Appunti teorici per un’analisi strategica

Appunti teorici per un’analisi strategica

È raro individuare un compiuto paradigma di riflessione economica che sia in grado di dirsi completo e definito di tutti gli strumenti necessari. Forse tra i più gravi limiti del nostro tempo in Europa, l’economicismo rappresenta infatti un approccio del tutto insufficiente a comprendere la portata dei problemi che affliggono il nostro Paese, l’Europa e il resto del mondo. Sebbene distante anni luce dalla prospettiva del pensiero marxista, purtroppo questo approccio ha inglobato quasi tutta quella – invero non molto folta – schiera di autori marxisti che non hanno deciso di reinventarsi un profilo da intellettuali liberali o progressisti, perfettamente ricondotto nei canoni della società occidentale. Il primato assegnato alla base economica nel quadro dello schema imposto dal materialismo storico, ha senz’altro tratto in inganno intere generazioni di pensatori o semplici «imitatori» sul tema, che non hanno saputo intravvedere nella lunga riflessione marxista aspetti in realtà fondamentali. Alla base, probabilmente, vi è stato un pregiudizio storico (e dunque anche epistemologico) che ha impedito di trascendere il marxismo sino ad inquadrarlo e collocarlo nel suo contesto storico e politico di genesi. Molti sedicenti seguaci del pensiero di Marx ed Engels non hanno mai veramente preso in considerazione i presupposti storici da cui quelle riflessioni furono generate, impiantando dunque una «meta-storia» di natura ideologica al di sopra della storia reale, dove la prima era industriale (1770-1870) potesse essere pensata quale spartiacque tra due macro-ere: una passata (quella feudale) ed una futura (quella comunista). Questo semplicistico schema ha pagato a caro prezzo la confusione – metodologica e contenutistica – tra storicismo e storiografia, ed è nei fatti imploso circa cento anni or sono, quando negli Stati Uniti il fordismo gettò le sue basi produttive, sociali e culturali, imponendo un nuovo modello di società democratica, populista, razionalizzata e finalizzata – attraverso una vigile e variabile regolazione tra i principali soggetti storici (Stato, forza lavoro e impresa) – al costante bilanciamento tra produzione, consumo, domanda ed offerta[1].
La previsione storica di Marx fu in pochi anni demolita: nei Paesi a capitalismo avanzato, la formazione sociale fu completamente ripensata rispetto al quadro emerso nella Gran Bretagna del XIX secolo, le condizioni sociali della classe operaia furono innalzate al fine di garantire una circolarità perfetta tra produzione e consumo, ed il macchinismo – celebrato dal marxismo come il trionfo dell’innovazione tecnica pronto a distruggere il modo di produzione capitalistico[2] – venne immediatamente riorganizzato sotto gli attenti calcoli di produzione di Taylor. Nel 1914, agli albori del fordismo, Vladimir Lenin, al contempo basito e affascinato da quel nuovo efficientismo, scriveva:

«[…] Un’operazione meccanica è stata filmata per un intero giorno. Dopo aver studiato i suoi movimenti, alcuni esperti di efficienza gli hanno fornito un soppalco, in modo da evitare perdite di tempo all’atto di piegarsi. Gli fu assegnato un giovane aiutante. Questo ragazzo doveva tenere in mano ogni parte da assemblare. Entro pochi giorni l’operaio aveva eseguito il lavoro in un quarto del tempo che aveva impiegato prima dell’esperimento»[3]

Appena quattro anni più tardi, un anno dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la proclamazione della nascita della Repubblica Socialista Sovietica Federale di Russia, Lenin, sempre più attento verso i prodigi del nuovo sistema di produzione capitalistico nato negli Stati Uniti, annotò:

«L’ultima parola del capitalismo, il sistema taylorista, racchiude in sé la ferocia raffinata dello sfruttamento borghese unito a una serie di ricchissime conquiste scientifiche nell’analisi dei movimenti meccanici del lavoro […] la Repubblica Sovietica deve far suo ad ogni costo tutto ciò che di più prezioso vi è nelle conquiste fatte dalla scienza e dalla tecnica in questo campo […] si deve introdurre in Russia lo studio e l’insegnamento del sistema di Taylor»[4]

