Tasca:un comunista eretico di destra.

Un eretico della sinistra italiana

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/bucharin-e-il-comunismo-di-destra/

https://basileus88.wordpress.com/2011/11/20/la-sinistra-trozkista-contro-il-centro-stalinista-uno-scontro-che-dura-da-tempo/

https://basileus88.wordpress.com/2011/07/12/le-tipologie-della-sinistra-italiana/

Voi direte Angelo Tasca uno dei fondatori del PCd’I nel 1921 ,di destra? Ma come di Destra? Si un comunista italiano di destra! La sua storia è particolare, da Leader socialista e sindacalista torinese, da ragazzo aderì ,tramite la rivista Ordine Nuovo di Gramsci e Togliatti, al Partito Comunista d’Italia;che lui contribuirà a fondare a Livorno,staccandosi insieme agli altri compagni dall’oramai troppo moderato PSI.

Filo-bolscevico leninista della prima ora.Trasferitosi poi in Francia nel 27′,divenne l’anno dopo(1928) membro del Comitato esecutivo del Comintern (sta per Communist International ,ovvero il nome che Stalin darà alla Terza Internazionale Socialista) Proprio per l’egemonia di Stalin,rappresentante del centro del Partito Bolscevico(contro sia la Nep nazionalista di Bucharin che l’Internazionalismo della Rivoluzione Permanente di Trotzky),il Tasca avversò la sua politica,appoggiando la componente di destra del Partito Boloscevico Russo,ovvero quella di Bucharin, e fu per questo espulso dal suo partito (1929). La sua linea politica di Comunista di Destra Buchariniano(quindi scomodo sia agli internazionalisti di Leon Trotzky,sinistra del Partito,che agli Stalinisti,centro del partito) proponeva di mantenere il libero mercato in Russia,quella che Lenin già attuò precedentemente chiamandola la NEP(Nuova Economia Politica);egli propose inoltre di edificare il socialismo in un unico paese (idea poi ripresa e copiata da Stalin dopo la morte di Bucharin,maestro del Tasca).Ironia della sorte questa linea politica tanto osteggiata dai comunisti di allora sembra quasi anticipare di decenni quello che sarà il frutto del successo della Cina attuale;viste le posizioni analoghe in politica economica e ideologica intraprese dalla Repubblica Popolare Cinese da Deng Xiaoping fino ai giorni nostri.

Nel 1936 Tasca rientrò nel PSI e si oppose alla politica di unità d’azione del suo partito(PSI) con un PCI sempre più filo-sovietico (Fronte Democratico Popolare,patto elettorale di unità fra PCI e PSI), verso il quale fu negli anni successivi sempre più critico  e sempre più distaccato dal totalitarismo sovietico.Finì prima per collaborare con i Nazisti francesi di Vichy,e poi , naturalizzato francese (1936), nel dopoguerra si dedicò prevalentemente all’attività giornalistica anticomunista,seguirà la Scissione di Palazzo Barberini (staccandosi da un PSI sempre più dipendente dal PCI)e come socialdemocratico entrò nelle fila del PSDI(Partito Socialista Democratico Italiano),allora(47′) chiamato PSLI (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani).

L’interesse per la figura di Angelo Tasca muta e cresce con il passare del tempo e il variare della prospettiva storica e politica dell’osservatore.

Ora, ad esempio, assai più che in passato, siamo in grado di affrontare la “poliedricità caleidoscopica” di un uomo che ha attraversato l’epoca delle grandi dottrine e delle visioni totalizzanti del mondo senza mai diventarne prigioniero.

Oppure l’interesse che oggi ci riporta a Tasca è quel suo tentativo di surrogare con correttivi etici e integrazioni spiritualistiche la sua riflessione, straordinaria per modernità d’intuizione e complessità di ispirazioni, sul comunismo e sul fascismo, su rivoluzione e riforme, sull’Urss e la politica internazionale.

Quel più di analisi, insomma, che in passato poteva farlo apparire di volta in volta bizzarro o eretico, confusionario o traditore, ingenuo o lucidamente disperato, è quanto può catturare la generazione di chi, dopo l’Ottantanove, cerca le ragioni profonde di una crisi e vuole ridefinire non solo i propri percorsi politici ma soprattutto la propria identità, la propria concezione del mondo e i propri fini.

Ha pubblicato (con lo pseudonimo di Amilcare Rossi) numerose opere,e diversi libri fra cui: Naissance du Fascisme. L’Italie de 1918 à 1922 (1938; ed. it. Nascita e avvento del fascismo, 1950); Physiologie du parti communiste français (1948); Le pacte germano-soviétique. L’histoire et le mythe (1954); Autopsie du stalinisme (1957).

Cola de Rienzi

Vita di un eretico

https://basileus88.wordpress.com/2011/11/20/la-sinistra-trozkista-contro-il-centro-stalinista-uno-scontro-che-dura-da-tempo/

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/bucharin-e-il-comunismo-di-destra/

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Angelo Tasca

Angelo Tasca (Moretta, 19 novembre 1892Parigi, 3 marzo 1960) è stato un politico e scrittore storico italiano. Già socialista, fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, da cui fu espulso nel 1929. Emigrato in Francia e dirigente socialista, divenne un importante funzionario del regime di Vichy. Nel dopoguerra si distinse per il suo acceso anticomunismo.

Biografia

Già studente del liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, fu poi giovane dirigente della Federazione Giovanile Socialista e quindi della Federazione del PSI di Torino negli anni dieci del Novecento.

In seguito si unì ad Antonio Gramsci, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, coi quali fondò il settimanale “L’Ordine Nuovo” (19191920).

Negli stessi anni fu eletto segretario della Camera del Lavoro di Torino; nel 1921 a Livorno fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Fu tra i 15 membri del Comitato centrale del partito e nel 1926 entrò nella segreteria del partito. A quel tempo si era già consumata la sua rottura con Gramsci e Togliatti e veniva considerato come il punto di riferimento della destra del PCd’I, propugnando una fusione coi settori più a sinistra del PSI e una revisione di certe premesse che stavano alla nascita del partito. Come molti altri comunisti, fu perseguito dal regime fascista e arrestato due volte, prima nel 1923 e poi nel 1926. In quell’anno, separandosi dalla famiglia, si rifugiò in Francia, di cui prese la nazionalità nel 1936.

Partecipò al presidium dell’Internazionale Comunista nel 19281929, dove si avvicinò alle posizioni di Bucharin. Nel settembre 1929 fu espulso dal partito per il suo dichiarato antistalinismo.

Tra il 1930 e il 1933 divenne redattore-capo del settimanale Monde (1928-1935), fondato e diretto da Henri Barbusse. Nel 1935 rientrò nel PSI su posizioni nettamente anticomuniste e contrarie all’unità d’azione con il PCI che si ebbe tra il 1934 e il 1939. Durante la guerra civile spagnola sostenne il POUM in opposizione al Partito Comunista di Spagna. Negli stessi anni (1934-1940) Léon Blum gli affidò gli articoli di politica estera del quotidiano della SFIO Le Populaire.

Nell’agosto 1939 la firma del Patto Molotov-Ribbentrop provocò sconcerto tra un certo numero di comunisti e le posizioni di Tasca ne uscirono rafforzate; dopo le dimissioni di Pietro Nenni fu a capo del PSI insieme con Giuseppe Saragat e Oddino Morgari.

Nell’estate 1940 fu tra i socialisti che aderirono al regime collaborazionista del maresciallo Pétain e diresse il centro studi del Ministero dell’Informazione di Paul Marion. Alla liberazione della Francia, nel settembre 1944 fu arrestato con l’accusa di collaborazionismo e rilasciato dopo un mese, grazie alla sua contemporanea collaborazione svolta dal 1941 con una rete antifascista belga.

Alla fine della guerra rimase a Parigi, dove si era creato una nuova famiglia. Continuò, comunque, a partecipare al dibattito politico, collaborando a varie testate giornalistiche, come Il Mondo, Critica Sociale, Le Figaro e alla rivista di estrema destra Est et Ouest; tra il 1948 e il 1954 fu consulente dell’Ufficio studi europeo della Nato per questioni attinenti al movimento comunista. Pubblicò inoltre diversi lavori sul partito comunista. Il suo libro più rilevante è Nascita e avvento del fascismo, pubblicato in Francia nel 1938, un classico della storiografia antifascista.

Sua figlia Catherine Tasca, nata a Lione il 13 dicembre del 1941, è senatore del Partito socialista francese dal 2004. In precedenza è stata deputato all’Assemblea Nazionale francese e ha ricoperto incarichi di governo durante le presidenze di François Mitterrand e di Jacques Chirac.

Scritti

  • I valori politici e sindacali dei Consigli di fabbrica, Libreria editrice dell’Alleanza coop. torinese, Torino 1920.
  • I Consigli di fabbrica e la rivoluzione mondiale. Relazione letta all’assemblea della Sezione socialista torinese le sera del 13 aprile 1920, Libreria editrice dell’Alleanza coop. torinese, Torino 1921.
  • L’unità socialista, Imp. ouvriere, Nancy 1937.
  • La naissance du fascisme, Gallimard, Paris 1938. Traduzione it. Nascita e avvento del fascismo, La Nuova Italia 1950 e 1995 e Laterza 1965.
  • Due anni di alleanza germano-sovietica. Agosto 1939-giugno 1941, La Nuova Italia, Firenze 1951.
  • In Francia nella bufera, Guanda, Modena-Parma 1951.
  • La guerre du papillon, 1940-1944, Les Iles d’or, Paris 1954.
  • Le pacte germano-soviétique. L’historie et le myhthe, Editions Liberté de la Culture, Paris 1954, trad. it. Il patto germano-sovietico. La storia e la leggenda, a cura di M. Millozzi, Edizioni Università di Macerata, Macerata 2009.
  • Autopsia dello stalinismo, Edizioni di Comunità, Milano, 1958.

Collegamenti esterni

 

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/bucharin-e-il-comunismo-di-destra/

Per Approfondire

INQUADRARE MEGLIO TASCA leggendo una Tesi di Scienze Politiche sul periodo che lo riguardò maggiormente a livello politico-sindacale,

Il Biennio Rosso

INDICE

Introduzione                                                                                              2

I. Angelo Tasca: dal socialismo al comunismo                      

1. La vita di Angelo Tasca                                                                         5

2. La polemica con Bordiga                                                                    10

3. Tasca e la nascita di “L’Ordine Nuovo”                                            13

4. Tasca al Congresso di Livorno                                                          20

II. Angelo Tasca e la questione dei Consigli di Fabbrica

1. La nascita dell’ipotesi consiliare: le tesi di Gramsci                        25

2. I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale:le tesi di Tasca 37

3. “I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica”                     50

III. La concezione sindacale nel pensiero di Angelo Tasca

1. La polemica tra Gramsci e Tasca sui Consigli di Fabbrica           61

2. Tasca al Congresso nazionale della CGdL                                       74

Conclusioni                                                                                              83

Bibliografia                                                                                              88

 

Introduzione

L’obiettivo di questo lavoro è la trattazione della concezione sindacale nel pensiero di Angelo Tasca, ossia l’analisi del ruolo e della funzione che egli attribuì al Sindacato. La motivazione che mi ha portata ad affrontare tale argomento deriva dal fatto che ritengo di notevole interesse questo personaggio poiché ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nella storia sindacale italiana nei primi decenni del Novecento.

La mia tesi, articolata in tre capitoli, si propone di analizzare le principali tematiche sindacali sollevate dal socialista di Moretta e di  esaminare come si siano delineate e sviluppate le sue idee politiche durante lo svolgimento di alcuni fenomeni politici  del  Novecento, in particolar modo durante  il cosiddetto “biennio rosso” 1919-1920. Viene trattato soprattutto tale arco temporale poiché il biennio rosso costituisce il periodo in cui maggiormente si delineò nel movimento torinese la concezione sindacale di Angelo Tasca.

La trattazione ha richiesto, oltre ai riferimenti bibliografici riportati nell’apparato delle note ed alla fine del lavoro, la consultazione di materiali a stampa e fonti d’archivio: in particolare sono state condotte ricerche presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino per la stesura del secondo e del terzo capitolo, per i quali ho dovuto effettuare un’attenta selezione dei testi di “L’Ordine Nuovo” datati tra il 1919 ed il 1920 (per ogni riferimento specifico si rinvia all’impianto di note a piè di pagina). Per quanto riguarda la documentazione bibliografica, invece, i testi dai quali ho maggiormente attinto sono gli scritti di Paolo Spriano e Stefano Musso, e, soprattutto, i libri ed i saggi di Sergio Soave.

Il lavoro ha inizio con un primo capitolo in cui si è cercato di tracciare la biografia del personaggio, in modo da rendere più agevole la successiva analisi del suo pensiero.

Sono state così delineate le tappe fondamentali che hanno contribuito a costruire l’elaborazione del pensiero di Angelo Tasca, il quale fu profondamente condizionato da alcune importanti esperienze compiute nel corso della sua vita. Nel primo capitolo ho dunque tracciato ed approfondito i principali momenti della sua militanza politica, ritenuti centrali ai fini del presente lavoro. Il primo momento considerato è la polemica con Amadeo Bordiga, avvenuta al Congresso nazionale della Federazione giovanile socialista di Bologna nel settembre 1912. Tale episodio costituì la prima battaglia politica per il socialista di Moretta, che in tale occasione polemizzò con il relatore napoletano circa “l’educazione e la cultura della gioventù”. La mia tesi, in seguito, focalizza l’attenzione sull’esperienza della rivista “L’Ordine Nuovo”, la “rassegna settimanale di cultura socialista” di cui Tasca fu uno dei fondatori, insieme ad Antonio Gramsci,  Palmiro Togliatti ed Umberto Terracini, nel maggio 1919. Il capitolo si conclude, infine, trattando la posizione che Tasca assunse di fronte al Congresso di Livorno, durante il quale si manifestò la divisione  interna al Partito Socialista che condusse, come è noto, alla nascita del Partito Comunista d’Italia.

Da queste premesse si è poi passati, con il secondo capitolo, all’analisi del fenomeno dei Consigli di Fabbrica a Torino durante il biennio 1919-1920 ed alla trattazione di Tasca sulla questione sindacale sulle pagine della rivista ordinovista. Con il primo paragrafo, dunque, ricostruisco la genesi e la struttura dei Consigli di fabbrica ed espongo l’interpretazione teorica che ne diede Gramsci. Con il secondo paragrafo, invece, tratto la nascita dell’ipotesi consiliare secondo Angelo Tasca, con un’analisi approfondita della relazione I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale, letta da quest’ultimo all’Assemblea della Sezione Socialista torinese la sera del 13 aprile 1920, ossia la sera stessa del giorno della proclamazione del cosiddetto “sciopero delle lancette”. Il capitolo si conclude poi con un paragrafo il cui scopo è quello di delineare la posizione assunta da Tasca su “L’Ordine Nuovo” con  l’articolo I valori politici e sindacali dei Consigli di fabbrica, la cui pubblicazione sulla rivista ordinovista, nel maggio 1920, può essere considerata l’origine del duro contrasto che si accese tra Tasca e Gramsci durante l’estate del 1920.

L’oggetto di tale polemica, sviluppatosi sulle pagine della rivista ordinovista, viene illustrato nel paragrafo che apre il terzo ed ultimo capitolo. Lo scopo di tale paragrafo è, mediante la consultazione di una serie di articoli tratti da “L’Ordine Nuovo”, rintracciare e mettere in luce i punti salienti che caratterizzarono le posizioni divergenti, che scaturirono in seguito allo “sciopero delle lancette”, tra i due fondatori della rivista, per comprendere quali furono i motivi che condussero al loro confronto ed alla successiva, irrimediabile, rottura. Così, ho analizzato l’oggetto immediato del dibattito tra Tasca e Gramsci a proposito della natura e della funzione dei Consigli di fabbrica e, quindi, del rapporto che doveva esserci tra i Consigli di Fabbrica ed il Sindacato.

Con il secondo paragrafo del terzo capitolo, infine, ho trattato il nodo centrale della tesi, ossia ho illustrato in modo dettagliato la concezione sindacale di Angelo Tasca. A tale scopo ho rivolto l’attenzione al discorso che il socialista di Moretta fece durante il V Congresso nazionale della CGdL, durante il quale il Sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì ad evitare la scissione dei comunisti. Durante il Congresso della Confederazione, che si svolse tra il 26 febbraio ed il 3 marzo 1921, poche settimane dopo la scissione di Livorno, emerse chiaramente  come il socialista di Moretta intendeva il lavoro del Sindacato e valutava l’operato della CGdL.

I. Angelo Tasca : dal socialismo al comunismo

 1. La vita di  Angelo Tasca

Angelo Tasca fu uno dei personaggi più discussi e controversi nella storia del movimento operaio italiano: la sua vita testimonia infatti i complessi rapporti che caratterizzarono il partito comunista ed il partito socialista tra le due guerre mondiali.

La nostra panoramica parte dal contesto storico in cui Angelo Tasca operò, tentando di analizzare quali sono stati i caratteri del suo tempo che maggiormente hanno influito sulla sua produzione e sulla sua personalità.                              .

Tasca Giovanni Angelo, figlio di Carlo, nato a Moretta il 19 novembre 1892, si laureò a Torino presso la Facoltà di Lettere e Filosofia il 19 dicembre 1917 con 110/110 e la lode, grazie ad  un‘impeccabile corso di studi e ad una tesi impegnativa e innovativa sul pensiero di Giacomo Leopardi. Di norma in quegli anni, quando al posto della tradizionale dizione stampata sui registri di laurea si scriveva a mano, come nel suo caso, “tema assegnato, laurea militare”, la Commissione si predisponeva ad una certa indulgenza. Ma, in questo caso, la valutazione massima conferita non derivò da meriti di guerra che un professore come Vittorio Cian, esponente di punta del nazionalismo cittadino, convinto interventista, sarebbe stato incline a sottolineare, quanto dall‘esclusivo apprezzamento dell‘eccellente lavoro svolto. Angelo Tasca, infatti, non fu un buon combattente. All’Università non era sfuggito a nessuno l‘impegno pubblico da lui profuso contro l‘intervento, così come erano noti l’antimilitarismo e la critica radicale alla guerra imperialista che avevano contraddistinto il suo impegno politico e la sua militanza giovanile  nelle file del socialismo[1].                                                                                                                                                                    La sua esperienza politica fu infatti sin dall’inizio orientata in direzione di  una militanza socialista, in ciò influenzato in parte dall’esempio del padre, operaio metalmeccanico al deposito carri ferroviari di una piccola stazione  della provincia di Cuneo (Moretta), in parte dalla conoscenza diretta della vita reale del proletariato urbano o rurale, che lo portava a  misurarsi quotidianamente con la realtà della povertà familiare[2].

Scrive Sergio Soave in Senza tradirsi , senza tradire:

”Tasca sottolineerà questo elemento in una nota autobiografica in cui, ricordando di aver lavorato presso un carbonaio per sollevare il padre operaio dai costi della sua frequenza scolastica, annoterà come quell’esperienza diretta e prolungata lo abbia reso immune da mitologie intellettualistiche e gli abbia permesso di non idealizzare la classe per cui combatte ‘sans cesser un seul istant de l‘aimer’ ”[3].

Tasca  crebbe alla scuola degli operai torinesi, del sindacalismo di Buozzi, dei duri confronti con l’apparato camerale. Conobbe il mondo del lavoro sia per ciò che atteneva all’organizzazione del sindacato industriale sia per le problematiche connesse con il mondo agricolo. Questa conoscenza degli uomini del mondo del lavoro e questa radice mai indebolita della sua militanza costituirono la vera bussola delle sue posizioni politiche e gli valsero, nel passaggio dal Psi al Pcd’I, la nomina a responsabile del partito per le questioni sindacali[4].

Con una tesi come la sua avrebbe potuto ambire ad una carriera universitaria, seguendo le orme del suo maestro Umberto Cosmo, ma i grandi cambiamenti del dopoguerra che sembravano portare all’ordine del giorno la rivoluzione socialista lo tennero lontano dagli studi e trasformarono l’impegno politico in cui si era distinto nell’anteguerra in “impegno esclusivo”[5].

Le prime notizie della sua attività socialista sono relative a  quando Tasca a sedici anni, ancora studente al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, organizzò una sezione locale della Federazione giovanile socialista italiana ( Fgsi ), ala giovanile del Partito Socialista Italiano[6].

Fu proprio all’interno della Fgsi che Tasca si scontrò con Amadeo Bordiga[7].                                                                                                                                 Giovane dirigente socialista torinese  negli anni dieci del Novecento, fu tra i fondatori della rivista  “L‘Ordine Nuovo” con Antonio Gramsci, Umberto Terracini e  Palmiro Togliatti nel maggio 1919 e tra il 1919 e il 1920 fu uno dei massimi dirigenti sindacali di Torino: ricoprì infatti la carica di segretario della Camera del Lavoro in un periodo di grandi responsabilità  per chi si trovava a dirigere, in una città industriale e all’avanguardia del movimento operaio, vasti scioperi.

Nel 1921, poi, contribuì a fondare il Partito Comunista d‘Italia al Congresso di Livorno, staccandosi insieme agli altri compagni dall’ormai troppo moderato PSI e si adoperò attivamente per portare nel nuovo movimento comunista la maggioranza dei socialisti rimasti fedeli all’ala  massimalista[8].

Egli veniva infatti considerato il punto di riferimento della destra del Pcd’I.                                                Costretto dal fascismo all’esilio dal 1926, emigrò in Francia dove divenne nel 1928 membro del Comitato Esecutivo del Comintern (Communist International, il nome che Stalin darà alla Terza Internazionale) [9].

Dunque Tasca ricoprì ruoli di primo piano all’interno del Partito Comunista Italiano ma fu espulso dal movimento nel 1929 per la sua decisa opposizione a Stalin ed il suo dichiarato appoggio alle posizioni di Nicolaj Ivanovic Bucharin[10].

Nel 1928 fu  infatti inviato a Mosca come rappresentante del PCd’I in seno all‘esecutivo dell‘Internazionale comunista ed il suo arrivo a Mosca, nel momento in cui Stalin aveva il sopravvento su Nicolaj Bucharin, non avrebbe potuto avvenire in una circostanza meno favorevole.

Tasca, che ammirava Bucharin e appoggiava la sua difesa del nuovo programma economico (Nep) e la sua opposizione al “social fascismo”, sfidò apertamente Stalin e tentò di mobilitare il partito italiano contro il capo sovietico.

La sfida di Tasca gli costò l’espulsione, ordinata direttamente da Stalin, sia dal Partito Comunista  d‘Italia che dall‘Internazionale[11].

Dunque la sua esperienza di militante, iniziata nella Torino del primo Novecento e maturata nel gruppo di “L’Ordine Nuovo”, lo vide combattere aspramente Amadeo Bordiga, collaborare e confliggere con Antonio Gramsci nel dibattito in relazione al ruolo dei Consigli di Fabbrica, lavorare e rompere con Palmiro Togliatti e cozzare, infine, direttamente contro Stalin, che impose al PCUS il suo dominio e all’Internazionale la svolta settaria del VI Congresso[12].

Quanto all’esilio prolungato (Tasca ritornò in Italia per la prima volta dalla sua partenza solo nell’autunno 1949[13]), il motivo fu di natura politica, dovuto alla sua adesione a Vichy: a guerra conclusa, infatti, restò a Parigi poiché non c’era per lui spazio nella sinistra italiana dell’epoca[14].

Così scrive Sergio Soave in Nascita e avvento del fascismo:

”Non tra i comunisti la cui trasformazione politica e organizzativa s’era arrestata  davanti alla persistente dipendenza dall’Unione Sovietica di Stalin ed al tenace ossequio verso l’ideologia e i miti del bolscevismo. Nè tra i socialisti di  Nenni che, secondo lui, avevano a tal punto ‘prostituito  il loro partito’ e smarrito il senso della loro autonoma ricerca da presentare come un trionfo del socialismo e della democrazia gli Stati satelliti sorti a Praga , a Varsavia e altrove”[15].

Al periodo parigino corrisponde la stesura dell’opera che gli valse fama internazionale e la stima degli storici di più generazioni, Nascita e avvento del fascismo, che gli venne commissionata  nel febbraio 1934 dall’amico Brice Parain per conto dell’editore Gallimard[16].

Con Nascita e avvento del fascismo, che fu data alle stampe italiane solo nel 1950, dodici anni dopo la prima edizione francese, ci troviamo di fronte ad un Tasca “storico”, che rimase ai margini della dimensione politica e che si dedicò alla redazione della sua opera. Così scrive Sergio Soave:

“La sua vera politica, ora, è la storia […]. Attraverso la riflessione storica può raggiungere l‘obiettivo che gli sarebbe impossibile nella militanza diretta in un partito e cioè comunicare tutto intero il senso della sua esperienza e il dramma di una generazione che ha vissuto due guerre mondiali e si misura ora con il rischio che siano state guerre per nulla”[17].

Tasca accettò di stendere la “trentina di pagine” che gli erano state commissionate  lavorando su documenti e libri sugli anni  1918-1922, tra cui vi era anche una collezione del quotidiano di Mussolini, “Il Popolo d‘Italia”, trovati alla Biblioteca del Musée de la Guerre di Parigi[18].

Così Angelo Tasca scrive nella sua opera sullo studio del fascismo: ”Mi recai a Vincennes  ogni pomeriggio  per più di un anno, accumulando note, quesiti e indizi di altre epoche”[19].

Il socialista di Moretta finì di scrivere tale opera nel giugno 1936[20], anno in cui divenne cittadino francese. Tasca rimase in Francia, infatti, anche dopo la sconfitta del giugno 1940. Spinto da una crisi ideologica appoggiò il governo di Vichy dove lavorò come funzionario dal 1940 al 1944[21].

I suoi ultimi anni di vita furono dedicati ad un’aperta lotta conto il comunismo ed in particolare contro l‘Unione Sovietica[22].

Poco prima di morire iniziò le trattative per vendere il suo archivio alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. La raccolta di documenti, diari e libri che aveva messo insieme durante l’esilio e la guerra costituiscono una preziosa fonte documentaria relativa al movimento socialista e comunista dal 1927 al 1940[23].

Tasca morì a Parigi il 3 marzo 1960 dopo aver sofferto per quattro anni di una malattia al sistema nervoso centrale[24].

In questo capitolo introduttivo si è scelto di approfondire tre momenti della sua militanza politica ritenuti centrali ai fini del presente discorso su Tasca sindacalista: la polemica con Bordiga, l’esperienza di “L’Ordine Nuovo” ed il Congresso di Livorno.

2. La polemica con Bordiga

Definiti sommariamente gli aspetti principali della vita di Tasca, è funzionale alla comprensione della sua formazione politica e sindacale cogliere il senso di quella prima battaglia che lo vide opporsi ad Amadeo Bordiga al Congresso nazionale della Federazione giovanile socialista di Bologna nel settembre 1912.

All’interno della Fgsi, fondata dal massimalista Arturo Vella, vi era una spaccatura circa il modo migliore di formare quadri rivoluzionari e nel settembre 1912 il congresso della Fgsi vide le due frazioni in aperto conflitto[25].

