Bucharin e il Comunismo di Destra

BUCHARIN E IL DESTINO DELLA RUSSIA

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/tascaun-comunista-eretico-di-destra/

Premessa

Nikolaj Ivanovič Bucharin

Se non si leggono le opere di Nikolaj Bucharin, è difficile capire perché è fallito il socialismo di stato. Egli infatti esprime la posizione di chi voleva aiutare i contadini, conservando però l’idea di statalizzazione dell’economia (banche, industrie, trasporti, miniere, commercio con l’estero ecc.). Voleva sviluppare l’industria permettendo ai contadini di diventare borghesi. Voleva il capitalismo nelle campagne per ottenere il socialismo di stato nelle città. Iniziò a sostenere queste idee nel 1925 e, nonostante le sue successive rettifiche (in senso peggiorativo per le sorti dei contadini), tredici anni dopo venne fucilato dagli stalinisti.

I comunisti avevano fatto la rivoluzione coi contadini, ricchi e poveri, ma consideravano gli operai la loro punta di diamante: sia perché, non essendo proprietari di nulla, essi non avrebbero potuto imborghesirsi come gli agrari (kulaki); sia perché, militando nel partito bolscevico, non avevano rapporti con la chiesa, per cui erano ideologicamente più affidabili.

Una volta fatta la rivoluzione e superata la guerra civile e l’interventismo straniero, i comunisti non permisero ai contadini di svilupparsi autonomamente, ma solo in funzione degli operai e degli intellettuali, cioè dell’industria di stato e dell’apparato politico-amministrativo.

Ad un certo punto la differenza tra il gruppo di Bucharin e quello di Stalin stava soltanto nel modo di “usare” i contadini. Nessuno dei due gruppi metteva in discussione il “primato dell’industria”: semplicemente un gruppo pensava più a metodi di tipo economico (p.es. permettere ai contadini di arricchirsi, tassarli e concedere credito con banche statali), l’altro invece preferiva metodi di tipo amministrativo (il lavoro rurale va organizzato come quello operaio, essendo la terra un bene statale come le fabbriche).

A nessun bolscevico venne mai in mente di assegnare il primato dell’economia alla campagna (in un paese peraltro dove oltre l’80% dei lavoratori erano rurali), né di far ritornare gli operai alla terra, né, tanto meno, di favorire l’autoconsumo e il valore d’uso, o di potenziare le antiche comunità di villaggio (obscine) o di produrre soltanto quei beni industriali durevoli che venissero considerati assolutamente indispensabili alla riproduzione dei lavoratori e che non fossero lesivi per la tutela ambientale. A nessuno venne in mente di decentrare progressivamente, sul piano locale e regionale, i poteri politici ed economici.

Tutti avevano il terrore che in assenza di una statalizzazione e industrializzazione accelerata dell’economia, di una centralizzazione dei poteri decisionali, non solo sarebbero rinati il capitalismo e l’oscurantismo religioso, ma l’intera Russia sarebbe stata anche sconfitta dalle potenze straniere.

Così facendo però davano l’impressione che la rivoluzione socialista fosse stata un puro e semplice colpo di mano di pochi avventurieri, i quali naturalmente sapevano di non avere forze sufficienti per potersi difendere, alla lunga, dai nemici interni ed esterni.

I comunisti non hanno mai creduto in un consenso spontaneo da parte dei contadini, neppur dopo aver assegnato loro gran parte delle terre requisite ai latifondisti laici ed ecclesiastici.

Stalin subentrò a Bucharin (pur avendolo inizialmente appoggiato) quando ci si accorse che il capitalismo nelle campagne aveva reso i contadini troppo forti, in grado di ricattare non solo gli operai di città, ma tutti gli abitanti urbanizzati e persino il potere politico, la cui sopravvivenza dipendeva appunto dagli approvvigionamenti rurali.

I bolscevichi seppero solo fare la rivoluzione, ma, una volta al potere, fecero un errore dietro l’altro, tanto che, paradossalmente, se non fossero stati attaccati dai nazisti, è da presumere che sarebbero implosi prima. La vittoria, in quella terribile guerra patriottica, permise infatti a tutto il paese di non guardarsi allo specchio, di chiudere gli occhi sulle proprie contraddizioni e di andare avanti sino alla morte naturale di Stalin.

Poi improvvisamente si aprì un occhio in occasione della destalinizzazione politica voluta da Krusciov, e finalmente si aprì anche l’altro con la perestrojka di Gorbaciov, che fece capire il fallimento dell’economia sovietica, basato sull’illusione di far coincidere “pubblico” con “statale”.

In un’economia statalizzata, se non esistono motivazioni particolari – come appunto in caso di conflitti bellici -, si produce al minimo, senza interesse per la qualità e soprattutto si mente sui risultati raggiunti per non ricevere dall’alto ordini sempre più onerosi.

Purtroppo il destino ha voluto che dopo la perestrojka l’autocritica non sia approdata alla costruzione di un socialismo realmente democratico, bensì alla reintroduzione del capitalismo.

In tal senso il destino dei russi appare davvero incredibile: non solo hanno sofferto più degli altri paesi europei quando nel loro paese vigeva il feudalesimo; non solo hanno sofferto, prima di ogni altro paese europeo, i guasti del socialismo da caserma, ma ora, dopo aver capito, guardando noi, quanto si può soffrire sotto il capitalismo, hanno deciso consapevolmente di farci compagnia.

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/tascaun-comunista-eretico-di-destra/

Biografie Varie

Nikolaj Ivanovič Bucharin

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Nikolaj Ivanovič Bucharin

Nikolaj Ivanovič Bucharin, in russo: Николай Иванович Бухарин[?] (Mosca, 9 ottobre 188813 marzo 1938), è stato un rivoluzionario, politico e intellettuale russo.

Indice

Primi anni

Bucharin nacque a Mosca da due insegnanti di scuola elementare. La sua attività politica ha inizio all’età di sedici anni quando, insieme al suo caro amico Il’ja Ehrenburg partecipò alle attività studentesche dell’Università di Mosca connesse alla Rivoluzione russa del 1905.

Si iscrisse al Partito operaio socialdemocratico russo nel 1906, divenendo un membro della frazione bolscevica. Con Grigori Sokolnikov partecipò alla Conferenza nazionale dei giovani del 1907 tenutasi a Mosca, che è stata poi identificata come conferenza di fondazione del Komsomol.

A venti anni era già membro del Comitato del partito di Mosca. Il comitato era però pesantemente infiltrato dall’Okhrana, la polizia segreta degli zar, che subito lo mise sotto sorveglianza. A quel tempo strinse i rapporti con Osinskij e Vladimir Mikhailovič Smirnov ed incontrò anche Nadežda Michajlovna Lukina, sorella di Nikolaj Lukin che avrebbe poco dopo sposato in esilio.

Nel 1911, dopo una breve detenzione, Bucharin fu esiliato ad Onega nell’Oblast’ di Arcangelo, ma poco dopo si trasferì ad Hannover. Durante l’esilio continuò i suoi studi tanto da diventare uno dei maggiori teorici del bolscevismo. Tra l’altro si interessò degli economisti non-marxisti quali Aleksandr Bogdanov che si era allontanato dalle posizioni del Leninismo.

Scrisse anche diversi libri e fu editorialista del quotidiano Novyj Mir (Nuovo Mondo) insieme a Lev Trotsky ed Aleksandra Michajlovič Kollontaj. Durante la Prima guerra mondiale scrisse un libello sull’imperialismo dal quale Vladimir Lenin successivamente trasse degli spunti per la sua opera più importante: Imperialismo: l’ultima fase del capitalismo.

Ritornato in Russia, Bucharin divenne uno dei leader del movimento bolscevico di Mosca e fu eletto nel Comitato Centrale. Dopo la rivoluzione fu editorialista anche della Pravda.

Dirigente di partito: la caduta

Bucharin guidò l’opposizione della Sinistra Comunista al trattato di Brest-Litovsk, sostenendo che invece i bolscevichi dovevano continuare lo sforzo bellico e tramutarlo in una spinta a livello mondiale per la rivoluzione proletaria. Nel 1921 cambiò le sue posizioni e accettò le politiche di Lenin, incoraggiando lo sviluppo della Nuova Politica Economica. Nel testamento di Lenin Bucharin veniva definito affettuosamente “il figlio prediletto del partito”. Dopo la morte di Lenin, Bucharin divenne membro a pieno titolo del Politburo nel 1924, e presidente dell’Internazionale Comunista (Comintern) nel 1926.