In piena continuità con la teoria che aveva già decretato la Russia quale «anello debole della catena imperialistica» proprio in quanto Paese a capitalismo «embrionale» e non avanzato, Lenin, già durante la fase del cosiddetto comunismo di guerra, postulava i prodromi teorici della fase successiva, cioè quella che dal 1921 al 1929 avrebbe imposto la Nuova Politica Economica. Inizialmente pensata come una necessaria fase di transizione dal capitalismo al socialismo, la filosofia «efficientista» che ne era alla base nei fatti non abbandonò mai più la classe dirigente del Cremlino, da dove lo stesso Stalin – pur dichiarando chiuso quello sperimentale periodo di apertura economica – avrebbe continuato ad imporre come prioritari gli obiettivi dell’industrializzazione, della modernizzazione tecnica e dello sviluppo delle forze produttive. La Grande Guerra Patriottica, col suo altissimo prezzo in termini di vite umane, convinse ancor più Stalin della stretta necessità di integrare la filiera industriale e quella militare, con tutte le conseguenze teoriche del caso. Prima fra tutte la riconsiderazione dialettica dello Stato, non più concepito come una sovrastruttura politica intrinseca allo sviluppo capitalistico e destinata ad una naturale estinzione storica attraverso una fase di transizione contraddistinta dalla presenza strutturale di un «semi-Stato»[5], bensì come il perno della rivoluzione bolscevica e la base del nuovo sistema socialista sovietico[6].
Del resto già nel 1937 Stalin aveva sostenuto che, malgrado le angherie e lo sfruttamento contro il popolo, gli Zar «una cosa buona l’hanno fatta: hanno creato uno Stato enorme, sino alla Kamchatka», uno Sato «che noi abbiamo ricevuto in eredità» ed «abbiamo reso coeso e rafforzato», «unitario e indivisibile»[7].
Cosa avveniva dunque? Il tema del marxismo, riadattato da Lenin secondo i nuovi contesti storici del Novecento, riproponeva, evidenziandone la portata teorica, quel «fattore strategico» abbondantemente trascurato dalla stragrande maggioranza dei marxisti del Novecento. Quando parliamo di questo fattore, chiaramente il riferimento non è ipso facto al campo di studio della geopolitica dei giorni nostri ma – in senso più ampio – all’essenza strutturale fondamentale dei processi storici, politici ed economici. In quest’ottica è opportuno ancora una volta ribadire ciò che il teorico italiano Gianfranco La Grassa va ripetendo da molto tempo, ovverosia che il marxismo nasce come una teoria scientifica della società fondata sull’analisi storica dei rapporti di produzione e di scambio[8]. Si tratta, perciò, di una teoria in cui la portata semantica del termine «economia» è ben più ampia e complessa rispetto a quanto l’odierno pensiero economico ne abbia invece ristretto la sfera di pertinenza. Ancora oggi, rileggere Il Capitale con un approccio strategico consente di carpire elementi di grande interesse e fondamentale importanza, a partire dalla genesi del capitalismo e dalle condizioni storiche che, in base all’opera marxiana, ne favorirono l’emergere. Proprio nel capitolo ad essa dedicata, e dopo un’analisi spietata e realista della storia coloniale olandese e britannica dei secc. XVII e XVIII, leggiamo:

«[…] Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione […] La colonia assicurava alle manifatture che sbocciaano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato […] Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale»[9]