Come si inserì il manipolo degli intellettuali nella vita del movimento giovanile? Come si conciliarono le loro esperienze di studio con l’attività, le aspirazioni, la formazione culturale stessa dei giovani operai? L‘inserimento non fu immediato né uguale per ciascuno[26].

Angelo Tasca e Amadeo Bordiga rappresentavano le due posizioni contrastanti.                                   I due presentarono le rispettive mozioni  ed il congresso attribuì una leggera maggioranza a quella bordighiana.

Bordiga era convinto che il movimento socialista non avrebbe conseguito alcun risultato se si fosse limitato a concentrarsi sull’istruzione e sulla cultura. Bordiga dichiarò che :

”La necessità dello studio la proclama  un congresso di maestri, non di socialisti. Non si diventa socialisti con l’istruzione ma per necessità  reali della classe a cui si appartiene. E i borghesi socialisti? Li definirò,  benevolmente, come eccezioni”[27].

L’azione militante avrebbe formato dirigenti capaci di fare la rivoluzione, e questi dirigenti non sarebbero stati affatto sminuiti dal fatto di non avere studiato Croce o Gentile. Bordiga non stimava affatto gli intellettuali borghesi, pervenuti al socialismo portandosi appresso tutto il loro bagaglio culturale[28].                                                                                                                                               L’antagonista più acceso di queste asserzioni bordighiane fu lo studente Angelo Tasca: la sua lotta per l’istruzione ed il suo interesse per la letteratura, la filosofia e la pedagogia definivano il contenuto del suo socialismo in termini di un risveglio culturale che avrebbe dovuto precedere un assalto diretto alle istituzioni esistenti. Tasca, infatti, inviato quale delegato di Torino al Congresso, intervenne  sul punto dell’ordine del giorno che riguardava l‘”educazione e cultura della gioventù” e polemizzò apertamente con il relatore napoletano Bordiga. Tasca era convinto che occorresse dare spazio alla ricerca culturale, desiderava che l’organo della Fgsi diventasse  un giornale di cultura, di propaganda socialista, che iniziasse una ricerca storica della classe operaia italiana. Per Tasca era essenziale che le nuove leve del socialismo si impegnassero nell’analisi sociologica e nello studio, per aiutare la classe operaia a liberarsi dei propri tabù intellettuali[29].

Tasca così affermò:

“Le teorie progredirono, ma la cultura, cioè gli uomini, rimasero allo stesso punto. Il nostro partito è formato in massima parte di gente che giudica coi criteri di venti o dieci anni fa: un partito che vuole rinnovare il mondo, ma non ha saputo ringiovanire se stesso. Non possiamo più proclamare la verità del socialismo in nome della scienza, non già perché tra l’uno e l’altra ci sia contraddizione, ma perché i socialisti non sanno più ove la scienza si trovi”[30].

Tasca diede vita a tale battaglia sull’indirizzo di “Avanguardia” auspicando che essa diventasse eminentemente un organo di cultura e di propaganda ideale[31].

La polemica Tasca-Bordiga fu molto  interessante poiché ci mostrò quale fu il primo interesse della nuova generazione torinese, nella prospettiva di un profondo rinnovamento del partito. In fondo,  indicò chiaramente come i giovani della Fgsi fossero profondamente insoddisfatti delle prospettive che loro indicava la generazione anziana, la quale sembrava esaurita nel riformismo e nella propaganda spicciola. I limiti ideologici, tuttavia, delle due tesi contrapposte sono evidenti e toccò al Gramsci  puntualizzarli.

Infatti Gramsci, riandando alla polemica Tasca- Bordiga, in una nota del carcere, scrisse che: “l‘opportunismo culturalista” del primo era giustificato “dall‘estremismo economicistico” del secondo e che entrambe le tesi andavano viste come due aspetti “della stessa immaturità e dello stesso primitivismo”[32].

Concludendo si può affermare che, al di là  di un giudizio di merito circa l’una o l’altra posizione, il dibattito Tasca-Bordiga serve a farci toccare con mano la vivacità intellettuale delle giovani leve socialiste e ad indicarci la strada da percorrere per inserire il movimento giovanile socialista di quegli anni all’interno del processo storico del socialismo italiano[33].

Vi è qui la prima testimonianza del segno della nuova generazione socialista, e dell’accento particolare che vi introdusse lo studente Angelo Tasca. Infatti, egli fu il primo a porre la questione del rinnovamento culturale del partito[34].

3. Tasca e la nascita di “L’Ordine Nuovo”

Nel 1919, dopo la conclusione della prima guerra mondiale, le condizioni dell’Italia, la sua profonda crisi economico–politica, facevano pensare ad una sconfitta piuttosto che ad una vittoria.  Il dissesto economico e sociale era gravissimo: le masse popolari italiane subirono infatti nella prima metà del 1919 gli effetti di una congiuntura economica che si faceva via via più difficile.                                                                                                                                                                                                              Tutti i ceti si trovarono, per una ragione o per l’altra, in uno stato di insofferenza e disagio, e premevano con forza eversiva su uno stato la cui “macchina” era gravemente inceppata [35].

Crebbero l‘inflazione e il debito pubblico e alla mancata riconversione delle industrie di produzione militare in industrie civili si aggiunse la crisi dell’agricoltura e un conseguente aumento della disoccupazione.

Tale situazione congiunturale sviluppò i suoi effetti su di una classe lavoratrice che, nella sua componente operaia, aveva subito un notevole cambiamento rispetto all’anteguerra, mutamento dovuto principalmente alla crescita spettacolare che ebbero alcune industrie durante la guerra, tra cui la Fiat e l’Ansaldo.

La guerra aveva modificato radicalmente la struttura ed il tessuto della società italiana: era emersa una classe operaia nuova, formata nelle fabbriche militarizzate, più giovane e più impaziente di quella che aveva fatto le grandi lotte sindacali del periodo giolittiano[36] .

Come ha ben evidenziato Paolo Spriano,

“si ha così, per la prima volta in Torino, lo sviluppo di un gigantesco apparato produttivo e finanziario che è destinato  a dare la sua impronta decisiva a tutta la vita economica cittadina e alla stessa lotta sociale”[37].

Anche la maggioranza delle altre industrie torinesi poteva vantare alla fine della guerra “un notevole aumento di produzione, un ampliamento massiccio, e una cospiqua messe di profitti”[38].

Un indice della crescita industriale della città piemontese durante la guerra è costituito dall’aumento del numero degli operai. Spriano  stima in circa 150.000 il numero complessivo degli operai di fabbrica a Torino nel luglio 1918, cioè il doppio del 1913[39].

Per superare la crisi economica ed il ristagno politico istituzionale, si diffuse non solo tra i ceti operai, ma anche tra la larga massa dei contadini e nella piccola borghesia, la prospettiva di un superamento degli equilibri politici attraverso la realizzazione di un nuovo tipo di Stato, che fosse in grado di offrire un rinnovamento politico. E fu proprio tra le file del Partito Socialista che le masse cercarono la realizzazione di tale progetto: progetto che stava divenendo realtà nella Russia bolscevica (almeno così credevano i massimalisti italiani); la fine dello sfruttamento capitalistico, la creazione di uno Stato espressione dei lavoratori, un mondo senza guerre di conquista né oppressioni.

I grandi scioperi e le agitazioni salariali dimostravano come, con la lotta, la classe operaia riuscisse a darsi degli obiettivi politici per salvaguardare e migliorare il proprio tenore di vita e come fossero incisive l’ascendente bolscevico e la propaganda socialista a cavallo tra dopoguerra e  fascismo[40]. Le masse trovavano nella predicazione socialista  un modello di superamento della crisi e delle frustrazioni e la speranza di un prossimo rovesciamento dei rapporti, spinta dal clamore che suscitava la rivoluzione bolscevica, che da Pietroburgo scendeva rapidamente in tutta Europa. La rivoluzione russa infatti alimentava  il clima di attesa messianica, che si era instaurato nelle file massimaliste del Partito e nelle masse che gli facevano seguito, influenzate dalle scelte rivoluzionarie rappresentate dall’adesione alla III Internazionale[41].

In tale circostanza è interessante notare come Tasca, nelle pagine di Nascita e avvento del fascismo, considerando l’insufficienza rivoluzionaria del socialismo Italiano nel dopoguerra, sentisse il dovere di richiamare l’errore del messianismo come fatto diseducativo:

“Questi rivoluzionari dicono di voler fare come in Russia e ciò si riduce al ripetere, come allucinati, le formule che il successo dei bolscevichi ha messo in circolazione. Invece di partire dai problemi della rivoluzione italiana per cercare di scoprire le parole d’ordine che le corrispondono, essi partono da formule già fatte e male assimilate per arrivare alla rivoluzione, e cosi non metton capo a nulla. Quando i bolscevichi in Russia parlano di Soviet, i Soviet esistono, sono sorti spontaneamente, si riallacciano alla tradizione, per niente dimenticata, del 1905, ed esprimono le tendenze profonde di una democrazia di villaggio e di fabbrica le cui radici si affondano fin nel più lontano passato.[…]. Nell’Italia del 1919 la classe operaia resta senza programma e senza capi. Al programma del 1917, adottato dai socialisti, manca lo spirito rivoluzionario, mentre questo spirito si disperde e svanisce in formule accattate; da un lato l’anima non ha trovato il suo corpo, dall’altra il corpo è rimasto senz’anima. Nell’attesa le masse continuano a sognare; per alcune settimane, constata Mario Missiroli, il popolo ritornò fanciullo e ritornò alle sorgenti immacolate della fede. Queste masse non chiedono che di essere guidate verso qualche meta, purchè siano spinte innanzi, verso questo mondo nuovo di cui le ferite ancor slabbrate della guerra suscitano la febbrile attesa, ma la loro fede non trova interpreti. Alla mistica della Costituente si cerca di opporre la mistica dei Soviet , senza che né l‘una né l‘altra giungano a prender corpo. Non si oppongono come una realtà vivente ad un’altra realtà, ma come ombre ad altre ombre che occupano tutto l‘orizzonte politico e che chiudono, a destra come a sinistra, tutte le strade che portano al potere”[42].

In questa atmosfera politica, nacque, il 1° maggio 1919, “L’Ordine Nuovo”, ora che a guerra conclusa si era riunito il gruppo socialista torinese, dispersosi durante la Prima Guerra mondiale, costituito da Angelo Tasca, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini “quattro giovani, ex studenti, socialisti, che formavano solo ora un gruppo, lasciandosi in una comune impresa culturale”[43].

Il ritorno dal fronte di Tasca, Terracini e Togliatti li riunì a Gramsci, il quale fu l’unico a restare attivo nella politica socialista durante la Grande Guerra poiché fu esonerato dal servizio militare per la sua fragile costituzione fisica.

Per gli altri tre si trattava invece di riprendere la carriera politica.                                                                                                                                                                                                                     Ripartì tra loro l’idea di una rivista, di cui “La città futura” – numero unico del febbraio ‘17- redatto interamente da Gramsci, era stato una specie di incunabulo[44].

Il contesto politico e sociale nel quale nacque la rivista fu quello dell’attesa della rivoluzione.

Così scrive Paolo Spriano:

”Sono la classe operaia e gran parte delle masse contadine della penisola, a vivere profondamente più che la speranza, la certezza  di un arrovesciamento imminente, ad avvertirne l‘avvicinarsi sia dai clamori di una rivoluzione che da Pietroburgo pare espandersi per tutta l‘Europa […] sia dall’impulso che parte dalle fabbriche e dai campi italiani per un nuovo potere operaio e contadino”[45].

Il clima rivoluzionario del 1918-1919 pose ai giovani socialisti  piemontesi il problema di trovare il modo di partecipare alla vita politica  e di influenzare i dibattiti che si stavano svolgendo all’interno del Psi. Gramsci e i suoi vecchi compagni socialisti dell‘università intendevano servirsi di “L’Ordine Nuovo” per contribuire alla formazione di una nuova cultura proletaria che riuscisse a soddisfare il loro desiderio di rompere con le vecchie abitudini del partito socialista.

Si doveva, infatti, tener conto della gigantesca novità rappresentata dalla Rivoluzione Sovietica[46].                                                                                                                                                                                                                                                                           Ammiratori entusiasti della rivoluzione bolscevica, i redattori di “L’ Ordine Nuovo” adottarono una prospettiva decisamente internazionalista anche se, nel 1919, conoscevano dell’esperienza bolscevica solo quanto trapelava attraverso il muro della censura.

L’esempio russo serviva più come ispirazione per una più impegnata militanza che come modello assoluto di organizzazione politica[47].

L’idea iniziale fu quella della necessità per il proletariato di costruirsi una propria cultura, base essenziale per lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria; ma essa includeva, preventivamente, l’acquisizione di strumenti più ampi, ivi comprese le maggiori tradizioni che avevano preceduto l’avvento della classe operaia sulla scena mondiale, a cominciare dall’insieme di manifestazioni (scientifiche, artistiche, letterarie…) che potevano essere riassunte nella formula della grande cultura borghese. Nel pensiero di Gramsci la rivoluzione più che un atto, costituiva un processo, alla cui base doveva esserci lo sforzo di crescita di consapevolezza politica, e, dunque, di preparazione culturale delle classi lavoratrici. Di qui l’importanza decisiva dello sforzo volto ad aiutare il proletariato ad istruirsi (“istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, era una delle scritte che occhieggiavano sulla testata del settimanale), e più in generale della battaglia delle idee, del lavoro pedagogico e culturale, che procurò agli “ordinovisti”, come incominciavano ad essere chiamati, le accuse di “culturalismo” soprattutto da parte di Amadeo Bordiga[48].

“L’Ordine Nuovo”, “rassegna settimanale di cultura socialista”, fu l‘esito di questo percorso: il numero 1° uscì in un’occasione eccellente per farsi conoscere: il primo maggio; l‘anno era il 1919[49].

Nacque così, di comune accordo, il progetto del settimanale “L’Ordine Nuovo” e a Tasca, più radicato degli altri nelle organizzazioni economiche del movimento operaio, fu affidato il compito di reperire la somma necessaria per renderne possibile la pubblicazione[50].

Sull’impostazione programmatica della nuova rivista molto si è scritto, dopo la polemica interna che divise il gruppo ordinovista nel 1920; al di là di tale discussione, per ora interessa esaminare il nascere della rivista sotto il profilo politico programmatico.

“L’Ordine Nuovo” visse e si sviluppò in una singolare autonomia. Il suo orizzonte fu quello del movimento suscitato dall’Internazionale piuttosto che quello italiano; il suo interesse per le lotte interne al PSI (e anche per la situazione politica nazionale) fu secondario, fino a divenire una causa di isolamento , via via più grave[51].

Così scrive Paolo Spriano:

“La rivista non sorge come organo o espressione […] né della sezione socialista, né del fascio giovanile del partito, bensì come tentativo particolare di impostare, senza dover assumere una rappresentanza o una responsabilità specifica di corrente politica, un discorso ideale che valga appunto a mobilitare le intelligenze e le volontà socialiste. Il lettore a cui si pensa è il giovane, l‘operaio colto,  lo studente, l‘intellettuale […]”[52].

Alla nuova generazione socialista torinese, infatti, apparve necessario ed irrinunciabile avere una propria rivista, sulle cui colonne sviluppare temi di studio, suscitati soprattutto dalla costituzione della III Internazionale, fondata a Mosca nel marzo 1919, e dalla  rivoluzione bolscevica, intesa non soltanto come momento storico del popolo russo ma anche come inizio del processo storico verso la rivoluzione mondiale[53].

Interessante è, dunque,  risaltare la posizione di Tasca in relazione al Comintern.                                                                                                                                                                                        Come Serrati, anche Tasca era convinto che la prova determinante per la partecipazione al nuovo movimento internazionale sarebbe stata costituita dalla passata opposizione alla guerra piuttosto che da istanze presenti o future. Per quanto riguardava questo aspetto, egli concordava con la posizione della maggioranza dei massimalisti italiani che avevano aderito alla Terza Internazionale senza un’idea precisa di cosa questa adesione avrebbe potuto comportare in futuro.

Nel 1919 la nuova Internazionale era il simbolo di una rottura con un passato socialista che non era stato in grado di fermare la carneficina della grande guerra[54].

Così affermò Angelo Tasca:

“Orbene la nostra generazione è oggi dominata dalla guerra e dall‘idea della necessità di un mutamento radicale del sistema sociale per impedire che la guerra ritorni”[55].

Secondo Tasca un ritorno al passato non sarebbe stato possibile poiché la rivoluzione russa aveva inaugurato un’era nuova[56].

Tasca affermò inoltre che:

“la Terza Internazionale non segna un dissidio di tendenza dalla Seconda; è una realtà diversa, affatto nuova, poiché in essai singoli gruppi vivono già in funzione dell‘Internazionale”[57].

Il settimanale in breve diventò famoso come “il giornale dei Consigli di Fabbrica”,  come lo stesso Gramsci ricordò in seguito[58]; esso costituì la coscienza teorica di quel movimento consiliare i cui prodromi abbiamo visto sorgere nelle fabbriche torinesi dell’immediato dopoguerra[59].

Ma è ancora più importante sottolineare, come vedremo in seguito,  che la rivista diventò il luogo dell‘asperrima polemica tra Angelo Tasca ed Antonio Gramsci in relazione al modo di intendere la funzione dei Consigli di Fabbrica ed il loro rapporto con il partito  e, soprattutto, con il sindacato[60].

Il conflitto sui Consigli di Fabbrica  si manifestò apertamente nella primavera del 1920, quando Tasca abbandonò definitivamente “L’ Ordine Nuovo”.

4. Angelo Tasca al Congresso di Livorno

La cosiddetta “scissione di Livorno” fu la separazione avvenuta all’interno del Partito Socialista Italiano il 21 gennaio 1921, in seguito alla quale nacque il Partito Comunista d’Italia.

Durante il XVII Congresso socialista, presso la sala del Teatro Goldoni, la corrente di estrema sinistra del Partito Socialista Italiano, guidata da Amadeo Bordiga e dalla corrente torinese ordinovista, abbandonò la sala, convocando presso il Teatro San Marco il congresso costitutivo da cui sarebbe nato il Partito Comunista d’Italia.

Era l’epilogo di una lunga divisione interna ai socialisti, che fin dal 1919 si erano trovati nel dilemma se accettare o meno interamente le condizioni poste da Lenin per entrare nella Terza Internazionale[61].                                                                                                                                                 La scissione dei comunisti dal Partito Socialista Italiano avvenne sui famosi 21 punti di Mosca, che delimitavano in modo netto la differenza delle posizioni politiche dei rivoluzionari da quelle dei riformisti e che costituivano le condizioni per l’ingresso nell’Internazionale Comunista, la quale aveva come principale obiettivo l’estensione della rivoluzione proletaria su scala mondiale.

Tuttavia all’origine della scissione vi furono non soltanto i ventun punti dell’Internazionale comunista ma anche il fallimento dell’occupazione delle fabbriche metallurgiche e la mancata rivoluzione[62].

In un certo senso l’occupazione delle fabbriche metallurgiche fu proprio la dimostrazione del fatto che il movimento operaio italiano non aveva una sua strategia rivoluzionaria e che non vi era nessun rapporto reale tra una progettazione come quella dei Soviet ed un riscontro pratico[63].

Così scrive Paolo Spriano:

“I Consigli di Fabbrica sorgono in molte città ma non è loro indicato alcun obiettivo concreto di lotta.[…]. Non c’ è dubbio che una certa faciloneria massimalistica, una certa ‘psicologia parassitaria’ oltre alla stanchezza di due anni di ‘ginnastica rivoluzionaria’, si siano ormai impadronite anche di gruppi operai e sulla loro remissività giocheranno i capi sindacali riformisti nel ricattare il partito”[64].

Si legge nel volume di Aldo Agosti Storia del PCI:

“La data di nascita ufficiale del Partito Comunista d’Italia[65], come dapprima si chiamò, è il 21 gennaio 1921. Quel giorno una minoranza dei delegati che prendevano parte al XVII Congresso del PSI a Livorno abbandonarono il teatro Goldoni dove si teneva l’assise e si riunirono nei locali di un altro teatro, il San Marco […]. In quell‘ambiente […] il Congresso votò le deliberazioni che sancivano il distacco dal Partito Socialista ed eleggevano gli organi dirigenti del nuovo partito.  Come per tutti o quasi i partiti socialisti d‘Europa, la fondazione del PCI aveva origine dal concorso di due ordini di cause: il precipitare delle divisioni ormai da tempo sedimentate all‘interno del Partito socialista, con la separazione della sua “anima” rivoluzionaria da quella riformista, e la decisione del nuovo centro della rivoluzione mondiale, la Terza Internazionale comunista sorta a Mosca nel marzo 1919 per iniziativa dei bolscevichi”[66].

Dunque, anche il movimento operaio italiano non fece eccezione considerando peraltro che al suo interno le divergenze tra socialismo e sindacalismo rivoluzionario erano iniziate già ben prima dello scoppio della guerra, durante la quale tali differenze si erano sempre più accentuate.

Su questo sfondo il Partito Comunista d’Italia fu uno degli ultimi a costituirsi in Europa poiché il PSI finora era riuscito, anche se spesso solo di facciata, a mantenere l’unità al suo interno, come  fece in occasione dello scoppio della guerra.

Il Partito Socialista, restando sulla linea  dell’antimilitarismo, si ritrovò infatti sostanzialmente unito sotto lo slogan “Né aderire né sabotare”.

”L’antibellicismo del PSI contribuì in qualche misura ad eludere una serie di nodi politici e organizzativi che più tardi sarebbero venuti al pettine: gli conferì l‘immagine di un partito rivoluzionario e intransigente, capace di raccogliere sotto la sua bandiera tutto il movimento di rivolta delle classi subalterne contro l’ordine sociale esistente”[67].

A guerra conclusa, però, il PSI non riuscì a mantenere tale equilibrio a causa dell’inadeguatezza delle sue strutture organizzative, inadatte a gestire quello che era ormai divenuto un partito di massa: nel 1920 gli iscritti al PSI  si erano quasi quadruplicati rispetto a quelli del 1914 superando la cifra di 200.000.

Questo portò ad una modifica della fisionomia geografica e sociale che il Partito non fu in grado di gestire continuando il PSI ad essere soprattutto un’organizzazione di propaganda, senza un legame diretto con le masse, alle quali giungeva soltanto attraverso le federazioni di mestiere e le Camere del Lavoro. Le sue sezioni erano essenzialmente circoli locali di cultura e di propaganda, non collegati fra loro da una direzione politica comune a livello provinciale e regionale.

Su questo sfondo presero forma  le diverse componenti che sarebbero poi confluite nel PCI. La prima di queste a muoversi con decisione sulla strada della scissione fu quella “astensionista” capeggiata da Amadeo Bordiga, rappresentante da tempo della critica più intransigente al riformismo, il quale già al Congresso di Bologna si era presentato come il capo di una corrente organizzata che si era qualificata con la presentazione di una mozione contraria alla partecipazione dei socialisti alla lotta elettorale[68].

Quale fu la posizione di Tasca  a Livorno?

Per Angelo Tasca Livorno fu

“il passo doloroso ma necessario per superare quello che gli pareva il vero equivoco del partito, ossia il massimalismo vano, parolaio, inconcludente, il massimalismo che disperde e brucia le energie in una continua rincorsa di parole rivoluzionarie estreme, senza preparare il terreno perché almeno qualcuna di quelle parole, di quei miti , di quegli obiettivi politici si traduca in realtà.[…]. Ora, proprio mentre, con la vittoria dei repubblicani alle elezioni presidenziali statunitensi, svaniscono le illusioni wilsoniane di un internazionalismo solidale della borghesia, l’internazionalismo proletario si presenta come unico interprete di un nuovo ordine mondiale che, consegnando il potere nelle mani dei lavoratori, offra al mondo una prospettiva di pace e cooperazione vera. D’altro canto, la necessità di un partito che sappia dirigere e indirizzare ad un fine il vasto movimento di lotta ( necessità sempre più acutamente avvertita, dopo le deludenti esperienze del rapporto con la direzione socialista, durante l‘occupazione delle fabbriche nell‘autunno del 1920), lo induce a volgersi decisamente alla prospettiva leninista.[…]. Perché, dunque, se queste sono le premesse, è in lui trasparente una certa delusione per come si svolgono i lavori del Congresso di Livorno? Perché, a differenza di quelle che sono le sue aspettative, la scissione non riesce a ‘convertire’ ad una prospettiva comunista il grande corpo dell‘ala massimalista , maggioranza nel partito”[69].

La scissione avvenne, insomma, a sinistra e non a destra. Cosi prosegue Sergio Soave:

“Ora, tra Turati e i fautori della Terza Internazionale c’erano davvero posizioni incompatibili e la scissione era inevitabile. Ma come mai la scissione più che isolare i turatiani ha viceversa isolato i comunisti?? […] La scissione che, avvenendo a destra, avrebbe radunato i rivoluzionari massimalisti, separandoli dai riformisti turatiani, avvenendo invece a sinistra, ha rotto l‘unità su basi false”[70].

Tasca affermò così come riteneva che i traditori fossero stati i serratiani:

“Non i comunisti  che hanno fatto il loro dovere per l‘unità, perché hanno cercato di ricostruire il partito, escludendone i riformisti, in modo organico, su basi uniformi […] e hanno offerto di conservare al partito i loro sessantamila aderenti, purché ne venissero eliminati le poche migliaia di riformisti. Chi ha tradito sono i serratiani  che hanno preferito obbligare ad uscire i sessantamila comunisti per non perdere i quindicimila riformisti, hanno preferito non scontentare i cugini della Confederazione del Lavoro, piuttosto che seguire i criteri dei compagni della III Internazionale”[71].

Secondo il socialista di Moretta, “alla pattuglia comunista”, che si credeva più numerosa di quanto essa era in realtà , come avrebbero rivelato i risultati elettorali di qualche mese dopo[72],

“non resta che riprendere il lavoro, seriamente, ostinatamente. Perder poco tempo in diatribe, in polemiche inutili e ricostruite […]. Il tempo è galantuomo e ci darà ragione […] coordiniamo il nostro lavoro metodico, cosciente, appassionato”[73].

Furono tre fattori a favorire la propensione di Tasca al nuovo partito: la sua volontà di espellere i riformisti; il desiderio di superare la paralisi del Psi rifondando il movimento su una base completamente nuova; e , soprattutto, l’interesse di restare nella Terza Internazionale.

Nonostante la sua propensione per il nuovo partito, l’adesione di Tasca rimase alquanto ambigua.

Egli infatti non prese parte al Congresso di Livorno e cercò un ruolo mediatorio, dichiarando esplicitamente che la scissione di Livorno aveva dei difetti che avrebbero dovuto essere corretti[74].

Per Tasca, infatti,  a Livorno gli equivoci si erano perpetuati e ciò aveva accresciuto di nuovo  i problemi del movimento operaio. Per recuperare egli si immerse nel lavoro sindacale, essendo stato nominato responsabile nazionale del partito con il compito di spostare a favore dei comunisti gli equilibri interni della CGdL, motivo per cui entrò presto in collisione con il bordighismo[75].

