Il marxismo cinese e le sue affinità filosofiche

Il 15 aprile del 2010 è andata in archivio una conferenza organizzata dall’Università Tsinghua di Pechino in collaborazione con le Nazioni Unite, che ha visto la partecipazione di uno dei più illustri docenti della Scuola di Marxismo dell’Università cinese: la Professoressa Zhengxiang Wei. Le tematiche raggiunte dal dibattito hanno riguardato problematiche e questioni essenziali ai fini della comprensione della realtà orientale, in relazione al suo sistema politico, alla storia del comunismo cinese e alla filosofia che ne costituisce la prassi. Quella che segue è la traduzione in italiano della relazione conclusiva dei lavori.


Il ruolo del marxismo cinese nella politica interna ed estera

 

con la partecipazione straordinaria della Professoressa Zhengxiang Wei, docente di Marxismo presso l’Università Tsinghua di Pechino





In questa speciale conferenza on line, la Professoressa Zhengxiang Wei ha fornito un quadro esaustivo del carattere filosofico della Cina. Dal Confucianesimo al Marxismo e al Socialismo, la Professoressa Wei ha illustrato le differenti correnti di pensiero attive nella società cinese e ha spiegato come vengono usate nella costruzione della prassi politica attuale.

PARTE I, Le filosofie tradizionali cinesi
La Professoressa Wei ha cominciato fornendo una visuale delle principali scuole filosofiche antecedenti al Marxismo: Confucianesimo, Taoismo, Buddismo, Mohismo e Legalismo. Insieme, ha ricordato la Wei, tutte queste correnti hanno lavorato per risolvere i problemi più disparati della società cinese per generazioni, sebbene soltanto il Confucianesimo fosse approvato dal governo. Ha descritto il Confucianesimo come una filosofia che incoraggia gli individui ad essere ambiziosi e a diventare funzionari importanti. Mentre il Taoismo crede nella giustezza dell’inseguimento della felicità sostiene che nessuno debba invidiare la posizione altrui nella società. Per quelle persone che non abbiano né ambizione né benessere materiale, il Ch’anismo, la più nota corrente del Buddismo cinese, fornisce conforto, nella misura in cui afferma che i desideri sono fonte di sofferenza così che l’assenza di desideri risulti la chiave di volta per ottenere la felicità. Il Mohismo, d’altro canto, è una filosofia pratica, esalta la parsimonia, l’utilità e la cooperazione tra il popolo. Infine, la Professoressa Wei, ha descritto il Legalismo come la linea guida principale dei principi per coloro che sono chiamati ad imporre l’ordine. Come il Mohismo, il Legalismo afferma che le persone sono principalmente motivate da interessi particolari, dunque sostiene che le leggi più adatte siano quelle che prevedono ammende e punizioni. Sebbene contraddittorie, la Professoressa Wei crede che queste filosofie coesistessero pacificamente grazie al fatto che il popolo cinese era propenso a considerare tutto quanto fosse utile in situazioni particolari.

PARTE II, L’introduzione di idee filosofiche occidentali
Con l’arrivo dell’idea filosofica occidentale di “una sola verità”, la Professoressa Wei ha osservato come le precedenti teorie cominciarono ad essere contestate dai loro stessi sostenitori. Come poteva considerarsi accettabile che tutte queste diverse filosofie fossero egualmente “vere”? In risposta a questo dilemma, i cinesi sentirono il bisogno di adottare un quadro teorico che potessero utilizzare per incastonare questi diversi orientamenti filosofici in un unico coerente sistema: e così scelsero il Marxismo. Dal punto di vista teoretico, il Marxismo pareva essere simile per alcuni fattori alle filosofie tradizionali cinesi. Anzitutto, il sistema marxiano poneva al centro della sua filosofia l’idea di società, esattamente come il concetto confuciano definito con il termine di Datong, vale a dire una grande società condivisa. In secondo luogo, la logica dialettica di Hegel riletta attraverso il Marxismo era facilmente assimilabile al Taoismo. Infine, il materialismo storico di Marx, vale a dire, il suo pensiero per cui le cause dello sviluppo e della trasformazione all’interno della società sono correlati agli strumenti attraverso i quali gli essere umani collettivamente producono i mezzi di sostentamento e di autosufficienza, era considerato compatibile con la concezione, tipica del pensiero cinese antico, della circolarità storica. Il Marxismo si è dimostrato utile inoltre nella capacità di esporre complesse idee filosofiche rendendole accessibili ad un vasto pubblico.

