“Senza Padroni”: Le fabbriche del futuro

Il percorso della storia del lavoro passa per gli stati delle “tre esse”: schiavi, servi, salariati. In tempi diversi, in luoghi differenti, le tre condizioni sono esistite, ed esistono, singolarmente o soprapposte; ciascuna ha significato e significa una relazione differente, con il lavoro da una parte, il patrizio, il latifondista, il capitalista dall’altra.
Tre grandi condizioni per l’uomo che lavora, quando schiavo il padrone ha libero arbitrio sulla sua attività e sulla sua stessa vita, quando servo, spesso ha salva la vita e rimane in condizione di sopravvivenza, se salariato o stipendiato può contare su un tenore di vita per se e la sua famiglia che è in ogni modo alla mercé del padrone.
Nel tempo la tecnica e la tecnologia hanno trasformato l’atto stesso del lavoro e a volte la fatica, ma hanno mantenuto inviolata la sostanza del rapporto lavoro-capitale.
Per questo possiamo considerare che malgrado i radicali cambiamenti da un periodo arcaico, a uno pre-post industriale, ad uno iper-digitalizzato, le “tre esse” fanno parte della stessa era, l’era dell’esclusione.
Secondo il capitalismo classico, così come nella sua forma evoluta e moderna, la condizione imprescindibile è quella della proprietà dei mezzi di produzione da parte del capitalista sia esso individuo, oligopolio, o Stato. Il padrone seguendo una evoluzione nei secoli si trasforma, così come il lavoratore e le tecniche di lavoro, ma il primo, quand’anche non coincida più con un individuo fisico ma con un’entità astratta, incorporale, come un holding finanziaria, resta l’unica persona giuridicamente detentrice di capitale, volendo tralasciare quelle forme di azionariato diffuso in cui i lavoratori sono piccoli prestatori di capitale loro stessi, ma senza nessuna voce in capitolo.
Nell’era industriale si era avuta un’acutizzazione delle problematiche sociali legate ai nuovi processi di produzione e di sradicamento, Alexis Tocqueville ci offre una significante fotografia :
“L’operaio dipende in genere dal padrone. Questi si vedono in fabbrica e non s’incontrano altrove, e mentre si toccano in un punto, restano lontani in tutti gli altri.
L’industriale domanda all’operaio solo lavoro, l’operaio aspetta da lui solo salario. L’uno non s’impegna a proteggere, né l’altro a difendere ed essi non sono legati né dall’abitudine né dal dovere.
L’aristocrazia nata dall’industria (la borghesia) non vive mai in mezzo alla popolazione industriale che dirige, il suo scopo non è di governarla ma di servirsene. L’aristocratico dei tempi andati era obbligato dalle leggi, o si riteneva obbligato dai costumi, a soccorrere i propri servi e alleviarne la miseria; l’aristocrazia industriale dei nostri giorni, dopo aver impoverito e abbruttito gli uomini di cui si serve, li abbandona in tempi di crisi alla carità pubblica.”
In quel periodo Marx divide gli uomini in due categorie, i possessori di mezzi di produzione (capitalisti) e chi non ha proprietà degli stessi. Se in assoluto la distinzione degli uomini in due classi è riduttiva, non certo per il numero esiguo di classi che ne segue, ma per il filtro adottato (proprietari o no), questa ha la sua validità da un punto di vista propriamente economico in quanto oggettivamente vera in tale ambito.
A questa distinzione segue la contrapposizione inconciliabile capitale lavoro, da cui Marx fa partire la lotta di classe. La lotta di classe, naturale reazione allo sfruttamento, non trova più ora, malgrado la validità della distinzione proprietari e non , la differenza di potenziale tale da far scoccare la scintilla della corrente comunista, dato che gli interessi di classe di sviluppano nella direzione del mero rapporto remunerativo. Il calo di tensione induce un rapporto di non belligeranza, una pace che è solo apparente, perché quando non si hanno da parte del capitalista le condizioni da lui previste, rimane sempre lo sganciamento del lavoratore.
Inoltre, il processo innescato dal capitalismo non ha coinciso con l’arricchimento sempre più forte di questo a scapito del lavoratore e quindi non ha dato vita ad una coscienza di classe dalla quale far nascere la rivoluzione.
Anziché avere la proletarizzazione, s’è avuto l’imborghesimento di classe.
La “teoria della crescita della miseria”, di Marx, nei paesi industrializzati, rivolta chiaramente alla miseria economica, è risultata falsa, spiantata completamente dalla “teoria e prassi dello uomo misero”.
La cosa che conta, sopra a tutte, è il mero avere, l’apparire materiale, nell’esposizione, nella vetrina quotidiana dei nostri feticci, si esalta la nostra apparente ricchezza in uno stare al paso con i tempi. Attenzione trattasi di una ricchezza percepita, legata alla sua provvisorietà, ricchezza che si pensa di possedere perché così ben collocatati nella società del benessere virtuale, supportati da informazioni subliminali e da finanziarie e banche pronte a tutto per renderci felici.
Questo nasconde un’ingiustizia antica: l’estraneità del lavoratore, dell’uomo,dal destino della sua stessa vita. In un clima di arrendevolezza e di perdita di tutela si fanno leggi che normalizzano il lavoro precario. I rapporti lavorativi ad intermittenza, gestiti da nuovi “caporali”, rappresentano l’incarnazione moderna del lavoro che diventa utensile per legge, e come tale si prende solo quando serve; è questo il miracolo che si realizza per quanti hanno agognato a far divenire il lavoro una merce.
