Il “Grande Balzo in Alto” di Ni Zhiqin

Oggi la Repubblica Popolare Cinese è, a pieno titolo, considerata il paese sportivamente più importante al mondo. Durante le ultime olimpiadi, organizzate proprio da Pechino, gli atleti cinesi hanno conquistato il primo posto nel medagliere, grazie a 51 primi posti, ottenendo un risultato sorprendente, considerando che in solo tre occasioni (considerando le Olimpiadi “al completo”, senza boicottaggi) una nazione ha conquistato più medaglie d’oro: Stati Uniti e Gran Bretagna nelle olimpiadi degli albori, rispettivamente con 78 ori nel 1904 e 56 ori nel 1908, mentre l’Unione Sovietica ha conquistato 55 primi posti nell’Olimpiade sudcoreana del 1988 (come detto, non abbiamo considerato le Olimpiadi boicottate, con risultati scontati: a Mosca 1980, 80 ori per l’Unione Sovietica, a Los Angeles 84, 83 ori per gli statunitensi).

Da quando nel 1953 i vertici maoisti inaugurarono il primo piano quinquennale, delineando anche le linee organizzative dell’attività sportiva attraverso il controllo e il finanziamento dello stato, lo sport cinese ha compiuto la sua “lunga marcia” per la conquista della vetta dell’Olimpo.
Ma durante questi anni il rapporto tra la Cina e il Comitato Olimpico Internazionale non è stato dei più semplici: nel 1958, infatti, per protestare per la mancata esclusione di Taiwan, la Repubblica Popolare si autosospende dal CIO. Rientrerà nella massima organizzazione sportiva mondiale nel 1979, grazie alla compromesso raggiunto tra le “due Cine” (Taiwan rinuncia alla denominazione “Repubblica di Cina”). Durante gli anni di isolamento, la Cina ha partecipato alle sole manifestazioni sportive organizzate dal blocco socialista, prima, e dai pochi alleati (ad esempio l’Albania) poi. Solo nel 1963, assieme a Indonesia e Corea Popolare, ha cercato di organizzare una sorta di “olimpiade alternativa”, il GANEFO, Games of the New Emerging Forces, che avrà vita breve, dopo il buon successo della prima edizione (Jakarta, novembre 1963) e le minacce di squalifica da parte del CIO.
Al primo GANEFO parteciparono anche tre atleti italiani Vittorio Biotti, Paolo Bottiglioni e Masismo Magini, che furono riammessi nella FIDAL solo nel dicembre 1964.

La situazione di scontro tra Cina e CIO ha creato una sorta di “buco nero” della storia dello sport, in particolare dell’atletica, disciplina nella quale non vengono riconosciuti ufficialmente gli ottimi risultati personali degli atleti cinesi.

Chen Jiaquan (Chen Chia Chuan, seconda la vecchia traslitterazione dal mandarino) fu il primo a pagare lo scotto di non vedere riconosciuto il suo record: nell’ottobre del 1965 a Chongqing a toccato i 10 secondi netti nei 100 metri, eguagliando il risultato ottenuto dal tedesco Armin Hary, dal neozelandese Harry Jerome, dal venezuelano Horacio Esteves, e dell’americano Bob Hayes (all’epoca, con i tempi misurati al decimo, era abitudine avere più di un recordman contemporaneamente). Il suo record non fu mai riconosciuto, a differenza di quanto avvenuto con il record della nordcoreana Sin Kin Dan nei 400 metri: a Pyongyang, il 23 ottobre 1962, ha corso la distanza in 51.9, superando la sovietica Mariya Itkina che si era fermata a 53.4.
Chen Jiaquan, inoltre, vincerà 4 medaglie nelle due edizioni dei GANEFO, con un bronzo e un oro nei 100 metri e un argento e un oro nei 200 metri.

Ma l’atleta cinese più importante di quegli anni è il saltatore in alto Ni Zhiqin (Ni Chin Chin). Fisico longilineo e filiforme (1 metro e 90 per 84 chilogrammi) nato il 14 aprile 1942 da una famiglia di contadini di Quanzhou, inizia a giocare a pallacanestro, prima di essere arruolato per la squadra di atletica, dove può esibire tutto il suo talento. Spicca nel salto in alto, ma registra anche un ottimo 10.60 nei 100 metri e 7,56 nel salto in lungo.

Il 17 agosto del 1963 l’agenzia di stampa Nuova Cina diffonde in Occidente una notizia eccezionale: il 21enne Ni Zhiqin raggiunge la misura di 2,20. Inizia la rincorsa al record del sovietico Valerij Brumel (altro grande alteta polivalente), fissato a 2,28 il 21 luglio 1963 a Mosca. Il sovietico però è messo fuorigioco da un terribile incidente automobilistico, a causa del quale rischia addirittura di perdere la gamba destra, la sua gamba di stacco. Ritornerà all’attività agonistica cinque anni dopo, ma con miseri risultati.

