L’ Italia come volontà di potenza

 

Ce n’era bisogno. Ce n’era bisogno davvero di questo libro e va detto forte e chiaro. C’era proprio bisogno di questa utilissima raccolta di saggi, diretta dall’ottimo Pietro Cappellari, a cui hanno partecipato, tra gli altri, lo stesso Cappellari, Gabriele Adinolfi, Stelvio Dal Piaz, Francesco Mancinelli, Alberto B. Mariantoni e Massimiliano Soldani, e che è stata recentemente presentata al nr. 8 di Via Napoleone III. Una Patria, una Nazione, un Popolo (Herald Editore, € 20), infatti, è un’opera fondamentale per un motivo molto semplice: fa a pezzi sessant’anni di certo neofascismo che negò e vilipese la memoria e il portato ideale del nostro moto risorgimentale, vuoi per ispirazioni neoguelfe che vedono nel Risorgimento un piano occulto della Massoneria per annientare, assieme al potere temporale dei Papi, lo stesso cattolicesimo, vuoi per certo revanscismo borbonico e legittimista, che identifica l’Unità d’Italia con le depredazioni e le repressioni del Piemonte savoiardo ai danni del Meridione, vuoi infine per certo tradizionalismo di matrice evoliana che nega la nazione (in quanto creazione giacobina e sovversiva) in favore dell’Imperium.

Come si può vedere, pertanto, la questione dell’eredità del Risorgimento per i neofascisti è molto complessa e sfaccettata. Eppure – e questo va evidenziato con la massima decisione – tale questione, per i fascisti, non si era semplicemente mai posta. Si poteva al limite discutere su quale fosse la vera anima del Risorgimento (monarchica, repubblicana, liberale, federalista, socialista, ecc.), ma il nostro moto di liberazione nazionale rimase per il Fascismo un punto fermo nella storia d’Italia, di cui la Rivoluzione delle Camicie nere si presentava anzi come il glorioso compimento. Di questo tema, del resto, mi sono già occupato sulle colonne di «Occidentale» (maggio 2010) con l’articolo Risorgimento e Fascismo: il filo rosso della Liberazione nazionale (vedi anche qui), e quindi a questo rimando. Ora, infatti, vorrei porre l’accento su altre questioni ben analizzate nel libro curato da Cappellari.

L’intento di quest’opera, infatti, è chiaro sin dal suo sottotitolo. Innanzitutto, viene messa in discussione la stessa data del 17 marzo 1861, che altro non rappresenta se non la costituzione formale del Regno d’Italia, laddove, per poter parlare legittimamente di unità, ci si potrebbe viceversa riferire all’acquisizione del Veneto (1866), alla presa di Roma (1870), alla conquista di Trento e Trieste (1914) o anche all’annessione di Fiume (1924). Ma il problema, sollevato giustamente dal libro, non è o – meglio – non è solo territoriale: è anche e soprattutto ideale, morale, politico. Per questo motivo si fa risalire il terminus post quem del Risorgimento direttamente al 1831, all’anno cioè della creazione della Giovine Italia mazziniana e dei primi moti di rivolta nazionale. Perché, ci si potrà chiedere? Semplice: perché è allora che minoranze agguerrite e rivoluzionarie prendono coscienza della loro missione, ossia di rendere l’Italia, tramite l’insurrezione e il combattimento, finalmente libera, indipendente e sovrana.

Si tratta, in sostanza, di rintracciare quel filo rosso rivoluzionario che, al di là della diplomazia, del gretto parlamentarismo dell’Italia demo-liberale e del giolittismo, si dipana lungo la storia del nostro movimento di liberazione nazionale, impersonato in particolare da quelle avanguardie rivoluzionarie che da Mazzini, Garibaldi e Pisacane giungono sino al «crepuscolo degli dèi» della Repubblica Sociale Italiana. Si tratta cioè di individuare quei gruppi, quegli uomini, quei «profeti» (come li chiamò Giovanni Gentile) che, di contro alla mediocrità dell’italietta postrisorgimentale e alla «politica del piede di casa», mirarono a realizzare le genuine aspirazioni di grandezza dell’Italia, ossia a realizzare il mito mazziniano-giobertiano-orianesco della «Terza Roma», cioè della missione universale e del primato civile della nostra nazione nel mondo.

