L’insopportabile fardello di vent’anni di unipolarismo

Vent’anni fa, nel corso del 1991, si concludeva la lunga esperienza dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il cui atto formale di scioglimento veniva firmato l’8 dicembre 1991 a Belavezha dai presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina dopo che già nei mesi precedenti le altre repubbliche avevano dichiarato la propria indipendenza e che, in agosto, un controverso tentativo di colpo di stato guidato dai cosiddetti “conservatori” aveva cercato di ristabilire il precedente ordine. Il 26 dicembre veniva definitivamente ammainata la bandiera rossa dal Cremlino, le istituzioni sovietiche venivano dichiarate decadute e tutti i poteri della ex Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia passavano a Boris Eltsin, già eletto presidente durante il mese di giugno. Contemporaneamente usciva di scena definitivamente colui che sicuramente può essere considerato uno degli artefici nonché il vero iniziatore del processo di dissoluzione sovietico, Mikhail Gorbaciov. Eletto segretario generale del PCUS nel 1985, Gorbaciov, primo leader nato diversi anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, e fin da subito beneamato dagli osservatori occidentali e statunitensi, lanciò un programma “riformatore” sintetizzato nelle due parole d’ordine “perestrojka” (ricostruzione) e “glasnost’” (trasparenza), che presto si sarebbe trasformato in un autentico piano di liquidazione e distruzione dell’intero apparato economico e sociale sovietico. L’economia sovietica fu distrutta dalle confusionarie privatizzazioni e liberalizzazioni avviate con la perestrojka, un processo che in Occidente è stato sbrigativamente accomunato alle riforme messe in atto in Cina da Deng Xiaoping. Ma se i provvedimenti denghiani rappresentarono senza dubbio la ricetta vincente che ha permesso alla Cina di incamminarsi sulla via di un’impetuosa crescita economica e di un notevole benessere sociale, al contrario le misure di Gorbaciov non fecero altro che minare le sicurezze sociali dei cittadini sovietici e l’intera architettura dello Stato, accelerando la caduta del sistema nella sua totalità. A ciò si aggiunse la frenesia di modificare in senso liberale e “democratico” gli apparati politici sovietici, accantonando mano a mano il ruolo guida del PCUS e favorendo irresponsabilmente l’affermazione di movimenti etnonazionalisti e indipendentisti che si giovavano delle crescenti divisioni e dei sepolti rancori etnici che il poli-etnico Stato Sovietico era riuscito a mantenere sopite in quadro unitario.
Terzo e fondamentale fattore delle cause della caduta dell’URSS fu l’arrendevole politica estera anti-nazionale condotta da Gorbaciov, che fin dal suo insediamento non perseguì altro obiettivo che quello di indebolire de facto lo spazio geopolitico sovietico, cedendo terreno all’Occidente guidato dagli Stati Uniti, saldamente sotto la guida di Ronald Reagan, che dall’inizio degli anni Ottanta aveva deciso di perseguire una politica estera sempre più aggressiva nei confronti dell’URSS e dell’intero campo socialista, lanciandosi in una massiccia corsa agli armamenti e alle “guerre stellari”, finalizzate al progressivo indebolimento e accerchiamento delle compagini statali socialiste. Gorbaciov stette al gioco e i suoi incontri con Reagan a Reykjavik e a Malta segnarono la definitiva capitolazione sovietica rispetto all’imperialismo statunitense. L’abbandono della tanto vituperata “dottrina Breznev” da parte di Gorbaciov fece si che l’URSS si ritirasse progressivamente sia dall’Afghanistan, dove proseguiva una guerra decennale, sia da tutte le repubbliche del Patto di Varsavia che, di lì a poco, nel 1989-1990, sarebbero cadute una ad una, grazie soprattutto alle azioni sovversive di movimenti foraggiati apertamente dalle intelligence occidentali, come l’organizzazione polacca Solidarnosc, guidata da Lech Walesa, o come Charta77, in Repubblica Ceca. In Romania il governo di Nicolae Ceauscescu, che aveva appena risanato l’enorme debito pubblico contratto dal suo paese negli anni dell’adesione ai programmi del GATT, fu rovesciato da una rivolta molto simile alle odierne rivoluzioni “colorate”. Qualcosa di analogo avvenne in Germania, dove una “massa democratica” abbatté, sull’onda dell’entusiasmo iniziale, il muro di Berlino consegnando la DDR alla riunificazione nazionale, sotto l’egida del governo federale e atlantista dell’Ovest. All’alba degli anni Novanta dunque, l’URSS aveva perso tutto il suo spazio strategico e si andava piegando su sé stessa in un clima di crescente instabilità e confusione, mentre, com’è ovvio, negli ambienti occidentali si cantavano le lodi di Gorbaciov, di Walesa e di tutti gli altri dissidenti del campo socialista, non a caso insigniti del premio Nobel per la pace, ed incensati come coloro che favorirono la fine della Guerra Fredda e del bipolarismo, tanto che qualcuno arrivò addirittura a parlare di “fine della storia”, preannunciando l’imminente avvento di un secolo di pace, libertà e democrazia, sotto l’insindacabile guida degli Stati Uniti.