Dopo il 1926 Bucharin, allora considerato come il capo della destra del Partito Comunista, divenne un alleato del centro del partito, che era guidato da Stalin e che costituiva il gruppo dirigente dopo che Stalin infranse la sua iniziale alleanza con Kamenev e Zinov’ev. Fu Bucharin che dettagliò la tesi del “Socialismo in un solo paese” portata avanti da Stalin nel 1924, la quale sosteneva che il socialismo (nella teoria marxista, uno stadio transitorio verso il comunismo) poteva essere sviluppato in una sola nazione, anche una sottosviluppata come la Russia. Questa nuova teoria affermava che la rivoluzione non aveva più bisogno di essere incoraggiata nei paesi capitalisti, poiché la Russia poteva e doveva conquistare il socialismo da sola. Questa tesi sarebbe diventata un marchio di fabbrica dello stalinismo.

Quando Bucharin si oppose alla proposta collettivizzazione dell’agricoltura fatta da Stalin nel 1928, questi attaccò le sue opinioni e lo costrinse ad abbandonarle. Come risultato, Bucharin perse la sua posizione al Comintern nell’aprile 1929 e venne espulso dal Politburo nel novembre dello stesso anno. I sostenitori internazionali di Bucharin, guidati da Jay Lovestone del Partito Comunista Statunitense, vennero espulsi anch’essi dal Comintern. Essi formarono un’alleanza internazionale per promuovere la loro visione, chiamandola Opposizione Comunista Internazionale, anche se è meglio nota come Opposizione di Destra, termine usato dall’opposizione trotskysta di sinistra in Unione Sovietica per indicare Bucharin e i suoi sostenitori.

Bucharin fu parzialmente riabilitato da Stalin che lo nominò redattore dell’Izvestija nel 1934, ma venne nuovamente arrestato nel 1937 con l’accusa di aver cospirato per il rovesciamento dello stato sovietico. Venne processato pubblicamente nel marzo 1938, come parte del Processo dei Ventuno, durante le Grandi purghe. Durante il processo, confessò le sue ‘colpe’, ‘di essersi avvicinato, attraverso un delicato meccanismo di psicologia doppia, da lui stesso individuato secondo la filosofia di Hegel in uno stato di “coscienza infelice”, alle posizioni controrivoluzionarie, al fine di far vincere le sue idee politiche’.

Bucharin (al centro) e Rykov prima del loro processo, 1938

Le sue ‘confessioni’ sono state valutate ‘vere e non costrette’ dai diplomatici dell’epoca presenti al processo, in particolare dall’ambasciatore degli Stati Uniti d’America Joseph Davies, che in un messaggio al segretario di stato a Washington dichiarò che: “Sebbene io nutra un pregiudizio nei confronti dell’acquisizione di prove attraverso la confessione …… io penso che gli accusati abbiano commesso abbastanza crimini secondo la legge sovietica, crimini stabiliti dalle prove e senza che vi siano possibili ragionevoli dubbi sul verdetto che li dichiari colpevoli di tradimento.” Bucharin nel corso del processo si dichiarò pentito di quanto fatto e indicò in Trotsky il principale motore del movimento controrivoluzionario. Fu così condannato e giustiziato dall’NKVD.

Bucharin è stato poi riabilitato ufficialmente dallo stato sovietico sotto Michail Sergeevič Gorbačëv nel 1988.

Il testamento

Poco prima del suo arresto, Bucharin dettò alla sua terza moglie, Anna Michailovna Larina, una “lettera alla futura generazione di dirigenti del Partito“, in cui tra l’altro dichiarava la sua impotenza dinanzi alla “macchina infernale” venutasi a creare a meno di due decenni dalla Rivoluzione d’Ottobre, chiedendo di non essere giudicato dalla posterità più severamente di quanto avesse meritato Lenin.

La vedova imparò a memoria il testamento e lo dettò solo dopo la riabilitazione del marito, riversandolo in un libro sulla vita di lui: la sua pubblicazione ravvivò la campagna pro-Bucharin che aveva avuto corso negli anni ’70 ad opera della Fondazione Bertrand Russell; Anna Larina, oramai anziana, intraprese tra il 1989 ed il 1990 una serie di conferenze in giro per il mondo, in cui confutava la tesi della confessione al processo e difendeva la memoria di Bucharin.

IL CASO BUCHARIN

Nikolai Bucharin, 50 anni dopo esser caduto vittima delle purghe staliniane, è stato riabilitato dalla perestrojka gorbacioviana nel febbraio 1988, allorché il plenum della Corte suprema della ex-URSS ha respinto la sentenza che lo accusava di aver partecipato al cosiddetto “blocco antisovietico dei trotskisti di destra”. Non si è trattato semplicemente del riconoscimento di un gravissimo errore giudiziario, ma anche, in positivo, del tentativo di far comprendere all’umanità la necessità di distinguere la lotta ideologica da quella politica, le idee dagli uomini che le professano, ma anche del tentativo di far comprendere che nella storia esistono sempre diverse alternative nei cui confronti si gioca la libertà degli uomini, e che quella risultata alla fine vincente non per questo va considerata la migliore.

Nel momento in cui Bucharin fu chiamato a svolgere un ruolo più significativo nella lotta che andava svolgendosi in seno al partito negli anni ’20 e ’30, egli aveva una considerevole esperienza politica. Già durante la rivoluzione russa del 1905-907, egli aveva aderito alle manifestazioni antigovernative e al Posdr (così il Pcus di allora). Lavorava come agitatore e organizzatore a Mosca. Dopo essere stato più volte arrestato, fu inviato in esilio, da dove riuscì a evadere, emigrando in Polonia. Nell’autunno 1912 conobbe a Cracovia Lenin, il quale lo convinse a lavorare per i circoli socialisti russi di Vienna. Proprio a quell’epoca egli cominciò a maturare un forte interesse per l’economia.

Durante la Ia guerra mondiale, Bucharin si trovava su posizioni diverse da quelle di Lenin relativamente alla questione dello Stato e del diritto delle nazioni all’autodeterminazione, in quanto l’uno privilegiava la lotta per la democrazia, l’altro quella per il socialismo. Lenin tuttavia non dava molta importanza a tali divergenze, ritenendole non fondamentali.

Nell’ottobre 1916 Bucharin lasciò l’Europa per gli Stati Uniti. A New York iniziò a collaborare attivamente per il giornale The New World. Lenin era pienamente soddisfatto della lotta che allora Bucharin conduceva contro Trotski. Fu solo dopo la rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 ch’egli rientrò in Russia. Nell’agosto successivo venne eletto membro del C.C. al VI congresso del partito bolscevico. In quel momento egli s’opponeva a coloro che esitavano sulla necessità d’una insurrezione armata contro il Governo provvisorio di Kerenski. Infatti, dopo la rivoluzione d’ottobre a Leningrado, fu tra i capi dell’insurrezione di Mosca.

Nel 1918 assunse una posizione errata a proposito della pace con la Germania: contro essa sosteneva l’esigenza d’una guerra rivoluzionaria. Più tardi però ammise d’essersi sbagliato. Nel contempo, egli svolgeva un lavoro assai proficuo in qualità di capo-redattore della Pravda, organo centrale del partito. Si può dire, nel complesso, che negli anni 1919-20 le concezioni di Bucharin si caratterizzavano per un “romanticismo rivoluzionario” assai marcato e per una concezione politica gauchiste. In un certo senso egli personificava lo spirito del “comunismo di guerra”, che allora albergava in tutti i membri del partito.

Il “comunismo di guerra” -come noto- forzatamente adottato in seguito alla guerra civile e alla crisi economica, consisteva in una mobilitazione di tutte le forze e risorse per la difesa. Suoi elementi essenziali furono: la nazionalizzazione dell’intera grande e media industria, nonché di una buona parte delle piccole imprese, la massima centralizzazione della direzione della produzione industriale e della distribuzione, la cessione obbligatoria allo Stato, da parte dei contadini, a prezzi fissi, di tutte le eccedenze di grano e di altri prodotti che superassero le norme stabilite per il consumo personale e per i bisogni economici, l’interdizione del commercio privato, l’approvvigionamento alimentare pianificato della popolazione e il livellamento dei salari.