II. Angelo Tasca e la questione dei Consigli di Fabbrica

1. La nascita dell’ipotesi consiliare: le tesi di Gramsci

La stagione dei Consigli di Fabbrica, la cui elaborazione fu teorizzata dal gruppo di “L’Ordine Nuovo”, guidato da Antonio Gramsci, coincide con la seconda fase del biennio rosso: essa ebbe luogo tra la fine del 1919 e la primavera del 1920. Questa nuova forma di rappresentanza operaia in fabbrica nacque nel settembre 1919 alla Fiat di Torino; il capoluogo piemontese rappresentò dunque l’epicentro della nuova iniziativa operaia[76].

I Consigli di Fabbrica furono degli organismi formati da rappresentanti dei lavoratori all’interno delle aziende che si prefissero di lottare contro le tendenze burocratiche del sindacato, di appoggiare le azioni del proletariato e di rappresentare delle organizzazioni che abbracciassero tutti gli operai.

L’ispirazione soviettista riuscì ad essere formulata a Torino poiché la Commissione Interna, in quanto istituto sindacale, aveva già nella cittadina torinese una storia ventennale[77].

Nata per iniziativa dei fonditori in metallo di Milano nel 1896 e diffusasi anche in altre località attorno al 1900, la Commissione Interna fu rivendicata per la prima  volta dall’Unione Fonditori di Torino nel 1901, senza successo. Il primo riconoscimento ufficiale, da parte padronale, della Commissione Interna si ebbe con l’importante concordato stipulato tra l’Itala e la Fiom nell’ottobre 1906[78].

Il problema del rapporto della Commissione Interna con l’organizzazione sindacale iniziò ad essere affrontato esplicitamente nel 1918, con la fine della Prima Guerra Mondiale, quando nelle fabbriche di Torino si accese la discussione sulle strutture rappresentative di base del movimento operaio.

Nel settembre 1918 alcuni membri della Commissione Interna dello stabilimento Farina, di fronte alla questione posta sulle pagine dell’”Avanti!” da un gruppo di operai, se la Commissione Interna dovesse rappresentare la classe operaia oppure il sindacato, risposero che loro, in quanto eletti dalla massa operaia, rappresentavano questa e non l’organizzazione sindacale[79].

Così fu descritta la situazione relativa alla Commissione Interna da Paolo Spriano:

“La C.I. esiste, dunque, almeno in ogni grande stabilimento metalmeccanico, è tollerata dalla parte industriale, ma rimane essenziale motivo di dibattito e di lotta il suo funzionamento, come i suoi compiti, i suoi limiti, i suoi rapporti colla direzione e coll’organizzazione. Il mandato, occasionale o permanente, dei membri di C.I. è tutt’altro che pacifico e inconcusso”[80] .

Quando “L’Ordine Nuovo” cominciò a studiare il problema, lo stato della Commissione Interna era il seguente: un organismo, lungamente richiesto e rivendicato dai lavoratori, che si presentava però ancora scarsamente democratico e poco rappresentativo poiché la scelta dei membri di Commissione Interna era gestita quasi interamente dalla Fiom, i modi di elezione erano ancora rudimentali, circoscritti ad un’assemblea disordinata e l’elettorato era ristretto ai soci federati. Restava dunque inespressa e non esaudita l’esigenza che gli operai avvertivano di un organismo autonomo e democratico che li rappresentasse: tali caratteristiche non potevano evidentemente  rispondere al tentativo operato da una parte di operai e di sindacalisti di calare nella realtà delle fabbriche torinesi quelle nuove forme di rappresentanza politica che erano i Soviet russi[81].

Il passaggio dalle Commissioni interne all’ipotesi consiliare dei Consigli di fabbrica può essere di fatto ricondotto all’editoriale di Gramsci, Democrazia operaia, pubblicato su “L’Ordine Nuovo”, non firmato, in data 27 giugno 1919, che rappresentò una svolta in quanto diede l’avvio al cammino teorico e pratico che condusse all’istituzione dei primi Consigli di Fabbrica[82]:

“Un problema si impone oggi assillante a ogni socialista che senta vivo il senso della responsabilità storica che incombe sulla classe lavoratrice e sul Partito che della missione di questa classe rappresenta la consapevolezza critica e operante.

Come dominare le immense forze sociali che la guerra ha scatenato? Come disciplinarle e dar loro una forma politica che contenga in sé la virtù di svilupparsi normalmente, di integrarsi continuamente, fino a diventare l’ ossatura dello Stato socialista nel quale si incarnerà la dittatura del proletariato?Come saldare il presente all’avvenire, soddisfacendo le urgenti necessità del presente e utilmente lavorando per creare e anticipare l ‘ avvenire?”[83].

Il presupposto era l’analisi della crisi rivoluzionaria e la soluzione del problema consisteva in una nuova impostazione del rapporto tra spontaneità della masse e direzione consapevole. La novità  dell’articolo consisteva nell’aver impostato il problema delle commissioni interne di fabbrica come quello di futuri organi istituzionali del potere proletario in un nuovo sistema di democrazia operaia[84].

“Lo stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata”[85].

Questa affermazione costituiva già un programma di lavoro poiché esprimeva la consapevolezza degli obiettivi e un punto di partenza, in quanto, secondo Gramsci,

“collegare tra loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente, pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare già fin d’ora una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente ed attiva con lo stato borghese, preparata fin d’ora a sostituire lo stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale”[86].

Gli istituti da cui Gramsci intendeva partire per instaurare la democrazia operaia erano le Commissioni Interne. Secondo quanto disse lo stesso Gramsci il 24 giugno 1919, durante una assemblea della Sezione Socialista torinese,

“perché la rivoluzione da semplice fatto fisiologico e materiale diventi atto politico e inizi un’era nuova, è necessario che essa si incorpori in un potere già esistente, il cui sviluppo sia inceppato e compresso dalle istituzioni del vecchio ordine. Questo potere proletario deve essere emanazione diretta, disciplinata e sistematica, delle masse lavoratrici, operaie e contadine. É  necessario dunque instaurare una forma di organizzazione che assorba e disciplini permanentemente le masse operaie: gli elementi di questa organizzazione devono essere cercati nelle commissioni interne d fabbrica, secondo le esperienze della rivoluzione russa e ungherese, e secondo le esperienze prerivoluzionarie  delle masse lavoratrici inglesi e americane che, attraverso la pratica dei comitati di fabbrica, hanno iniziato quell’ educazione rivoluzionaria e quel mutamento di psicologia che, secondo Carlo Marx, devono essere considerati il sintomo più promettente  dell’ avvicinarsi della realizzazione comunista”[87].

Questi compiti di costruzione politica si dovevano concretizzare nella necessità, da parte del proletariato, di creare il proprio Stato:

“La rivoluzione è tale e non una vuota gonfiezza della retorica demagogica, quando si incarna in un tipo di Stato, quando diventa un sistema organizzato del potere […].La rivoluzione proletaria è tale quando dà vita e si incarna in uno Stato tipicamente proletario , che svolge le sue funzioni essenziali come emanazione della vita e della potenza proletaria”[88].

L’idea che emerse con maggiore evidenza dallo scritto gramsciano su Democrazia operaia, fu quella di puntare a creare una organizzazione che tendesse ad includere l’intera classe lavoratrice e che fosse suscettibile di svilupparsi e di estendersi sino a identificarsi con il nuovo Stato operaio.

Furono così impostate tre questioni :

-quella dell’unità di tutti gli operai della fabbrica;

-quella dell’unificazione degli operai con gli altri lavoratori della fabbrica (impiegati, tecnici);

-quella dell’unificazione dei lavoratori della fabbrica con gli altri lavoratori esterni alla fabbrica, soprattutto con i contadini[89].

Le due principali caratteristiche del Consiglio di fabbrica furono costituite dalla rappresentanza operaia per unità produttiva (l’elezione dei commissari reparto per reparto) e dall’attribuzione dell’elettorato anche agli operai disorganizzati[90].

La questione del voto agli operai disorganizzati fu affrontata per la prima volta da “L’Ordine Nuovo” il 16 agosto 1919 con l’articolo di Ottavio Pastore Il problema delle commissioni interne:

“Come devono essere formate le Commissioni? Vi è una tendenza a farle nominare dalle Organizzazioni. A parte la difficoltà pratica di fare accettare questa forma dagli industriali e dalle stesse masse in parte disorganizzate, non mi sembra essa accettabile poiché sostituisce troppo, alla iniziativa diretta della massa, la pressione dall’esterno. Ma se le C.I. devono essere elette direttamente dagli interessati, devono alle elezioni partecipare anche i disorganizzati? Credo sia questo inevitabile, poiché, in caso contrario, si avrebbe una troppo grave diminuzione dell’autorità delle C.I. e potrebbonsi creare dei gravi dissidi”[91].

 

Con l’articolo Il problema delle Commissioni Interne fu inoltre affrontato il problema  del rapporto tra l’istituto operaio e il sindacato. Le nuove Commissioni Interne dovevano costituire la struttura di base di sindacati:

“Come fondamento mi sembra debba porsi la necessità di non creare un istituto che possa mettersi in contrasto con i Sindacati di mestiere. Ciò avverrebbe inevitabilmente se non si riuscisse ad inquadrare le Commissioni interne nei Sindacati stessi, trasformando questi nei modi più opportuni. Il sindacato è l’organo che il proletariato si è creato per le sue lotte di contrapposto agli istituti della borghesia parlamentarista. Ma esso raccoglie le masse operaie all’infuori della fabbrica, mentre le Commissioni interne agiscono nella fabbrica stessa, e sono quindi in grado di raggruppare più facilmente e più spontaneamente le maestranze e di esserne le migliori e più dirette espressioni.[…].

Si tratta quindi, secondo me, di fare delle Commissioni interne la base dei Sindacati fondendo i due sistemi ed utilizzando tutti i vantaggi che se ne possono ritrarre”[92].

I problemi da risolvere secondo l’autore erano dunque:

– l’organizzazione delle Commissioni interne;

-il funzionamento e il coordinamento delle stesse;

– l’ inquadramento dei sindacati[93].

Una maggiore decisione nello stabilire “l’indipendenza” delle strutture di rappresentanza operaia in fabbrica dai sindacati fu delineata dall’articolo Verso nuove istituzioni di Andrea Viglongo, pubblicato il 30 agosto 1919, in cui, oltre ad essere ribadito il principio dell’estensione dell’elettorato ai disorganizzati, veniva evidenziato come il nuovo organismo operaio dovesse avere struttura e funzioni differenti da quelle dei sindacati:

“Io penso che gli organismi nuovi, portanti l’impronta ed in sé il germe della costituzione soviettista, debbano sorgere e svilupparsi autonomamente. Il loro compito è di disciplina e di preparazione, quindi completamente diverso da quello dei sindacati che è di difesa e potrebbe essere di coordinamento. Fino al passaggio dei poteri agli organismi soviettisti – alle commissioni interne e graduale gerarchia elettiva e direttiva fino al consiglio dei Commissari – essi sindacati continuerebbero nello svolgimento dell’opera di coordinamento, da affidare allora poi all’ente competente, al consiglio supremo di economia pubblica di cui anche entrerebbero a far parte”[94].

Il dibattito sul rinnovamento delle Commissioni interne ricevette, dunque, il suo contributo maggiore dalle pagine de “L’Ordine Nuovo”. Il redattore torinese della rivista, Mario Montagnana, espresse un curioso parallelo culturale affermando che ”L’Ordine Nuovo” dovesse essere per i giovani socialisti ciò che era stata “La Voce” per la borghesia, ossia il fulcro attorno a cui tutte le intelligenze e volontà si sarebbero dovute concentrare[95].

Da allora e durante  tutto il 1920 la “rassegna di cultura socialista” torinese costituì lo specchio e la forza impetuosa del dibattito accesosi nelle fabbriche volto alla comprensione dell’esperienza sovietica ed al suo allargamento[96]. Già nell’estate del 1919 l’idea di trasformare la vecchia struttura di rappresentanza operaia aziendale in un nuovo organismo, eletto dalla generalità degli operai, divenne l’idea forza di “L’Ordine Nuovo”, impegnando le sue migliori energie[97]. ”L’Ordine Nuovo” diventò motore propulsivo del movimento dei Consigli di fabbrica, suo centro, suo organo. Il fuoco dell’attenzione del gruppo redazionale si era spostato verso la fabbrica, con l’analisi dei suoi meccanismi e lo studio dei fattori della produzione: in essa Gramsci e i suoi compagni vedevano il germe dello Stato proletario di domani, il nucleo della nuova città dei produttori da costruirsi con la rivoluzione[98]. Così afferma Angelo D’Orsi nel suo libro L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia :

“Nella società capitalistica esistono già centri di vita proletaria: le Commissioni interne nell’officina, i circoli socialisti, le comunità contadine; si tratta di svilupparli, portarli a maturazione come organi di contro potere che al momento opportuno siano in grado di scalzare e sostituire il potere borghese, mostrando anzi di sapere gestire meglio tutti i problemi della produzione e organizzazione del lavoro.[…] Integrandole con gli altri organi di rappresentanza di operai e contadini, formando una serie di cerchi concentrici che, al di là delle tessere del sindacato e del partito stesso, darebbero vita a un autentico tessuto di autogoverno del proletariato. È ciò che Gramsci, in un famoso articolo scritto in accordo con Togliatti, chiama democrazia operaia”[99].

La collezione della rivista mostra come non vi sia stato un solo numero nel quale non fosse stato pubblicato del materiale sul tema del movimento internazionale dei Consigli operai; dalla relazione di Lenin al I Congresso dell’Internazionale Comunista del marzo 1919[100], dove si valorizzava col potere dei Soviet in Russia, il sistema dei Consigli in Germania e gli Shop Sterwards Committees in Inghilterra, alla conferenza di Bela Kun dinanzi agli operai ungheresi, dalle precisazioni di Jules Humbert Droz sulla natura dei Consigli, alle indicazioni del convegno tenuto ad Amsterdam nel febbraio 1920, dalle citazioni di Georghi Lukacs sino all’appello di  Zinoviev [101].

“L’Ordine Nuovo” si sviluppò, dunque, in una singolare antinomia. Il suo orizzonte fu quello del movimento suscitato dall’Internazionale, piuttosto che quello italiano; l’interesse ordinovista per le lotte interne al PSI fu infatti secondario[102]. Così affermò Gramsci:

“Bisogna studiare ciò che avviene in mezzo alle masse operaie. Esiste in Italia, come istituzione della classe operaia, qualcosa che possa essere paragonato ai Soviet? […] Sì, esiste in Italia, a Torino, un germe di governo operaio, un germe di Soviet: è la Commissione Interna. Studiamo questa istituzione”[103].

I Consigli di Fabbrica conquistarono nel giro di pochi mesi le fabbriche di Torino con rapidità e successo. Per gli operai torinesi un organismo che esprimesse i propri interessi e difendesse all’interno della fabbrica i propri diritti, in materia di applicazione del contratto di lavoro, in materia di cottimi, di norme disciplinari, di orari e di qualifiche non era stato mai prima di allora attuato[104]. I metallurgici torinesi sentivano che il Consiglio, se ancora non era divenuto l’organo operaio del controllo della produzione e della distribuzione del lavoro, era però già in grado di difendere gli interessi dei lavoratori molto meglio della vecchia Commissione interna[105].

L’autunno del 1919 segnò il momento di massima espansione del movimento dei Consigli; il movimento aveva conquistato tutte le fabbriche di Torino e della sua cintura.

Le prime realizzazioni pratiche del nuovo sistema  di formazione delle Commissione interne furono attuate nel mese di settembre dagli operai degli stabilimenti della Fiat Brevetti, a cui seguirono, sempre nello stesso mese, quelli della Fiat Centro, della Fiat  Barriera di Nizza, della Fiat Diatto, della Fiat Lingotto, quindi della Savigliano e della Lancia: tutti gli operai degli stabilimenti eleggevano i loro Commissari di reparto (iscritti alla Fiom), i quali componevano il Consiglio di Fabbrica e  avevano il compito di dare espressione al Comitato esecutivo o Commissione interna[106].

I Consigli, a differenza delle Commissioni interne, erano eletti da tutti gli operai, quindi anche da quelli che non erano iscritti ai sindacati e il venir meno di questa distinzione generò presto la contrarietà da parte dei riformisti[107].

Il 31 ottobre 1919 si tenne la prima riunione cittadina dei Comitati Esecutivi dei Consigli di Fabbrica, durante la quale fu approvato un preciso programma di azione politica, il programma dei Commissari di reparto, “dei concetti che informano il sorgere della nuova forma di potere proletario”[108].

Tale programma propose una prima normativa sulla questione dei rapporti tra Consigli e Sindacato, a partire dalla considerazione che ai sindacati spettasse la funzione

“di contrattare per la collettività con gli organi padronali buone condizioni di salario, di orario, e di regolamento di lavoro per intere categorie, dedicando tutta la competenza acquisita nel passato di lotta alla preparazione di concordati chiari, perspiqui che veramente rispecchino le necessità attuali del lavoro e della psicologia degli operai di fabbrica”[109].

Mentre ai Consigli spettava un compito sostanzialmente diverso, nelle prospettive e nei contenuti politici, poiché

“I Consigli incarnano il potere della classe lavoratrice organizzata per officina, in antitesi con l’autorità padronale che si esplicita nell’officina stessa, socialmente incarnano l’azione di tutto il proletariato solidale con la lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata”[110].

Veniva inoltre delineato il ruolo dei Commissari di fabbrica:

“I commissari di fabbrica sono i soli e veri rappresentanti sociali (economici e politici) della classe operaia, poiché sono stati eletti attraverso il suffragio universale da tutti i lavoratori sul luogo di lavoro stesso.  Ai diversi gradi della loro gerarchia, i commissari rappresentano l’unione di tutti i lavoratori così come si realizza negli organismi di produzione (squadre, reparti, unione delle officine di un’industria, unione degli stabilimenti di una città, unione degli organismi produttivi dell’industria meccanica ed agricola di un distretto, di una provincia, di una regione, della nazione, del mondo) di cui i Consigli ed il sistema dei Consigli rappresentano il potere e la direzione sociale”[111].

Assieme al programma fu votato anche un Regolamento Generale, che definiva l’elezione, i poteri e i compiti dei commissari di reparto ed i loro rapporti con i sindacati. Questo documento costituisce l’esposizione più dettagliata della struttura e delle funzioni del Consiglio di fabbrica che si possa trovare sulle pagine de “L’Ordine Nuovo”. Esso non raggiunse mai una realizzazione completa a causa dell’opposizione degli industriali, i quali non accettarono mai di riconoscere i Consigli e anzi si adoperarono per stroncarli, ma anche a causa della diffidenza dei vertici nazionali del sindacato, i quali non riconobbero il principio del voto ai disorganizzati[112].

Il Regolamento Generale così definiva il Consiglio di fabbrica all’articolo 1 :

“Il Consiglio di fabbrica è formato dall’Assemblea dei Commissari di reparto della stessa fabbrica. Essi sono nominati per reparto di fabbrica, ed il loro numero, fissato ora provvisoriamente dalle Commissioni interne, sarà stabilito definitivamente dal Consiglio di fabbrica. In seguito ogni Consiglio di fabbrica fisserà il numero dei candidati in rapporto al numero degli operai del reparto”[113].

Con l’articolo 5 veniva invece definita la figura dei Commissari:

“Il Commissario deve continuamente godere la fiducia degli elettori: esso è quindi revocabile in ogni istante. Se la sua opera risulta sconfessata dalla maggioranza dell’assemblea di reparto o dall’assemblea di fabbrica il mandato si intenderà subito revocato ed il Consiglio di fabbrica indirà le elezioni di reparto. L’assemblea di fabbrica di conseguenza rifiuta il diritto di rappresentanza al commissario che trovandosi in queste condizioni non si sarà fatto rivedere il mandato”[114].

Il Commissario aveva un duplice compito:

a) rappresentare gli operai organizzati del suo reparto per il controllo dell’organizzazione di categoria cui era iscritto;

b) rappresentare tutti gli operai (organizzati e no) del suo reparto per la loro difesa economica e per la loro azione sociale[115].

“Il sorgere dei commissari dimostra  che il trattare i prezzi nel campo della concorrenza borghese, e l’amministrare i mezzi di produzione e le masse d’uomini sono due funzioni distinte. La prima ha uno scopo che si può dire commerciale, e che consiste nell’avvalorare, su un dato mercato borghese, il lavoro di una categoria, per venderlo a maggior prezzo(funzione esercitata dai sindacati); mentre la seconda ha lo scopo potenziale di preparare uomini, organismi e concetti, con una continua opera prerivoluzionaria di controllo, perchè siano pronti a sostituire l’autorità padronale nell’impresa, a inquadrare in una nuova disciplina la vita sociale; è questa la funzione dei commissari che, per il meccanismo stesso di formazione, rappresentano il più democratico dei poteri”[116].

La funzione del sindacato dunque, di cui anche i Commissari facevano parte, si limitava alla contrattazione salariale e normativa:

“I sindacati di mestiere e di industria dovranno continuare nella loro attuale funzione, che è quella di contrattare per la collettività cogli organi padronali buone condizioni di salario, di orario e di regolamenti di lavoro per intere categorie”[117].

Rispetto al sindacato, compito dei Commissari di reparto, espressione di tutta la massa lavoratrice, era dunque quello di fare valere la volontà della massa all’interno del sindacato e di controllare l’operato di quest’ultimo, motivo per cui al Commissario era imposto di essere iscritto al sindacato. Gli operai disorganizzati avevano dunque l’elettorato attivo ma non quello passivo:

“Il suffragio in questo sistema non è ancora universale, e ciò per ragioni contingenti: esiste ancora una borghesia con numerosi servi, esistono ancora dei proletari non coscienti disorganizzati, che se possono e devono avere il diritto al voto per esercizio della loro volontà, non devono avere il diritto  alla candidatura: a essere cioè investiti di un’autorità che deve controllare i sindacati, di cui essi non hanno coscienza, e la vita sociale che essi non capiscono”[118].

L’intento principale delineato dall’articolo Il Programma dei Commissari di reparto fu dunque quello di definire la distinzione funzionale tra sindacato e  Consiglio di fabbrica, l’istituzione che aveva il compito di attuare l’unificazione del proletariato in funzione rivoluzionaria.

Tuttavia, secondo Gramsci, questa unificazione non poteva essere realizzata a causa della forma di associazionismo operaio tipica del sindacato tradizionale. Il sindacato, infatti, più che unificare gli operai e favorire in loro una presa di coscienza rivoluzionaria, tendeva a mantenere distinti i mestieri e le categorie in cui era suddiviso il proletariato. Il mantenersi di tale coscienza non rivoluzionaria nell’operaio iscritto al sindacato rivelava, secondo il pensiero di Gramsci, l’appartenenza del sindacato stesso al quadro delle istituzioni del capitalismo[119].

Secondo Gramsci così doveva essere delineata la relazione tra Consiglio di fabbrica e sindacato: il primo, istituto che esprimeva la spontaneità operaia, aveva il compito di reagire sul secondo, correggendone i difetti di burocratismo, autoritarismo e distacco dalle masse.

Complessivamente i Consigli di fabbrica si rivelarono un efficace strumento per l’esercizio della rappresentanza operaia all’interno del luogo di lavoro, ma non vollero instaurare quel rapporto di contaminazione con il sindacato che era nelle intenzioni iniziali dei teorici del movimento, né poterono sostituire il sindacato nelle sue funzioni tradizionali di gestione delle mansioni più significative[120].

Il banco di prova decisivo per l’affermazione dei Consigli si ebbe a Torino nel marzo-aprile 1920 quando, in seguito al cosiddetto “sciopero delle lancette” di aprile, esplose una lotta durissima, con oltre dieci giorni di sciopero generale indetto dalla Camera del lavoro, che dilagò in tutto il Piemonte coinvolgendo mezzo milione di operai industriali e agricoli: fu la più grande lotta del primo dopoguerra, destinata a segnare in modo decisivo le sorti del movimento consiliare[121]. La posta in gioco dello scontro riguardava e la legittimità dei Consigli di fabbrica, i modi della loro elezione, il loro effettivo potere all’interno del processo produttivo e quindi, in prospettiva, il controllo operaio sulla produzione[122].

Durante lo sciopero i dirigenti ordinovisti si adoperarono per allargare la lotta alle altre regioni; ma fu proprio in questo frangente che venne fuori la scarsa influenza di “L’Ordine Nuovo” a livello nazionale: il movimento torinese non aveva infatti un appoggio altrove, né possedeva una rete di istituzioni “consiliari” fuori della cerchia delle officine torinesi, né era organizzato come frazione politica su scala regionale o nazionale. Così, la Confederazione e il partito decisero l’isolamento della lotta, ritenuta un’iniziativa affrettata e senza prospettive[123].

La sorte della lotta fu quindi segnata  dal suo mancato estendersi su scala nazionale: gli organi centrali del movimento operaio italiano non nascosero infatti la loro contrarietà nei confronti dei torinesi. L’”Avanti!”  si rifiutò di stampare a Milano il manifesto della sezione torinese del partito che invocava la solidarietà di tutti i lavoratori[124].

A quel punto l’esito divenne scontato e la firma del Concordato tra D’Aragona, il Segretario della Confederazione Generale del Lavoro, e Olivetti, il Presidente della Confindustria, alla presenza del prefetto di Torino, pose fine allo sciopero e, come richiesto dagli industriali, la disciplina di fabbrica tornò nelle mani delle direzioni aziendali[125].

Questo episodio rappresentò la fine e la sconfitta dell’ipotesi consiliare.

2. I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale: le tesi di Tasca

Angelo Tasca non si tirò indietro di fronte alla prima grande prova  dell’organismo consiliare, lo “sciopero delle lancette” dell’aprile 1920. Infatti, la sezione socialista torinese gli chiese di mettere a punto la teoria dei Consigli, proprio durante il vivo della battaglia e schiacciati dai problemi politici e organizzativi che essa comportava. Fu dunque in questo contesto che Tasca scrisse la relazione I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale, letta all’Assemblea della Sezione Socialista Torinese la sera del 13 aprile 1920[126].

La data della relazione è significativa: il 13 aprile, infatti, è lo stesso giorno della proclamazione dello sciopero generale che durò fino al giorno 24 dello stesso mese[127]. Il fatto che la sezione si fosse convocata la sera stessa per discutere dei Consigli è segno che vi era la consapevolezza che quella lotta avrebbe costituito la prova di fuoco di un istituto sul quale, quindi, occorreva formulare un orientamento unitario della sezione stessa[128].

Tasca diede poi inizio alla sua relazione  delineando come la coscienza della lotta di classe e del potere autonomo dei lavoratori e la formazione dei Consigli di Fabbrica a Torino avessero avuto origine da un processo iniziato prima della Prima Guerra Mondiale, processo che la guerra accelerò  e il cui approdo possibile fu visto nel mito offerto dalla rivoluzione russa e dalla creazione dei Soviet.