Come detto la Cina paga l’isolamento internazionale e Ni può esibirsi all’estero in pochissime manifestazioni: due apparizioni a Mosca e Praga e la partecipazione al GANEFO indonesiano, quando vinse l’oro nell’alto con il risultato di 2,01.
La progressione dei salti di Ni è impressionante:
1959: 1,98
1960: 2,05
1961: 2,11
1962: 2,17
1963: 2,20
1964: 2,21
1965: 2,25
Durante il secondo GANEFO (Pnom-Phen, dicembre 1966), manifestazione a cui partecipano solamente squadre asiatiche, Ni fa segnare 2,27, ad un centimetro dal record mondiale.
Piero Saccenti, l’esperto di atletica del giornale l’Unità, descrive in questi termini la tecnica di Ni: “Dotato di un eccezionale scatto addirittura superiore a quello dell’americano Thomas (l’acerrimo nemico di Brumel, nda), Ni Ci Cin salta con uno stile perfetto. A differenza della maggior parte dei saltatori in alto, e dello stesso Brumel, Ni prende lo slancio da destra (guardando l’asticella) e dopo sei passi molto agili e rapidissimi prende la spinga, come s’è detto, dal piede destro. Il suo bloccaggio prima del salto è molto redditizio”.

Chi ha visto saltare Ni a Pnom-Phen è sicuro: può superare il record del mondo e far crollare il muro dei 2,30. Anche l’allenatore di Ni, Huang Jian (Huang Chien), non ha dubbi, ma ammonisce il suo allievo: “deve ancora lavorare molto sui suoi difetti e sulla debolezza psicologica”.
La Grande Rivoluzione Culturale, però rischia di bloccare la carriera di Ni Zhiqin: al nuovo slogan “Servire il popolo” bisogna adeguarsi. Le attività agonistiche venivano sospese, anche i migliori atleti dovevano rendersi disponibili per insegnare l’educazione fisica alle masse popolari. La specializzazione, la gerarchia sociale che poneva i migliori a posti di maggior responsabilità, veniva definitivamente cancellata. Egualitarismo totale.

Ni, che ha sempre manifestato una ferrea adesione ai principi del maoismo e del Partito, aderisce con fervore.
Solo tre anni dopo, Mao dovette tornare sui suoi passi e rimangiarsi alcuni slogan. La nuova svolta permette a Ni di ritornare alle gare, dopo quattro anni di assenza “forzata”. E di ricominciare a pensare di saltare in cielo.
Il 9 luglio 1970 rientra in pista a Pechino: è subito 2,26.
Dopo quattro mesi, il 9 novembre, però decide che è giunto il momento di salire in vetta al mondo: di fronte a ottantamila spettatori, nello Stadio dei Lavoratori di Changsha, fa segnare il nuovo record del mondo: 2,29. Il CIO, però, non riconosce il risultato. USA e Unione Sovietica, per una volta d’accordo, accusano i cinesi di aver falsato le misurazioni. Dick Fosbury, lo statunitense che con la sua tecnica ventrale rivoluzionerà la disciplina, dichiara: “Fantastico! E’ la prestazione più importante dell’anno. Peccato che il risultato non sarà mai omologato. Non è giusto. Ad ogni modo, per noi atleti è questo il vero record del mondo”.

A ventotto anni Ni aveva raggiunto l’apice della sua carriera. E segnato un record che nessuno riconosce.
Dopo i Giochi Asiatici del 1974, che segnano il ritorno della Cina nell’alveo della Federazione Olimpica Asiatica, ottiene la medaglia d’argento con 2,16, superato dall’iraniano Teymour Ghiasi. E’ il canto del cigno. Nel frattempo il suo record era stato prima raggiunto da Pat Matzdorf e poi superato da Dwight Stones, due statunitensi.

Ni decide per il ritiro, ma rimane nell’alveo della federazione sportiva cinese: diventa presidente della Federazione cinese di atletica leggera, l’anno successivo. E’ l’uomo ideale per la nuova Cina di Deng Xiaoping: presentabile, abile, intelligente, indottrinato, prudente. Ni è il funzionario che apre al mondo l’altetica cinese. E arrivano anche le prime soddisfazioni da dirigente: nella prima olimpiade a cui la Cina partecipa, quella di Los Angeles 1984 (nonostante il boicottaggio del blocco socialista), arrivano già 59 medaglie (15 ori, 8 argenti e 9 bronzi) e il quarto posto nel medagliere. Nell’atletica arriva una sola medaglia, quella del suo pupillo Jianhua Zhu, proprio nel salto in alto. Zhu arrivava alle Olimpiadi da recordman mondiale, con il risultato ritoccato tre volte: 2,37 e 2,38 nel 1983 e 2,39 nel 1984.

Nella seconda metà degli anni 90, però, Ni cade in disgrazia. E’ accusato di corruzione, è condannato a 8 anni di prigione e conseguente sospensione dal Partito (la tangente, corrispondeva all’incirca a 5.000 euro attuali, altri mondi…).
Ni riesce a riciclarsi come dirigente di un’azienda automobilistica.

Oggi la Cina rivendica il riconoscimento di quel risultato, ma secondo il CIO non ci sono i margini di manovra per rendere a Ni il giusto omaggio. Un atleta straordinario al quale è mancata solo la possibilità di sfidare gli altri atleti nei suoi anni migliori, e un dirigente preparato e competente che ha permesso allo sport cinese di raggiungere risultati insperati, fino a pochi anni fa.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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