PARTE III, Le tre “versioni straniere” del Marxismo
La Professore Wei ha poi evidenziato come la Cina abbia una lunga tradizione di assimilazione di filosofie non-cinesi. L’esempio più noto è senz’altro quello legato al Buddismo Indiano, che fu adattato sino a dar luogo al Ch’anismo. Ha poi sottolineato l’esistenza di tre versioni straniere della dottrina marxista, e mostrato come il Marxismo Cinese si sia confrontato con queste.
La prima versione, il Marxismo originario, fu elaborata da Marx ed Engels. Questa previde che le rivoluzioni dovessero anzitutto avvenire nei Paesi sviluppati, nella misura in cui il proletariato (cioè quella classe della società capitalistica che non possiede i mezzi di produzione) era pronto a muovere le armi per detronizzare i governi capitalistici e stabilire una nuova società comunista. Al contrario, il Marxismo Cinese insiste sul fatto che i Paesi capitalistici avanzati sono oltremodo sviluppati e c’è molto da imparare sul modo in cui essi hanno migliorato la loro produttività. Il Marxismo Cinese non incoraggia dunque rivolte popolari.
La seconda versione, il Marxismo Sovietico, esposto da Lenin, afferma che anche il proletariato dei Paesi in via di sviluppo dovrebbe ribellarsi contro i propri padroni. Questa concezione fu ripresa in Cina per un breve periodo, prima di adottare le politiche di riforma e apertura nel 1978 quando, con Deng Xiaoping, la Cina cominciò a orientarsi verso strategie di promozione della cooperazione internazionale e dell’investimento economico.
La terza versione, il Marxismo occidentale, presta attenzione ai primi lavori di Marx. Se concorda sul fatto che molti problemi siano stati creati dalla “tecnologia avanzata”, il Marxismo occidentale non ritiene plausibile che questi problemi possano essere risolti dalla costruzione di una società socialista. Tuttavia essi non propongono una valida alternativa. Anche il Marxismo Cinese riconosce l’esistenza dei problemi provocati dalla “tecnologia avanzata” ma li concepisce come un prezzo da pagare accettabile in cambio dei benefici derivati dalla tecnologia. Oggi, la Cina sostiene che i Paesi investono sulla tecnologia per finalità di sviluppo interno, ma che prendono in considerazione i problemi della crescita.

PARTE IV, Le caratteristiche principali del Marxismo Cinese
In sintesi, la Professore Wei ha delineato le tre caratteristiche principali che contraddistinguono il Marxismo Cinese attuale:
. L’idea sociale da realizzare nel prossimo futuro
. La volontà di imparare dai Paesi avanzati
. Il Socialismo
La Professoressa Wei ha ribadito che sebbene la Cina creda ancora in un’idea sociale comunista, ritiene che questa sia realizzabile solo in un futuro molto lontano. Nel frattempo, la Cina si limita a mettere in pratica il socialismo, che Marx riteneva quale primo passo verso la società comunista. Ha ricordato come importante fu per il popolo cinese avere un obiettivo da raggiungere così che potesse affrontare i problemi sociali contingenti. Per illustrare tutto ciò, la Professoressa ha raccontato la storia di un vecchio pazzo che ha provato per tanti anni a rimuovere con la zappa le due montagne che aveva di fronte alla sua dimora. All’inizio la gente lo scherniva e lo considerava un insano di mente. Ma il vecchio ricordò che quando sarebbe morto, i suoi figli avrebbero continuato a lavorare al suo stesso scopo, e, una volta scomparsi persino loro, i suoi nipoti avrebbero continuato, e via dicendo. Se loro avessero proseguito attraverso le generazioni, un giorno quel lavoro sarebbe stato completato definitivamente. La Professoressa Wei ha sostenuto che questo esempio sintetizza in maniera appropriata l’orientamento del popolo cinese verso una società ideale. Ha poi ribadito il fatto che la Cina è sempre stata disposta ad imparare dai Paesi capitalistici, e che i settori imprenditoriali privati saranno protetti e incoraggiati nel loro sviluppo ancora per un lungo periodo.
Concludendo, la Professoressa ha domandato in modo retorico se il Marxismo sia una filosofia, così come sembrerebbe sulla carta per poter essere una teoria sociale. Ha ricordato come questo abbia rappresentato una questione enormemente dibattuta nei circoli accademico-culturali della Cina. Ha dunque definito le filosofie in generale come “proposte fornite da diversi teorici in proposito della modalità di costruzione di ordini sociali per diverse nazioni in diverse fasi del loro sviluppo”. Ha separato tutto ciò dalle ideologie, che costituiscono tutto quanto si sviluppa “quando le filosofie sono adottate dai governi per imporre un ordine sociale”. Ha ricordato come tutti i grandi filosofi hanno concluso la loro riflessione affrontando la questione in merito alla natura e alla struttura di un funzionante ordine sociale, da Platone a Lao Tzu. Ha affermato che un Paese non potrebbe sopravvivere senza una filosofia che ne orienti il percorso, e ha sostenuto che filosofie-guida incompatibili di diversi Paesi potrebbero causare problemi politici. Comunque, ha sostenuto di ritenere che il Marxismo sia stato una filosofia.