Con la rivoluzione vittoriosa in Russia era infatti apparsa all’orizzonte la prospettiva di un mutamento epocale: che la rivoluzione si potesse diffondere come un germe benefico[129].

Il primo passo volto all’impegno per la costituzione dei Consigli di Fabbrica fu rappresentato dal Congresso di Bologna del PSI che si tenne nel mese di ottobre del 1919, con il quale si registrò una significativa vittoria delle forze innovatrici: il Psi si impegnò a costituire i Soviet[130].

Infatti, secondo Tasca,

“Al Congresso di Bologna, poiché da segni molteplici e frequenti appariva che la classe lavoratrice aveva conquistato nel martirio della guerra una volontà nuova e si disponeva a fare la sua storia dopo essere stata la materia della storia borghese, furono modificate le tavole fondamentali del Partito nel senso che tutte le forme della vita socialista e sindacale dovevano trasformarsi in organi non per la conquista dei pubblici poteri, ma per l’abolizione del potere borghese e per la creazione del potere proletario. Alla menzognera ideologia della democrazia borghese, si sostituiva la realtà della democrazia proletaria […] Al concetto dell’eguaglianza politica e civile, sotto il quale persistono e possono coalizzarsi gli interessi delle minoranze privilegiate, […] la generazione uscita dalla guerra vuol sostituire l’uguaglianza di tutti sulla base del contributo che ogni uomo atto al lavoro deve dare a produrre la ricchezza comune e secondo i comuni bisogni distribuita”[131].

Tasca spiegò poi come il cambiamento politico indicato dalla concezione affermatasi a Bologna si fosse sviluppato nella creazione dei Consigli di Fabbrica nel movimento sindacale,

“il che non deve stupire, poiché non è possibile che ciò che accade in un campo non si ripercuota anche nell’altro; poiché i due movimenti sono entrambi espressione di una stessa lotta impegnata su terreni che alla loro volta facilmente si confondono. Come nel campo politico alla concezione di una conquista graduale dei pubblici poteri si sostituì per una più esatta visione della struttura sociale propria del regime borghese e per la lezione più che efficace della storia attuale, il problema della creazione di un potere effettivo ed autonomo della classe operaia, così nel campo sindacale alla lotta di resistenza[…]si sostituì la lotta per il controllo della produzione”[132].

Conquista del potere e controllo della produzione erano, dunque, secondo Tasca, le due priorità del movimento politico e sindacale,

“due vertici che finiscono per confondersi […] poiché, mentre da un lato non si avrà un potere effettivo se non controllando tutta la produzione, così dall’altro non si potrà controllare la produzione se non impadronendosi del potere politico”[133].

Per quanto riguarda il problema rivoluzionario, il socialista di Moretta riteneva che la rivoluzione che sarebbe scoppiata in Italia avrebbe assunto le caratteristiche di una rivoluzione in un paese povero di risorse:

“il malcontento sociale è tanto più esasperato quanto più è difficile il porvi un sollievo sensibile; perciò in Italia è tanto più necessario ottenere che la rivoluzione sia la distruzione di tutto ciò che crea o mantiene il disagio sociale, ma distruzione soltanto di quello e non di ciò che può rendere possibile la vittoria dell’ordine nuovo e il suo consolidamento […]. Siamo troppo poveri per poter permetterci il lusso di distruggere altro che le nostre catene”[134].

Tasca proseguì sottolineando l’importanza e la necessità che le masse operaie e contadine fossero pronte e preparate all’insorgere della rivoluzione e che quindi non si facessero sorprendere dalla rivoluzione nello stato caotico e disarticolato in cui erano solite farsi trovare. Era quindi urgente organizzare i Consigli di Fabbrica,

“perché tali consigli, oltreché servire ad eliminare nell’interno della fabbrica tutte quelle tracce della organizzazione capitalistica che si ritengono dannose alla buona organizzazione della produzione, hanno il grande valore di offrire allo sforzo di instaurazione del regime comunistico degli elementi già preparati a sopravvivere e a vivere in quel regime, facilitando così il compito della rivoluzione, formando anzi la condizione del suo consolidamento”[135].

Un’altra questione su cui si focalizzò l’attenzione di Tasca fu quella dei disorganizzati.

Il problema dei disorganizzati secondo Tasca non poteva essere risolto, come avveniva in passato, ossia avvalendosi della coscrizione obbligatoria dei lavoratori nelle fila dell’organizzazione sindacale, poiché non vi era tempo sufficiente per sviluppare tale procedura. Infatti il problema della rivoluzione andava analizzato non soltanto dal punto di vista del metodo, ma anche in relazione al tempo; dunque l’efficacia maggiore o minore di una tattica andava considerata non soltanto in relazione ad una buona o cattiva corrispondenza ai fini del socialismo, ma anche in base alla possibilità di realizzazione nel più breve tempo possibile, prima cioè che la borghesia avesse avuto la possibilità di reagire.

“Dare il voto ai disorganizzati vuol dire obbedire alla necessità pratica e contingente di interessare e coinvolgere nell’azione di controllo della vita interna della fabbrica tutti i produttori, che è necessario avere contenuti in una prima forma di disciplina che per essere autodisciplina rappresenta una forza collaborante, o per lo meno non contrastante in quel sistema di autogoverno proletario che è il comunismo”[136].

Per quanto riguardava i compiti dei Commissari di Reparto, Tasca fece notare la tendenza ad attribuire ai Commissari troppe mansioni tecniche, mentre in realtà essi ne potevano esercitare scarsamente e limitatamente,

“ciò sia perché il Commissario opera in una zona molto ristretta, dove egli può intervenire tecnicamente su poche questioni (saggio di lavoro, esperimento pei cottimi e definizione della percentuale, sistema di lavorazione per quel che riguarda la trasformazione particolare che la materia prima subisce nel suo reparto, turni di lavoro…ecc.). Le mansione tecniche del Commissari insomma sono poca cosa, per la specializzazione stessa dei reparti e della maestranza, di quello che è il complesso lato tecnico della produzione”[137].

Assai più larga ed efficace era invece l’azione politica del Commissario,

“perché mentre la produzione non è tutta nel reparto, nel produttore di quel reparto è tutto l’uomo quale membro della classe produttrice. Qui il Commissario può svolgere un’opera preziosa facendo da guida ai suoi compagni, ricambiando la fiducia che quelli hanno posto in lui per la difesa dei loro interessi di reparto con un’opera assidua per spiegare loro che gli interessi del reparto non si possono difendere che difendendo quelli dell’intera maestranza e di tutta la classe lavoratrice”[138].

Il Consiglio di fabbrica poteva invece esercitare un vero controllo della produzione, inteso come il momento della produzione che andava identificato nella fabbrica, ma soltanto nel momento in cui fossero entrati all’interno di esso i rappresentanti  di tutti i rami dell’Azienda (capi tecnici, disegnatori, progettisti, impiegati del ramo amministrativo e del ramo commerciale): “soltanto allora si potrà intervenire efficacemente nel processo produttivo”[139].

Problema di cui i comunisti si dovevano occupare era fare in modo che gli operai riuscissero a conservare la maggioranza del Consigli di fabbrica,

“almeno fino a tanto che alla adeguazione di tutte le categorie di addetti alla fabbrica nel comune denominatore tecnico di produttore corrisponda perfettamente una parallela adeguazione al comun denominatore politico dello stesso termine”[140].

Un altro problema da risolvere era poi quello rappresentato dal dissidio persistente tra sindacalisti rivoluzionari e sindacalisti riformisti, contrasto che impediva il raggiungimento dell’unità proletaria.

“La situazione è troppo compromessa e noi riteniamo che l’unico modo per uscirne sia quello di lasciare i dirigenti alle loro beghe e di costruire l’unità proletaria dal basso in alto, raccogliendo tutti i produttori nella solidarietà della fabbrica, il che li deve portare alla perfetta solidarietà ed unità anche fuori di essa. Così riteniamo, ad esempio, che soltanto i Consigli di fabbrica possano risolvere la situazione del movimento operaio in alcune regioni, come la Liguria, così come i Consigli dei contadini per le Puglie. Ma ancora più efficace ed addirittura insostituibile con altri mezzi è l’istituzione dei Consigli di fabbrica e di ufficio nelle Amministrazioni dello Stato e specialmente nei servizi pubblici […]. L’organizzazione per sedi di lavoro, avvicinando sul loro terreno naturale di collaborazione l’impiegato al fattorino, il movimentista all’aggiustatore, potrà fare riunire nuovamente tutti indistintamente gli addetti a questo o a quel servizio pubblico, impedendo che si consolidino delle perniciose psicologie egoistiche di categoria ”[141].

La creazione dei Consigli però non alleggeriva i problemi che la lotta sociale imponeva, infatti Tasca sottolineò come fosse necessario  che tali organi esercitassero il loro controllo non soltanto  sulle sfere della produzione ma anche sul capitalista, affinché egli non avesse la possibilità di tornare in possesso del controllo che gli era stato sottratto all’interno della fabbrica.

Vediamo ora come Tasca definiva i Consigli in rapporto al Partito Socialista ed ai Sindacati.

Per quanto concerneva i rapporti tra i Consigli di Fabbrica ed il Partito Socialista venne sottolineato come per i socialisti il movimento dei Consigli di fabbrica dovesse preparare l’impalcatura di un regime simile a quello russo, naturalmente dopo aver apportato i necessari adattamenti alle condizioni italiane. Il compito del Partito Socialista era quello di indurre il movimento proletario ad aderire all’Internazionale dei Sindacati Rossi. Le tesi della Terza Internazionale mettevano infatti in rilievo il valore del sorgere dei Consigli e la necessità di creare in ognuno di essi il gruppo comunista.

Queste erano dunque le basi che distinguevano il gruppo comunista da tutti gli altri gruppi: sia dai riformisti, che ancora non erano in grado di distaccarsi dalla loro Internazionale, sia dagli anarchici, i quali non potevano accettare il sistema statale russo dei Soviet.

Per quanto riguardava i rapporti tra i Consigli di Fabbrica ed i Sindacati, Tasca iniziò con il definire assurdo il tentativo di separare le due organizzazioni ed inevitabile la loro identificazione, ossia l’inserimento di uno nell’altro.

“Pensare che i due organismi possano vivere l’uno accanto all’altro, entrambi viventi di una stessa materia: la classe operaia, senza che ciò si risolvesse in un continuo conflitto di competenze e nell’esaurimento e nella svalutazione di entrambi, è uscire affatto dalla realtà.

“Per le ragioni più volte esposte, ragioni che non sono ormai più respinte neanche dagli stessi dirigenti, la Confederazione del Lavoro, la organizzazione per mestieri deve lasciare il posto all’organizzazione per industrie e le sezioni delle Federazioni e dei Sindacati devono diventare le stesse fabbriche, le stesse amministrazioni, gli stessi servizi”[142].

I Consigli di Fabbrica venivano infatti definiti da Tasca come il primo elemento del processo di realizzazione di un tipo di organizzazione nel Sindacato, processo che avrebbe condotto nella sua fase finale alla trasformazione da Sindacato di mestiere a Sindacato di industria. Dunque invece di considerare i Sindacati ed i Consigli di Fabbrica come enti tra di loro contrastanti e di cui si dovesse determinare il rispettivo ambito di competenza o la divisione dei poteri, Tasca spiegò come invece il Consigli di fabbrica andasse visto come l’elemento vitale che sarebbe stato indispensabile  per operare in modo organico la trasformazione del vecchio nel nuovo Sindacato[143].

Tasca spiegò poi, analizzandone il sistema elettivo, come i Consigli di Fabbrica fossero formati dalla riunione dei Commissari di reparto, i quali a loro volta davano vita al Comitato Esecutivo. Il Consiglio di Fabbrica nominava poi un segretario interno ed un segretario di collegamento, il quale aveva il compito di tenersi in rapporto con le altre fabbriche e a cui veniva affidata l’opera di propaganda.

I rapporti tra l’Assemblea dei Commissari di Fabbrica ed il Comitato Esecutivo erano determinati dai seguenti punti:

1) il Comitato Esecutivo non poteva presentare alcun concordato relativamente ad una fabbrica senza essersi prima accordato con il Consiglio di quella fabbrica, né poteva presentare alcun concordato locale relativo a tutta l’industria senza aver prima ricevuto l’approvazione dall’Assemblea dei Commissari di Reparto.

2) il Comitato Esecutivo aveva il dovere di interpellare l’Assemblea dei Commissari di Reparto circa tutte le questioni che interessavano la classe operaia; era sufficiente che vi fosse un solo voto contrario alla fiducia al Comitato Esecutivo da parte dell’Assemblea dei Commissari di Reparto perché vi fosse il potere di veto su tutte le deliberazioni;

3) in questo caso, il Comitato Esecutivo aveva il dovere di presentarsi davanti agli organizzati della propria Federazione, ai quali doveva chiedere la sanzione del proprio deliberato ed ai quali spettava in linea definitiva il giudizio di merito[144].

Proseguendo con l’analisi dei nuovi organismi che il proletariato comunista stava realizzando in questa ultima fase della sua lotta di liberazione, Tasca determinò con i seguenti punti i compiti dei Consigli; il Consiglio di Fabbrica:

1) sostituiva la Commissione interna nella funzione della tutela di tutti i produttori della fabbrica circa le vertenze che potevano sorgere sull’applicazione e sull’interpretazione dei patti stipulati dal concordato generale;

2) esercitava il controllo della organizzazione del lavoro e della produzione nell’interno della fabbrica, riunendo nel proprio seno tutte le categorie dei produttori;

3) rappresentava l’elemento di trasformazione del Sindacato da organizzazione per mestiere ad organizzazione per industria;

4) rappresentava il più naturale inquadramento di tutta la massa in una prima e spontanea forma di organizzazione e disciplina;

5) era uno strumento per la trasformazione della psicologia delle masse, al fine di educarle a passare dalla lotta di resistenza a quella di conquista, dalla coscienza del salariato a quella del produttore;

6) costituiva una Sezione elettorale per l’elezione dei Soviet;

7) costituiva una sezione del “Comune” dei consumatori;

8) costituiva una sezione dell’armamento del proletariato nella guardia rossa.

Per quanto riguardava gli elementi tecnici raccolti dai Consigli di Fabbrica, essi dovevano essere trasmessi ai Sindacati il cui Comitato Centrale li coordinava e li elaborava. I Sindacati, a loro volta, incaricavano i loro rappresentanti di portare il contributo delle loro ricerche e delle loro esperienze nei consigli economici.

I Consigli economici erano organismi tecnici che abbracciavano una determinata zona ed ai quali era affidata, sotto il controllo del potere politico dei Soviet, la gestione degli elementi della vita economica: le materie prime, l’organizzazione della produzione industriale ed agricola, i trasporti, gli scambi e gli approvvigionamenti.

Tale strutturazione riproduceva nei suoi tratti principali l’Organizzazione Russa dell’economia nazionale.

Il movimento dei Consigli di Fabbrica, tuttavia, era ostacolato dal mancato riconoscimento da parte della Lega Industriale. La presa di posizione contro il riconoscimento di questi nuovi istituti di rappresentanza operaia fu evidente dall’intervento della Lega degli industriali chimici sulle pagine dell’”Avanti!” del 22 febbraio 1920, che a proposito della elezione dei Commissari di reparto, denunciava il movimento dei Consigli come una intrusione di elementi politici nel campo della produzione e invitava le Ditte aderenti a non riconoscere gli organismi rappresentativi operai che si volevano staccare dalle solite forme sindacali.

“La Lega Industriale, su relazione del suo segretario, l’onorevole Olivetti, relazione che fu ripetuta ed accolta poco dopo a Milano, chiuse una discussione venuta in un’assemblea plenaria col seguente ordine del giorno: “L’Assemblea Generale della Lega Industriale, udita la discussione, approva pienamente le misure deliberate dal Consiglio per opporsi al movimento operaio per i Consigli di Fabbrica; dà mandato agli organi direttivi della Lega di provvedere acché i Soci e le Associazioni Federate mantengano di fronte alle nuove funzioni operaie la più stretta disciplina agli ordini che verranno emanati; a tale scopo delibera che dai Soci e dalla Associazioni, vengano immediatamente comunicate alla Presidenza della Lega i fatti che siano anche indirettamente manifestazioni dell’istituzione dei Consigli di Fabbrica e dei Commissari di Reparto con espresso divieto ai Soci e alle Organizzazioni di compiere atto alcuno che possa compromettere la questione; si pone quindi a disposizione del Consiglio della Lega stessa per tutte quelle deliberazioni che essa crederà di prendere per evitare che Torino diventi teatro di esperimenti comunistici”[145].

Gli industriali ed i capitalisti, dunque, non accettarono le nuove forme sindacali. Gli industriali, infatti, cedevano solamente su particolari questioni economiche e soltanto nel caso in cui avevano la consapevolezza di avere la possibilità di rifarsi, nella loro qualità di capitalisti, nel campo politico statale.

Secondo quanto scritto da Trotsky nel suo volume Dalla Rivoluzione di ottobre al Trattato di Pace di Brest Litowsk, ripreso da Tasca, i Soviet dei bolscevichi russi furono invece vincenti poiché questi ultimi ebbero fiducia in tali organismi anche quando vi erano in minoranza di fronte agli altri Partiti. Infatti, mentre altri partiti si sforzavano di valorizzare accanto ai Soviet i vecchi organismi democratici, i bolscevichi, invece, concentravano tutte le loro richieste nella formula: Il potere governativo ai Soviet. A tale proposito Tasca affermò:

“Se il Partito Socialista cercasse di spostare l’esercizio del potere proletario dai suoi organi diretti, mediante l’intrusione di elementi estranei, vedrebbe ben presto nel Soviet riprodursi tutta la limitatezza propria dei gruppi politici, i loro particolari interessi, le loro particolari vanità. Non solo, ma presto o tardi sorgerebbe un conflitto, prendendo le masse coscienza dei propri voleri, tra il potere che sorge e tutte le forme di tutela e di controllo che tentassero di sovrapporsi ad esso dal di fuori. I Consigli di fabbrica e le Comunista agricole non sono ancora i Soviet, ne sono però la base, poiché i Soviet si appoggiano direttamente ai raggruppamenti organici come la fabbrica, l’officina, il comune del villaggio, il reggimento ecc”[146].

I Consigli di fabbrica erano quindi, secondo Tasca, un’istituzione essenzialmente politica, perché stavano alla base del sistema dei Consigli, e cioè alla base del futuro Stato comunista. Le loro mansioni tecniche erano relativamente limitate, poiché ancora non era stata instaurata la dittatura del proletariato. Il loro compito era essenzialmente quello di provocare un impulso attivo, cosciente, di autogoverno da parte dei produttori:

“Essi concorrono a mutare psicologia delle masse nel senso che non basta chiedere alla borghesia ciò di cui si ha bisogno, poiché occorre creare da sé le istituzioni e in genere il sistema sociale adatto a provvedere a tali bisogni. La concezione della vita e della società che il proletariato porta, quale sua missione e sua forza, non si può attuare in concorrenza ed in margine alle sfere borghesi bensì in completa ed organica sostituzione ad essa, facendo assorbire tutte le forme della vita sociale da istituzioni autonome del proletariato, la cui adeguazione nell’umanità si attua in misura in cui si allarga la sfera della sua autonomia”[147].

Il socialista di Moretta proseguì poi delineando come il rapporto tra il Partito Socialista e la Confederazione Generale del Lavoro fosse definito da un patto di alleanza che, sulla base di una divisione di poteri e competenze, attribuiva al Sindacato il diritto di proclamare gli scioperi di carattere economico e al Partito Socialista quelli di carattere politico. Quanto Tasca voleva evidenziare di questo patto era che, dato che al tempo presente la distinzione tra movimento politico e movimento economico era pressoché scomparsa, la divisione stabilita dal patto non aveva più alcun valore. In precedenza si era tentato di rinnovare il patto facendovi partecipare dei nuovi contraenti, quali la Lega Nazionale delle Cooperative e la Federazione Nazionale delle Mutue, ma senza risultati concreti poiché tale problema andava risolto con mezzi di altra natura. Occorreva infatti unificare tutta l’azione del proletariato in organismi politici che potessero valutare tutti i momenti dell’azione stessa in relazione alle esigenze della rivoluzione. Secondo il pensiero di Tasca, le elezioni, gli scioperi e i movimenti armati dovevano cessare di essere all’arbitrio delle varie organizzazioni politiche e diventare di competenza esclusiva del Soviet.

“I Soviet, che si dovrebbero creare subito, e che verrebbero eletti direttamente  dai produttori raccolti per fabbriche, aziende, servizi, villaggi, diventerebbero i Comitati Esecutivi della Rivoluzione, in attesa di trasformarsi, a vittoria ottenuta, in organi dello Stato comunista”[148].

A differenza di quanto veniva sostenuto dalla tesi del socialista partenopeo Amadeo Bordiga, secondo il quale la Rivoluzione doveva essere compiuta dal Partito Socialista, secondo Tasca era invece compito del Soviet rappresentare l’organizzazione politica all’interno della quale si doveva inquadrare il proletariato affinché si potesse attuare la Rivoluzione.

“Qualora tutto il proletariato sia inquadrato nel sistema dei Consigli la Rivoluzione avrà trovato il suo strumento proprio; bisogna però che la rete dei Consigli si infittisca fino a permetterle di costruire una impalcatura che malgrado le lacune e le soluzioni, possa sorreggere l’impeto delle masse alla conquista del potere e il primo lavoro di assestamento del nuovo regime. Nei Soviet i comunisti debbono conquistare, come ovunque, una maggioranza sicura e cosciente. È perfettamente inutile perciò discutere dei posti che dovrebbero toccare al Partito nei Soviet, perchè noi tanti ne otterremo quanta sarà la fiducia che avremo saputo conquistare dalle masse. Nei periodi rivoluzionari le parti non si fanno sulla carta e non si contrattano in precedenza; avrà la prevalenza nei Soviet e quindi nel nuovo organismo sociale, il Partito che avrà servito con più energia e più fedelmente la causa della Rivoluzione”[149].

La base della nuova democrazia proletaria doveva essere costituita dai Consigli operai  e Contadini, i quali rappresentavano la garanzia più sicura della vittoria e della solidità del regime comunistico, secondo quanto sosteneva l’ordine del giorno presentato a conclusione della relazione su Consigli di fabbrica ed Organizzazioni di contadini, approvato al Congresso Provinciale Socialista tenutosi a Torino l’8 ed 9 febbraio:

“Il Congresso Provinciale Socialista ritiene che la propaganda per la costituzione dei Consigli debba basarsi sulla necessità di creare una stretta solidarietà di interessi e di intenti tra la campagna e la città; che a tale scopo si debbano creare in Provincia le Leghe dei contadini poveri (salariati, piccoli affittuari e piccoli proprietari) non solo allo scopo della lotta di resistenza, ma soprattutto a quello di esercitare oggi il controllo della produzione agricola del luogo e domani, colla Rivoluzione, di assumerne anche la gestione in conto di tutta la collettività dei produttori; in modo che la Federazione Nazionale dei Lavoratori della terra possa in breve diventare la Federazione dei Consigli di contadini poveri”[150].

Tasca terminò la sua relazione con le seguenti conclusioni, volte a riepilogare i punti salienti:

1) i Consigli di fabbrica, come i Consigli di azienda, di servizio, di comunità agricola erano gli elementi tipici e fondamentali del regime comunista;

2) il loro compito principale, prima della rivoluzione, era quello di operare la trasformazione psicologica delle masse, portandole dal piano della resistenza a quello della conquista; in linea secondaria dovevano poi preparare gli elementi tecnici per la gestione diretta dei vari organismi di produzione e di scambio, quando la conquista del potere politico da parte del Proletariato l’avrebbe resa possibile;

3) i Consigli di fabbrica, come organizzazione politica, funzionavano come sezioni elettorali per la diretta designazione dei membri del Soviet della località alla quale appartenevano;

4) i Consigli di fabbrica, quali organizzazioni economiche, erano parte integrante o del Sindacato dell’industria  alla quale apparteneva la fabbrica, o della Federazione agricola, a cui apparteneva la comunità;

5) i Sindacati erano gli organi di controllo della produzione di una determinata branca industriale, e in relazione a tale loro funzione inviavano i loro rappresentanti al Consiglio dell’economia popolare;

6) le Cooperative erano gli organi dell’approvvigionamento dello Stato comunista, e come tali mandavano i loro rappresentanti al Consiglio dell’economia popolare;

7) i Consigli dell’economia popolare erano gli organi ai quali veniva affidata la gestione tecnica della vita economica dello Stato comunista. Essi erano formati  dai delegati dei Sindacati industriali, delle Federazioni agricole, delle cooperative e dei Consigli operai. Le loro deliberazioni dovevano poi essere sancite dall’organo del potere politico, il Soviet;

8) i Soviet erano i Comitati Esecutivi della Rivoluzione che, insieme ai delegati delle organizzazioni politiche ed economiche del Proletariato, discutevano sulle condizioni di realizzazione del comunismo; la loro opera unificatrice di tutte le forze della Rivoluzione doveva sostituire i patti di alleanza della Seconda Internazionale, basati sulla divisione delle attribuzioni;

9) il Partito Socialista doveva essere il propulsore di tutto questo apparato di lotta e di realizzazione, conquistando dentro ciascuno degli organismi che lo formavano una maggioranza sicura e cosciente,

“allo scopo non già di esercitare una dittatura di partito, ma di sospingere verso l’urto supremo la classe lavoratrice, mantenendola comunque all’altezza dei tempi e delle imprevedibili svolte degli avvenimenti”[151].

Tasca introdusse la sua relazione con un discorso rivolto ai “Compagni lettori”, volto a definire il  fine della sua pubblicazione, ossia fornire un resoconto sulla discussione dell’assemblea della Sezione Socialista Torinese, sui Consigli degli operai, durata per tre sedute, durante il mese di dicembre 1919.

Così affermò il socialista piemontese:

“In esso tenni conto di tutte le osservazioni fatte dai compagni nelle poche riunioni avvenute, delle discussioni e delle polemiche che continuavano a fervere e più dell’esperienza che si andava svolgendo sotto i nostri occhi giorno per giorno; tuttavia la mia relazione non rappresenta certo quello che la complessa elaborazione teorica e pratica  che avveniva in Torino del movimento dei Consigli avrebbe dovuto dare[…] La relazione ha oggi un valore puramente storico e servirà a quanti hanno partecipato a quelle lotte per rifarsi a taluni aspetti del problema dei Consigli nel periodo che va dal novembre 1919 all’aprile 1920”[152].

Tasca spiegò come una delle preoccupazioni più assillanti per coloro che parteciparono alla lotta per i Consigli di fabbrica fu quella relativa ai rapporti con i Sindacati, riportando parte del testo della mozione che la Commissione Esecutiva presentò, incaricando il compagno Gramsci di svolgerla:

“E’ dovere del Partito Socialista  […] soprattutto precisare e regolare i rapporti che debbono correre tra i Consigli di fabbrica e le Organizzazioni di resistenza per evitare i conflitti di competenza e impedire che l’attuale organizzazione sia indebolita, ma anzi acquisti maggior prestigio di fronte alle masse”[153].

