La riflessione politica di Aristotele

venerdì 13 marzo 2009

La riflessione politica di Aristotele

«Il governo dei molti non è buono, uno solo sia il comandante»

 

(Omero, Iliade, B 204)

Per ben comprendere l’analisi della democrazia e delle varie forme di governo in generale svolta nella Politica, risulta necessario chiarire, in via preliminare, i rapporti esistenti fra l’etica, da un lato, e la politica propriamente detta dall’altro.

All’interno della sistemazione aristotelica del Sapere vengono, come seconde, dopo le scienze teoretiche, le scienze pratiche. Queste si presentano come gerarchicamente inferiori alle prime in quanto in esse il sapere non è fine a sé medesimo, ma è subordinato, e quindi, agli occhi dello Stagirita, asservito all’attività pratica. Tali scienze hanno come specifico oggetto la condotta degli uomini e il fine che, attraverso tale condotta, essi vogliono raggiungere, sia considerati come individui, sia come membri della società politica in quanto tale. Questo rapporto si esprime, da parte di Aristotele (384/3 – 322 a. C.), nel definire con il termine “politica” la scienza complessiva dell’attività morale degli uomini sia come singoli che come cittadini. All’interno di questa sistemazione, la politica propriamente detta occupa un gradino superiore rispetto all’etica, alla quale rimane strettamente legata, assegnandole in questo modo una funzione di comando:
«Se dunque è il bene identico per il singolo e per la città, sembra più importante e più perfetto scegliere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino quando riguarda un popolo e una città».

Da questa constatazione espressa nell’Etica Nicomachea, e ribadita nella Politica, Aristotele passa a delineare le cause che spingono gli uomini alla formazione degli Stati, rintracciandole e racchiudendole principalmente nella incapacità degli esseri umani di vivere isolatamente e nella conseguente necessità di avere rapporti con i suoi simili per sopravvivere. In primo luogo, la naturale distinzione in maschi e femmine spinge gli uomini a formare la prima comunità, vale a dire la famiglia, per il soddisfacimento dei bisogni elementari, quali la procreazione; in secondo luogo, si ha la formazione del villaggio inteso quale tipo di comunità atta a garantire in modo organico e sistematico i bisogni della vita. Tuttavia, per il raggiungimento della vita perfetta, identificata dallo Stagirita nella vita morale, l’essere umano necessita di strutture, quali leggi e magistrature, che solo una complessa organizzazione come lo Stato può garantire.

Tale organizzazione è imperniata sulla figura del Cittadino, inteso come colui in grado di prendere parte direttamente all’amministrazione della giustizia e dell’assemblea che governa la città – in un’espressione – alla vita attiva. Tale definizione riflette la caratteristica essenziale della polis greca dove il cittadino si sente tale solo se partecipa direttamente in prima persona all’amministrazione della cosa pubblica: in questo modo il filosofo mostra, da una parte, l’impossibilità di allontanarsi nelle sue conclusioni speculative dai vari condizionamenti storico-culturali della città-stato considerata ancora come l’orizzonte racchiudente i valori dell’uomo, ma, dall’altro, di limitare il numero dei cittadini escludendo, ad esempio, categorie quali operai e mercanti, i quali, pur essendo uomini liberi (non erano né stranieri né schiavi), non avevano il tempo di esercitare quelle funzioni che agli occhi di Aristotele sono essenziali.

Poste tali premesse, il filosofo enumera le diverse forme in cui si attua lo Stato, intese come differenti costituzioni. La costituzione è definita nella Politica come «la struttura che dà ordine alla città, stabilendo il funzionamento di tutte le cariche e soprattutto dell’autorità sovrana». Da qui lo Stagirita esamina le forme in cui si realizza l’autorità sovrana, ponendo come distinzione preliminare che ciascuna di queste forme possa essere esercitata in modo corretto, quando si eserciti in vista dell’interesse comune e, in modo scorretto, quando si eserciti in vista di interessi privati, una gestione da cui si generano le deviazioni. A questo punto si hanno le tre forme di costituzioni rette 1) Monarchia 2) Aristocrazia 3) Politìa, alle quali corrispondono le altrettante forme di costituzioni degenerate 1) Tirannide 2) Oligarchia 3) Democrazia.

Come si può notare da questa schematizzazione, Aristotele, fra le forme di governo degenerate, intende per “democrazia” un governo che, trascurando il bene di tutti, mira a favorire gli interessi dei più poveri in modo indebito. Il filosofo, infatti, precisa che l’errore in cui cade la democrazia è quello di ritenere che, poiché tutti sono uguali nella libertà, tutti possano e debbano essere uguali anche in tutto il resto. Aristotele riferisce nella Costituzione degli Ateniesi che, dopo la morte di Pericle, la vita politica in Atene subì un processo di deterioramento a causa di quelli che «volevano mostrare il più possibile la loro sfrontatezza e la loro compiacenza per la folla».

Tuttavia, sebbene lo Stagirita abbia una certa avversione per la democrazia, tale avversione non è preconcetta. Egli afferma, infatti, che la “migliore” forma di governo è quella fondata sulla “classe media” e che le democrazie sono più sicure delle oligarchie e anche più durature in forza dei cittadini medi. In altri luoghi, Aristotele rileva come il governo dei “molti” sia superiore al governo dei “pochi” non solo perché questi ultimi «si lasciano corrompere dal denaro e dai favori più facilmente dei molti», ma soprattutto perché i “molti” riuniti insieme «diventano un uomo con molte mani, con molti piedi, con molti sensi» e «con molte eccellenti doti di carattere e d’intelligenza». Questa sorta di ammirazione per i molti non vieta, tuttavia, ad Aristotele di scorgere come il loro governo possa degenerare in tirannide. Ciò avviene quando l’autorità della legge viene sostituita con quella della massa che, sciolta da ogni vincolo, diviene a sua volta facile preda dei demagoghi, i quali diventano più potenti quanto più le leggi perdono forza. Tale concezione affonda le proprie radici in un’errata concezione dell’uguaglianza e, soprattutto, della libertà, la quale viene dai più intesa come la possibilità di fare ciò che si vuole.


Da quanto detto emerge chiaramente come Aristotele, in virtù anche della sua stessa idea di cittadinanza, non considerasse bene questa forma di governo che, a distanza di secoli, sembrerebbe essersi imposta come la forma egemone nel panorama politico. Molto probabilmente Aristotele aveva ben compreso una verità che i contemporanei molto spesso ignorano: «l’addizione delle mediocrità non produce mai la moltiplicazione dell’intelligenza».

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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