Oggi possiamo senza ombra dubbio dire che la caduta dell’URSS e del blocco socialista, oltre a rappresentare una cocente sconfitta sul piano ideologico e storicistico per i movimenti socialisti e di liberazione nazionale, ha aperto praterie immense all’azione imperialista degli Stati Uniti d’America che, venuto meno il contrappeso militare e strategico di Mosca, hanno avuto le mani libere per imporre al mondo un nefasto ordine unipolare tutto incentrato sulla difesa dei “diritti umani” e di una “democrazia” pensata quale prodotto da esportare in quei Paesi che, resistendo a fortissime pressioni interne ed esterne, si ergevano ancora a baluardi anti-egemonici.
Nel mirino imperialista appaiono fin da subito l’Iraq ba’athista di Saddam Hussein e la Serbia socialista del vecchio leader del Partito Comunista Serbo, Slobodan Milosevic, impegnato nella difesa dell’unità territoriale e della sovranità serba dopo la dissoluzione della Federazione Jugoslava del Maresciallo Tito. L’Iraq di Saddam viene attaccato nel 1991 e sarà solo l’inizio di un’interminabile sequela di guerre “umanitarie”: nel 1999 tocca alla Serbia, bombardata e privata del Kosovo, poi è la volta dell’Afghanistan dei talebani nel 2001 a cui fa seguito nel 2003 un secondo e decisivo attacco all’Iraq. Nel 2011 è la Libia di Mohammar Gheddafi a pagare le conseguenze dell’ultima, in ordine di tempo, guerra imperialista. I leader delle nazioni attaccate sono stati tutti uccisi a tradimento o giustiziati dopo processi sommari, spesso veri e propri linciaggi improvvisati, quando non meri atti burocratici con sentenze già decise. A fornire terrificanti giustificazioni morali e politiche agli attacchi imperialisti sono sempre state (e non meravigliamocene troppo) le sinistre dei Paesi occidentali, sedotte in Europa da leader quali Blair e Shroeder, e in Italia dagli eredi del PCI liquidato nel 1991 al termine di un processo iniziato già da quasi vent’anni, sotto la segreteria Berlinguer e ben rappresentato dal ricevimento trionfale di Giorgio Napolitano a Washington nel 1978.