Dei  Sindacati si voleva infatti potenziare lo spirito e la struttura, senza però sminuire in nulla lo slancio creativo e lo spirito di iniziativa proprio della nuova istituzione, sulla quale si basava quel rinnovamento dei Sindacati, che solo mediante lo sviluppo dei Consigli era possibile[154].

Tasca pubblicò la sua relazione  presso la Libreria Editrice Dell’Alleanza Cooperativa Torinese nel marzo 1921, nonostante le bozze fossero già state composte nell’aprile 1920:

“le bozze erano fin dall’aprile 1920 già composte, e perchè, rileggendole, risentimmo tutte le vibrazioni delle speranze, delle volontà che derivavano alla questione dei Consigli dal suo inserirsi naturalmente nella situazione creatasi allora a Torino, nella quale gli operai torinesi vedevano uno dei momenti caratteristici dello sviluppo della rivoluzione sociale in Italia”[155].

Il motivo per cui Tasca diede alla stampa la sua pubblicazione soltanto nel marzo 1921, e dunque quando ormai la stagione dei Consigli di Fabbrica si era ormai conclusa, fu, probabilmente, poiché egli volle evidenziare, alla luce del risultato negativo ottenuto dal movimento consiliare torinese, come esso avrebbe potuto riscontrare risultati più soddisfacenti se fosse stata seguita la sua posizione piuttosto che quella gramsciana. Tasca infatti, a differenza di Gramsci, non considerò impossibile un rapporto di “contaminazione”  tra Sindacato e Consigli di fabbrica, al fine di giungere alla affermazione e al riconoscimento di questi ultimi.

Da qui nacque la polemica tra il socialista di Moretta e il Segretario di redazione di “L’Ordine Nuovo”, che si sviluppò durante l’estate 1920.

3. ”I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica”

Dopo lo sciopero dell’aprile 1920, il cosiddetto “sciopero delle lancette”, il dibattito tra le file del movimento torinese diventò impellente: tale avvenimento diede infatti avvio all’aspra polemica che si accese all’interno del gruppo di ”L’Ordine Nuovo” tra Angelo Tasca e il segretario di redazione Antonio Gramsci, polemica che esasperò le posizioni divergenti tra i due fondatori di “L’Ordine Nuovo” al tal punto da condurre alla loro rottura. Tale contrasto fu originato dalla pubblicazione sulla rivista ordinovista della relazione tenuta da Tasca al Congresso della Camera del Lavoro di Torino e Provincia, I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica, nel maggio 1920[156].

Tasca, dinanzi al Congresso della Camera del Lavoro, svolse una relazione che mirava a reinserire il movimento consiliare nell’ambito del sindacato[157].

La relazione di Tasca, partendo da un breve riepilogo sulla questione della costituzione dei Consigli di fabbrica, discussa al Congresso straordinario della Camera del Lavoro di Torino tenutosi nei gironi del 14 e 15 dicembre 1919 , arrivò alla dimostrazione che ormai tutti fossero d’accordo sulla

“necessità di democratizzare le organizzazioni proletarie, di far loro vivere più la vita delle officine che quella degli uffici, di riordinarle con una articolazione che permetta il rapido giungere della espressione dei bisogni e delle tendenze delle masse agli organi dirigenti, e il contatto permanente, aderente, di questi con quelle”[158].

Tasca affermò che già in passato erano nate le Commissioni interne proprio per soddisfare il bisogno di decentramento dell’azione sindacale, ma che ora esse non fossero più sufficienti all’adempimento di tutte le mansioni che, all’interno dell’officina, dovevano essere svolte nell’interesse degli operai[159].

Con il nuovo sistema delle elezioni, che permetteva di fare eleggere direttamente le Commissioni Interne dai commissari di reparto, ai quali erano affidati i compiti sindacali relativi all’ambito del proprio reparto, veniva risolto il problema di creare una democrazia all’interno della fabbrica; rimaneva però insoluto quello di democratizzare i sindacati[160].

Tasca vedeva dunque la creazione dei nuovi organismi di rappresentanza operaia come momento di democratizzazione dell’apparato sindacale:

“Le organizzazioni come sono attualmente costituite, potevano un tempo corrispondere alla bisogna, quando gli aderenti erano solo una minoranza che rappresentava un po’ l’aristocrazia del proletariato. Allora l’assemblea dei soci poteva essere la base di contatto fra i dirigenti e questa élite di lavoratori che partecipavano al Sindacato più come cittadini che come produttori, svolgendo in esso un’opera puramente di democrazia sociale che ora non è più compatibile colle forme nuove  di pensiero e di azione del proletariato. Attualmente, con l’entrata in massa del proletariato nei Sindacati, i dirigenti hanno perso ogni contatto con la massa”[161].

Ed il sindacato, una volta democratizzato, quale ruolo avrebbe potuto avere all’interno del sistema borghese, nel momento dello scontro di classe?

“Ora noi, aderendo in questo alla tesi di Zinovieff, respingiamo la concezione del Sindacato che ne fa un’unione duratura di salariati d’una industria allo scopo  di migliorare le condizioni di lavoro e combattere il loro peggioramento entro i limiti posti dall’economia capitalista, e lo riteniamo invece l’organismo che, difendendo l’operaio salariato entro lo schema del sistema borghese, tende a liberare il proletariato dalla schiavitù del capitale, il che non può fare se non sospingendolo a superare i limiti dell’economia capitalistica, sostituendole la propria economia. La critica quindi delle colpe, degli errori del movimento sindacale non deve portarci alla negazione dei sindacati, ma al loro rafforzamento, ridando loro tutti gli scopi pei quali durante la Prima Internazionale si erano venuti formando”[162].

Secondo Tasca, infatti, se il compito dei sindacati si fosse limitato a discutere di orari e di salari, la loro azione sarebbe rimasta pur sempre utile ed indispensabile, ma di scarsa efficacia:

“Ora il Sindacato, senza la base di contrattazioni durevoli, a cui richiamarsi, senza la legislazione caratteristica delle varie industrie e delle varie piazze, si troverebbe, nel campo circoscritto in cui critici e difensori lo vorrebbero lasciare, condannato a una azione senza risonanze, senza possibilità di sviluppo. […] La nostra conclusione è adunque questa: il sindacato non va soppresso, ma va portato all’altezza delle esigenze della lotta di classe in questo periodo storico”[163].

Più avanti Tasca, analizzò le tesi dell’anarchico Garino e del riformista Colombino.

Garino affermava che la funzione principale del sindacato non fosse quella di formare la coscienza del produttore nell’operaio, ma quella di difendere gli interessi dell’operaio come salariato, delineando quindi la posizione degli anarchici finalizzata ad attribuire al sindacato la sola funzione di resistenza. Colombino, invece, riduceva i Consigli di fabbrica a puri organismi tecnici di preparazione alla futura gestione della fabbrica stessa ed i loro poteri deliberativi alle questioni che riguardavano strettamente la fabbrica, facendone per le gestioni di carattere generale e nazionale solo degli organi di consultazione, definendo quindi la proposta dei riformisti, ossia di mantenere una netta separazione  tra sindacato e consigli[164].

Confutando le seguenti tesi relative al rapporto tra Sindacato e Consigli di Fabbrica, Tasca affermò che non riteneva possibile la creazione di istituti separati dalla classe operaia poiché

“essi finirebbero tosto o tardi per incontrarsi, per urtarsi, per elidersi a vicenda, e gli attriti loro impegnerebbero troppa parte, e inutilmente, delle energie della classe. Pensare come fa il compagno Colombino, che il problema della gestione diretta possa essere lasciato ai singoli consigli di fabbrica, e possano ed esso rimanere estranei i sindacati; pensare che sia possibile fare una distinzione tra questioni relative all’officina e quelle generali e nazionali, senza dubitare che da un momento all’altro la più insignificante questione nell’interno d’uno stabilimento-lo spostamento delle lancette d’un orologio, ad esempio!- può diventare generale e nazionale, è un voler risolvere il problema con un semplicissimo comodo, ma assolutamente irreale”[165].

Consigli di fabbrica e Sindacati, infatti, non potevano vivere mediante un “patto di alleanza”  che ne definisse le rispettive mansioni: essi non ne potevano avere che una sola, e comune: la liberazione del proletariato e la creazione d’un ordine nuovo in cui quella classe rivoluzionaria, conquistato il potere politico, potesse instaurare la propria economia.

Tasca passò poi a definire il Consiglio di Fabbrica come l’elemento vitale che doveva rappresentare la trasformazione dell’organizzazione per mestiere in organizzazione per industria e con l’estendersi graduale dei Consigli a tutte le industrie, le fabbriche singole e le aziende sarebbero diventate sezioni o sottosezioni del sindacato in ciascuna località. Così, il sindacato di nuovo tipo, al termine di tale trasformazione sarebbe stato

“l’organo naturale della lotta di classe non solo di difesa, ma di conquista, tanto nel campo della resistenza, quanto in quello della produzione”[166].

Nella relazione Tasca  rettificò e definì errata l’esposizione sostenuta da Gramsci al Congresso straordinario della Camera del Lavoro di Torino del dicembre 1919, secondo il quale il Consiglio di Fabbrica doveva funzionare come ampliamento del dominio sindacale, poiché si doveva adattare alle presenti condizioni prerivoluzionarie. A parere di Tasca  il sindacato poteva operare nella situazione prerivoluzionaria, solamente nella misura in cui conservava i metodi della II Internazionale.

“Ma se il sindacato si trasforma, e reagendo contro le forze d’inerzia che lo vorrebbero mantenere sui vecchi binari, accetta il programma della rivoluzione, appunto perchè la lotta di classe oggi non può che sboccare rapidamente nella rivoluzione, noi non dobbiamo avere verso di esso diffidenze, né accettarlo quasi come un male necessario, ma considerarlo come un formidabile campo di azione rivoluzionaria”[167].

Tasca passò poi all’esame di alcuni dei problemi relativi al movimento dei Consigli che gli parevano di maggior interesse.

1) la possibilità di estendere i Consigli a tutte le industrie;

2) la definizione di Sindacato d’industria e Sindacato di categoria;

3) l’identificazione dei metodi d’elezione, degli organi deliberativi e degli organi esecutivi;

4) discutere l’eventualità di un progetto di legge sui Consigli di fabbrica;

 

5) definire i Consigli economici.

Il socialista di Moretta osservò come il sistema dei Consigli fosse applicabile alle industrie in ragione inversa della facilità di gestirle direttamente. In questo modo, tanto più l’industria era accentrata, tanto più il lavoro era specializzato e diviso, tanto più essa era estesa per impianti, per impiego di enorme masse di energia motrice e di forza lavoro, tanto più, di conseguenza, gli operai sentivano il bisogno di orientarsi in mezzo a tale apparato tecnico dalle dimensioni gigantesche plasmando la propria organizzazione di difesa e di conquista. La creazione dei Consigli era meno sentita, invece, nella piccola industria e nell’ambito artigianale.

Vi erano poi altre industrie in cui lo sviluppo dei Consigli era scarso in quanto esse erano ancora delineate da caratteristiche di tipo precapitalistico. Era questo il caso dei poligrafici, categoria per la quale ancora non si era affermato il grande stabilimento industriale ma dove, invece, ancora regnavano la bottega o la piccola officina,

“il che, unitamente ad altre ragioni di carattere storico che non è il caso qui di discutere, conserva a quella categoria qualcosa dell’antico spirito delle corporazioni, celebri per la minuzia dei regolamenti con cui venivano definiti i rapporti col padrone nei più insignificanti particolari, e in cui detti rapporti difficilmente prendono quel carattere di tensione che si osserva nelle altre industrie, poiché qui il padrone quasi sempre lavora direttamente nella tipografia e la psicologia dell’operaio aderisce sì al luogo di produzione, ma vi aderisce troppo, perdendo la propria individualità, diventando una cosa sola col suo lavoro, che spesso richiede attitudini personali, e non facilmente sostituibili e comunicabili”[168].

I poligrafici quindi, secondo Tasca, prendevano atto dei Consigli come di un fenomeno che non li riguardava poiché, per questa categoria, il problema dei Consigli non poteva prendere vita ed acquistare significato se non in seguito alla trasformazione industriale e con la morte dello spirito corporativo. Elemento essenziale affinché si potessero creare, anche per questa categoria, le condizioni per la creazione di una coscienza rivoluzionaria sarebbe stata la nascita della grande tipografia e del grande stabilimento poligrafico, poiché ancora lo stato di tale industria rendeva possibile senza difficoltà la gestione diretta da parte degli operai e, dunque, non si sentiva l’esigenza di costituire i Consigli.

“Nella quasi totalità dei casi il personale addetto all’officina poligrafica sarebbe in grado di fare continuare, senza scosse, la produzione anche in assenza del principale, il quale dovrebbe essere sostituito non come capitalista, perché un gran capitalista non lo è quasi mai, ma sovente come lavoratore, addetto a qualcuna delle mansioni più delicate”[169].

Un’altra categoria per la quale ci si trovava di fronte alla impossibilità di creare, almeno per quanto riguardava alcuni gruppi, dei Consigli di fabbrica, come sezioni permanenti, era rappresentata dall’industria edile. Infatti, i muratori, quando non lavoravano stabilmente in qualche industria d’altro genere per mansioni di carattere continuativo (in quel caso appartenevano al Sindacato a cui apparteneva la fabbrica per la quale lavoravano), cambiavano spesso luogo di lavoro. Cosi, non era possibile costituire un’organizzazione per sedi di lavoro poiché per questa categoria la natura stessa del lavoro non permetteva la creazione dei Consigli che si stavano instaurando nella grande industria. I Consigli, del resto, non erano degli stampi uniformi in cui si poteva calare tutta la composizione della vita operaia:

“essi sono soltanto un principio vitale, che può e deve dar luogo a tante creazioni quante sono le materie prime che deve plasmare. Poiché, ripetiamo, nelle categorie in cui i Consigli sono più difficilmente applicabili, vi è d’altra parte maggior facilità nell’assunzione diretta della gestione dei lavori”[170].

Tasca proseguì poi la sua relazione paragonando il movimento dei Consigli con quello delle “Ghilde” inglesi, per notarne i lati comuni e le differenze. Venne dunque sottolineato che, come  i Consigli di fabbrica, che avevano fini politici, in quanto organi di potere e di lotta contro il sistema borghese, tenevano testa al capitalista nella grande industria, allo stesso modo

”lo possono fare anche le Ghilde, contro l’intraprenditore nelle categorie dove l’attuale organizzazione del lavoro non offrirebbe ai Consigli modo di sorgere e di svilupparsi”[171].

Tasca proseguì trattando una questione che ancora non era mai stata affrontata, ossia quella sull’utilità o meno di concedere alle categorie, in seno ai sindacati, la possibilità di conservare una certa fisionomia. Egli ritenne che, abbracciando una determinata industria, le commissioni di categoria, all’interno dei sindacati, sarebbero dovute permanere a scopo puramente consultivo, per l’esame delle questioni particolari a ciascuna lavorazione. Venne quindi esaminato l’esempio dei modellisti, i quali avevano trasformato l’antica commissione di categoria in consiglio degli operai modellisti, composto dai commissari eletti sia dalle piccole aziende che dai reparti modellisti della grande industria. Tasca valutò positivamente tale innovazione; tuttavia ritenne inopportuno che venisse conservato il nome ”commissione di categoria” poiché sarebbe stato più corretto adoperare il nome ”consiglio” che era utilizzato per definire tutte le formazioni organiche, aventi per base una sede di lavoro. Da questa questione fu dato il via a un problema più grave, ossia quello relativo all’organizzazione degli impiegati e dei tecnici. L’esperienza del passato infatti ben mostrava la necessità che gli impiegati e i tecnici cooperassero con gli operai nel consiglio di fabbrica e che quindi di conseguenza dovessero fare parte dell’organizzazione industriale della quale faceva parte la fabbrica e della quale essi erano addetti.

Era dunque necessario e indispensabile che permanessero le commissioni di categoria (ingegneri, capi tecnici, disegnatori, segretari di reparto, impiegati dell’amministrazione interna, impiegati del servizio commerciale, impiegati del servizio di contabilità e cassa, impiegati dei servizi ausiliari), le quali avrebbero potuto intendersi con le commissioni della stessa categoria di un’altra industria, o di un altro gruppo; era però necessario  agli scopi sindacali e politici che animavano il movimento dei Consigli di fabbrica che ciò avvenisse nel più breve tempo possibile. Per quanto riguardava il Sindacato degli impiegati e dei commessi, invece, si sarebbe dovuto trasformare in Sindacato delle aziende commerciali, comprendente tutti gli addetti alle aziende non di produzione: banche, uffici commerciali, negozi,. dal direttore della banca al fattorino, dal viaggiatore al conducente.

Il socialista di Moretta proseguì riprendendo i punti salienti del problema della modalità di elezione dei Consigli di fabbrica e dei Consigli esecutivi delle sezioni delle federazioni o dei sindacati, che  già aveva esaminato nella relazione scritta per la Sezione socialista.

1) Il Consiglio di fabbrica o di azienda, inteso come quello che agiva nell’interesse  e per la volontà di tutti i produttori, raccolti sul luogo di lavoro, doveva essere eletto da tutti i produttori;

2) il Consiglio d fabbrica veniva eletto mediamente dai commissari di reparto, i quali dovevano essere organizzati;

3) la Federazione riconosceva nel Consiglio di fabbrica l’organismo che sostituiva l’antica commissione interna;

4) il Comitato esecutivo della sezione veniva eletto dai soli organizzati su una rosa proposta dai commissari di reparto, che avrebbero nominato un comitato elettorale;

5) il Comitato Esecutivo, se in accordo con i commissari di reparto, poteva adottare le decisioni risultanti da quell’accordo;

6) in caso di disaccordo o di dubbio il Comitato Esecutivo poteva e doveva convocare il Consiglio generale della sezione, che era il massimo organo deliberativo;

7) il Consiglio generale della Sezione era formato dall’assemblea plenaria dei Comitati esecutivi di fabbrica, in cui gli organizzati avrebbero raggiunto il 75% più uno, e dei Comitati federali, le commissioni elette dai soli organizzati, e quindi distinte dai Comitati esecutivi di fabbrica, nelle fabbriche in cui la percentuale degli organizzati era inferiore al 75% più uno della massa;

8) essendo compito principale dei commissari di reparto  quello di fare organizzare i propri elettori, a mano a mano che gli organizzati  avrebbero raggiunto nella fabbrica il 75%, il Comitato esecutivo di fabbrica avrebbe avuto il diritto di rappresentare la fabbrica nel consiglio generale della sezione.

Tasca continuò la sua relazione ammonendo non solo ad evitare con tutte le forze possibili che l’organizzazione per industria potesse condurre ad una collaborazione con il capitalista all’interno della fabbrica, ma anche invitando ad opporsi a qualsiasi tentativo che avesse voluto regolare dall’alto i rapporti tra operai e padroni all’interno dell’officina. Solamente gli operai stessi, infatti, avevano il diritto di scegliere sul miglior modo possibile per tutelare i propri interessi, sia sul piano della resistenza, che su quello della produzione.

Passiamo ora a delineare in rapida rassegna la struttura degli organismi politici e sindacali illustrati da Tasca[172].

I Consigli di fabbrica, d’azienda e di comunità agricola, secondo Tasca, una volta costituiti, avrebbero dato vita alle basi del sistema dei consigli che per i comunisti avevano il compito di inquadrare tutte le forze della rivoluzione e che dovevano identificarsi all’indomani con l’impalcatura della società comunista. I Consigli di fabbrica e di comunità agricola avrebbero costituito le sezioni dei sindacati industriali e della terra, e sarebbe stato loro affidato in parte il controllo della produzione all’interno della fabbrica e della comunità agricola. Fu specificato che tale controllo poteva essere loro conferito solo ”in parte” poiché esso andava esercitato anche dal di fuori, dal sindacato, al quale spettava il controllo della produzione della branca industriale a cui si riferiva. Il Sindacato si occupava inoltre dei problemi dei salari e degli orari e, nel regime comunista, avrebbe avuto l’incarico di mobilitare la manodopera nell’esercito del lavoro; per cui l’iscrizione degli operai nei sindacati sarebbe divenuta obbligatoria, poiché i quadri dei sindacati avrebbero dovuto coincidere con quelli dell’esercito del lavoro. Invece, i grandi problemi economici, relativi a materie prime, scambi, trasformazioni su larga base della produzione, la sua limitazione o la sua intensificazione secondo le esigenze dello Stato comunista, l’utilizzazione delle energie motrici ecc., sarebbero stati discussi dai Consigli economici, al cui interno venivano rappresentati i sindacati industriali ed agricoli, le cooperative e l’organo politico centrale, il Soviet:

“I Soviet saranno invece gli organi del potere politico, i veri muri maestri dell’edificio statale: i sindacati diventeranno gli organi della mobilitazione industriale ed agricola dello Stato comunista, come le cooperative gli organi della distribuzione: produzione e distribuzione i cui problemi tecnici generali saranno affrontati nei Consigli economici, sotto il controllo e colla partecipazione del potere politico.[…] In questo sistema noi dobbiamo però notare che come negli organi centrali deve poter giungere rapidamente la vibrazione che parte dall’elemento fondamentale, cellulare, così gli elementi singoli devono essere aperti all’intervento diretto dell’organo centrale, che rappresenta l’interesse della comunità”[173].

Tasca concluse la sua relazione affermando come non andasse dimenticato che, nel sistema comunista, fosse necessario che tutta l’organizzazione, in ogni sua parte, rispondesse all’unisono ai problemi, riproducesse in sé le ragioni generali di tutto il sistema, dunque al di sopra e contro le ragioni particolari di ciascuna parte. Le ultime esperienze russe avevano infatti portato alla necessità di affidare l’amministrazione della fabbrica singola non solo agli operai ma anche a rappresentanti diretti nominati dai Consigli dell’economia popolare. I Consigli di fabbrica, infatti, non avevano in se stessi il proprio fine: essi erano, invece, mezzi per la lotta rivoluzionaria di classe; essi furono creati dal proletariato torinese per la stessa motivazione per cui furono creati dal proletariato russo, ossia per attuare la rivoluzione sociale. Così,

“continueremo a crearli e a rafforzarli, pronti a trasformarli o a sopprimerli il giorno in cui diventassero un pericolo od un ostacolo alla causa del comunismo. Non la ricetta per tutti i mali e per tutti i tempi, ma un mezzo formidabile e necessario della rivoluzione, necessario almeno ad affrettarne l’avvento e a consolidare i risultati dopo il trionfo”[174].

Tasca, terminata la relazione, presentò al Congresso una mozione costituita dai seguenti punti:

1) Tasca riaffermava la necessità  di creare i Consigli operaie contadini nell’industria e nell’agricoltura, al fine di raggiungere i seguenti risultati;

– il Consiglio rappresentava una più razionale e più redditizia  articolazione del movimento sindacale, poiché la sua sede di lavoro offriva una base naturale per l’inquadramento della massa proletaria. A tale scopo il Consiglio poteva rapidamente tutelare gli interessi proletari nelle vertenze che sorgevano nella vita della fabbrica e dell’azienda. Il Consiglio era dunque il mezzo mediante il quale tali interessi potevano giungere agli organi centrali;

– il Consiglio era l’organo di potere proletario nella sede di lavoro e tendeva a dare al salariato la conoscenza di produttore, portando quindi la lotta di classe dal piano della resistenza al piano della conquista. Esso costituiva quindi l’elemento della trasformazione dell’organizzazione per mestiere e per categorie in quella di industria, trasformazione che sarebbe partita dalla sede di lavoro investendo tutta l’azione sindacale.

2) Tasca ammonì il Congresso ad approvare le considerazioni della sua relazione e le modifiche da essa  proposte al sistema di elezione presso i metallurgici torinesi, circa i rapporti tra consigli e sindacati, affermando che i Consigli non erano organismi di diversa natura, dei quali si dovessero definire le competenze ed i limiti, ma di un unico solo organismo. Il Consiglio era infatti l’espressione dell’attività sindacale nella sede del lavoro mentre il Sindacato era, invece, l’organo che raggruppava i consigli per branca produttiva, coordinandone e disciplinandone l ‘azione.

“ Il Consiglio è la cellula di un tutto: il sindacato: i compiti del primo sono diversi da quelli dell’altro soltanto per la divisione territoriale dell’unica attività: la lotta di classe. Tale divisione non va a detrimento dell’unità; le dà anzi un valore effettivo, perché lo fa poggiare su tutta la classe operaia organicamente inquadrata”[175].

3) Tasca delineò la contrarietà da parte del Congresso ad approvare la lotta per il riconoscimento dei Consigli di fabbrica da parte degli imprenditori poiché il loro compito di controllo, per avere un significato, avrebbe dovuto acquisire un portata politica dirompente.

“Infatti il controllo della produzione non può che sboccare nella lotta per la eliminazione del capitalista come classe, e cioè per la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione di quello comunista.

La lotta quindi pel riconoscimento integrale dei Consigli si farà, si deve fare, ma essa non può essere altro che la Rivoluzione.[…].Nessuna conquista può essere fatta nella presunzione di strappare lembi di potere al capitalista: raccolga il Consiglio di Fabbrica tutto il potere dal fatto di essere l’espressione della volontà di una massa cosciente, non dal riconoscimento impossibile ed assurdo del capitalista, che non potrà suicidarsi. Il riconoscimento politico non deve essere chiesto; esso non può che essere unilaterale, come imposizione di una forza vittoriosa sull’altra. Le due parti sono, su questo terreno, nemici mortali; la vittoria dell’una è la morte dell’altra”[176].

Tasca, dunque, invitò a preparare seriamente la lotta dato che, sicuramente, avrebbe trovato una resistenza accanita da parte dei capitalisti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III. La concezione sindacale di  Angelo Tasca

 

1. La polemica tra Gramsci e Tasca sui Consigli di Fabbrica

 

Antonio Gramsci e Angelo Tasca si incontrarono per la prima volta  nel 1911 al Collegio Carlo Alberto di Torino e diventarono presto amici, come ci testimonia, l’anno successivo, la dedica su un’edizione francese di Guerra e pace regalata da Tasca all’”amico di oggi”, sperando di averlo compagno domani[177]. Così scrive Sergio Soave nel suo saggio Gramsci e Tasca:

“Non fu un caso, dunque, se, nell’autunno del 1913, Gramsci spostò la sua residenza in piazza Carlina. La scelse proprio nello stabile in cui Tasca già abitava col padre, in un povero mezzanino. Nello stesso periodo, a suggello di un’intesa perfetta, si iscrisse al partito”[178].

Gramsci e Tasca furono, dunque, prima amici ed in seguito anche compagni di partito: sembrava quindi che tutto fosse predisposto per favorire una lunga e fraterna collaborazione. Non fu così, per questioni  di cultura, e, soprattutto, per le diverse traiettorie che intrapresero le loro vicende politiche[179].