Appare evidente già in queste righe, come le condizioni storiche per l’emersione del sistema di dominio internazionale ramificato dal modo di produzione capitalistico, siano la risultante strategica di precisi rapporti di forza tra realtà geopolitiche diverse. In questo caso, realtà in rapida ascesa e in conflitto tra loro quali Spagna, Portogallo, Olanda, Gran Bretagna e Francia potevano disporre di un siderale vantaggio in termini tecnologici, scientifici e militari nei confronti delle realtà più arretrate dei sub-continenti asiatico meridionale, australiano ed indio-americano e dell’intero continente africano. La storia del capitalismo è dunque, più in generale, storia dello sviluppo e della cultura dei popoli, e, più in dettaglio, è storia delle capacità scientifiche e strategiche che ogni civiltà ha saputo acquisire e disporre a proprio vantaggio. La cosiddetta «lotta di classe» acquisisce dunque degli aspetti apparentemente nuovi, ma in realtà ben noti, e quasi del tutto diversi rispetto al classico schema liturgico proposto dal marxismo occidentale, laddove appare sempre più chiaro che l’incapacità di fuoriuscire dagli schemi dialettici e culturali connessi al modo di produzione capitalistico fino ad oggi più potente del pianeta – l’Occidente – abbia ingabbiato la critica della società all’interno di vacui e nebulosi dualismi moralistici del tipo «oppressori/oppressi», «lavoratori/padroni» o «poveri/ricchi», che hanno semplificato e persino ridicolizzato l’originale tema marxiano del conflitto e la sua nuova elaborazione leninista.
In realtà, come la storia dimostra, senza una adeguata riflessione geografica, l’economia e lo sviluppo storico stesso della società non possono fornirci un quadro esauriente di una realtà sempre più dinamica e sempre più rapidamente in movimento come quella dei nostri tempi. Numerose sono le tappe fondamentali nella storia moderna della geografia politica, e non è questo il momento per ripercorrerle tutte. Può senz’altro bastare, per ora, un piccolo schema riassuntivo che sia in grado di connettere e, dove possibile, fin’anco integrare campi di studio in modo inter-disciplinare.

– XV-XVI secc.: la scoperta delle Americhe da parte delle prime vere e proprie potenze atlantiche (Spagna e Portogallo), impone una radicale trasformazione nel modus pensandi strategico della società europea, inagurando la navigazione oceanica come strumento di espansione e penetrazione commerciale e coloniale.

– XVI-XVII secc.: le principali innovazioni scientifiche tornano, dopo secoli di prevalenza asiatica, a concentrarsi all’interno del territorio europeo (soprattutto in Francia, in Olanda, in Italia, in Inghilterra e in Germania) sia per ragioni interne (secolarizzazione della società e declino del vecchio ordine religioso) sia per ragioni esterne (incontro-scontro con civiltà arabo-orientali).

– XVII-XVIII sec.: la rivoluzione industriale – fondata sull’introduzione delle macchine nell’alveo della produzione – è senz’altro diretta conseguenza di questa affermazione navale e di questa rivoluzione scientifica, in stretta relazione all’incremento e al rapido sviluppo delle capacità di trasporto e produzione dei beni e dei materiali.

– XVIII-XIX sec.: la competizione inter-capitalistica si risolve con l’affermazione piuttosto netta dei centri economico-strategici della Gran Bretagna, che espande il suo dominio coloniale ai tre Oceani imponendo la sua capacità strategica in tutti principali sbocchi marittimi (Hormuz, Java, Ceylon, Gibilterra, Capo Horn, Malacca ecc. …).

– XIX-XX sec.: la seconda rivoluzione industriale – fondata sull’introduzione dell’elettricità e sulla meccanizzazione del trasporto – mette in evidenza l’importanza di nuove materie prime, come il petrolio, il gas naturale, il carbone e il rame, provocando una frenetica corsa alla ricerca e all’esplorazione di giacimenti e siti geologici che evidenzia la centralità del territorio eurasiatico nord-orientale detto Heartland[10] ed inaugura la fase inter-imperialistica, risolta in modo netto e definito soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale.

– XX sec.: la Guerra Fredda produce per la prima volta nella storia un quasi perfetto bipolarismo planetario, che ridisegna radicalmente la politica dell’intero globo sotto forma di un complesso e critico insieme di questioni internazionali da cui nessuno può più sentirsi escluso: ogni azione in ogni angolo del mondo ha effetti ed eco politiche e mediatiche in tutto il resto del planisfero.