E’ il governo di centrosinistra guidato da D’Alema a partecipare all’attacco alla Serbia, come oggi sono i dirigenti del PD ad avallare in ogni modo le guerre in Libia, Afghanistan e a paventarne altre future contro la Siria o l’Iran. L’unipolarismo statunitense è una diretta conseguenza della caduta dell’URSS e della successiva debolezza della Russia guidata negli anni Novanta da Boris Eltsin, il cui mandato presidenziale è esaltato in Occidente come l’avvento della fantomatica democrazia in Russia, ma è ricordato dai russi come il decennio dell’instabilità politica, dei massacri sociali che hanno causato direttamente o indirettamente la morte di migliaia di cittadini, il pericolo del terrorismo, l’impoverimento culturale e spirituale del Paese e l’accerchiamento sempre maggiore. Le dissennate riforme liberiste furono introdotte a suon di cannonate contro il Parlamento, spari sulla folla e massicci brogli che, fra l’altro, permisero la rielezione di Eltsin nel 1996 ai danni del suo sfidante, Gennadij Zyuganov, leader del Partito Comunista della Federazione Russa e da sempre in prima linea contro la svendita della patria e contro lo smantellamento delle sicurezze sociali nonché del ruolo geopolitico della Russia. In questo quadro drammatico che coinvolgeva anche tutti gli altri Paesi orientali impegnati nella “riconversione” al capitalismo e alla democrazia liberale, solo una piccola nazione dell’ex URSS, la Bielorussia, riusciva ad invertire la rotta e a resistere alla controrivoluzione grazie all’azione dell’ex direttore di una fattoria sovietica, Aleksander Lukashenko, diventato presidente nel 1994 con un programma teso a salvaguardare il centralissimo ruolo dello Stato in materia economica, senza nessuna concessione di carattere politico e militare all’Occidente, tanto che la Bielorussia è l’unico paese a non far parte tuttora del Consiglio d’Europa. Il largo consenso di cui gode il presidente in patria è stato riconfermato nell’ultima elezione presidenziale del dicembre 2010, dov’è stato rieletto con circa l’80% dei consensi. Ma le pure e semplici riforme economiche liberiste non sono mai bastate all’Occidente e alla Nato, desiderose fin dal 1991 di imporre un totale controllo militare e strategico sui Paesi dell’ex Patto di Varsavia. Da qui l’allargmento ad Est dell’alleanza nord-atlantica (fermamente intenzionata a posizionare propri sistemi missilistici in Polonia e Repubblica Ceca con l’evidente fine di mettere all’angolo la Russia) avvenuto tra la fine degli anni Novanta e la fine degli anni Duemila, e una sfilza di “rivoluzioni colorate”, tese a destabilizzare governi ostili agli obiettivi strategici della Casa Bianca e a sostituirli, attraverso violenze di piazza, con leadership filo-occidentali. E’ successo in Georgia, con la “rivoluzione delle rose” nel 2003, in Ucraina con la famigerata “rivoluzione arancione” nel 2004, in Kirghizistan con la “rivoluzione dei tulipani” nel 2005, ed è stato tentato, tra gli altri scenari, anche in Bielorussia a seguito delle ultime elezioni presidenziali. Tuttavia, nel frattempo, qualcosa è cambiato a Mosca, dove dal 2000 si è imposto sulla scena politica l’ex agente del KGB Vladimir Putin, presidente per otto anni, attuale primo ministro e leader del partito egemone Russia Unita. Nei primi anni del suo mandato Putin si è meritato il consenso di larga parte dei cittadini russi grazie a una politica di parziale discontinuità con Eltsin e a una ritrovata competitività sul piano internazionale. La sua più recente proposta è stata quella di ricostituire lo spazio ex sovietico tramite un’Unione Eurasiatica che per ora ha raccolto l’adesione, oltre che della Russia, di Bielorussia e Kazakhistan. E’ un progetto senza dubbio interessante anche se per dare giudizi concreti bisognerà attendere i futuri sviluppi. La cosa certa è che il ritrovato impegno da parte della Russia di rimettere insieme i cocci dell’ex “Impero Sovietico” (anche sulla spinta di movimenti politici interni, come quello comunista di Zyuganov che da sempre propone un’unione sovranazionale con le repubbliche “sorelle”), sta destando i timori, quando non le isteriche reazioni, di gran parte