kim Jong Il. Queste sono le argomentazioni sbandierate fieramente dalla sinistra nostrana. E da queste bisogna iniziare una riflessione su quella che, a mio avviso, è la principale causa del continuo frazionamento e fallimento di tutti i partitini comunisti del nostro paese. Queste tesi infantili infatti hanno tutte una matrice ben precisa che è l’occidentalismo, ovvero la ferma adesione ai criteri e ai valori dell’Occidente e il pregiudizio nei confronti di qualsiasi altra cultura. Questi giudizi sommari sull’operato del Partito del Lavoro di Corea e del Caro Leader, derivano infatti dalla conoscenza pressoché nulla della cultura coreana e dalla convinzione razzista che la nostra cultura, quella dei “diritti umani” esportati con le bombe per intenderci, sia superiore a qualsiasi altra. L’occidentalismo ha portato quasi tutti i movimenti comunisti, o sedicenti tali, italiani ad archiviare ogni tipo di riflessione sulla questione nazionale e sulla possibilità di sviluppare il socialismo seguendo le caratteristiche che più si confanno alla nostra cultura e alla nostra storia.
Il successo della Repubblica Popolare Democratica di Corea va attribuito infatti alla straordinaria capacità di combinare le peculiarità del proprio Paese con le idee del marxismo-leninismo facendo sempre riferimento ad un’analisi dialettica delle condizioni storiche che si andavano via via delineando. Tutto questo si è concretizzato nel quadro della dottrina Juche, che ha permesso a un Paese come la Corea del Nord, schiacciato a Sud da una colonia statunitense e martoriato da una sanguinosa guerra, di progredire enormemente verso il socialismo e di mantenere la propria indipendenza, contando quasi esclusivamente sulle proprie forze. Secondo Kim Il Sung non avrebbe avuto senso applicare alla Corea un modello sperimentato in un altro paese con regime socialista, farlo sarebbe corrisposto, quasi automaticamente, a una cessione della propria sovranità.
Chi invece ha riaperto la discussione sulla questione nazionale è stato Gennadij Zyuganov. Nella sua opera Stato e Potenza infatti, il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, afferma: “Da una parte l’enorme inerzia storica del sistema statale russo e della possente tradizione di autocoscienza nazionale spingevano inesorabilmente l’Unione Sovietica ad assumere il ruolo geopolitico che per molti secoli era stato appannaggio della Russia storica. Dall’altra, l’ingiustificata rottura radicale con una tradizione statale e spirituale millenaria, la negazione categorica di ogni continuità storica, la disgregazione frettolosa dei passati ideali e il nichilismo sfrenato riservato ai valori nazionali della vita del popolo, hanno avuto un effetto estremamente negativo sullo sviluppo del paese”. Zyuganov ritiene quindi che l’Unione Sovietica, nell’immediatezza del periodo rivoluzionario (anni Venti), abbia perso completamente di vista le tradizioni storiche della nazione e che soltanto il trentennio di Stalin sia riuscito a ripristinare un’idea nazionale autentica e concreta, poi sbiadita nel tempo, specie per effetto del “ripensamento” krusceviano.
Sicuramente l’Italia manca di una tradizione e di una cultura nazionale forte e radicata come quella coreana o quella russa, ma questo non dev’essere un pretesto per evitare una riflessione di questo tipo. Anche Palmiro Togliatti, storico esponente del PCI, aveva a suo tempo individuato questo problema. Il politico genovese infatti, difendendosi dall’accusa di propagandare un finto patriottismo, disse: “Il cosmopolitismo è un’ideologia del tutto estranea alla classe operaia. Esso è invece l’ideologia caratteristica degli uomini della banca internazionale, dei cartelli e dei trusts internazionali, dei grandi speculatori di borsa e dei fabbricanti di armi. Costoro sono i patrioti del loro portafoglio. Essi non soltanto vendono, ma si vendono volentieri al migliore offerente tra gli imperialisti stranieri”. A questa breve analisi di Togliatti si può affiancare quella di Zyuganov che sulla stessa linea dichiara: “Un altro elemento proprio del fascismo “liberale” è il mondialismo, ossia la volontà ostinata di distruggere la sovranità e l’indipendenza degli stati nazionali, che ha come obiettivo finale la costruzione di un’unica struttura politica globale sovranazionale con alla testa un supergoverno mondiale. Infine la dottrina ideologica del fascismo della NATO annovera tra le proprie componenti strutturali il cosmopolitismo, l’individualismo, la russofobia, l’anticomunismo, il culto del consumismo esasperato, il doppio criterio di giudizio nell’approccio agli affari internazionali ed altri analoghi “valori” del liberalismo contemporaneo”.
Un’altra motivazione spesso adottata per giustificare il rifiuto del patriottismo è il contrasto posto tra quest’ultimo e l’internazionalismo. A queste tesi prive di fondamento, Mao Zedong risponderebbe che un comunista, che è quindi internazionalista, non solo può ma deve essere anche patriota. La Repubblica Democratica Popolare di Corea è un felice esempio di come sia possibile conciliare patriottismo e internazionalismo. Gli sforzi del governo nordcoreano a livello internazionale sono universalmente noti, e anche recentemente, nonostante le accuse di isolazionismo, Pyongyang ha rinnovato il suo appoggio al presidente al-Assad, condannando qualsiasi ingerenza da parte dell’Occidente in Medio Oriente. Sospetto è poi il fatto che quasi tutte le forze che in Italia si richiamano più o meno esplicitamente al “comunismo” e che bollano qualsiasi tipo di patriottismo come grossolano sciovinismo, sono stati in effetti i primi a difendere o comunque non osteggiare in modo netto le azioni interventiste della Nato ogni qualvolta si paventa la possibilità di una nuova aggressione militare. Salvo qualche rara eccezione, per di più, la sinistra Italiana ha persino il coraggio di puntare il dito contro l’atomica della Corea del Nord molto oltre di quanto non contesti la presenza delle 113 tra basi e installazioni militari della Nato o dei soli Stati Uniti sul nostro territorio nazionale, ordigni nucleari inclusi.
Mentre la Corea del Nord continua il suo cammino verso il socialismo e verso la ricerca della concordia internazionale tra i popoli, mentre il Partito Comunista della Federazione Russa consegue uno straordinario successo elettorale ponendosi come baluardo per la difesa della Russia dall’occidentalizzazione economica, politica, militare e culturale, e confermandosi un coerente movimento antimperialista, i partiti comunisti italiani annaspano. Forse farebbero bene a fare autocritica e a ricordare queste parole di Mao Zedong: “Qualsiasi riflessione sul marxismo separata dalle caratteristiche nazionali è soltanto il marxismo in astratto, il marxismo nel vuoto”.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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