In  seguito alla presa di posizione di Tasca al Congresso della Camera del Lavoro di Torino nel maggio 1920, infatti, si sviluppò, sulle pagine di “L’Ordine Nuovo”, un’asperrima polemica tra lo stesso Tasca ed il segretario di redazione, nonché leader politico del gruppo, Antonio Gramsci, a proposito della natura e della funzione dei Consigli di Fabbrica[180]. Così, durante l’estate 1920, Gramsci e Tasca si misurarono e confrontarono aspramente sulla “rassegna settimanale di cultura socialista” sviluppando una polemica, che esasperò le posizioni divergenti tra i due fondatori di “L’Ordine Nuovo” a tal punto da condurre alla rottura.

L’oggetto immediato del dibattito che si sviluppò sulle pagine della rivista fu costituito dal modo di intendere la funzione dei Consigli di fabbrica e dal loro rapporto con il Partito ed il Sindacato[181]. I Consigli di fabbrica rappresentavano un sistema di organizzazione e di rappresentanza operaia interna agli stabilimenti che si innestava sui precedenti organismi, le Commissioni Interne, ed erano considerati lo strumento attraverso il quale la lotta operaia sarebbe passata dal terreno sindacale a quello politico. L’obiettivo era instaurare il controllo operaio sulla produzione ed i Consigli avrebbero rappresentato il mezzo con cui realizzarlo[182]. Per quanto riguardava la concezione del Sindacato vi erano due strade: da una parte vi era la possibilità di porsi in posizione subordinata di fronte ai Consigli, riconoscendoli come la nuova figura di rappresentanza operaia adatta ad un’epoca storica rivoluzionaria; dall’altra, invece, occorreva contrastarne la crescita e lo sviluppo  per conservare il tradizionale potere di decisione sindacale nel mondo del lavoro, lasciando al Partito l’onere delle scelte politiche vere e proprie[183]. Al riguardo, l’interpretazione più comunemente accettata sembra essere quella così riassunta da Massimo Salvadori, ossia che di fronte ai Consigli, per il Sindacato non vi fossero che due strade[184]:

“o essere in un certo senso la copertura tattica dell’attacco strategico condotto dai Consigli al potere capitalistico, ponendosi così in posizione subalterna rispetto ad essi, oppure condurre la lotta contro i Consigli per conservare esso l’iniziativa e il potere di decisione”[185].

Secondo Salvadori, Gramsci fu precursore della prima opzione, Tasca della seconda: dall’affermazione di questi orientamenti opposti ebbero origine  il contrasto ed i risentimenti successivi[186].

L’importanza di tale questione esplose in seguito allo sfortunato esito dello sciopero generale dell’aprile 1920, il cosiddetto ”sciopero delle lancette”, che costituì, insieme all’occupazione delle fabbriche avvenuta nel settembre dello stesso anno, uno degli episodi salienti delle lotte operaie del biennio rosso[187]. Lo sciopero delle lancette ebbe come scopo il riconoscimento da parte padronale dei Consigli di Fabbrica e fallì a causa della mancata unità d’azione tra il movimento torinese dei Consigli ed i vertici nazionali del Sindacato e del Partito socialista, i quali non avevano dato il loro appoggio alle rivendicazioni del proletariato torinese[188]. Esso costituì dunque la prima pesante sconfitta operaia del dopoguerra poiché il movimento dei consigli torinesi, che aveva conquistato la sezione locale della Fiom e la Camera del Lavoro, non ebbe l’appoggio nè della CGdL né del Psi[189].

Come osservò Giuseppe Maione, dopo lo sciopero delle lancette gli ordinovisti

“hanno compiuto una sconcertante scoperta: il sindacato non è solo un organismo inerte che non corrisponde alle esigenze delle masse, esso è una forza attiva che agisce in direzione opposta agli interessi delle masse, e con una volontà politica determinata e consapevole. Pur nella loro ostilità al Sindacato, Gramsci e i suoi pensavano, forse inconsciamente, che una divisione dei compiti con quest’ultimo fosse comunque possibile e che al momento opportuno ciascuno avrebbe fatto la sua parte, i rivoluzionari mettendosi alla testa delle lotte, i capi della Confederazione con la proclamazione formale dello sciopero generale nazionale. Ma la CGL era mancata all’appuntamento  ed ora bisognava trarne le conclusioni. Questo è un punto di passaggio decisivo per la consapevolezza politica del gruppo di Gramsci: essi traggono la conclusione che da quel momento bisognava agire come se il Sindacato non ci fosse.”[190].

Proprio su questo punto si creò la rottura fra Tasca e il resto del gruppo ordinovista. Secondo Gramsci, infatti, l’essenza della rivoluzione consisteva nella creazione di nuove istituzioni, i Consigli, che dovevano costituire un equivalente italiano dei Soviet. Egli sosteneva che solamente una drastica rottura con il passato avrebbe potuto realizzare questa aspirazione e così, già dalla seconda metà del 1919, aveva attaccato l’inadeguatezza dei sindacati, affermando che fosse essenziale ottenere il controllo del processo produttivo, ma che ciò non sarebbe stato possibile con i sindacati tradizionali[191]. Secondo Gramsci era dunque necessaria un’organizzazione del tutto nuova, assolutamente indipendente dal Sindacato e che soltanto il Consiglio di fabbrica avrebbe potuto rappresentare, soddisfacendo il bisogno di rivoluzione che albergava nella coscienza degli operai[192].

Tasca, invece, avanzava una proposta alternativa che cercava di integrare il movimento dei Consigli nella struttura sindacale, sostenendo che i Consigli di fabbrica fossero inadeguati come futuri strumenti dell’organizzazione operaia e che avrebbero dovuto, invece, costituire la base dei sindacati[193]. Tasca aveva infatti seguito con entusiasmo l’amico nella formulazione della teoria consiliare, ma

“l’andamento e il sostanziale fallimento dello  sciopero delle lancette dell’aprile del 1920 hanno, tra l’altro, dimostrato non solo che l’ipotesi di fare dei consigli l’unico motore della trasformazione sovietista è per ora contenuta entro il recinto delle fabbriche di una grande città industriale, ma che il lavoro che sarebbe necessario per renderla politicamente efficace anche al di là del capoluogo piemontese, nella estesa provincia italiana e dentro il partito e il sindacato è tale da cozzare con quella variabile tempo (la variabile essenziale per chi voglia cogliere, prima che si esaurisca, l’ora di una possibile rivoluzione italiana), determinante per le fortune della rivoluzione stessa”[194].

Secondo il socialista di Moretta, per fare sì che i Consigli potessero diventare il motore della rivoluzione, non li si doveva contrapporre al sindacato:

“occorre piuttosto che vengano percepiti come l’abito stesso in cui si organizza non solo il sindacato, ma ogni cooperativa e ogni casa del popolo con la sua vasta dimensione popolare, intercategoriale e proletaria; queste sono infatti le presenze già esistenti e vive che costituiscono, in nuce, i soviet in versione italiana.

La teoria consiliare deve dunque essere calata in una realtà che non concede tempi lunghi; perché non rimanga una mera, perfetta astrazione, va fatta vivere nel concreto svolgersi della rivoluzione italiana, senza dimenticare mai che i Consigli di fabbrica, i Sindacati e lo stesso partito sono degli strumenti di un’unica marcia al potere; la sola classe lavoratrice che se ne serve come tali, costituisce un fine”[195].

Su questa linea Tasca trascinò, a fine maggio del 1920, la maggioranza della Camera del lavoro di Torino durante sei giorni di ininterrotto dibattito congressuale, che ebbe l’obiettivo di giudicare  l’opera svolta in un anno denso di avvenimenti e di mutamenti e turbato da urti e battaglie sia vittoriose che perse[196].

Tasca, infatti, abbiamo visto nel precedente capitolo, intervenne  al Congresso camerale di Torino con un’ampia relazione, pubblicata su “L’Ordine Nuovo” il 29 maggio, che mirava a reinserire il movimento consiliare nell’ambito del sindacato[197]. Il Congresso fu memorabile, come scrive Sergio Soave,

“per le accese discussioni e i lunghi dibattiti di idee, per i ripetuti confronti di Tasca con il socialista riformista Buozzi e con l’anarchico Garino e per l’esito finale  della votazione in cui prevale la linea di un lavoro coordinato e integrato tra consigli e sindacato e viene battuta la posizione riformista, contraria alla contaminazione consiliare dell’organizzazione operaia”[198].

In questa relazione Tasca manifestò apertamente la sua disapprovazione nei confronti della concezione gramsciana del Sindacato, secondo la quale questa istituzione, specializzata nell’azione economica, non poteva svolgere un ruolo primario di politica rivoluzionaria[199]. Tasca definì il Sindacato:

“l’organismo che, difendendo l’operaio salariato entro lo schema del sistema borghese, tende a liberare il proletariato dalla schiavitù del capitale, il che non può fare se non sospingendolo a superare i limiti dell’economia capitalistica, sostituendole la propria economia”[200].

Tasca definì dunque il Consiglio come un’articolazione del Sindacato a livello di fabbrica[201]:

“Coll’estendersi graduale dei Consigli o Comitati di fabbrica a tutte le industrie, le fabbriche singole, le aziende, diventeranno sezioni e sottosezioni del Sindacato in ciascuna località: la Federazione Metallurgica conterà le sue sezioni a numero di fabbriche invece che a numero di iscrizioni individuali, e gli uffici resteranno non per sostituirsi alle sezioni (fabbriche), ma puramente per le mansioni amministrative”[202].

Sul numero di “L’Ordine Nuovo” successivo a quello su cui era stata pubblicata la relazione di Tasca alla Camera del Lavoro, Gramsci prese subito posizione contro il socialista di Moretta, al quale attribuì la colpa di aver attaccato l’originalità  e l’autonomia del Consiglio di Fabbrica[203]:

“Nel numero scorso abbiamo pubblicato integralmente la relazione sui Consigli di fabbrica che il compagno Angelo Tasca ha compilato per incarico della C.E. della Camera del lavoro torinese e ha sostenuto nel Congresso Camerale. Essa non è però, in modo alcuno, emanazione dell’Ordine Nuovo e non rappresenta quindi un accomodamento pratico, autorizzato o accettato, delle tesi svolte dall’Ordine Nuovo per costruire e diffondere una concezione e una teoria del movimento dei Consigli”[204].

Gramsci accusò Tasca di aver trattato dello sviluppo dei Soviet in Russia, senza essersi in precedenza documentato, dando vita così ad una relazione che

“è affrettata  e non si fonda su una concezione  centrale che organizzi l’insieme della trattazione e lo vivifichi. Il compagno Tasca non ha una informazione esatta sullo sviluppo del Consiglio di fabbrica in Russia, sebbene questa informazione non sia difficile. Il compagno Tasca afferma, per esempio, che le ultime esperienze russe pare abbiano portato alla necessità di affidare l’amministrazione della fabbrica singola non solo agli operai della fabbrica, ma anche a rappresentanti diretti nominati dai Consigli dell’economia popolare”[205].

In  questo articolo Gramsci  ripropose, quindi, polemicamente, la sua concezione del Consiglio di fabbrica come organismo indipendente, che non andava subordinato al Sindacato poiché era l’espressione della spontaneità operaia[206]:

“Ma noi avevamo e abbiamo una concezione del Consiglio di fabbrica che manca affatto nella relazione del compagno Tasca e non è sostituito da nulla di equivalente. Noi concepiamo il Consiglio di fabbrica come un istituto assolutamente originale, che scaturisce dalla situazione creata alla classe operaia nell’attuale periodo storico dalla struttura del capitalismo, come un istituto che non può essere confuso col Sindacato, che non può essere coordinato e subordinato al Sindacato, ma il quale invece, col suo nascere e il suo svilupparsi, determina mutamenti radicali nella struttura e nella forma del Sindacato”[207].

In realtà Tasca non aveva mai negato la valenza rivoluzionaria dei Consigli; però  in lui vi era la convinzione, assente nel pensiero gramsciano, che vi fossero anche altri elementi “di natura sovietica” vitali e capaci di sviluppo come i Comuni, le cooperative, le Camere del Lavoro, e che

“non era possibile vincere in tempo utile, senza combinare tra loro, unificandole in un piano comune d’azione, con un unico spirito, le vecchie e le nuove forme di lotta e di organizzazione”[208].

Così, Gramsci  dichiarò  Tasca non in linea con l’orientamento della rivista ordinovista,                                                                                                                                              accusandolo di essere passato dalla parte delle burocrazie sindacali ostili al movimento dei Consigli[209]:

“Il compagno Tasca, con la vernice di una fraseologia comunista e rivoluzionaria, è venuto in aiuto degli opportunisti e dei riformisti che hanno sempre tentato di snaturare il Consiglio di fabbrica – il quale tende a portare la lotta di classe fuori del terreno della legalità industriale – richiamandosi alla disciplina burocratica; cioè ponendosi come custodi della legalità industriale che significa codificazione di fabbrica dei rapporti tra sfruttatore e sfruttato.

Così, per questo intervento del compagno Tasca, […] il Congresso della Camera del Lavoro di Torino servì  solo a generare equivoci e confusioni, servì a perpetuare una condizione di cose che è dannosissima al movimento sindacale in genere e alla compagine dei Sindacati e della Camera del Lavoro”[210].

A parere di Gramsci, infatti, l’intervento di Tasca servì solamente ad alimentare la confusione ed a rovinare tutta l’opera svolta in tanti mesi di paziente lavoro e di educazione delle masse[211]:

“quando, insieme al compagno Tasca, abbiamo iniziato la pubblicazione dell’Ordine Nuovo, ci siamo ripromessi di attuare, prima di tutto fra di noi, il diritto e il dovere del controllo reciproco e della reciproca critica, il diritto e il dovere di dire la verità francamente e spietatamente, anche perché intendevamo instaurare  nel nostro gruppo un superiore costume nei rapporti scambievoli: permetta il compagno Tasca, noi affermiamo che il suo intervento di poche ore ha rovinato un’opera di educazione e di elevamento del livello di cultura operaia che all’Ordine Nuovo e al gruppo dell’Ordine Nuovo era costato un anno di lavoro e di sforzo”[212].

Gramsci confermò poi, sette giorni dopo, con l’articolo Sindacati e Consigli, come sulle pagine di “L’Ordine Nuovo” si stesse svolgendo una discussione interna al giornale stesso[213]:

“Coll’articolo del compagno Tasca che appare in questo numero, in risposta all’editoriale sul Congresso Camerale torinese pubblicato la scorsa settimana, si apre una discussione sul programma dell’”Ordine Nuovo” e in parte anche sugli atteggiamenti pratici dei suoi fondatori e redattori. Discussione interna dunque. […] Oggi la discussione  diventa interna al giornale stesso […] Abbiamo voluto creare, e creato un organismo di cultura e di studio. Abbiamo finora mantenuto intatto questo carattere. […] Ma in un organismo simile la discussione, la polemica interna, sono, anche se non palesi, immanenti sempre come una necessità di vita. […]. La possibilità di un dissenso, della mancanza di unanimità fu sempre presente. L’unità fu un risultato, fu un punto di arrivo, non un punto di partenza cui si volesse restere legati, rinunciando per esso, non dico alla sincerità, ma alla espressione piena del pensiero e alla sua rispondenza con i fatti”[214].

Gramsci spiegò dunque sulle pagine della rivista ordinovista come non fossero temute né la polemica né il contrasto:

“Vuol dire forse che nello sviluppo del nostro programma siamo giunti ad un punto in cui ci è necessario un più intenso e vivace sforzo per conquistare una posizione nuova, o per restare più saldamente aderenti all’antica, per possederla con nuova chiarezza e tenacia. […] Discutiamo: vuol dire che non stiamo fermi, ma pensiamo e viviamo e progrediamo su di noi”[215].

Gramsci ritornò poi a delineare ulteriormente la centralità dei Consigli con l’articolo La lotta per i Consigli sulle cui pagine ribadì la necessità che in tutti i paesi venisse impostata con ogni energia  la lotta per i Consigli di fabbrica “come agenti delle più vaste masse”, per il controllo della produzione operaia. Secondo Gramsci, infatti, la richiesta di una organizzazione dei Consigli di fabbrica appariva, per i Partiti comunisti, come una necessità[216].

La replica di Tasca su “L’Ordine Nuovo” alle accuse di Gramsci fu immediata e si prolungò per tre numeri della rivista ordinovista[217]. Egli manifestò, così, il proprio dissenso che raccolse tutti i motivi ideologici contraddittori del movimento torinese che lo dividevano dagli altri redattori di “L’Ordine Nuovo” : Tasca, dunque, esponendo la sua teoria sui Consigli, accusò Gramsci di aver sottovalutato l’importanza dei sindacati, poiché egli riteneva che i consigli non sarebbero mai stati in gradi di reggersi da soli[218].

Poiché Gramsci lo aveva accusato di aver accettato di essere relatore al Congresso , senza aver ricevuto l’incarico di alcuna organizzazione sindacale, così Tasca diede inizio al suo articolo Sul Programma dell’Ordine Nuovo:

“Gramsci mi chiede chi rappresentavo là dentro, in nome di chi parlavo. In nome mio, egregio compagno, delle mie idee, delle mie convinzioni, e in qualità di socialista. Al Congresso camerale, così come in tutte le riunioni (assemblee di Commissari, di categoria, di Fabbrica) in cui sono intervenuto, ritenendo mio dovere di approfittare di tutte le opportunità che si presentano di fare della propaganda”[219].

Tasca proseguì poi spiegando che la sua relazione voleva affrontare taluni problemi relativi ai rapporti con i Sindacati ed alla possibilità di estendere il riconoscimento dei Consigli a tutte le industrie; egli giunse, così, ad affrontare la teoria dei Consigli di fabbrica, come base dello “Stato operaio”, delineata da Gramsci nell’editoriale del numero precedente[220]:

“C’è in quell’articolo una chiosa descrittiva del concetto proudhoniano – l’officina si sostituisce al governo – e la concezione statale che vi è svolta è anarchica e sindacalista, non marxistica”[221].

Tasca quindi affermò che Gramsci identificava la società comunista con lo “Stato operaio”, mentre assegnava al Partito ed al Sindacato il compito di organizzare le condizioni esterne per la realizzazione di quello Stato. Ma

“cosa intende il Gramsci con queste condizioni? Sono l’organizzazione borghese, che si deve vincere, dai cui assalti occorre salvare il processo di formazione dei Consigli? O sono qualcosa di inerente allo Stato stesso, che entra come elemento della sua struttura e della sua funzione e in quel caso l’espressione “organizzare le condizioni esterne generali” equivarrebbe ad attuare lo Stato proprio della classe operaia?”[222].

Tasca dunque precisò come ritenesse, a differenza di Gramsci, che “il sistema statale dei Consigli non è soltanto il sistema dei Consigli di fabbrica e di azienda”[223];

questi ultimi erano infatti, secondo il pensiero di Tasca, la base e la condizione essenziale dello Stato operaio, ma non costituivano lo Stato operaio stesso. Il Consiglio di fabbrica era l’antitesi e la negazione del potere capitalistico e come tale non poteva superarlo. Secondo il socialista di Moretta, dunque, nella struttura statale, il Soviet stava con il Consiglio di fabbrica nello stesso rapporto in cui si trovava il determinismo economico con la coscienza di classe[224]. Secondo Tasca, dunque, lo Stato operaio doveva superare tale sistema economico, in quanto il proletariato era la sola classe capace di ricondurre il capitale alla produzione ed, in ultima analisi, di sistemare la produzione secondo i bisogni dell’uomo[225].

Tasca, infatti, era convinto che i sindacati avrebbero avuto un ruolo fondamentale nella futura società comunista e che la condizione ottimale sarebbe stata potere integrare i consigli nei sindacati ma, se avesse dovuto scegliere, egli non lasciava adito a dubbi circa le sue preferenze[226]. Egli, infatti, riteneva che i Consigli di fabbrica fossero indispensabili quanto i Sindacati ma che, tuttavia, questi ultimi fossero più necessari dei primi, perchè era possibile concepire il governo della produzione per mezzo dei Sindacati e senza i comitati di fabbrica ma non viceversa[227].

Tasca replicò all’attacco di Gramsci, dunque,  negando il valore centrale del Consiglio di fabbrica come istituto rivoluzionario; secondo il socialista di Moretta, infatti, i Consigli di fabbrica avevano valore solamente strumentale; al pari degli altri istituti operai, quali il Partito e il Sindacato. I Consigli dovevano infatti costituire un’arma di lotta che la classe operaia poteva utilizzare solo per conquistare il potere statale, e non rappresentavano di per sé la struttura in formazione dello stato socialista, come, invece,  pensava Gramsci[228]:

“e la concezione – secondo me – astratta e antistorica che il compagno Gramsci ha dei Consigli di fabbrica, deriva appunto dal fatto che egli li considera essenzialmente come l’inizio dello Stato operaio, il cui sviluppo devono sforzarsi di garantire Partito e Sindacati, mentre io li vedo in uno stesso piano con l’organizzazione  che la classe lavoratrice si dà per fare la rivoluzione, non quella che sarà attuata dopo la conquista del potere politico, ma quella che ci permetterà di conquistare questo potere.

L’inquadramento quindi della mia trattazione è tutto in questo concetto, che ho ripetuto le mille volte  e su cui ho insistito al Congresso camerale; che la creazione dei Consigli di fabbrica non avrebbe nessun valore se noi non vivessimo in un periodo rivoluzionario, se noi non fossimo alla vigilia della rivoluzione.

Questo concetto, o meglio, questa istituzione storica inquadra molto meglio il problema dei Consigli, di quello che non faccia la serie logica di nozioni che il compagno Gramsci mette alla base dell’Internazionale comunista […]. Il compagno Gramsci era presente in Sezione quando lessi la mia relazione; lo era al Congresso camerale quando iniziai il mio discorso con affermazioni congeneri, e crede di poter sostenere che mi manca una concezione dei Consigli di fabbrica. Al che io posso rispondere che i Consigli di fabbrica hanno per premessa quella che io ho svolto le mille volte”[229].

Gramsci replicò a sua volta riaffermando il carattere statale del Consiglio, contrapposto al carattere di organizzazioni private del Sindacato e del Partito; per via di questi caratteri contrapposti la prima istituzione non poteva dunque essere posta, come avrebbe voluto Tasca, sullo stesso piano delle altre due:

“In una delle sue puntate polemiche il Tasca scrive di considerare in uno stesso piano il Partito comunista, il Sindacato e il Consiglio di fabbrica. […] Secondo la concezione svolta nell’Ordine Nuovo, concezione che, per essere tale, era organizzata intorno a una idea, all’idea di libertà (e concretamente , nel piano della creazione storica attuale, intorno all’ipotesi di una azione autonoma rivoluzionaria della classe operaia), il Consiglio di fabbrica è un istituto di carattere pubblico, mentre il Partito e il Sindacato sono associazioni di carattere privato. Nel Consiglio di fabbrica l’operaio entra a far parte come produttore, in conseguenza cioè di un suo carattere universale, in conseguenza della sua posizione e della sua funzione nella società, allo stesso modo che il cittadino entra a far parte  dello Stato democratico parlamentare”[230].

Tasca, infatti, non credeva alle possibilità di un’ipotesi rivoluzionaria realizzabile al di fuori o contro le organizzazioni operaie tradizionali, e cercava di conciliare con esse le nuove forme che la lotta di classe assumeva in Italia nel primo dopoguerra. Così egli stesso nel 1929 ricostruì le sue posizioni di dieci anni prima:

“Il problema della rivoluzione italiana era quello di legare, coordinare le nuove forme per cui marciava (quasi solo a Torino) il proletariato industriale d’avanguardia per organizzare la rivoluzione, colle vecchie forme, a cui ancora aderiva la grande maggioranza dei lavoratori di città e di campagna che si trovava sotto l’influenza del Partito socialista, e cioè coi Sindacati e specialmente colle Camere del Lavoro”[231].

Gramsci, invece, non riteneva possibile la conciliazione cui pensava Tasca, almeno finchè la spinta proveniente dalle masse, che si esprimeva nei Consigli di fabbrica, non fosse riuscita a mutare radicalmente gli indirizzi politici del partito e soprattutto del Sindacato, liberandoli dall’influenza dei riformisti. Così egli rievocò più tardi il senso della sua polemica con Tasca:

“Nel Congresso della Camera del lavoro tenutosi nel maggio 1920, il compagno Tasca si alleò con i riformisti […]. Naturalmente egli fu allora attaccato da noi e rudemente […] perchè dovevamo mostrare tutto il pericolo delle sue tesi, le quali portavano alla subordinazione dei Consigli di fabbrica ai Sindacati, quando i Sindacati erano ancora dominati dai riformisti”[232].

Come osserva Giuseppe Berti, quello tra Gramsci e Tasca fu

“un dissenso profondo che investiva tutti i problemi politici del momento, anche se la discussione sui Consigli di fabbrica appare come il punto focale della controversia. […] L’esperienza russa dei Consigli o dei Soviet era veramente […] tale da potersi trasportare nelle condizioni di sviluppo storico del movimento operaio dell’Europa occidentale, oppure chi accettava questo presupposto prendeva le mosse da un’errata trasposizione dell’esperienza del movimento operaio russo alle diverse condizioni di sviluppo storico-sociali dell’Europa occidentale?”[233].

L’opposizione di Tasca raggiunse l’effetto di condurre Gramsci ad una alleanza con Bordiga. Sebbene i due personaggi avessero ben poco in comune da un punto di vista ideologico, Gramsci preferì l’intransigenza rivoluzionaria all’orientamento di mediazione di Tasca[234].

Nel 1937, alla notizia della morte di Gramsci, dopo avere riconosciuto all’amico scomparso il merito di essere stato “il teorico più profondo e più coerente del sovietismo”, Tasca ritornò sul contrasto politico che lo divise dal socialista sardo nel 1920. Egli non rinnegò, anzi riconfermò, il valore della propria posizione, ma riconobbe a Gramsci l’ispirazione moralmente alta del suo comportamento, poiché la sua intransigenza a voler salvaguardare il movimento del Consiglio di fabbrica da ogni intrusione burocratica, esprimeva il bisogno di un rinnovamento totale del carattere degli italiani, di una liquidazione di secoli di servitù, di retorica, di miasmi piccolo borghesi, dai quali anche l’organizzazione sindacale e tanta parte del partito erano stati, secondo lui, contaminati[235].

Più significative furono le riflessioni che Tasca fece negli anni Cinquanta, in vista di un’opera sulla Torino degli anni Venti, che tuttavia non vide mai la luce. In tale occasione egli ricordò un episodio del novembre 1919 quando, proprio con Gramsci, trattò il rapporto tra Consigli di fabbrica e Sindacato. In tale circostanza Tasca fece osservare a Gramsci che gli operai, i migliori, tenevano al Sindacato  e si preoccupavano che lo sviluppo dei Consigli di Fabbrica non allentasse i legami colla Fiom. Gramsci rispose che era  proprio quello il male e lottò con tutte le sue forze per vincere tale simbiosi[236].