Proprio nel 1920 apparve L’economia del periodo di transizione, l’opera di Bucharin che meglio generalizzava e assolutizzava la prassi politica ed economica del suddetto comunismo, il cui valore avrebbe solo dovuto essere transitorio. Non era quello il libro che avrebbe potuto introdurre la Nuova Politica Economica (NEP) che lo Stato sovietico applicò dal 1921 al 1929. Come noto, la NEP voleva essere l’antitesi del “comunismo di guerra”: essa infatti autorizzava il commercio privato, le piccole imprese capitalistiche sotto rigoroso controllo dello Stato, sollecitava l’industria statale all’autonomia finanziaria, trasformava le cessioni del surplus agricolo in imposte in natura. L’essenza di quest’ultima innovazione consisteva nel fatto che il contadino, dopo la consegna della prestabilita imposta in natura, poteva amministrare liberamente il prodotto della sua azienda. Naturalmente tale imposta era inferiore alle consegne obbligatorie. Fu questa politica economica che consolidò le basi economiche dell’alleanza tra operai e contadini, che sviluppò non solo i legami dell’industria socialista con la piccola produzione agricola, usando i rapporti mercantili-monetari, ma anche le leve economiche nella gestione dell’economia.

Nei più recenti studi della suddetta opera economica, spesso si critica Bucharin per aver fatto della “coercizione extraeconomica” il principale metodo di costruzione del socialismo. Con ciò tuttavia si dimentica di sottolineare il radicale mutamento di posizione di Bucharin dopo il passaggio alla NEP, nonché il fatto che lo stesso Lenin tendeva a condividere l’uso di tale coercizione (a condizione naturalmente che l’autore ne fosse il proletariato). Altri piuttosto erano gli errori segnalati da Lenin: scolasticismo e antidialetticità. Ma forse il conflitto maggiore tra Lenin e Bucharin fu quello degli anni ’20-’21, allorché Lenin impedì che i sindacati si staccassero dal partito, temendo l’indebolirsi di quest’ultimo, appena uscito dalla durissima lotta contro gli interventisti stranieri e le guardie bianche.

Bucharin, insieme ad altri gruppi frazionisti, era dell’avviso che la democrazia politica e lo sviluppo produttivo avrebbero tratto beneficio dall’autonomia dei sindacati, poiché la politica del “comunismo di guerra” aveva scontentato tutti. Il X Congresso del Pc(b) (marzo 1921) pose fine al dibattito emanando due importanti risoluzioni: una, politica, sull’unità del partito, con cui si vietava qualsiasi attività frazionistica; l’altra, economica, sull’imposta in natura, che costituì il fondamento della NEP. Tuttavia, nonostante questo conflitto teorico, non ci fu mai alcuna rottura fra Lenin e Bucharin. Significativo è inoltre il fatto che tutto quanto sarà rimproverato a Bucharin, al tempo del processo staliniano, non troverà alcun riscontro nella polemica con Lenin.

Gli anni 1921-27 vedono l’ascesa politica di Bucharin. Nel 1924 viene eletto membro dell’ufficio politico e gli si affidano posti di responsabilità non soltanto nel C.C. ma anche nel C.C. esecutivo (che è stato il più importante organo statale dal 1922 al 1936), nonché nel comitato esecutivo dell’Internazionale comunista. Egli inoltre faceva parte dello staff del Komsomol, del consiglio centrale dei sindacati e di vari comitati scientifici e culturali (ad es. capo-redattore della Pravda, poi della rivista Bolschevik, ecc.). Sovente rappresentava il partito all’estero.

Dopo la morte di Lenin egli s’impegnò nel partito, a fianco di Stalin, contro le idee di Trotski, Zinoviev e Kamenev. Bucharin si lanciò in una polemica così accanita che spesso restava completamente sordo agli argomenti sensati dei suoi avversari. L’intransigenza ideologica tendeva a trasformarsi in una sorta di antipatia personale. Stalin, che Trotski accusava, non senza ragione, di “centralismo senza princìpi”, seppe approfittare della situazione per imporre le sue concezioni politiche, estromettendo prima Trotski, poi Zinoviev e Kamenev dalla direzione del partito. In seguito la storia si preoccuperà di dimostrare che molte delle concezioni teoriche di Stalin erano più vicine a quelle di Trotski che non a quelle di Bucharin.

Gli anni ’20 furono per Bucharin un periodo di grande attività teorica. Rivedendo alcune sue posizioni, egli sviluppò l’idea leniniana dell’alleanza operaio-contadina come fondamento del potere sovietico e condizione obbligata della costruzione del socialismo. Egli inoltre fu uno dei primi a porre la questione del contributo teorico di Lenin al marxismo. In particolare egli cercò di sviluppare ulteriormente il concetto di NEP, in funzione delle concrete condizioni degli anni ’20. Nel libro La via al socialismo e l’unità operaio-contadina (1925), egli tenta di fondare teoricamente la costruzione del socialismo sulla base della NEP, riprendendo le idee di Lenin sulla necessità di misure transitorie per condurre al socialismo un paese in cui dominava la piccola proprietà contadina. In tal senso egli condivideva pienamente l’idea di Lenin secondo cui il socialismo doveva essere “un sistema di cooperatori civilizzati”. Ciononostante lo schema di Bucharin presentava una lacuna di non poco conto, in quanto la sua concezione si basava sull’idea che la NEP avrebbe perso progressivamente ogni ragion d’essere e che il socialismo si sarebbe radicato lentamente nel paese, senza salti qualitativi né transizioni rivoluzionarie. Oggi si è addirittura arrivati a credere che tali “salti” sono indispensabili per lo sviluppo di tutto il socialismo e non solo del suo periodo di transizione.

Quando uscì il libro di Bucharin, si stava scatenando un’aspra lotta politica in seno al partito, a causa della contraddittorietà di certe decisioni prese in precedenza. Da un lato infatti si prospettava l’ulteriore sviluppo della NEP “classica” attraverso l’estensione dei rapporti mercantili-monetari, il libero scambio, il permesso di assumere manodopera, di prendere o cedere in affitto, la soppressione dell’imposta in natura e l’organizzazione delle forniture alimentari cittadine su basi mercantili. Misure queste destinate a favorire le iniziative individuali e quindi l’industrializzazione del paese. Dall’altro lato però, il partito si cominciava a chiedere come conciliare questa libertà della piccola produzione con gli obiettivi dell’industrializzazione. Nel 1925 il problema veniva praticamente regolamentato dallo scambio non equivalente fra la città e la campagna. Ma un’economia equilibrata non poteva tollerare questo pompaggio di risorse, anche perché il partito era costretto a ricercare compromessi sempre più complicati.

Di fatto le linee programmatiche degli anni 1925-27 si basavano sulla concezione di Bucharin, secondo cui i colcos non erano il mezzo principale per arrivare al socialismo. Di qui il ritardo della cooperazione produttiva agricola rispetto all’inizio dell’industrializzazione del paese, la mancata soluzione del problema cerealicolo e la necessità di far entrare il paese nella tappa storicamente inevitabile del socialismo attraverso -come dirà più tardi lo stesso Bucharin- “la porta delle misure straordinarie”. È significativo però che sin dal 1926-27 Bucharin comincerà ad abbandonare l’idea dello sviluppo economico lento e regolare, prospettando invece cadenze più rapide. Egli cioè riconosceva alcuni limiti nella politica lanciata nel 1925.

Al XV congresso del partito (dicembre 1927) la direzione presenta un programma unanime per una graduale “ricostruzione” della NEP, volto a una maggiore applicazione della cooperazione produttiva e pianificata, e volto anche a un’offensiva più vigorosa contro gli elementi capitalistici urbani e rurali. Tuttavia, la direzione non fece alcun cenno al grave problema dello stoccaggio dei cereali. Ma dopo alcuni mesi dal congresso, la crisi della situazione internazionale e delle forniture di grano indussero l’ufficio politico a esercitare pressioni amministrative e giudiziarie a carico dei kulaki (contadini ricchi) e dei contadini medi, affinché provvedessero a rifornire di grano le città. La decisione venne presa da tutti i membri della direzione, fra cui Rykov (ministro degli interni), Tomski (leader dei sindacati), Bucharin e Stalin. Quest’ultimo, in particolare, era sempre più convinto che non si poteva più effettuare il pompaggio o pensare di risolvere il problema dei cereali con l’aiuto dei meccanismi tradizionali della NEP. Egli cioè si rendeva conto che il ricorso esclusivo a misure eccezionali, nei confronti della proprietà contadina individuale, avrebbe comportato inevitabilmente un calo del volume della semina e dei cereali destinati alla vendita. Ecco perché Stalin escogitò l’idea di costruire coattivamente i colcos (azienda collettiva), quali nuovo canale di pompaggio, sviluppando parallelamente aziende cerealicole di tipo sovcosiano (statale).