Domande e risposte per il pubblico
La Professoressa Wei ha poi risposto ad alcune domande sottoposte dal pubblico. Le discussioni principali variavano dai legami tra il Marxismo e il Confucianesimo alla posizione del Marxismo Cinese rispetto ai diritti umani, sino alla crescita economica della Cina negli ultimi decenni.

Sulla condizione odierna del Marxismo cinese
La Professoressa Wei ha spiegato come lei e una sua delegazione universitaria hanno trascorso dieci giorni in una visita bilaterale nelle principali università degli Stati Uniti, riferendo che molti professori occidentali ritengono il Marxismo una filosofia ormai marginale nel mondo attuale; lei, invece, ne riafferma l’attualità e la preminenza. La Professoressa Wei ha detto che il Marxismo dovrebbe essere suddiviso in due filoni: la teoria e la pratica. Nella sua visione, il Marxismo Cinese ha assorbito molto dalla concezione originaria del Marxismo; ciò che è cambiato è invece quello che tale teoria appare in pratica. Lei ha ricordato come il Marxismo Cinese odierno potrebbe essere più accuratamente chiamato “Socialismo con caratteristiche cinesi”, ma che persino questo corpo di idee è in costante sviluppo, così che risulta difficile per il popolo aderirvi pienamente nella vita di tutti i giorni. Ha sottolineato che i testi tradizionali basati sui precetti per una vita felice, come ad esempio i Dialoghi (di Confucio, ndt), non forniscono spiegazioni né sulle ragioni per le quali le persone dovrebbero seguire questi consigli o queste regole, né sulle modalità con le quali esse dovrebbero praticarle. Queste mancanze, hanno lasciato aperto un margine di fioritura per il pensiero marxista, in qualità di componente razionale sottostante al comportamento quotidiano.

Sulla rilevanza del Confucianesimo
La Professoressa Wei argomenta inoltre che il Confucianesimo abbia ancora un suo rilievo in Cina perché nella sua concezione, le società necessitano di una gerarchia ordinata per funzionare. Tuttavia, ha ricordato come la gerarchia possa coesistere con l’eguaglianza di diritti e doveri tra tutti i cittadini. Ha fornito, a tal proposito, l’esempio del padrone e del servo (dialettica hegeliana, ndt). Se il padrone è sempre padrone e lo schiavo è uno schiavo, l’uguaglianza non esisterà mai. Ma se loro alternano le rispettive posizioni ogni giorno, così che il padrone diventi schiavo e lo schiavo diventi un padrone, si avrà infine una situazione dove la gerarchia e l’uguaglianza esistono contemporaneamente.