Entriamo così in contatto con fulgide personalità come Mameli, il giovanissimo poeta caduto eroicamente nella difesa disperata della Repubblica romana (1849), come Mazzini, latore di uno spiritualismo antindividualistico e di un cooperativismo solidaristico-nazionale, come Garibaldi, il «Duce» delle camicie rosse che si fece dittatore e che portò la sua guerra di liberazione ai quattro angoli della penisola, come Crispi, che, garibaldino, rilanciò la politica mediterranea dell’Italia, e come lo stesso Mussolini, che coronò i sogni imperiali degli italiani ridestati.

Come si può vedere dunque, a denunciare le politiche rapaci e sanguinarie del Piemonte sabaudo (che, depredando il Sud, creò la ancora irrisolta «questione meridionale») e ad avversare la borghesia rinunciataria e compromissoria (che si era accontentata dei privilegi ottenuti grazie all’Unità), si ergeva tutto un vasto e variegato movimento avanguardistico e rivoluzionario che, rifiutando l’arresto del processo risorgimentale, intendeva proseguire sul cammino tracciato dai suoi «profeti» per fare dell’Italia il faro di una nuova civiltà.

Questo grande disegno, tuttavia, si arrestò proprio alla «Quinta Guerra d’Indipendenza», ossia quel secondo conflitto mondiale che doveva rappresentare l’emancipazione dell’Italia dal giogo francese e, soprattutto, britannico nel Mediterraneo, il mare nostrum, viatico naturale e necessario alla realizzazione delle nostre ambizioni di potenza. È così che lo spirito del Risorgimento finì per animare i combattenti della Repubblica Sociale che, non a caso, enfatizzarono sempre più i loro richiami ai «profeti» della «Terza Italia», riallacciandosi in particolare alla gloriosa Repubblica romana e alla strenua resistenza degli eroi del Gianicolo. Ed è proprio in questa frattura tragica che risiede il dramma di incompiutezza di quel sottile filo rosso della nostra liberazione nazionale: dalle cannonate francesi contro Garibaldi e Manara ai bombardamenti anglo-americani sui militi e sulle popolazioni dell’ultima Italia libera e sovrana.

Perché – non dimentichiamolo! – furono proprio i combattenti di Salò a incarnare lo spirito risorgimentale, e non – come ben argomentano Dal Piaz e Adinolfi – quei partigiani che, viceversa, si resero protagonisti di una vera e propria «guerra di dipendenza» (da Mosca e da Washington). Le bande antifasciste infatti, sostenute da un forte apparato propagandistico, e per tenere il confronto con i fascisti anche su un piano ideologico, intesero presentare la Resistenza come un «Secondo Risorgimento». Fa ridere, lo so, ma è proprio così. Fatto sta che l’infatuazione nazionalistica durò assai poco, dato che ben presto la Dc guardò al Vaticano, il Pci all’Unione Sovietica e Pli e Pri a Londra, cioè a organismi e istituzioni di evidente matrice internazionalistica. Ma già solo la sottomissione politica dell’attuale repubblica parlamentare (nata dalla Resistenza) dovrebbe bastare a mettere in guardia da questo spregevole mascheramento puramente strumentale.

Constatando quindi l’odierno semi-servaggio italiota, non possiamo che rilevare il carattere incompiuto del nostro lungo processo risorgimentale, il cui spirito sembra momentaneamente sopito, o comunque vivente solo in poche minoranze, per quanto avanguardistiche e rivoluzionarie. E proprio in tal senso, questo libro rappresenta un preziosissimo strumento di riappropriazione ideale che, facendo giustizia delle troppe distorsioni interpretative e ideologiche del nostro moto di liberazione nazionale, ci richiama invece a incamminarci nuovamente su quel sentiero interrotto che conduce alla rivendicazione della missione e del primato dell’Italia nel mondo. Un libro quindi che, pur trattando del passato, ci sprona però verso il futuro. Un futuro da prendere d’assalto. Nel nome dei nostri «profeti» e dei nostri eroi.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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