All’inizio nessuno dell’ufficio politico protestò contro questa nuova forma di pompaggio. Si discuteva soltanto delle sue modalità e dei limiti. Sarà all’inizio del giugno 1928 che Bucharin scriverà una lettera a Stalin sostenendo che la costruzione dei colcos non avrebbe potuto far uscire il paese dalla crisi in un lasso di tempo molto breve, anche perché lo Stato non era in grado di fornire immediatamente ai colcos i capitali e i materiali necessari. Egli in pratica rimproverava a Stalin una politica improvvisata, troppo empirica e, col pretesto di misure eccezionali, assai diversa dalla linea del XV congresso.

Per Bucharin, in sostanza, la questione si poneva nei termini seguenti: non essendo i colcos in grado di fornire sufficiente grano, nell’immediato, occorreva rilanciare le aziende individuali, normalizzando i rapporti coi ceti rurali. Stalin era invece di tutt’altro avviso: fino a quando i colcos non sarebbero stati in grado di risolvere il problema cerealicolo, egli riteneva indispensabile ricorrere alle misure straordinarie. A quel tempo il principale disaccordo fra i due riguardava meno le questioni dei ritmi di sviluppo o quella di saper se bisognava o no creare dei colcos, e molto più la questione di sapere come gestirli, in quanto che essi non erano ancora in numero sufficiente e non producevano grano.

Nel luglio 1928, al plenum del C.C., Stalin avanza la sua teoria del “tributo”, cioè di una soprattassa a carico dei contadini, cui si era momentaneamente costretti -a suo giudizio- “per mantenere e accelerare gli attuali ritmi dello sviluppo industriale”. Bucharin non si oppose al pompaggio né alla sottrazione di una parte della produzione agricola a beneficio dell’industria pesante, anche se auspicava l’uso di una grande moderazione.

In sintesi: Stalin riteneva che lo scambio non equivalente (tra industria e agricoltura) e il mercato fossero due cose incompatibili, in quanto il secondo ostacolava il primo. Bucharin invece sosteneva che il pompaggio delle risorse agricole dovesse effettuarsi attraverso i meccanismi di mercato, sulla base delle aziende individuali, per un periodo di tempo piuttosto lungo. In altre parole, Bucharin non negava che i colcos e i sovcos fossero lo strumento più adatto a questo pompaggio: il problema, per lui, era ch’essi non potevano fornire immediatamente allo Stato i cereali destinati alla vendita. Chi dei due aveva ragione? Né l’uno né l’altro. Da un lato infatti era assurdo pensare -e Bucharin più tardi lo comprenderà- che attraverso il mercato privato fosse possibile travasare le risorse delle aziende agricole individuali nell’industria pesante, dall’altro era altrettanto evidente che il ricorso a misure eccezionali avrebbe compromesso l’alleanza operaio-contadina, mettendo il Paese sull’orlo della guerra civile. Soltanto lo sforzo di una riflessione collettiva avrebbe permesso di elaborare un programma costruttivo per il periodo in cui i colcos non erano ancora in grado di fornire la quantità necessaria di cereali. E comunque il plenum del C.C. nel luglio 1928 decise a maggioranza di sottoscrivere l’appello alla prudenza lanciato da Bucharin, Rykov e Tomski.

Nella pratica, tuttavia, le cose andarono ben diversamente, in quanto era il discorso di Stalin sul “tributo” che in ultima istanza portava avanti la politica del partito. Di fronte a questa contraddizione, Bucharin cercò di reagire nell’autunno 1928, segnalando che la situazione economica stava alquanto peggiorando. Al plenum del C.C. di novembre egli riuscì a far adottare una risoluzione comune avente come punto fondamentale il riconoscimento che i contadini poveri e medi andavano incoraggiati. Ma la risoluzione, benché votata all’unanimità, venne ben presto dimenticata, col risultato che alla fine del ’28 il Paese era piombato in una terribile crisi cerealicola. I debiti con l’estero non potevano più essere pagati. S’imposero immediatamente il razionamento del pane e i tagli all’import. Tutti i programmi produttivi rischiavano di fallire.

Il 30 gennaio 1929, ai membri dell’ufficio politico e il 9 febbraio al presidium del commissione centrale di controllo del partito, Bucharin, Rykov e Tomski dichiarano che il dualismo fra la prassi e le decisioni prese dal partito dipendono dalla posizione personale di Stalin, il quale avendo accumulato dei poteri straordinari, ne usa in modo arbitrario. Stalin viene accusato di “etichettare le persone” e di nascondere la verità delle cose, ma neppure i suoi collaboratori vengono risparmiati. In particolare, l’ala buchariniana sostiene di non aver mai contestato le decisioni ufficiali del partito e ch’essa si batteva soltanto contro le deformazioni imposte a queste decisioni da Stalin e dal suo staff, ovvero contro le misure eccezionali e contro il fatto di mettere Stalin e il partito sullo stesso piano. Infine si chiedeva di non considerare questo attacco a Stalin come un attacco a tutto il partito. “Noi pensiamo -scriveva il gruppo di Bucharin- che il compagno Stalin dovrebbe seguire il consiglio (assai saggio) dato da Lenin, rispettando il principio della collegialità. Noi riteniamo che chiunque debba poter criticare il compagno Stalin, come ogni altro membro dell’ufficio politico, senza paura di passare per un ‘nemico del popolo'”. Un’esigenza, come si può facilmente notare, che non poteva certo far pensare ad ambizioni di potere personale da parte di Bucharin.

Nel suo discorso al plenum del C.C. d’aprile 1929, Bucharin accusa Stalin d’aver preso delle misure contro tre membri dell’ufficio politico, al fine di discreditarli pubblicamente, senza che vi fosse alcun giudizio emesso dall’organo politico competente. Oltre a ciò Bucharin critica la concezione staliniana secondo cui la lotta di classe s’inasprisce in rapporto ai progressi della società socialista. Con questa teoria infatti (che Stalin prese da Trotski e che formulò nel luglio 1928) si poteva giustificare il ricorso alle “misure straordinarie”. Essa in pratica confondeva, a giudizio di Bucharin, due cose differenti: “un periodo momentaneo di acuta lotta di classe con il corso generale dello sviluppo”.

Il pensiero di Bucharin intanto evolveva verso la convinzione che le difficoltà non stavano nei ritmi accelerati dell’industrializzazione, in quanto tali ritmi avrebbero potuto essere ancora più sostenuti se si fosse pensato di più a sviluppare l’agricoltura, proteggendo in modo particolare la produzione cerealicola. Queste difficoltà tuttavia risalivano in gran parte alle decisioni del 1925. Se il problema cerealicolo s’era imposto in termini così acuti, ciò in parte era dipeso dal fatto che si era deciso di industrializzare il Paese puntando a valorizzare le aziende individuali contadine e non la cooperazione produttiva. I colcos, creati per risolvere il problema cerealicolo, offrivano appunto la possibilità di una rapida industrializzazione. A questa conclusione Stalin era arrivato nel gennaio 1928, senza l’aiuto di Bucharin: cosa che se si fosse verificata prima, in una situazione diversa, avrebbe reso inutile l’adozione di misure straordinarie, mentre Bucharin, dal canto suo, non avrebbe pagato le conseguenze della politica che lui stesso aveva promosso nel 1925.

Nell’aprile 1929, Bucharin constata che il piccolo produttore non vende più il suo grano ma lo consegna allo Stato e che, di conseguenza, il mercato fra città e campagna è stato rotto. L’introduzione di misure straordinarie e la forzata concessione di grano allo Stato avevano avuto un effetto assai demotivante sulla produzione individuale. La moneta era in corso di svalutazione, non esistevano incentivi di sorta, le pressioni amministrative aumentavano e anzi di diversificavano, i tentativi di combinare lo sviluppo degli scambi con i nuovi legami economici fra città e campagna fallirono del tutto. Il principale problema di gestione consisteva nel fatto che elementi moderni di regolazione economica si trovavano ad essere affiancati da misure eccezionali incompatibili con la NEP.