degli ambienti occidentali e statunitensi, terrorizzati alla sola idea di un nuovo raggruppamento geopolitico che unisca buona parte dell’Eurasia (notevole importanza potrà rivestire anche la Shanghai Cooperation Organization, che vede alleate Russia e Cina, assieme a quattro delle cinque repubbliche centro-asiatiche ex sovietiche). Un blocco competitivo quindi sul piano economico e soprattutto militare, che potrebbe seriamente mettere in difficoltà l’imperialismo della NATO e dell’UE a guida unipolare, impegnati attualmente nella ricerca del casus belli che gli permetta di attaccare la Repubblica Araba di Siria guidata dal ba’athista Bashar al-Assad e l’Iran degli Ayatollah, principale minaccia per il progetto del Great Middle East inseguito dagli Stati Uniti. Nonostante l’ancora fresco bagno di sangue perpetrato dalla NATO in Libia e nonostante le continue minacce agli Stati definiti “canaglia” nella black list del 2001, abbiamo davanti agli occhi un mondo che lentamente si sta evolvendo in senso multipolare, grazie alla crescente potenza e influenza della Repubblica Popolare Cinese e all’incredibile risveglio di un intero continente, l’America Latina, che negli ultimi dieci anni si è saputa scrollare di dosso la fastidiosa etichetta di “cortile di casa” di Washington e ha saputo intraprendere la via della giustizia sociale e della contrapposizione frontale nei confronti dell’imperialismo atlantico, come ben dimostrano le esperienze socialiste di Chavez, Morales, Correa e quelle più moderate ma ugualmente efficaci del Brasile di Lula e Dilma Rousseff e dell’Argentina dei Kirchner.
In questo quadro è fondamentale quindi che, lasciata alle spalle la disfatta sovietica – “la più grande catastrofe geopolitica” a detta dello stesso Putin – la Russia ritrovi definitivamente il suo ruolo di grande potenza politica e militare, e s’impegni nella ricostituzione del grande spazio ex sovietico, facendo sentire la sua voce sullo scacchiere internazionale e ponendo fine all’odioso unipolarismo statunitense che, nonostante sembra avviarsi sulla via del tramonto, continua con i suoi colpi di coda a seminare distruzione e destabilizzazioni continue in Paesi sovrani, sempre all’insegna del “codice” culturale liberale che ha egemonizzato in Europa quasi tutte le presunte “destre” e “sinistre”. Intanto in Russia le recenti elezioni parlamentari hanno mostrato tutta la fragilità del sistema di potere creato da Putin e dal suo partito e ha evidenziato quanto, nonostante gli innegabili successi raggiunti, i russi siano stanchi delle promesse del governo e chiedano a gran voce una vera e forte politica economica e sociale che rimetta sui giusti binari il Paese.
Un recente sondaggio afferma che un russo su due prova nostalgia per l’URSS, in particolare per le sicurezze sociali e il sentimento di “appartenenza a una grande potenza”. Il malcontento, non a caso, è stato in gran parte intercettato dai comunisti di Zyuganov, e, in solo in minor parte, dai socialdemocratici di Russia Giusta e dai nazionalisti di Zhirinovskj. Malgrado tutte questi forze politiche d’opposizione siano accomunate da radicali sentimenti anti-occidentali e “statalisti”, le formazioni liberali, di gran lunga marginali tra i favori popolari, hanno goduto in Occidente di enormi spazi televisivi. La vera missione della Russia è difatti un’altra e non può in nessun modo piacere alle platee liberaldemocratiche europee e statunitensi. Promuovere un nuovo corso sociale, rinforzare la potenza militare e strategica della Federazione Russa, rilanciare con forza il progetto, tramite l’Unione Eurasiatica, di ri-unione con le principali repubbliche ex sovietiche, arrestare l’avanzata inesorabile della NATO in Europa e in Asia e cercare un’asse con le potenze emergenti come la Cina e l’India per prevenire e fermare definitivamente i piani imperialisti: questi sono i compiti che aspettano la Russia nei prossimi anni, e di una Russia forte ne hanno bisogno non solo i russi, ma anche molti altri, anche noi, e tutto il mondo che non vuole morire “americano”.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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