Sulle politiche economiche della Cina
In risposta alle domande riguardanti lo sviluppo economico della Cina rafforzato attraverso riforme di origine capitalistica, la Professoressa Wei ha riaffermato che il Marxismo costituisce comunque lo zoccolo duro delle politiche cinesi. Ha ricordato come in Cina, prima che il popolo faccia qualunque cosa, c’è sempre una pianificazione, e questa prassi è motivata dalla filosofia marxista. La Professoressa Wei ha detto inoltre di credere fermamente che la gran parte delle persone iscritte al Partito condividono questa linea, sebbene lei stessa ammetta che ci potrebbe essere una piccola componente che occupi ruoli importanti soltanto per trarne benefici. D’altro lato, è proprio per questo che la Professoressa Wei ha ribadito l’importanza di tramandare di generazione in generazione questa linea guida, ed è per questo che ad ogni studente cinese è richiesto obbligatoriamente di frequentare e superare un corso di Marxismo prima che possa conseguire i propri titoli.
La Professoressa Wei ha inoltre ribadito di non vedere alcuna incompatibilità tra le politiche economiche della Cina e la sua filosofia di partito fondamentale. Lei ha ricordato al pubblico come Marx riteneva che l’obiettivo definitivo di una società fosse la felicità, e le sue opere sono interamente dedicate alle modalità di raggiungimento di questo scopo. Ha sottolineato come la risposta di Marx a tutto questo fosse la liberazione, e in particolare la “liberazione dalla natura”, cioè la liberazione dalla necessità del lavoro per sopravvivere. Ha ricordato che mentre nello stato primitivo o di natura la nostra preoccupazione alla sopravvivenza ci impediva di essere liberi, al contempo eravamo comunque tutti uguali. Trascorso molto tempo, ci siamo sviluppati così che non fossimo più legati ad una natura servile, ma durante questo processo abbiamo perso la nostra uguaglianza. Sebbene spiacevole, la Professoressa Wei ha affermato che questo processo è un necessario sacrificio affinché il popolo possa trovare la propria felicità. Analogamente, la Cina, nell’attuazione delle sue politiche, sta provando a risolvere il “problema della produttività” e dunque creare le condizioni per il benessere della sua popolazione. Dal momento che il capitalismo ha dimostrato grande efficacia in questo senso, la Cina ne sta co-optando alcune misure per il momento storico attuale, ma il suo vero obiettivo definitivo resta quello del socialismo.

Sull’importanza della reputazione morale
In risposta alla questione della corruzione, la Professoressa Wei ha affermato che in fin dei conti nel Confucianesimo la reputazione morale del singolo individuo è sempre stata molto sentita. Ha ricordato che il Confucianesimo ha sempre diviso la società in due tipologie antropologiche differenti: il saggio, o jūnzì, cioè colui che è moralmente superiore, e lo xiàorén o l’individualista, ossia una persona di scarsa morale. Per spiegare meglio, la Professoressa Wei si è servita di un esempio, raccontando la vicenda di un eroe cinese che mancò di rispetto all’Imperatore. Malgrado la sua popolarità, l’Imperatore ingiuriato decise di assegnare all’eroe lo status di persona di bassa moralità, L’eroe fu fatto camminare per le strade e, proprio per la sua scarsa reputazione, fu percosso fino alla morte dalla popolazione urbana. Perché? Proprio per il fatto che – ha spiegato la Professoressa – una persona priva di senso morale è vista come un essere inferiore nella società cinese; analogamente, molte persone in Cina non considerano negativamente la crudeltà commessa contro gli animali utili all’alimentazione. Per essere qualificato come persona, ha rimarcato, “si deve avere una morale”. Durante la rivoluzione culturale, in Cina, agli intellettuali fu conferita una pessima reputazione dalle autorità dello Stato. Come risultato, essi furono banditi dai loro stessi concittadini e furono soggetti a molte ritorsioni, spesso alla violenza.

Sulla libertà di parola
La Professoressa Wei ha poi spiegato che ci sono state diverse linee critiche rispetto al Partito, anche al suo interno, e che ancora è possibile individuarne. Ha sottolineato che, in termini di libertà di pensiero, lei e i suoi colleghi all’Università Tsinghua spesso presentano visioni divergenti. Eppure sono ancora capaci di lavorare insieme e nello stesso settore di studio.
La Professoressa Wei ha spiegato che la prima priorità del governo cinese è la sussistenza della propria popolazione. Per quel fine, ha ribadito che la Cina ha l’obbligo di restare un Paese stabile, e affinché questo obiettivo sia raggiunto, le autorità devono mantenere il controllo su certe tipologie comunicazionali. Ha detto di credere che nel momento in cui la Cina diventerà un Paese più sicuro di sé, la comunicazione sarà senz’altro più libera. La Professoressa Wei ha poi ricordato come, nella storia, altri Paesi in condizioni di instabilità abbiano praticato la censura, come ad esempio gli Stati Uniti negli anni Quaranta e Cinquanta, quando le autorità reprimevano comunisti veri o presunti. In conclusione, ha ricordato che più un Paese è sviluppato, più è ampio il margine di libertà di espressione di cui godono i suoi abitanti.




Traduzione di Andrea Fais

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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