Poggiando su quest’analisi, Bucharin elaborò un programma alternativo. Egli suggerì d’importare il grano, di rinunciare definitivamente alle misure straordinarie, di ristabilire la legalità rivoluzionaria, di servirsi dei prezzi come mezzo di regolazione e d’intensificare la produzione agricola. Oltre a ciò, egli sosteneva che i prezzi d’acquisto del grano dovevano essere flessibili e non rigorosamente fissati, in quanto andavano rapportati all’andamento della stagione e alle diverse zone regionali. Non una parola però contro lo scambio iniquo tra città e campagna, contro il pompaggio delle risorse agricole.

Tale progetto non venne approvato dalla maggioranza dei membri del C.C. Essenzialmente a causa del primo punto, quello su cui Bucharin era irremovibile. La sua proposta d’importare il grano venne percepita come un passo indietro, privo di sbocchi per il futuro. In effetti, la questione principale era quella di scegliere non fra l’import del grano e le misure eccezionali, ma fra tale import e l’industrializzazione, e la direzione del partito non aveva dubbi sulla necessità di favorire la seconda strada. L’atteggiamento intransigente di Bucharin su questo aspetto, indusse la direzione a rifiutare tutte le sue proposte, compresa quella, così importante, del rispetto della legalità rivoluzionaria. Nonostante ciò si decise lo stesso di confermare la sua presenza nell’ufficio politico.

Malgrado la natura controversa del programma di Bucharin e la polemica che sollevò, la maggioranza dei membri del C.C. mostrò buon senso, e Bucharin rispettò la loro volontà, ammettendo la possibilità di una rapida industrializzazione. D’altra parte sia il plenum del C.C. che la XVI conferenza del partito riconoscevano nell’aprile 1929 l’esistenza simultanea di ritmi elevati dell’industrializzazione e di ritmi relativamente modesti della collettivizzazione. L’ala buchariniana apprezzò, come tutto il partito, alla fine del ’29, i risultati raggiunti nel campo dei lavori pubblici e del movimento colcosiano. Ma, nonostante queste valutazioni convergenti, Bucharin, Rykov e Tomski continuarono a proclamare l’inammissibilità delle misure straordinarie. Purtroppo, appoggiando Stalin su tale questione, il C.C. commise un errore fatale, di cui si renderà conto solo molto tempo dopo.

Fino al novembre 1929 le esitazioni dei membri del C.C. fecero sì che il gruppo buchariniano continuasse a giocare il ruolo di contrappeso politico allo stalinismo emergente. Ma con la sconfitta di questo gruppo e la sua esclusione dall’ufficio politico, cominciarono a moltiplicarsi gli abusi nelle campagne e le violazioni dei princìpi leninisti riguardanti i rapporti coi contadini. Iniziò così il terrore degli anni ’30.

A partire dal novembre 1929 la biografia politica di Bucharin diventa incerta. Gli odierni tentativi degli storici sovietici di utilizzare i testi degli ultimi interventi di Bucharin suscitano non poche perplessità. Alcuni addirittura ritengono che il Bucharin degli anni ’30 fu un uomo distrutto, che si sforzò come meglio poteva di accontentare Stalin, ma questa interpretazione è troppo semplicistica per essere vera. In realtà Bucharin, oltre che svolgere assai attivamente il suo ruolo di dirigente politico, di capo-redattore delle Izvestia, di accademico e di economista, esercitava ancora molta influenza su non pochi membri del C.C. Quest’ultimi, convinti che l’autocritica di Bucharin fosse sincera, desideravano la sua riabilitazione politica.

Ma quando si produsse il “grande balzo in avanti”, accompagnato da enormi perdite e sacrifici, e il partito cominciò a porsi la domanda se mantenere le misure eccezionali, contro cui aveva protestato Bucharin nel ’29, oppure se normalizzare la vita socio-economica, scoppiarono ben presto nuove furenti polemiche. Bucharin si fece portavoce della normalizzazione ed elaborò un orientamento generale al plenum del gennaio 1933. Gli “umori” dei dirigenti sembravano essergli favorevoli. Bucharin riconobbe che il primo piano quinquennale, nonostante alcuni forti limiti, aveva conseguito molti importanti obiettivi: l’URSS era diventata “un nuovo Paese”. La concezione economica che Bucharin aveva del socialismo consisteva nel favorire un’economia di mercato pianificata, in cui il commercio, posto su basi nuove, giocasse un ruolo fondamentale (ad es. gli incentivi nell’agricoltura andavano salvaguardati anche se regolamentati). Nel contempo, più ancora di Rykov e di Tomski, egli sostenne che Stalin, con la sua ferma volontà, si era conquistato il diritto di dirigere anche in futuro il processo storico-politico del Paese. Parole, queste, che potevano anche lasciar pensare che Bucharin volesse restare nell’ufficio politico, per continuare a influire sugli avvenimenti. Solo molto più tardi però ci si accorgerà che con esse egli aveva incoraggiato, senza volerlo, la nascita del culto della personalità.

Viceversa, Stalin non aveva alcuna intenzione di rinunciare alle misure straordinarie e, temendo il successo che le idee di Bucharin stavano avendo negli ambienti di partito, escogitò con il suo entourage il modo per “incastrarlo”. Fu così che la polemica resuscitò su questioni puramente terminologiche. Bucharin definiva il mutamento dei rapporti produttivi agricoli come il risultato della gigantesca rivoluzione agraria compiuta attraverso la dittatura del proletariato, che comportò l’esproprio dei mezzi produttivi dei kulaki. Al che Stalin obiettava che la politica della collettivizzazione non doveva essere ridotta al concetto di rivoluzione agraria. Stalin, in sostanza, tendeva a sopravvalutare i vantaggi (presunti o reali) della collettivizzazione forzata rispetto ad ogni altra politica agraria.

Bucharin inoltre considerava la soluzione del problema dei nuovi mezzi produttivi come centrale per l’edificazione dell’economia socialista. Stalin invece replicava col dire che anche in questo caso Bucharin peccava di superficialità, poiché non sapeva cogliere l’importanza dei mezzi produttivi per l’industria pesante rispetto agli altri settori economici. Lo stesso Stalin attaccò duramente Bucharin per aver sostenuto che la percentuale del reddito nazionale destinata all’accumulazione era troppo elevata e che le forze produttive erano state ridistribuite a svantaggio di altri settori, specie quello agricolo. Senza entrare nel merito di queste osservazioni critiche, Stalin se ne servì per accusare il gruppo di Bucharin di inaffidabilità, dimostrando così che le vere divergenze non erano nominalistiche e che il problema principale restava sempre lo stesso: normalizzare la situazione o controllarla con la violenza?

Dopo l’omicidio di Kirov, nel 1934, cui Stalin non può essere considerato del tutto estraneo, la spada di Damocle pendeva sulla testa di Bucharin e di altri membri dell’opposizione. All’interno del C.C. si era incerti sul da farsi: la figura di Bucharin non la si vedeva in alternativa alla direzione politica, ma neppure la si voleva escludere da essa, poiché le sue idee antiautoritarie erano condivise. Questo tuttavia non impedì che il plenum che C.C. di febbraio-marzo 1937, convocato per denunciare i cosiddetti sabotatori e i trotskisti infiltrati nella leadership del partito, si aprisse con l’esame del “caso” Bucharin e Rykov (Tomski nel frattempo si era suicidato, prevedendo il peggio).

L’accusa sosteneva che quest’ultimi conoscevano e appoggiavano un blocco trotskista-zinovievista clandestino e un centro trotskista parallelo antisovietico, il cui obiettivo era quello di restaurare il capitalismo con l’aiuto d’interventisti fascisti stranieri. Tutto ciò era completamente inventato, e del tutto assurde erano anche le accuse mosse contro Bucharin di aver voluto organizzare nel 1930-31 un’insurrezione contadina al fine di creare uno Stato siberiano autonomo che facesse pressione sul regime staliniano, o l’accusa di aver cospirato per eliminare Stalin.

Bucharin si difese egregiamente e la commissione giudicatrice, presieduta da Mikoyan, sembrava dargli ragione. Stalin pertanto si vide costretto a ricorrere all’intrigo (come risulta dalla discussione su quale testo definitivo dare alla risoluzione di condanna). Due proposte erano state fatte: la prima prevedeva l’espulsione di Bucharin e Rykov dal C.C. e dal partito, nonché il processo davanti al tribunale militare con esecuzione della pena capitale (la fucilazione); la seconda prevedeva il deferimento alla giustizia senza esecuzione. Astutamente Stalin suggerì di non tradurli di fronte alla giustizia ma di delegare la gestione del caso al Commissariato del popolo per gli affari interni, col pretesto di un supplemento d’indagine. Decisione, questa, accettata all’unanimità, salvo le due astensioni di Bucharin e Rykov.