Dopo lo scontro diretto della primavera estate del 1920, Gramsci e Tasca si ritrovarono, infine, ancora insieme durante l’occupazione delle fabbriche[237]. L’ultimo atto del periodo rivoluzionario del 1919-1920, infatti, ebbe luogo con l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920[238]. Il gruppo torinese di “L’Ordine Nuovo” sospese le pubblicazioni della rivista durante tutto il mese in cui durò l’occupazione delle fabbriche ed i suoi redattori presero parte vivamente al movimento operaio, il cui esito fu, però, negativo[239]. L’occupazione delle fabbriche, la cui sconfitta si verificò prima dello scatenarsi della violenza fascista, costituì, infatti, il culmine della conflittualità operaia durante il biennio rosso[240]. Tale evento riunificò temporaneamente il gruppo di “L’Ordine Nuovo” ma provocò una spaccatura definitiva tra la sinistra rivoluzionaria e la direzione del Psi[241].

2. Tasca al Congresso nazionale della CGdL

La forma che prese la spaccatura all’interno del Psi, resa inevitabile in seguito al fallimento degli episodi rivoluzionari del biennio rosso, accentuò le tensioni all’interno dello stesso movimento operaio tra i riformisti e le varie correnti rivoluzionarie. Tali contrasti condussero alla scissione di Livorno del gennaio 1921[242].

Giuseppe Berti osserva che, riguardo alla questione della scissione del Partito, il gruppo ordinovista, orientato in direzione di un rinnovamento dal basso del Psi,

“si decise a sostenere la scissione e la costituzione del Partito comunista […] soprattutto quando si rese conto che in questo senso era orientata l’Internazionale comunista”[243].

I redattori di “L’Ordine Nuovo” furono favorevoli alla scissione poiché si sentirono traditi  dalla direzione del partito e quando constatarono che i dirigenti sindacali non cercavano altro che un compromesso onorevole per chiudere la vertenza rivoluzionaria ormai uscita dai binari in cui essi l’avevano avviata[244]. Così, a partire dall’estate e soprattutto dopo “l’occupazione delle fabbriche” del settembre 1920, gli ordinovisti cominciarono a porre l’attenzione sul problema del Partito[245]. In seguito all’esperienza dell’occupazione delle fabbriche, infatti, divenne insistente, non più soltanto a Torino ma anche a livello nazionale, il motivo che fu all’origine della scissione del gennaio 1921: la necessità di impedire che si potesse ripetere il “sabotaggio riformista” della rivoluzione: era dunque necessario espellere i riformisti dal Psi[246].

Così scrive Paolo Spriano:

“Espellere i riformisti è quanto concordemente esigono le correnti di sinistra del partito, è quanto sostiene l’Internazionale, è il senso della battaglia che si apre sulle famose ventun condizioni di Mosca. Il punto centrale diventa la rottura con quei socialisti  opportunisti la cui azione e le cui opinioni appaiono in contrasto insanabile con i principi e la tattica dell’Internazionale comunista. […] Mettere al centro la questione della liberazione dai riformisti come condizione per avere un partito all’altezza dei suoi compiti rivoluzionari è il frutto di un’esperienza che ha alcuni tratti essenziali comuni. La polemica di Lenin contro i menscevichi, il suo richiamo alla lunga lotta impegnata nel movimento socialdemocratico russo come esempio per i compagni italiani, trovano particolarmente sensibili i giovani dell’Ordine Nuovo che contro i locali menscevichi, contro le esitazioni e le remore esercitate dai dirigenti riformisti italiani, hanno dovuto scontrarsi nell’aprile e nel settembre 1920”[247].

La sezione torinese fu, dunque, concorde sulla necessità di aderire ad ogni iniziativa che fosse stata finalizzata alla costituzione di una forte frazione comunista nazionale, che potesse organizzare e portare al trionfo le forze comuniste al successivo Congresso[248].

Così Tasca, con Terracini e Togliatti (del gruppo Comunista elezionista), e Gramsci, (di Educazione Comunista), si accordarono per accantonare le divergenze passate e lavorare per la costituzione di una frazione rivoluzionaria  all’interno del Psi[249]. Essi, il 29 novembre 1920, a Imola, crearono una frazione comunista in seguito all’appello di Bordiga per un’epurazione radicale nel Psi[250].

Tre fattori spinsero Tasca verso il nuovo partito: la sua volontà di espellere i riformisti, il desiderio di superare la paralisi del Psi riproponendo il movimento su una nuova base, e, soprattutto,  l’aspirazione a restare conforme ai ventuno punti dell’Internazionale[251]. Tasca, infatti, nel 1921, entrò nel Partito Comunista poiché era convinto della necessità di un rinnovamento dell’azione socialista in Italia[252]. Nonostante la sua propensione per il nuovo partito, l’adesione di Tasca rimase, però, alquanto ambigua poiché egli non prese parte al Congresso di Livorno, da cui scaturì la scissione del Partito, nel gennaio 1921. Tasca partecipò, invece, al Congresso della CGdL, che si tenne nella stessa città qualche giorno più tardi, come per affermare che si sentiva più impegnato con il Sindacato che con il Partito[253].

Nel 1921, infatti, il suo impegno fu di totale dedizione  alla definizione dei termini di una presenza comunista nel Sindacato. Egli fu, così, l’uomo di punta del sindacalismo comunista fin dal Congresso nazionale della CGdL tenutosi tra la fine del mese di febbraio e l’inizio del mese di marzo del 1921, poche settimane dopo la scissione di Livorno[254].

Tasca, infatti, si immerse nel lavoro sindacale poiché fu nominato responsabile nazionale sindacale del partito, con il compito di spostare a favore dei comunisti gli equilibri interni della CGdL[255]. Togliatti sostenne l’operato d Tasca con  parole di ammirazione su “L’Ordine Nuovo”. Egli, infatti, definì il socialista di Moretta come colui che, con il suo discorso, fu l’artefice dell’unica parola alta e seria portata dai comunisti. Secondo Togliatti, Tasca rivelò la superiorità comunista, dominando la marmaglia confederale che, così, fu costretta a stare zitta e ad ascoltare sbalordita, trasportata in un ambiente di idee, di ragionamenti, di principi diversi da quelli ai quali era abituata [256].

Egli, dunque, prese parte, tra il 26 febbraio e il 3 marzo, al V Congresso della CGdL, durante il quale il sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì ad evitare la scissione dei comunisti. Durante il Congresso della Confederazione, che costituì la prima prova significativa per il nuovo partito comunista,  Tasca si mise in luce come membro dei comunisti, insieme a L. Repossi, G. Vota, F. Misiano[257]. In tale circostanza, egli diede inizio al suo discorso sostenendo come non si potesse trascurare l’esame della relazione presentata dal segretario generale della Confederazione generale del Lavoro, Ludovico d’Aragona. Tuttavia precisò come secondo la sua opinione tale relazione fosse sproporzionata a quella che era stata l’entità del movimento proletario che la Confederazione generale del lavoro aveva alle sue spalle dall’ultimo Congresso del 1914[258]:

“se noi dovessimo fare effettivamente la storia di quello che è stato questo movimento – ed ogni Congresso deve pure in qualche senso fare il bilancio del passato per cercare di trarne una bussola per il presente e per l’avvenire – ritengo che questo documento storico sarebbe assolutamente insufficiente per una valutazione completa dei fatti, ed anche insufficiente a darci una direttiva, anche dal punto di vista da cui è partito il compagno D’Aragona”[259].

Tasca ritenne priva di fondamento la motivazione da D’Aragona delineata per giustificare il fatto che il Congresso confederale non fosse stato convocato durante la guerra. Nel suo discorso, infatti, il segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro addusse come una delle ragioni della mancata convocazione la mancanza di libertà. Tasca, però, fece notare come tale mancanza di libertà non impedì la convocazione nel 1917 del Congresso del Partito socialista, il quale si trovava molto più esposto alle restrizioni rispetto ad un convegno di carattere sindacale, ossia che fosse necessario attendere la fine della guerra per vedere quale sarebbe stata la condizione del proletariato[260].

Tasca, dunque, ritenne

“che questa affermazione sia un pochino sintomatica, perchè da parte di socialisti, anche usando la frase larga, non era proprio necessario attendere la fine della guerra per conoscere in quali condizioni si sarebbe trovato il proletariato, e, soprattutto non era necessario attendere la fine della guerra per conoscere quali doveri la guerra stessa avrebbe imposto al proletariato”[261].

Tasca, dunque, sviluppò un discorso fortemente polemico, documentando la propria opposizione con alcune dure argomentazioni, tra le quali la mancanza di metodo nella CGdL[262]. Egli precisò infatti come la sua critica fosse rivolta non alla relazione in sé, ma al metodo:

“L’appunto che io faccio alla relazione D’Aragona, e non alla relazione in sé, ma al metodo della Confederazione generale del lavoro, è precisamente quello di mancare di metodo, ed io nego che in Italia si sia avuto un vero, serio e proprio riformismo, come nego che ci sia stato un vero, serio e proprio sindacalismo”[263].

Tasca, dunque, pose l’attenzione su come gli stessi dirigenti della Confederazione attribuissero le manchevolezze della relazione non al metodo, bensì alla scarsezza di personale dirigente. Secondo il socialista di Moretta, la conclusione a cui giunse  D’Aragona con la sua relazione non si concentrò sulla questione del metodo ma, invece, si soffermò solamente a chiarire la necessità di aumentare il numero dei funzionari sindacali. Egli riteneva, infatti, rivolgendosi a D’Aragona, che

“il problema degli uomini, quello che mi spaventa in questa relazione, in quanto il fatto che l’esperienza di sette anni di vita vissuta dal proletariato in mezzo alle lotte più aspre e gravi non abbia reso all’attivo delle nostre conoscenze e dei nostri nuovi criteri da adottarsi, se non una modestissima conclusione, e cioè la necessità di aumentare il numero dei funzionari sindacali ed eventualmente di fare una scuola di preparazione per essi.

Questa, in fondo, la conclusione pratica, concreta, essenziale a cui è giunto D’Aragona di fronte all’esperienza di sette anni, e poiché ci si chiede spesse volte di lasciare le linee teoriche ed andare nel concretismo, diciamo che è una conclusione assolutamente sproporzionata allo spirito concretistico con cui si devono affrontare i problemi della lotta di classe quali si erano sviluppati in questi sette anni di profonda passione proletaria di cui nessuna vibrazione […] abbiamo sentito nella sua relazione”[264].

Secondo Tasca il problema degli uomini, ossia del numero dei funzionari sindacali, sussisteva ma costituiva una questione assolutamente secondaria. La mancanza di metodo, secondo Tasca, era dovuta non solo alla scarsezza del personale dirigente, ma ad un problema di masse[265]:

“mancavano cioè gli uomini e non si potevano improvvisare, perchè mancava la scuola dell’esperienza vivente del proletariato la quale potesse far sorgere quelle nuove energie e quei nuovi uomini  che fatti forti dalla loro stessa esperienza della vita quotidiana potessero mettere il massimo nostro organismo sindacale nella condizione di essere all’altezza delle gravi necessità che gli stavano sulle spalle”[266].

Tasca spiegò, dunque, come la più grave manchevolezza della Confederazione Generale del Lavoro non fosse rappresentata dall’avere avuto tre funzionari al posto di dieci, bensì di non aver potuto, nel metodo, ingranare lo scatenamento dei movimenti di massa provocati dalla guerra[267].

Infatti, secondo Tasca, anche se gli uomini fossero stati dieci, o cento, la sproporzione dei mezzi sarebbe comunque continuata ad essere gravissima, se la Confederazione non avesse preso in considerazione i movimenti spontanei ed ordinati di masse ben inquadrate. Queste ultime erano infatti le sole che avrebbero potuto fornire i mezzi che nessun altra èlite avrebbe potuto dare mettendosi alla testa della Confederazione.

Un’altra manchevolezza era rappresentata poi dall’uso inappropriato della parola ”rivoluzione”:

“e tutte le volte che io sento per le strade cantare “Bandiera rossa, bandiera rossa, rivoluzione la vogliamo fare”, io sento qualche cosa che mi irrita, perchè io ritengo che la rivoluzione non sia argomento da ritornelli di canzoni, ma è un problema molto più vasto e molto più ampio”[268].

Il timore di Tasca era che tale parola rischiasse di fare la fine che toccò alla parola “patria” per bocca della borghesia, ossia di divenire un luogo comune per tutti i discorsi:

“un luogo comune che si pronunzia nei discorsi perchè è diventato un ingrediente necessario, ma si crede che in fondo sia una parola che non impegna nessuno, mentre noi crediamo sia una parola che non si possa pronunziare onestamente senza sentirsene profondamente impegnati”[269].

Tasca proseguì spiegando come spesso si sentisse sostenere da molti, anche dai dirigenti della Confederazione generale del Lavoro, che si stava delineando una situazione di crisi rivoluzionaria:

“l’abbiamo sentito dire da per tutto, ed era comune in noi ed anche nella borghesia questa sensazione incoercibile che nasceva dalla stessa realtà della situazione veduta anche da occhi non eccessivamente ottimisti. C’era una crisi rivoluzionaria. Ma cosa vuol dire?”[270].

Tasca interpretò tale crisi rivoluzionaria nel senso marxista, ossia pensò che tale crisi si sarebbe verificata se la borghesia avesse aggiunto nuovi disastri a quelli già fatti con la guerra mondiale, durante la quale, a causa del notevole spiegamento di forze  e dell’enorme consumo di materie prime, di energie e di vite che aveva fatto in nome della pace, aveva finito per logorare se stessa[271]. Tasca, pensava che non fosse possibile che tale crisi si potesse chiudere in altro modo che non quello della rivoluzione, la quale avrebbe dato il potere politico al proletariato. Per quanto riguardava il protagonista di tale rivoluzione, ossia il soggetto al quale sarebbe stato indirizzato tale compito, Tasca non aveva dubbi:

“perché riformisti e comunisti, prendo le due ali estreme, sono perfettamente d’accordo che le rivoluzioni le fanno le masse”[272].

Tasca proseguì poi insistendo sulla necessità, da parte dell’organizzazione sindacale, il cui scopo essenziale era la totale emancipazione dei lavoratori, di focalizzare l’attenzione sulle masse, che il Sindacato invece tendeva a trascurare, poiché esse rappresentavano la condizione fondamentale affinchè la rivoluzione si potesse attuare e si potesse rivelare vittoriosa. Tasca, dunque, ribadì che l’errore  del metodo adottato dalla Confederazione fu appunto quello di non aver saputo cogliere il contributo dato dallo sviluppo costante di tali masse. La Confederazione commise tale errore poiché il punto di partenza dei riformisti, condiviso sia da D’Aragona che da Turati, era costituito dal malcontento causato dalle condizioni di vita sempre più difficili, dalla resistenza industriale che si faceva ogni giorno più forte ma, soprattutto, dal persistere della psicologia di guerra che non faceva vedere altro sbocco alle contese sociali all’infuori dell’urto violento. Secondo Turati, infatti, una delle piaghe maggiori del movimento era rappresentata dalla psiche di guerra, concepita come il ritorno a casa del reduce che voleva “fare a botte”; intesa, quindi, non come qualcosa che sarebbe venuto in aiuto del processo rivoluzionario, ma come un impedimento che ne avrebbe ostacolato la strada. Su questo punto Tasca era fortemente in disaccordo e fece così notare che lo sfruttamento di tale psicologia di guerra permise il successo elettorale nelle elezioni politiche per il Partito Socialista:

“la psicologia di guerra è quella che ha spezzato per sempre la crosta che si era formata prima nel cuore del contadino, specialmente del piccolo proprietario, attraverso la quale la propaganda socialista non era riuscita a penetrare, e questa psicologia di guerra ha spezzato questa crosta di incomprensione, e soprattutto lo spirito di particolarismo del contadino e dell’operaio, perchè la guerra, se non altro, ha dato questa sensazione a questi reduci, e noi abbiamo cercato che questa sensazione fosse loro veramente acquisita, che cioè la vita dell’operaio e del contadino non si risolve tra le mura di una singola officina, o all’ombra del campanile del proprio paese, ma dipende dalle forze che agiscono, nazionali e internazionali, per cui se vogliono conquistare la loro libertà debbono mettersi in una posizione nella quale sia possibile contrastare a queste forze nazionali ed internazionali; insomma la psicologia di guerra ha dato la sensazione della totalità del problema sociale a degli elementi che prima non la possedevano”[273].

Secondo Tasca, dunque, qualunque marxista avrebbe dovuto accettare il concetto secondo il quale fu proprio a partire dalla profonda crisi scaturita dalla guerra che aveva avuto origine il processo rivoluzionario: essa, dunque, doveva essere vista in modo positivo[274].

Egli proseguì poi esaminando, seppur marginalmente, la questione dei Consigli di fabbrica, ribadendo come la diffidenza dei dirigenti della Confederazione generale del lavoro nei confronti del movimento dei Consigli di fabbrica fosse stata dovuta ad un’incomprensione, poiché essi videro nell’ipotesi consiliare un pericolo. Tuttavia, il movimento dei Consigli di fabbrica, soprattutto nei modi e con la tenacia e la costanza con cui fu sostenuto dai metallurgici torinesi, ebbe il grande merito di portare il problema dal campo degli individui e delle persone al campo delle masse, e quindi in un campo rivoluzionario nel quale questo problema poteva trovare il suo logico e naturale svolgimento. Il grande valore che Tasca rivendicava per quanto riguardava l’ipotesi consiliare, fu

“quello di aver contribuito, e chi vede la questione obiettivamente non può negarlo, […] a mettere in rilievo che se il grande consenso, il consenso caotico, i due milioni e mezzo di lavoratori pervenuti nella Confederazione generale del lavoro, costituisce per essa quasi più un pericolo che non una forza effettiva, si era perchè questo grande consenso non partiva dal basso e non si erano venute organizzando delle formazioni spontanee ed originali che, partendo dalle sedi di lavoro, raggiungessero attraverso le branche sindacali tutta la compagine della Confederazione generale del lavoro, cioè il massimo istituto dell’organizzazione operaia”[275].

Tasca accusò quindi la Confederazione Generale del Lavoro di aver maturato un demagogismo pernicioso al movimento, non solo per via della diffidenza nei confronti dei Consigli di fabbrica ma anche a causa della concezione che essa aveva dello stesso movimento proletario.

Il socialista di Moretta proseguì poi parlando del tema del controllo operaio e della crisi economica del dopoguerra, insistendo che, data la particolare situazione italiana, per salvare l’Italia, non si poneva altra via che “l’urgente conquista del potere politico” da parte del proletariato per attuare la salvezza del paese mediante un programma di ricostruzione che mirasse alla conduzione collettiva della produzione e dei consumi[276].

Dati questi presupposti, dunque,

“non c’è altra via di salvezza che l’urgente conquista del potere politico per potere attuare questo programma di riconoscimento, perchè solamente quando avremo in nostra mano e conserveremo nelle nostre mani i gangli della vita economica e politica del paese, solo allora potremo applicarlo radicalmente”[277].

Conclusioni

Con il presente lavoro ho cercato di mettere in luce gli sviluppi del pensiero di Angelo Tasca circa la sua concezione sindacale, trattando principalmente l’arco temporale compreso nel biennio rosso 1919-1920.

Da quanto precede ho tratto alcune conclusioni che ora mi accingo ad illustrare e dalle quali è possibile partire per successivi sviluppi interpretativi.

Innanzitutto è importante sottolineare come il socialista di Moretta appaia come l’uomo che, seppur divenuto comunista in seguito alla scissione di  Livorno del gennaio 1921, non intende dimenticare il patrimonio della grande tradizione  socialista dalla quale proviene e in cui si è formato culturalmente. Egli infatti, non senza fondamento, viene definito da Sergio Soave “un eretico della sinistra” poiché risulta essere uno dei personaggi più discussi e complessi del movimento operaio italiano: la sua vita testimonia, infatti, i complessi rapporti che caratterizzarono il partito comunista ed il partito socialista tra le due guerre mondiali. Tasca, infatti, sebbene avesse aderito già dal 1921 al Partito Comunista, non tralasciò ma anzi valorizzò l’eredità culturale del movimento socialista, ossia non sminuì il valore dei Sindacati e delle cooperative,  elementi fondamentali del patrimonio socialista.

A questo proposito è di notevole importanza focalizzare l’attenzione sulla posizione che il socialista di Moretta assunse già a partire dal 1920 in relazione al dibattito sui Consigli di fabbrica, che costituì l’oggetto immediato della polemica con Antonio Gramsci e, quindi, della rottura con il gruppo di “L’Ordine Nuovo”.

La concezione sindacale di Tasca, infatti, iniziò a delinearsi già a partire dalla sua relazione I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale, letta all’Assemblea della Sezione Socialista Torinese la sera del 13 aprile 1920, ossia la sera stessa del giorno della proclamazione dello sciopero generale. In tale circostanza, incaricato dalla sezione socialista torinese di mettere a punto la teoria dei Consigli di fabbrica, proprio durante il vivo della battaglia, Tasca sottolineò come egli intendeva e considerava la formazione della nuova forma di rappresentanza operaia torinese. È significativo, a questo scopo, sottolineare come egli avesse dato inizio alla sua relazione mettendo in luce come i Consigli di fabbrica avessero avuto origine da un processo iniziato già prima della Grande  Guerra, processo che la guerra stessa accelerò e il cui unico approdo possibile fu visto nel mito offerto dalla rivoluzione russa e dalla creazione dei Soviet. Il primo passo concreto volto all’impegno per la costituzione dei Consigli di Fabbrica, secondo Tasca, era stato indicato dal Congresso di Bologna del PSI  nell’ottobre 1919. In tale circostanza l’orientamento politico prevalente fu quello della creazione dei Consigli di Fabbrica nell’ambito del movimento sindacale. Al socialista piemontese premeva era definire come le due priorità del movimento politico e sindacale dovessero essere rappresentate dalla conquista del potere e dal controllo della produzione: infatti, mentre da un lato non si poteva raggiungere un potere effettivo se non controllando tutta la produzione, così, dall’altro, non si poteva controllare tutta la produzione se non impadronendosi del potere politico.

Ai fini del presente lavoro ritengo, tuttavia, che l’aspetto più importante della relazione sia quello relativo al rapporto tra i Consigli di fabbrica ed i Sindacati, poiché è da tale aspetto che scaturì, in seguito, il dibattito con Gramsci. In tale circostanza, infatti, Tasca definì che, per quanto riguardava i rapporti tra le due forme di rappresentanza operaia, riteneva assurdo il tentativo di separare le due organizzazioni; era inevitabile la loro identificazione, ossia l’inserimento di uno nell’altro. A partire da questa occasione la concezione sindacale di  Tasca si presentò, dunque, focalizzata ad inserire i Consigli entro la cornice sindacale. Questa visione costituì in seguito l’origine della polemica con il dirigente sardo.

Un’ulteriore conclusione che ho tratto dall’analisi della relazione è relativa alla data in cui tale documento fu pubblicato. Tasca, infatti, diede alla stampa la sua pubblicazione soltanto nel marzo 1921, e, dunque, quando ormai la stagione dei Consigli di fabbrica si era conclusa. Ciò accadde, probabilmente, poichè il socialista di Moretta volle evidenziare, alla luce del risultato negativo ottenuto dal movimento consiliare torinese, come esso avrebbe potuto riscontrare risultati più soddisfacenti se fosse stata seguita la sua posizione piuttosto che quella gramsciana. Tasca, infatti, non ritenne impossibile un rapporto di contaminazione tra il Sindacato ed i Consigli di Fabbrica, al fine di giungere alla affermazione ed al riconoscimento di questi ultimi. Da qui nacque l’opposizione tra i due fondatori di “L’Ordine Nuovo”, opposizione che raggiunse poi l’effetto di condurre Gramsci ad un’alleanza con Bordiga. Infatti, sebbene i due personaggi avessero poco in comune da un punto di vista ideologico, Gramsci preferì l’intransigenza rivoluzionaria di Bordiga all’orientamento di mediazione di Tasca. Quest’ultimo, infatti, come abbiamo visto, non assolutizzò i Consigli di fabbrica come Gramsci, ma, cercò di integrare il movimento consiliare all’interno della struttura sindacale.

Su questa linea Tasca trascinò, a fine maggio 1920, la maggioranza della Camera del Lavoro di Torino durante sei giorni di ininterrotto dibattito congressuale, che ebbe l’obiettivo di giudicare l’opera svolta in un anno di lavoro denso di avvenimenti.

In questa circostanza, il socialista di Moretta intervenne al Congresso Camerale di Torino con un’ampia relazione, I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica, pubblicata su “L’Ordine Nuovo il 29 maggio, che mirava esplicitamente a reinserire il movimento consiliare nell’ambito del Sindacato.

Tasca, infatti, concordava con il gruppo di “L’Ordine Nuovo” circa la necessità di “democratizzare l’apparato sindacale” con la creazione di nuovi organismi di rappresentanza operaia, formidabili e necessari alla rivoluzione, ma, soprattutto, necessari ad affrettare l’evento e a consolidarne i risultati dopo la vittoria. Tuttavia, egli non condivideva il progetto di Gramsci, il quale riteneva che per fare sì che i Consigli potessero diventare il motore della rivoluzione, assumendo, così, lo stesso ruolo dei Soviet russi, essi dovessero necessariamente contrapporsi al Sindacato. Tasca, al contrario, avanzava una proposta alternativa secondo la quale il ruolo dei Consigli di fabbrica sarebbe stato quello di costituire la base dei Sindacati, poichè riteneva che i Consigli fossero inadeguati come futuri strumenti dell’organizzazione operaia. Secondo la sua interpretazione, infatti, i Consigli non erano organismi di diversa natura dal Sindacato, ma, con esso, facevano parte di un solo organismo. Il Consiglio era quindi l’espressione dell’attività sindacale nella sede di lavoro, mentre il Sindacato, invece, era l’organo che raggruppava i Consigli per branca produttiva, coordinandone e disciplinandone l’azione.

Tasca, dunque, non condivideva l’ipotesi di Gramsci di costruire un’organizzazione del tutto nuova rappresentata soltanto dal Consiglio di fabbrica ed indipendente dal Sindacato, ma riteneva, invece, che il Consiglio dovesse rappresentare un’articolazione del Sindacato a livello di fabbrica, accusando così Gramsci di sottovalutare l’importanza del Sindacato.

Tasca era infatti convinto che i Sindacati avessero un ruolo fondamentale nella futura società comunista e che la condizione ottimale sarebbe stata poter integrare i Consigli di Fabbrica  all’interno dei Sindacati. Giunti a questa conclusione è di notevole importanza evidenziare come Tasca mise in luce che, se avesse dovuto scegliere tra i due istituti di rappresentanza operaia, egli non avrebbe lasciato adito a dubbi circa le sue preferenze: egli, infatti, riteneva che i Consigli di fabbrica fossero indispensabili quanto i Sindacati ma che, tuttavia, questi ultimi fossero più necessari dei primi, poiché era possibile concepire il governo della produzione per mezzo dei Sindacati e senza i comitati di fabbrica, ma non viceversa.