Il resto della storia lo conosciamo abbastanza bene, ed è inutile qui dilungarsi. Dobbiamo, altresì, sottolineare il fondamentale intreccio storico e politico sussistente tra i campi di studio della geografia, della tecnologia, della strategia militare e dell’economia in senso stretto: un intreccio che non ci consente di soffermarci su inutili questioni che appartengono al campo del diletto, tipico dell’intellettualismo anarchico che vorrebbe eternamente separati e addirittura confliggenti questi campi di studio.
Soltanto questo approccio inter-disciplinare può consentirci di arrivare ad individuare i principali meccanismi storici del contesto che viviamo ogni giorno, tanto più alla luce della progressiva trasformazione in senso globale delle relazioni internazionali. Senza nulla togliere alla difesa legittima e necessaria dei diritti dei singoli lavoratori dipendenti o degli operai di fabbrica (per altro sempre più minoritari nel mondo occidentale), è in ogni caso fuorviante considerare queste problematiche particolari come slegate da un contesto più ampio e stratificato. Ogni conflitto politico va dunque considerato in relazione ai suoi risvolti globali, e non può avere un valore di per sé positivo in modo aprioristico. Stalin affermava nei Principi del Leninismo, che «il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè non isolatamente ma su scala mondiale»[11]. In questo senso va ribadito che nell’idea originaria di Marx, la rivoluzione socialista era ipotizzata come una presa violenta (cioè militare) del potere da parte di un soggetto rivoluzionario sintetizzato dalla figura del cosiddetto operaio coordinato/combinato, ovverosia dall’insieme delle forze mentali (tecnici, scienziati e studiosi) e delle forze esecutive (manodopera e manovalanza) del processo di produzione. Dal momento che questo processo non si è mai realizzato, nei contesti rivoluzionari del XX secolo il cosiddetto «proletariato» fu trasformato nell’unità tra operai di manovalanza (e poco più) e contadini (classe produttiva di maggioranza sia in Russia, sia in Cina), imponendo dunque la necessità di un soggetto d’avanguardia che fosse in grado di supplire all’assenza di tecnici, scienziati ed esperti nell’ambito delle forze rivoluzionarie: qui entrarono in scena il Partito e l’Esercito, come strutture-guida della rivoluzione e come organi fondamentali dell’apparato durante la cosiddetta «dittatura del proletariato».
Che fare dunque? Organizzare le classi lavoratrici secondo categorie di riferimento per un movimento politico organizzato, dotato di quadri dirigenti politici e militari inflessibli, seri e realisti, capaci di gestire uno Stato che nazionalizzi i settori strategici e i principali mezzi di produzione, garantisca un livello dignitoso di sostentamento per chiunque sia abile al lavoro, punisca in modo esemplare i crimini e le corruttele, rieducando la popolazione allo studio, alla semplicità dei costumi e al decoro pubblico, modernizzando le strutture tecniche del Paese e garantendo la difesa e l’adesione ai soli interessi nazionali del popolo di riferimento. Il socialismo è un risultato senz’altro ancora praticabile, a patto che queste consapevolezze siano tenute sempre in salda considerazione.

Note:
1. Si veda in particolare D. HARVEY, La crisi della modernità, Il Saggiatore, Milano, 1993
2. Si vedano K. MARX, Il Capitale, Libro I, Sez. IV, Cap. 13, Par. 9 – Legislazione sulle fabbriche, 1866
F. ENGELS, Anti-Duhring, Terza Sezione: Socialismo, Cap. III – Produzione, 1878
3. V. LENIN, Il sistema Taylor – lo schiavismo dell’uomo per mano della macchina, Put Pravdy, n.35, 13 marzo 1914
4. V. LENIN, I compiti immediati del governo sovietico, Pravda n. 83, 28 aprile 1918
5. V. LENIN, Stato e Rivoluzione, 1917
6. (cfr) M. MONTANARI, Saggio introduttivo a G. ZJUGANOV, Stato e Potenza, Edizioni All’Insegna del Veltro, Parma, 1999
7. G. DIMITROV, Diario. Gli anni di Mosca (1934-1845), a cura di S. Pons, Einaudi Editori, Torino, 2000, p. 81
8. Si vedano i testi di G. La Grassa, in specie Un Panorama Storico e Un Panorama Analitico, pubblicati nel sito Conflitti&Strategie, e la sua ultima pentalogia qui disponibile vai alla fonte
9. K. MARX, Il Capitale, Libro I, Sez. VII, Cap. 24, Par. 6 – Genesi del capitalista industriale, 1866
10. Si vedano H. MACKINDER, The Geographical Pivot of History, in The Geographical Journal, Vol. 23, No. 4 (Apr., 1904), Royal Geographical Society, pp. 421-437
e H. MACKINDER, Democratic Ideals and Reality. A Study in the Politics of Reconstruction, Constable, London, 1919
11. J. STALIN, Principi del Leninismo, 1924

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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