L’ultimo atto del dramma di Bucharin fu il processo del 2 marzo 1938, intentato contro il cosiddetto “blocco trotskista di destra”. I 21 imputati furono accusati dal procuratore A. Vychinski dei crimini più assurdi e più gravi: dall’aver manipolato la rotazione delle colture all’intenzione di consegnare l’Ucraina alla Germania nazista. Il processo fu una vera farsa: tutto era già stato predeterminato. Bucharin, che pure si era confessato colpevole al pari degli altri (sperando di evitare conseguenze sui familiari), respinse sino all’ultimo l’accusa per lui più mostruosa, quella secondo cui nel 1918, all’epoca di Brest-Litovsk, egli avrebbe progettato con i socialisti-rivoluzionari di uccidere Lenin, così come negò la partecipazione all’assassinio di Kirov. Dei 21 imputati, il Collegio militare della Corte suprema decise di condannarne 18 alla fucilazione e tre a pesanti pene detentive. Con la morte di Bucharin il terrore staliniano era riuscito ad abbattere l’ultimo grande ostacolo.


Testi di Bucharin

La critica

Siti Web

Download

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/tascaun-comunista-eretico-di-destra/

Per capire meglio la politica economica leninista,la NEP.

Pochi sanno che nella Russia bolscevica ci fu per un periodo il libero mercato.. abbattuto poi dalle collettivizzazioni forzate, dopo la morte di Lenin, dal suo successore Stalin.

POLITICA, LOGICA E METODI DELLA NEP

Per la sua ricchezza di idee e di misure audaci, creative, la Nuova Politica Economica (NEP) degli anni ’20 occupa un posto assai particolare nell’esperienza storica accumulata nell’URSS in materia di regolazione e gestione dell’economia. Una radicale ristrutturazione di tutto il meccanismo economico, operata in un breve periodo (1921-24), procurò allora un apprezzabile effetto socio-economico. Il settore socialista si trovò ampliato e rafforzato, e l’alleanza politica degli operai coi contadini venne dotata d’una base economica sufficientemente solida. Nel 1927-28 la produzione industriale e agricola aveva già ritrovato i suoi ritmi pre-bellici (non dimentichiamo che la NEP si sviluppa subito dopo la I guerra mondiale e la guerra civile). Si erano elevati anche la produttività del lavoro e gli standard di vita. La NEP aveva posto numerose e necessarie premesse all’industrializzazione del Paese e alla collettivizzazione agricola (anche se poi la prima, sotto lo stalinismo, riguardò quasi esclusivamente l’industria pesante mentre la seconda avvenne nella maniera “forzata”).

Oggi non pochi economisti tentano di equiparare la NEP alla perestrojka, ma è evidente che una riedizione pura e semplice della logica e dei metodi della vecchia NEP non ha alcun senso. Al massimo si possono paragonare le esigenze di realizzare complesse strategie socio-economiche in condizioni molto difficili e in un lasso di tempo relativamente breve. In particolare, sono forse 5 o 6 gli aspetti ancora oggi di fondamentale importanza, che assomigliano ad aspetti analoghi della vecchia NEP: il passaggio a una distribuzione proporzionale dei redditi nell’ambito dell’industria e dell’agricoltura; la riedificazione di rapporti mercantili-monetari, equivalenti tra città e campagna; l’istituzione di vari trust industriali e di cooperative commerciali, funzionanti in gestione contabile integrale; la creazione d’una moneta forte e di un bilancio statale equilibrato; la regolarizzazione di tutto il sistema creditizio e finanziario; un ampio utilizzo delle conquiste scientifiche nell’organizzazione del lavoro e nel management.

Il periodo del “comunismo di guerra”(immediatamente precedente a quello della NEP) si era caratterizzato anzitutto per un’opposizione acuta fra le posizioni di classe delle masse lavoratrici da un lato, e quelle degli elementi piccolo-borghesi dall’altro. Ma soprattutto fra gli operai e i contadini, il livello necessario di concertazione degli interessi non era stato ancora realizzato, a causa dell’inesistenza d’un meccanismo economico capace di formarlo e supportarlo. Il problema cioè era quello di come raccordare gli interessi di classe del proletariato industriale delle imprese nazionalizzate, con quelli di tutta l’altra popolazione (di cui i contadini costituivano l’asse portante). La strategia della NEP consisteva appunto in questo, nel cercare di rimuovere le forme contraddittorie più acute e scoperte fra le classi, attenuando le forze centrifughe della piccola produzione mercantile, per arrivare in seguito ad armonizzare gli interessi degli operai e dei contadini almeno su taluni aspetti essenziali.

Per risolvere questi problemi era necessario rispettare scrupolosamente alcune condizioni: nella sfera economica, anzitutto, il carattere equivalente dello scambio dei risultati del lavoro, onde impedire la soggezione dell’agricoltura all’industria; in secondo luogo, la partecipazione paritaria fra lavoratore, collettivo e Stato al reddito finale (mentre infatti il volume assoluto del reddito statale era fissato prima, l’ammontare dei redditi dei collettivi e dei lavoratori variava in funzione del valore del risultato finale della loro attività, per cui il produttore si sentiva sollecitato a fabbricare prima e meglio i beni di consumo).

Un tale meccanismo non esisteva nella Russia dei primi anni rivoluzionari. Alcuni tentativi erano stati fatti nel 1918-19, ma la guerra civile, l’intervento straniero e la fame resero necessari una misura politica estrema: la requisizione del grano, onde realizzare degli stocks minimi di derrate. La razione di pane venne fissata a 409 grammi al giorno pro-capite, ma in genere si riusciva ad assicurarne solo la metà.

Ovviamente la confisca del grano eccedente lo stretto indispensabile, ledeva gli interessi del contadino produttore: le norme che lo riguardavano consideravano solo il numero delle bocche da sfamare per ogni famiglia, nonché i bisogni di foraggio e di sementi per gli animali (queste eccedenze gli venivano pagate a prezzi calmierati e finivano negli ammassi pubblici. Il libero commercio era proibito). Ciò ovviamente dissuadeva i contadini dall’aumentare la produzione, anche perché l’inflazione era così alta che i prezzi con cui lo Stato pagava il grano eccedente, non servivano neanche a coprire le spese di produzione, per cui col tempo la fame, che pur il governo aveva cercato di combattere, divenne peggiore di prima.

Non solo, ma nelle fabbriche il livellamento remunerativo degli operai distoglieva quest’ultimi dall’idea di dover produrre meglio e prima. Di qui il circolo vizioso: la produttività del lavoro diminuiva, questa portava a un calo dei consumi, e questo, a sua volta, inibiva gli stimoli a un lavoro più intenso e qualificato. Nel 1920-21 il livello reale di vita dei lavoratori raggiungeva appena 1/3 di quello del 1913.

All’inizio degli anni ’20, il ristabilirsi di rapporti fondati su incentivi, al fine di garantire una migliore e maggiore produttività, debuttò nelle campagne, cioè in quel settore in grado di risolvere i problemi connessi all’approvvigionamento di tutta la popolazione. Durante il sistema delle requisizioni forzate il governo aveva posto l’accento sull’alleanza con gli strati più poveri dei lavoratori agricoli, che ricevevano in effetti una parte del grano stoccato. Ora invece l’intenzione era diventata quella di estendere ai contadini medi le migliori condizioni per potersi sviluppare. Nel marzo 1919 Lenin dichiarò che il partito avrebbe difeso i contadini medi dall’arbitrio delle autorità locali. Poco dopo l’VIII congresso, egli chiese, in un primo momento, di diminuire le requisizioni, le esazioni fiscali, ecc.; poi chiese di fissare una quota proporzionata di prelievi, che il contadino avrebbe dovuto conoscere in anticipo, in modo da poter utilizzare liberamente la quota restante.

I punti di vista che si fronteggiavano sulla stampa erano sostanzialmente due: uno partiva dall’immutabilità del sistema dei prelievi delle derrate e prevedeva di passare a una regolazione statale diretta delle aziende individuali e familiari, sino alla delineazione di compiti obbligati relativamente alle superfici seminate (era l’approccio amministrativo). L’altra opinione, del tutto opposta, puntava su misure miranti a interessare economicamente i contadini alla crescita della loro produzione. Alla fine del dicembre 1920, nel corso dell’VIII congresso dei soviet, si giunse a un compromesso. I prelievi delle derrate secondo la vecchia modalità furono aboliti in 13 distretti.