Oltre alla questione dei Consigli di fabbrica, è stato poi funzionale ai fini dell’analisi della concezione sindacale di Angelo Tasca analizzare la posizione che egli assunse al V Congresso nazionale della CGdL di Livorno del 1921. Quanto possiamo concludere a questo proposito è che egli si rivelò più impegnato con il Sindacato che con il Partito. Tasca, infatti, non prese parte al Congresso di Livorno, da cui scaturì la scissione del Partito, ma partecipò, invece, al Congresso della CGdL, durante il quale il Sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì ad evitare la scissione dei comunisti. Nel 1921, infatti, il suo impegno fu di totale dedizione alla definizione di una presenza comunista nel Sindacato poiché fu nominato responsabile nazionale sindacale del partito, con il compito di spostare a favore dei comunisti gli equilibri interni della CGdL.

Durante il Congresso della Confederazione, infatti, Tasca si mise in luce come il membro più autorevole dei comunisti, e criticò il lavoro svolto dai riformisti. Egli sviluppò un discorso fortemente polemico, documentando la propria opposizione con alcune dure argomentazioni, quali la mancanza di metodo democratico nella CGdL. Egli pose l’attenzione  su come i dirigenti della Confederazione si concentrassero soprattutto sulla scarsezza di personale dirigente. Tasca, invece, riteneva che il problema degli uomini, ossia del numero dei funzionari sindacali, sussistesse ma che costituisse, tuttavia, una questione secondaria. Sebbene egli non lo dichiarasse apertamente, probabilmente, celata tra le sue parole, vi era l’intenzione di  sottolineare come, nonostante il notevole aumento degli iscritti tra le sue file avvenuto durante il dopoguerra, durante il quale il Sindacato era divenuto un soggetto di massa, la CGdL continuasse ad agire in modo autoritario verso i lavoratori. Tasca, dunque, criticò la CGdL, per non essersi sufficientemente aperta alle masse, la cui importanza, invece, tendeva a trascurare. Quanto Tasca intendeva con tale critica può essere avvalorato riprendendo la vicenda dell’ipotesi consiliare e constatando come proprio in quei frangenti il Sindacato avesse dimostrato di non essere sufficientemente democratico, schierandosi, in quella circostanza, dalla parte degli industriali e sconfessando, così, l’iniziativa operaia dei Consigli di fabbrica.

In seguito, la figura di Tasca come dirigente sindacale declinò, probabilmente, sia a causa delle critiche  rivolte alla componente riformista e maggioritaria del Sindacato, sia a causa dello scontro che egli aveva avuto con i vertici del suo nuovo partito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

 

 

– AA. VV., Storia del sindacato. Dalle origini al corporativismo fascista, Marsilio Editori, Venezia           1982;

– Abrate, M., La lotta sindacale nell’industrializzazione in Italia, 1906/1926, Franco Angeli, Milano 1967;

-Agosti, A., Storia del Partito Comunista Italiano. 1921-1991, Laterza, Roma-Bari 1999;

– Arfè, G., Storia del socialismo italiano 1892-1926, Einaudi, Torino 1966;

-Barbadoro, I., Storia del sindacalismo italiano dalla nascita al fascismo, La Nuova Italia, Firenze 1977;

– Berta, G., Il governo degli interessi, industriali, rappresentanza e politica nell’Italia del Nord-ovest, Marsilio Editore, Venezia 1996;

– Berti, G., Appunti e ricordi (1919-1926), in Annali dell’Istituto Feltrinelli, Feltrinelli, Milano 1966;

– Berti, G., I primi dieci anni di vita del PCI, Feltrinelli, Milano 1966;

– Castronovo, V., Giovanni Agnelli, Einaudi, Torino 1977;

– Cortesi, L., Le origini del PCI, studi e interventi sulla storia del comunismo in Italia, Franco Angeli, Milano 1999;

– De Grand, A., Angelo Tasca. Un politico scomodo, Franco Angeli, Milano 1985;

– D’Orsi, A., L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Bruno Mondadori, Milano 2011;

– Gramsci, A., L’Ordine Nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino 1987;

– Granata, I., Crisi della democrazia. La Camera del Lavoro di Milano dal biennio rosso al regime fascista, Franco Angeli, Milano 2006;

– Loreto F., Il sindacalismo confederale nei due bienni rossi, “Italia Contemporanea”, marzo 2005;

– Maione, G., Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Il Mulino, Bologna 1975;

– Marchetti, L. (a cura di), La Confederazione Generale del Lavoro, negli atti, nei documenti, nei congressi. 1906-1926, Edizioni Avanti!, Milano 1962;

– Musso, S., Gli operai di Torino, 1900/1920, Feltrinelli, Milano 1980;

– Musso, S., Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, Marsilio Editori, Venezia 2011;

– Pepe, A., Movimento operaio e lotte sindacali 1880-1922, Loescher, Torino 1976;

– Resoconto stenografico del X Congresso della Resistenza, V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, Livorno, 26 febbraio-3 marzo 1921, Coop. gr. degli operai, Milano 1922;

– Salvadori, M. L., Gramsci e il problema storico della democrazia, Einaudi, Torino 1977;

– Soave, E., Appunti sulle origini teoriche e pratiche dei consigli di fabbrica a Torino, in “Rivista storica del socialismo”, anno VII, n.21, gennaio-aprile 1964;

– Soave, S., Angelo Tasca all’Università di Torino, in Angelo d’Orsi (a cura di), in “Quaderni di storia dell’Università di Torino”, Il Segnalibro, Torino 2002;

– Soave. S., Gramsci e Tasca, in Francesco Giasi (a cura di), “Gramsci nel suo tempo”, Editore Carocci, Roma 2009;

– Soave, S., Senza tradirsi senza tradire. Silone e Tasca dal comunismo al socialismo cristiano ( 1900-1940), Nino Aragno, Torino 2005;

– Soave. S., (a cura di), “Un eretico della sinistra. Angelo Tasca dalla militanza alla crisi della politica”, Franco Angeli, Milano 1995;

– Spriano, P., L’occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, Torino 1964;

– Spriano, P., Gramsci e L’Ordine Nuovo, Einaudi, Torino 1965;

– Spriano, P., Storia del PCI, vol. I: Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967;

– Spriano, P., “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, Einaudi, Torino 1971;

– Spriano, P., Storia di Torino operaia e socialista, Einaudi, Torino 1972;

– Talia, S., La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, anno accademico 1996-1997.

– Tasca, A., I Consigli di fabbrica e la Rivoluzione mondiale, Libreria Editrice Dell’Alleanza Coop. Torinese, Torino 1921;

– Tasca, A., Nascita e avvento del fascismo, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, Firenze 1995;

–  Trocchi, F.,  Angelo Tasca e l’ “Ordine Nuovo”. La formazione del PCI, Edizioni Jaka Boook, Milano 1973;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti e stampa

 

 

 

 

– ”Avanguardia”:

-Amadeo Bordiga, Preparazione culturale o preparazione rivoluzionaria?, “Avanguardia”, 20 ottobre 1912;

– “Avanti!”

-Antonio Gramsci, La sezione socialista per l’istituzione dei Soviet, “Avanti!”, 25 giugno 1919;

–  “L’Ordine Nuovo”:

– Antonio Gramsci, La taglia della storia, 7 giugno 1919;

– Antonio Gramsci, Democrazia operaia, 27 giugno 1919;

– Ottavio Pastore, Il problema delle commissioni interne, 16 agosto 1919;

– Vladimir Lenin, Democrazia borghese e democrazia proletaria, 23 agosto 1919;

– Andrea Viglongo, Verso nuove istituzioni, 30 agosto 1919;

– Angelo Tasca, Il programma massimalista, 30 agosto 1919;

– Angelo Tasca, Cercando la verità, 4 ottobre 1919;

– Antonio Gramsci, Il programma dei Commissari di reparto, 8 novembre 1919;

-Antonio Gramsci, Sindacalismo e consigli, 8 novembre 1919;

-Antonio Gramsci, Superstizione e realtà, 8 maggio 1920;

– Angelo Tasca, I valori politici e sindacali dei Consigli di fabbrica, 29 maggio 1920;

– Antonio Gramsci, La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino, 5 giugno 1920;

– Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, 12 giugno 1920;

-Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, 19 giugno 1920;

– Antonio Gramsci, La lotta per i Consigli, 19 giugno 1920;

– Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, 3 luglio 1920;

– Antonio Gramsci, Il programma dell’Ordine Nuovo, 14 agosto 1920;

–  “Lo Stato operaio”:

– Antonio Gramsci, Dopo la conferenza di Como, 5 maggio 1924;


[1]  Sergio Soave, Angelo Tasca all’Università di Torino, in Angelo D’Orsi (a cura di ), in “Quaderni di storia dell’Università di Torino”, Il Segnalibro, Torino 2002, pp. 55-56.

[2]   Sergio Soave, Angelo Tasca comunista, in Sergio Soave (a cura di), ”Un eretico della sinistra. Angelo Tasca dalla militanza alla crisi della politica, Franco Angeli, Milano 1995, pp. 20-21.

[3]  Sergio Soave, Senza tradirsi senza tradire. Silone e Tasca dal comunismo al socialismo cristiano (1900-1940),  Aragno Editore, Torino 2005, p. 17.

[4]   Ivi, pp. 27-28.

[5]   Sergio Soave, Angelo Tasca all’Università di Torino, cit., p. 59.

[6]  Sergio Soave, Senza tradirsi senza tradire. Silone e Tasca dal comunismo al socialismo cristiano (1900-1940), cit., p.15.

[7]    Ibidem

[8]    Paolo Spriano , Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, pp. 78-80.

[9]    Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, F. Angeli, Milano 1985,  pp. 245-249.

[10]  Ivi pp. 88- 89.

[11]  Ivi pp. 14- 15.

[12]  Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, Firenze 1995, p .VIII.

[13]  Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 259.

[14]  A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, cit., p. XXIV.

[15]  Ibidem

[16]  Ivi pp. XXI.

[17]  Ibidem

[18]  Ivi, pp. XII- XIII.

[19]  Ivi, p. 4.

[20]  Ivi, p. 14.     .

[21]  Alexander De Grand , Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 245.

[22]  Ibidem

[23]  Ivi, p. 263- 264.

[24]  Ibidem

[25]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., pp. 26- 27.

[26]   Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Einaudi, Torino 1972, p. 252.

[27]  Amadeo Bordiga, Preparazione culturale o preparazione rivoluzionaria?, “Avanguardia”, 20 ottobre 1912 .

[28]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 26.

[29]   Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l‘Ordine Nuovo: la formazione del PCI, Edizioni Jaka Book, Milano 1973, p. 22.

[30]  Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista ,cit., p. 253.

[31]  Ibidem

 

[32]  Sergio Soave,  Angelo Tasca comunista, cit., p. 27.

[33]  Francesco Trocchi , Angelo Tasca e l‘Ordine Nuovo: la formazione del PCI, cit., p.24.

[34]  Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista ,cit., p. 252.

[35]  Paolo Spriano, Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, cit., p. 26.

[36]  Aldo Agosti, Storia del PCI, Laterza, Roma –Bari 1999 , p. 11.

[37]  Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, cit., p. 342.

[38]  Ibidem

[39]  Ivi p. 339.

[40]  Paolo Spriano, Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, cit., p. 26.

[41]  Ivi., p. 27.

[42]  Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, cit., p. 22.

[43]  Paolo Spriano , “L’Ordine nuovo” e i Consigli di Fabbrica, Einaudi, Torino 1971,  p. 18.

Per alcuni rapidi cenni sulle biografie dei quattro, sulle identità che compongono  il “gruppo intellettuale  che più assiduamente partecipa della vita della rivista” e sul loro ambiente cfr anche dello stesso autore Storia del PCI , cit., pp. 46- 49.

[44]  Angelo D’Orsi , L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, Bruno Mondadori, Milano 2011, p. 168.

[45]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit. p. 14.

[46]  Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., pp. 39-40.

[47]  Ivi, p. 40.

[48]   Angelo D’Orsi , L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, cit., p. 168.

[49]   Ibidem

[50]   Sergio Soave, Angelo Tasca comunista, cit., p.31.

[51]   Paolo Spriano,  Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, cit., p. 49.

[52]   P.Spriano, L’Ordine Nuovo e i Consigli di Fabbrica, cit. p. 18.

[53]   Francesco Trocchi , Angelo Tasca e l‘Ordine Nuovo: la formazione del PCI, cit., p. 66.

[54]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 40.

[55]   Angelo Tasca, Cercando la verità, “L’Ordine Nuovo”, 4 ottobre 1919.

[56]  Ibidem

[57]  Angelo Tasca, Il programma massimalista , “L’Ordine Nuovo”, 30 agosto 1919.

[58]  Antonio Gramsci, Il Programma dell‘Ordine Nuovo, “L’Ordine Nuovo”, 14 agosto 1920.

[59]  Ibidem

[60] Sergio Soave,  Angelo Tasca comunista, cit., p. 32.

[61]  Paolo Spriano, Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, cit., p. 77.

[62]  Ivi., p. 78.

[63]  Ibidem

[64]  Ivi, p. 80-81.

[65]  La denominazione cambiò in Partito Comunista Italiano dopo lo scioglimento dell‘Internazionale comunista.

[66]  Aldo Agosti, Storia del PCI, cit.,  pp. 3-4.

[67]  Ivi, p. 8.

[68]    Ivi, p. 12.

[69]   Sergio Soave, Senza tradirsi, senza tradire, cit., pp. 35-36.

[70]  Ibidem

[71]  Ivi p. 38.

[72]  Ibidem

[73]  Angelo Tasca, Le ragioni del nostro atteggiamento, “Falce e martello”, 19febbraio 1921.

Inevitabilmente, tuttavia, fioriranno le polemiche tra i due partiti separatisi a Livorno. Tasca, dopo la prima fase di cocente disillusione, le affronterà con un’attitudine pedagogica, mai irritata e sempre partendo dalle obiezioni e dai sentimenti che sente presenti nei compagni di base.

[74]  Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 52.

[75]  Sergio Soave, Senza tradirsi, senza tradire, cit., p. 39.

[76]  Fabrizio Loreto, Il sindacalismo confederale nei due bienni rossi, ”Italia contemporanea”, marzo 2005, n.238, p. 44.

[77]  Paolo Spriano, ”L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p.46.

[78]  Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, cit., pp.  68-72.

[79]  Ivi, pp. 468-469.

[80]  Ivi, p. 470.

[81]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p. 48.

[82]  Ivi, p. 49.

[83]  Antonio Gramsci, Democrazia operaia, “L’ Ordine Nuovo”, 27 giugno 1919.

[84]  Paolo Spriano, ”L’ Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p.46.

[85]  Antonio Gramsci, Democrazia operaia, cit.

[86]  Ivi.

[87]  Antonio Gramsci, La sezione socialista per l ‘ istituzione dei Soviet, “Avanti!”, 24 giugno 1919.

[88]  Antonio Gramsci, La taglia della storia, “L’ Ordine Nuovo”,  7 giugno 1919.

[89]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, anno   accademico 1996/1997, p.29.

[90]  Stefano Musso, Gli operai di Torino.1900-1920, Feltrinelli, Milano, 1980, pp. 197-198.

[91] Ottavio Pastore, Il problema delle commissioni interne,  ” L’Ordine Nuovo”, 16 agosto 1919.

[92]  Ibidem

[93]  Ibidem

[94]  Andrea Viglongo, Verso nuove istituzioni, “L’Ordine Nuovo”, 30 agosto 1919.

[95]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p. 53.

[96]  Ivi, p. 49.

[97]  Paolo Spriano, Gramsci e L’Ordine Nuovo, Einaudi, Torino 1965, p. 48.

[98]  Angelo D’Orsi, L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia , cit., p.170.

[99]  Ibidem

[100]  V.F.U. Lenin, Democrazia borghese e democrazia proletaria, “L’Ordine Nuovo”, 23 agosto 1919.

[101]  Paolo Spriano,“L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica,cit., pp. 69-70.

[102]  Paolo Spriano, Storia del PCI, vol I: Da Bordiga a Gramsci, cit., p. 49.

[103]  Antonio Gramsci, Il programma dell’Ordine Nuovo,  14 agosto 1920.

[104]  Paolo Spriano, Gramsci e L’Ordine Nuovo, cit., p.49.

[105]  Ivi, pp .88-89.

[106]   Paolo Spriano,  “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p.54.

[107]   Fabrizio Loreto, Il sindacalismo confederale nei due bienni rossi,cit., p.45.

[108]  Antonio Gramsci, Il programma dei Commissari di reparto, “L’Ordine Nuovo”, 8 novembre 1919.

[109]   Ibidem

[110]   Ibidem

[111]   Ibidem

[112]   Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, cit. , p. 67.

[113]  Ivano Granata, Crisi della democrazia. La Camera del lavoro di Milano dal biennio rosso al regime fascista, Franco  Angeli, Milano, 2006, p. 297.

[114]  Ibidem

[115]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”cit. , p.67.

[116]  Antonio Gramsci, Il programma dei Commissari di reparto, cit.

[117]  Ibidem

[118]  Ibidem

[119]  Antonio Gramsci, Sindacalismo e consigli,” L’Ordine Nuovo”, 8 novembre 1919.

[120]  Salvatore Talia, ”La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”cit. , p. 72.

[121]  Fabrizio Loreto, Il sindacalismo confederale nei due bienni rossi, cit., pp. 45-46.

[122]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., pp. 95-96.

[123]  Ivi, pp. 97-98.

[124]   Ivi, p.99.

[125]   Fabrizio Loreto, Il sindacalismo confederale nei due bienni rossi, cit., p. 46.

[126]  Sergio Soave, Angelo Tasca comunista, cit., p. 35.

[127]  Paolo Spriano,“L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p. 98.

[128]  Sergio Soave, Angelo Tasca comunista, cit., p. 39.

[129]  Angelo D’Orsi, L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia, cit., p. 172.

[130]  Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’”Ordine Nuovo”La formazione del PCI, cit.,, p. 99.

[131]  Angelo Tasca, I Consigli di Fabbrica e la Rivoluzione Mondiale, Torino, 1921, Libreria Editrice Dell’Alleanza Coop. Torinese, pp. 12-13.

[132]   Ivi, pp. 13-14.

[133]   Ibidem

[134]  Ivi, pp.14-15.

[135]  Ivi, p.15.

[136]  Ivi, p.17.

[137]  Ibidem.

[138]  Ivi, p.18.

[139]  Ibidem.

[140]  Ibidem.

[141]  Ibidem.

[142]  Ivi, p. 25.

[143]  Ivi, p.26.

[144]  Ivi, p. 30-31.

[145]  Ivi, p. 38.

[146]  Ivi, p. 40.

[147]  Ibidem

[148]  Ivi, p. 46.

[149]  Ivi, p. 48.

[150]   Ibidem

[151]  Ivi, p. 58.

[152]  Ivi, p. 7-8.

[153]  Ivi, p. 5-6.

[154]  Ibidem

[155]  Ivi., p. 8/9.

[156]  Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’Ordine Nuovo”. La formazione del PCI, cit., pp.  110-111.

[157]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p. 107.

[158]  Angelo Tasca, I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica, 29 maggio 1920.

[159]  Ibidem

[160]  Ibidem

[161]  Ibidem

[162]  Ibidem

[163]  Ibidem

[164]  Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’”Ordine Nuovo”. La formazione del PCI, cit., pp. 112/113.

[165]  Angelo Tasca, I valori politici e sindacali dei Consigli di Fabbrica, cit.

[166]  Ibidem

[167]  Ibidem

[168]   Ibidem

[169]  Ibidem

[170]  Ibidem

[171]  Ibidem

[172]  Ibidem

[173]  Ibidem

[174]  Ibidem

[175]  Ibidem

[176]  Ibidem

[177]  Sergio Soave, Gramsci e Tasca, in Francesco Giasi (a cura di), “Gramsci nel suo tempo”,  Editore Carocci, Roma, 2009, p.  99.

[178]   Ibidem

[179]   Ibidem

[180]   Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p.107

[181]  Sergio Soave, Gramsci e Tasca , cit., p. 102.

[182]  Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia, Marsilio Editori, Venezia 2011, p. 141.

[183]  Sergio Soave, Gramsci e Tasca, cit., p. 102.

[184]  Sergio Soave,  Angelo Tasca comunista, cit., pp. 32-33.

[185]  Cfr.  Massimo Salvadori, Gramsci e il problema storico della democrazia, Einaudi, Torino, 1977.

[186]  Ibidem

[187]  Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 142-143.

[188]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne ”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 95.

[189]  Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 144.

[190] Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Il Mulino, Bologna, 1975, p.148.

[191]  Antonio Gramsci, Sindacalismo e Consigli, “L’Ordine Nuovo”, 8 novembre 1919.

[192]  Antonio Gramsci, Superstizione e realtà, “L’Ordine Nuovo”, 8 maggio 1920.

[193]  Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p.48.

[194]  Sergio Soave, Senza tradirsi senza tradir., Silone e Tasca  dal comunismo al socialismo cristiano(1900-1940),  cit., p.30.

[195]  Ibidem

[196]  Ivi, pp. 31-32.

[197]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p.107.

[198]  Sergio Soave, Senza tradirsi, senza tradire. Silone e Tasca dal comunismo al socialismo cristiano, cit., p.32.

[199]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne ”L’Ordine Nuovo”, cit., p.96.

[200]  Angelo Tasca, I valori politici e sindacali dei Consigli di fabbrica, cit.

[201]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne ”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 97.

[202]  Angelo Tasca, I valori politici e sindacali dei Consigli di fabbrica, cit.

[203]  Paolo Spriano.,“L’Ordine Nuovo” e i Consigli di Fabbrica, cit., p. 108.

[204]  Antonio Gramsci, La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino, “L’Ordine Nuovo”, 5 giugno 1920.

[205]   Ibidem

[206]   Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 96.

[207]   Antonio Gramsci, La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino, cit.

[208]   Sergio Soave,Gramsci e Tasca, cit., p.106.

[209]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 97.

[210]  Antonio Gramsci, La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino, cit.

[211]  Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’”Ordine Nuovo”La formazione del PCI,cit., p.117.

[212]  Antonio Gramsci, La relazione Tasca e il Congresso camerale di Torino, cit.

[213]  Antonio Gramsci,  Sindacati e Consigli, “L’Ordine Nuovo”, 12 giugno 1920.

[214]  Ibidem 

[215]  Ibidem

[216]  Antonio Gramsci, La lotta per i Consigli, “L’Ordine Nuovo”, 19 giugno 1920.

[217]  Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, II, 5, 12 giugno 1920; 6, 19 giugno 1920; 8, 3 luglio 1920.

[218]  Paolo Spriano.,“L’Ordine Nuovo” e i Consigli di fabbrica, cit., p. 108.

[219]  Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 3 luglio 1920.

[220]  Ibidem

[221]  Ibidem

[222]  Ibidem

[223]  Ibidem

[224]  Ibidem

[225]  Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’”Ordine Nuovo”La formazione del PCI,cit., p. 119.

[226]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 49.

[227]   Ibidem

[228]   Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 98.

[229]  Angelo Tasca, Polemiche sul programma dell’”Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 3 luglio 1920.

[230]  Antonio Gramsci, Il programma dell’Ordine Nuovo,  “L’Ordine Nuovo”, 28 agosto 1920.

[231]  Angelo Tasca, Il mio passato politico, in Annali dell’istituto G. Feltrinelli, Milano 1966, pp. 783-784.

[232]  Antonio Gramsci, Dopo la conferenza di Como, “Lo Stato operaio”, 5 maggio 1924.

[233]  Giuseppe Berti, Appunti e ricordi (1919-1926), in Annali dell’Istituto Feltrinelli, Milano 1966, p. 47.

[234]  Ivi., pp. 58-60.

[235]  Sergio Soave, Gramsci e Tasca, cit., p. 108.

[236]  Ibidem

[237]  Ibidem

[238]  Paolo Spriano, L’occupazione delle fabbriche, Einaudi, Torino 1964,  p. 23.

[239]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i consigli di fabbrica, cit., pp. 119-120.

[240]  Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia, cit., p. 144.

[241]  Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 50.

[242]  Paolo Spriano, Storia del PCI, cit., pp. 50-52.

[243]  Giuseppe Berti, Appunti e ricordi (1919-1926), cit., pp. 50-52.

[244]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i consigli di fabbrica, cit., pp. 125-126.

[245]  Salvatore Talia, La questione sindacale ne”L’Ordine Nuovo”, cit., p. 106.

[246]  Paolo Spriano, “L’Ordine Nuovo” e i consigli di fabbrica, cit., pp. 126.

[247]   Ivi., pp. 126-128.

[248]   Ivi., p. 130.

[249]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 50/51.

[250]   Paolo Spriano, Storia del Pci, vol. 1, cit., p. 101.

[251]   Alexander De Grand, Angelo Tasca. Un politico scomodo, cit., p. 51/52.

[252]   Giuseppe Berti, I primi dieci anni di vita del PCI, Feltrinelli, Milano, 1966, p. 39.

[253]   Francesco Trocchi, Angelo Tasca e l’”Ordine Nuovo”La formazione del PCI,cit. p. 140.

[254]  Sergio Soave,  Angelo Tasca comunista, cit., pp. 55.

[255]  Sergio Soave, Senza tradirsi, senza tradire, cit., p. 39.

[256]   Ivi., p.56.

[257]  Luciana Marchetti, La Confederazione Generale del Lavoro, Edizioni Avanti,  Milano 1962,

p. 317.

[258]  Resoconto stenografico del X Congresso della Resistenza , V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, Livorno, 26 febbraio-3 marzo 1921, Milano, Coop. gr. degli operai, 1922, pp. 80-81.

 

[259]  Ibidem

[260]  Ibidem

[261]  Ivi, pp.81-82.

[262]  Luciana Marchetti, La Confederazione Generale del Lavoro, cit., p.317.

[263]  Resoconto stenografico del X Congresso della Resistenza, V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, Livorno, 26 febbraio-3 marzo 1921, cit., p. 83.

[264]  Ibidem

[265]  Luciana Marchetti, La Confederazione Generale del Lavoro, cit., p. 317.

[266]  Resoconto stenografico del X Congresso della Resistenza, V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, Livorno, 26 febbraio-3 marzo 1921, cit. 85.

[267]  Ibidem

[268]  Ivi, p.87.

[269]  Ivi, p.88.

[270]  Ibidem

[271]  Ivi, p.89.

[272]  Ibidem

[273]  Ivi, pp.90-91.

[274]    Ivi, p.92.

[275]   Ibidem

[276]  Luciana Marchetti,  La Confederazione Generale del Lavoro, cit., p. 317.

[277]  Resoconto stenografico del X Congresso della Resistenza , V Congresso della Confederazione Generale del Lavoro, Livorno, 26 febbraio-3 marzo 1921, pp. 92.

 

 

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Biografie particolari, Comunismo e PCI, Cultura, Da me scritti, Fascismi, Naz Bol - Sinistra Nazionale, Politica, Post-comunismo, PSI - PSDI, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Tasca:un comunista eretico di destra.

  1. Pingback: Bucharin e il Comunismo di Destra | basileus88

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...