L’8 febbraio 1921, Lenin elaborò delle tesi che prevedevano la transizione dalla politica del “comunismo di guerra” alla NEP. I punti fondamentali erano i seguenti:

  • soddisfare le esigenze dei contadini, sostituendo le requisizioni (il prelievo delle eccedenze) con un’imposta in natura (cioè in grano), che poi diventerà in denaro, pagato il quale, il contadino poteva liberamente vendere i suoi prodotti sul mercato locale;
  • diminuire il tasso di questa imposta in rapporto alle requisizioni dell’ultimo anno;
  • approvare il principio secondo cui il tasso d’imposta dev’essere fissato secondo l’impegno dell’agricoltore, ovvero che deve diminuire se l’impegno aumenta;
  • estendere la libertà per l’agricoltore di utilizzare le eccedenze rimanenti nel circuito economico locale, a condizione che l’imposta sia versata rapidamente e completamente. Queste tesi serviranno poi da base per elaborare la risoluzione del X congresso del partito: “Sulla sostituzione delle requisizioni con un’imposta in natura“. La NEP insomma era stata suggerita dalle esigenze degli stessi contadini.

Secondo le iniziali previsioni, l’imposta doveva essere percepita sotto forma di un prelievo proporzionato alla produttività dell’azienda, tenendo conto dell’importanza del raccolto, del numero di bocche da sfamare e della presenza o assenza di bestiame. Tuttavia si concedevano forti agevolazioni agli agricoltori zelanti, che aumentavano le superfici coltivate. In seguito si decise di stabilire l’imposta sulla base delle terre lavorate, cosa che aumentava l’interesse del contadino verso un loro uso intensivo.

Il rischio maggiore che il governo doveva affrontare era quello della diffusione degli accaparratori e degli speculatori. A tale scopo si propose di organizzare, con l’aiuto delle cooperative e degli organi locali di potere, una sorta di scambio diretto dei prodotti tra produttori e consumatori. Questo scambio “naturale” delle merci era troppo primitivo per potersi sviluppare, ma proprio per questo il governo lo appoggiò: un decreto del 24 maggio 1921 autorizzò “il libero scambio, la vendita e l’acquisto di derrate agricole che restano alla popolazione, dopo il pagamento dell’imposta in natura”.

Il X congresso del partito, nel marzo 1921, aveva dunque optato per la trasformazione della confisca in un’imposta naturale e per la reintroduzione della circolazione delle merci. Esso in pratica aveva costatato ch’era impossibile vincere il proprietario privato (specie quello medio-piccolo, enormemente maggioritario) con l’aiuto dei mezzi e dei metodi militari e amministrativi. La lotta per l’affermazione del socialismo si doveva spostare sul terreno dell’economia, dove i mutamenti qualitativi sono sempre molto lenti e faticosi, anche se, in ultima istanza, sicuri e irreversibili. Il governo doveva partire dal riconoscimento che le aziende individuali costituivano la forza principale dell’economia.

La valorizzazione, da parte di Lenin, del duplice carattere dell’azienda individuale ebbe un’importanza capitale per l’elaborazione d’una politica corretta nei confronti di circa 100 milioni di lavoratori. “Il proletariato -egli scrisse- deve distinguere il contadino lavoratore dal contadino proprietario, il contadino lavoratore da quello mercantile, quello laborioso da quello speculatore”. Lenin ammise l’errore d’aver creduto che fosse sufficiente, tramite ordini espressi dall’alto, organizzare in modo comunista, in un Paese di piccoli agricoltori, la produzione e la divisione dei prodotti, senza tener conto dell’interesse e dei vantaggi individuali. Egli insomma capì che per costruire il socialismo si doveva, almeno in Russia, passare per il capitalismo di stato. Questa transizione al socialismo era la più accessibile e la più comprensibile ai contadini.

L’esperienza degli anni 1918-20 mostrò chiaramente il fallimento di tutti i tentativi di risolvere le contraddizioni economiche attraverso uno scambio dei prodotti imposto volontariamente. D’altro canto, gli agricoltori sapevano bene d’aver ricevuto la terra dalla rivoluzione proletaria. Tornare indietro era impossibile: solo i rapporti mercantili-monetari avrebbero potuto salvare l’economia rurale dalla rovina in cui era caduta all’inizio degli anni ’20. E in effetti sarà così: la NEP supererà il dissesto economico del Paese e l’inflazione, inoltre ristabilirà la normale formazione dei prezzi e un sistema monetario stabile, creando infine una consistente riserva finanziaria e materiale per la successiva industrializzazione. Nel 1925 molti indici produttivi uguagliarono quelli del 1913. Nel ’27 si contavano nel Paese decine di migliaia di associazioni e cooperative agricole, compresi 6.300 associazioni per il lavoro comune della terra (TOZ) e 8.500 artels e comuni.

I contadini si univano anche in società di consumo. Le cooperative di consumo divennero degli importanti intermediari commerciali fra il produttore agricolo e il cittadino consumatore. Nel 1926-27 più della metà dell’insieme del commercio al dettaglio veniva gestito dalle cooperative di consumo, che realizzavano anche una buona parte dello stoccaggio del grano, della carne, delle uova, delle fibre di lino e altre merci. Nella seconda metà degli anni ’20 si sviluppò anche il sistema dei contratti riguardanti le forniture dei mezzi produttivi e la concessione di un’assistenza agrotecnica: contratti stipulati fra le organizzazioni statali e le cooperative, da un lato, e le aziende contadine dall’altro. Ciò al fine di limitare l’anarchia del mercato.

La NEP tuttavia non rappresentò soltanto il passaggio dal prelievo delle derrate all’imposta in natura e, in seguito, a forme più o meno evolute di commercio. Oltre a ciò, la NEP aveva di mira la creazione di un forte sistema monetario, finanziario e creditizio, nonché il rafforzamento e l’estensione delle cooperative di consumo e l’istituzione (come poi avvenne nel febbraio 1921) d’una commissione di Stato (Gosplan) autorizzata ad elaborare un piano statale unico. Inoltre la NEP autorizzò l’affitto della terra e l’uso, in una certa misura, della manodopera salariata.

Non solo, ma gli stessi rapporti dello Stato con la classe operaia subirono delle modifiche. Gli operai infatti vennero coinvolti nell’allestimento di trusts funzionanti in gestione autonoma, dotati d’una relativa libertà d’azione e responsabili del loro fatturato, nei confronti non solo dello Stato ma anche del collettivo dei lavoratori. Si faceva cioè dipendere direttamente il finanziamento della produzione e i redditi di tutto il personale dai risultati delle attività produttive e commerciali. Il lavoro del trust doveva essere orientato verso l’acquisizione di profitti destinati a una divisione equilibrata. Infatti, almeno il 20% dei profitti andavano alla formazione d’un capitale di riserva del trust: tale somma raggiungerà ben presto la metà del totale del capitale sociale di base (di qui la decisione che in seguito si prenderà di alimentare il capitale di riserva in ragione del 10% dei profitti). Il capitale di riserva veniva utilizzato dal consiglio d’amministrazione del trust, in accordo con gli organi amministrativi superiori, per allargare la produzione e compensare le perdite connesse alle attività economiche. Il trust era soggetto a tutte le imposte, comprese quelle industriali e sul reddito, allo stesso titolo delle imprese private.

Per interessare il personale del management alla crescita di efficacia della produzione, furono istituiti premi speciali e occasionali dividendi, proporzionati al livello di profitti raggiunto. Nel contempo il personale era responsabile nei confronti del diritto civile e penale per l’integrità del bene affidatogli e per la redditività dell’impresa.

Gli operai erano remunerati a cottimo o sulla base di contratti negoziati: vi erano poi dei “bonus” relativi ai profitti. Praticamente si cercava di ostacolare il livellamento retributivo e d’incentivare materialmente i lavoratori migliori. Anche se la cosa però non riusciva più di tanto. Produzione e distribuzione restavano, nonostante tutto, largamente dipendenti dalla volontà dello Stato, e in questo senso si può dire che la NEP trovò maggiori sostegni nel mondo agricolo che in quello industriale.

I prodotti del trust erano commercializzati sulla base dei prezzi di mercato. In un primo momento, numerosi trust cercarono d’incrementare i profitti facendo lievitare i prezzi, ma poi gli organi statali competenti dovettero aumentare i controlli e regolamentare i prezzi (anche perché le merci rischiavano di restare invendute). Ciò comunque indusse le imprese a puntare sulla qualità dei prodotti, migliorando le prestazioni economiche e la produttività del lavoro.

Lo sviluppo dei trust si basava sul principio dell’autofinanziamento: il capitale proveniva dall’ammortamento del capitale di riserva, cioè dai profitti, e dal credito bancario. In tali condizioni, le imprese incapaci di sfruttare al meglio le potenzialità esistenti, prive di vera iniziativa, finivano col trovarsi in una grave situazione finanziaria. Non poche infatti dovettero chiudere. Il tesoro pubblico, infatti, per legge, non rispondeva dei debiti contratti dai trust: le eccezioni erano assai rare. In questi casi Lenin prevedeva la confisca di tutti i beni e il perseguimento giudiziario per quei membri del management colpevoli di determinate infrazioni: per quanto possibile però si cercava di escludere la nazionalizzazione.

Nel 1922, al fine di ovviare ai guasti del sistema centralizzato di distribuzione dei prodotti (si poteva vendere solo ai clienti decisi dallo Stato), cominciarono a formarsi dei sindacati, che, quali organi del commercio all’ingrosso, poco per volta si sostituirono agli enti centrali. I primi sindacati si svilupparono nell’industria leggera (alimentare, tessile, cotonifici, pellame, saline…), il cui sviluppo aveva subìto più in fretta e più completamente l’impatto della NEP. Si trattava spesso di società anonime il cui capitale si componeva di crediti bancari e di partecipazioni da parte di trust interessati ai loro servizi.

In seguito, con un certo ritardo, si formarono sindacati anche nell’industria pesante. Nel gennaio 1923 s’istituì uno speciale comitato (la Convenzione dei sindacati) incaricato di assicurare la regolazione delle vendite e dei movimenti dei prezzi relativi alla produzione delle aziende metallurgiche. Sulla base di un’analisi dei costi di produzione e della congiuntura di mercato, si poterono fissare con successo i prezzi all’ingrosso e al minuto previsti dalla Convenzione. Nel 1922-23 si formarono circa, in totale, una ventina di sindacati. Il loro finanziamento dipendeva, in genere, dalla partecipazione dei trust interessati, dall’emissione di azioni e dal credito.

Le funzioni essenziali dei sindacati consistevano nell’aiutare i trust a smerciare i loro prodotti, a rifornirsi di materiali, materie prime e combustibili. In caso di necessità, il sindacato concedeva un credito commerciale ai suoi membri, oppure erano questi a concederne al sindacato. I servizi dei sindacati naturalmente venivano pagati. Gli ordinativi mensili e trimestrali per l’approvvigionamento di materiali erano la più importante relazione d’affari, oltre ai contratti di commercializzazione dei beni e servizi prodotti, tra sindacati e imprese. Nel 1923-24, 15 sindacati federali avevano realizzato un profitto che ammontava a 21 milioni di rubli, ripartito nel modo seguente: 8,4% al Tesoro, 2,9% agli azionisti, 25,5% per l’aumento del capitale di riserva, 6,7% al “fondo-qualità” per il livello di vita degli operai, 46,8% per la creazione d’un capitale speciale per investimenti e il restante 9,8% lasciato in bilancio.

L’estensione rapida del processo di sindacalizzazione mostrò, nella pratica, che questi organismi erano la forma più adeguata di relazioni commerciali fra i trust industriali e l’utenza sociale. Se nel 1923 la percentuale dei sindacati nella circolazione degli articoli manufatti era del 20-40%, cinque anni più tardi essa s’aggirava sull’80-90%, a seconda dei settori produttivi, raggiungendo a volte il 100%. Alcuni di essi (ad es. quello tessile o petrolifero) ebbero accesso al mercato mondiale.

Lenin, che pur tuttavia si oppose a separare il lavoro dei sindacati da quello del partito, diceva che se non si sapeva lavorare con un’elevata efficienza, qualità e rendimento, anche i migliori piani e programmi erano destinati a restare sulla carta. Di qui l’esigenza di migliorare il livello culturale e professionale dei lavoratori e di realizzare un’organizzazione scientifica del lavoro. Il periodo di pace che seguiva la firma del trattato di Brest-Litovsk, offrì la possibilità di creare una nuova mentalità sociale e individuale, una nuova cultura del lavoro. Non a caso quelli furono gli anni in cui s’introdusse la scolarizzazione gratuita e di massa, offrendo borse di studio ai capaci privi di mezzi per accedere all’università. L’insegnamento era diventato una professione centrale. Relativamente all’organizzazione scientifica del lavoro, fu creato all’inizio del 1920 l’Istituto di studi sperimentali del lavoro (più tardi chiamato Istituto centrale del lavoro), avente compiti molto vasti di razionalizzazione della produzione e del management. L’Istituto, coadiuvato da altre decine di istituti, laboratori, sezioni, raggiunse un livello così alto, che praticamente a tutt’oggi è rimasto ineguagliato.

Praticamente la NEP fallì perché nella seconda metà degli anni ’20 l’industria, ancora debole, non era in grado di offrire ai contadini le merci di cui avevano bisogno. Lo sviluppo dell’agricoltura era così ostacolato dalle limitate possibilità della sua base tecnico-materiale. Nel ’28 più del 70% delle superfici colturali erano state seminate a mano, circa il 45% di tutti i cereali erano stati raccolti con la falce e il falcetto, più del 40% di tutta la raccolta venne battuto col correggiato.

Invece di considerare queste difficoltà, il partito-Stato puntò a realizzare i grandi piani d’industrializzazione, i quali naturalmente richiedevano urgenti risorse materiali, umane e finanziarie. La popolazione cittadina aumentava del 4% l’anno. Crescevano i redditi da lavoro e la domanda solvibile. Le città risentivano di una certa scarsità del pane e di altri generi alimentari, tanto che si dovettero introdurre le tessere del razionamento.

Nei confronti dei contadini, Stalin e il suo entourage misero in atto la concezione di Trotski e Preobrajenski sull'”accumulazione socialista primitiva” (il drenaggio, praticamente gratuito, delle risorse agricole verso l’industria). Venne anche applicata l’idea di Zinoviev e Kamenev sulla tassazione straordinaria degli strati agiati della campagna. L’opposizione a queste misure coercitive venne interpretata come una forma di sabotaggio.

Si stavano insomma violando del tutto i princìpi dei fondatori del marxismo, secondo cui l’espropriazione delle piccole aziende agricole non andava assolutamente fatta. Lenin aveva formulato con precisione i princìpi fondamentali, relativi alla trasformazione socialista delle aziende agricole: il libero consenso, la gradualità, l’inammissibilità di ogni misura coercitiva durante il passaggio dei contadini alla produzione agricola collettiva, lo scambio equivalente tra città e campagna, un largo utilizzo di varie forme di cooperazione, l’assistenza tecnico- materiale da parte dello Stato.

Lo stalinismo fece esattamente il contrario. Ripristinando i metodi extraeconomici del “comunismo di guerra”, considerò l’aspirazione dell’uomo ad essere padrone della propria terra, come una sopravvivenza della mentalità del proprietario privato. Tutta la diversità di metodi, nel gestire l’agricoltura, venne ridotta a uno solo. Ogni autonomia economica dei colcos e sovcos venne abolita. Gli agricoltori furono trasformati in lavoratori a giornata, direttamente subordinati all’apparato burocratico. Negli anni ’32-’33 la fame coinvolse milioni di contadini. Il livello di produzione agricola raggiunto nel periodo precedente alla collettivizzazione forzata, venne superato solo due volte, prima della II guerra mondiale: nel ’37 e nel ’40. Anche da questo punto di vista strettamente economico ci si rende facilmente conto di quale disastro sia stato per l’URSS l’aver introdotto, con lo stalinismo, il metodo burocratico e amministrativo di gestione dell’economia.

https://basileus88.wordpress.com/2011/12/20/tascaun-comunista-eretico-di-destra/

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Biografie particolari, Comunismo e PCI, Cultura, Politica, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Bucharin e il Comunismo di Destra

  1. Pingback: Tasca:un comunista eretico di destra. | basileus88

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...