Rimane di fatto che il confronto tra le è parti è stemperato, in un clima di collaborazione, o meglio di collaborazionismo, supportato dal ricatto.
L’interesse di classe è ridotto a finalità salariali e d’accumulo anziché nel verso della giustizia sociale. Allo stesso tempo non si ha una più equa distribuzione della ricchezza, ma una materializzazione dei rapporti ed un inaridimento relazionale. Così come in fisica i corpi, quelli fatti di pura materia, tendono a porsi in una condizione di minimo contenuto energetico, così l’uomo materialista segue questa legge, e appesantito dal suo appetito pone il suo corpo in una posizione di semi immobilità, senza più oscillazioni passionali ma soprattutto senza una tensione tale che lo spinga verso una meta eticamente nobile.
In tal senso, per questo uomo, il marxismo ha avuto ragione, la sua storia coincide con le sue oscillazioni pecuniarie e materiali.
Bisogna vedere le cose nel verso del loro progredire e del loro ritornare in dietro, di come il lavoro abbia seguito il percorso schiavi-servi-salariati, pur rimanendo a tutto oggi insoluto il problema del suo rapporto con il capitale, e parallelamente a questo itinerario percorrerne un altro , quello del potere costituito e organizzato chiamato Stato, di come anch’esso si sia sviluppato da una forma autoritaria verso una forma marcatamente o esclusivamente economica.
Le due strade corrono parallelamente, non sono indipendenti, ma nella lunga “era delle tre esse” il loro rapporto è quasi sempre unidirezionale e mai biunivoco.
Dice Marx: “L’estrazione dello Stato, tale come è, appartiene solo al tempo moderno, perché l’estrazione della vita privata appartiene soltanto al tempo moderno. Nel medioevo c’erano servi della gleba, beni feudali, corporazioni di mestiere, corporazioni scientifiche, cioè nel medioevo la proprietà , il commercio, la società, l’uomo, sono politici, il contenuto politico dello Stato è posto nella sua forma, ogni sfera privata ha un carattere politico o è una sfera politica, o la politica è anche il carattere della sfera privata. Nel medioevo la vita del popolo e la vita dello Stato sono identiche, ma l’uomo non è libero”.
“La corporazione è il tentativo della società civile di diventare Stato”.
Queste importanti considerazioni che Marx fa sullo Stato e sulle corporazioni senz’altro non sono state estranee a Benito Mussolini, il quale aveva, e partiva da una preparazione marxista. Va sottolineato che le corporazioni, nell’intenzioni di Mussolini, non sono fine a se stesso, da queste prenderà spunto per lo Stato che vorrà edificare, Stato Sindacalizzato, in quanto vede in esse il giusto punto di contatto e di partenza tra le categorie dei lavoratori e quello Stato che dovrà comprenderle.
Quindi non va nel vero spirito del fascismo il volerlo ridurre a nostalgismi medioevalisti, “ il fascismo non è restaurazione dei principi antecedenti il 1789, e non pone De Maistre come suo profeta”, il fascismo va nel verso dello Stato Nazionale del Lavoro e nella sua maturità realizza la socializzazione, figuriamoci se vuole promuovere la politica del papaRE, dei servi e dei baroni.
Riprendiamo il percorso del Lavoro: il lavoratore è estraneo alla “sua” fabbrica, al suo processo produttivo, così come il suo lavoro è estraneo ad egli stesso, questa è la naturale conseguenza della contrapposizione sbilanciata capitale-lavoro.
Lo sbilanciamento e l’estromissione è la stessa che esiste nello Stato che nasce dall’era borghese, lo Stato borghese si trincera come amministratore e si isola con il suo apparato burocratico dal resto della società, per difendere il proprio privilegio e perseguire i propri interessi.
In tempi più recenti è quello che viene chiamato scollamento del paese reale dal paese legale. Dalla distinzione Stato e società civile dell’era industriale, fino ai nostri giorni lo Stato ha seguito il suo processo di estraniazione (tranne brevi parentesi) dalla società del lavoro, ma l’estromissione stessa ha coinciso con il deliberato intento di creare un vuoto d’intenti politici.
Cambiano nel tempo i mezzi di costrizione all’estromissione, la stessa violenza che brutalmente, partiva da un’autorità ben definita, era rivolta verso la corporalità dell’individuo dissidente, è ora sublimata. La violenza sublimata che colpisce l’anima è indolore, mentre non sono indolore le conseguenze che semina, tragedie individuali d’ogni giorno e tragedie generazionali dei nostri tempi.
Se la società borghese aveva rafforzato la frattura tra potere costituito e società, l’attuale era, quella del capitalismo liberista, scende più in profondità e dopo aver diviso i due corpi, frantuma entrambi: una società atomizzata fatta da uomini monadi.
Allo stesso tempo il padrone,del capitalismo borghese, quello che aveva contribuito alla nascita del proletariato, che aveva suo malgrado fornito un cemento di classe, questo padrone quasi non esiste più, anch’esso sublimato come il potere costituito che non lo sostiene più con la violenza delle armi e dei cannoni in piazza, ma lo supporta con la violenza indolore rivolta all’anima, ed all’ora la mannaia non miete più teste, ma coscienze.
Il termine padrone spesso sembra datato, e lascia il posto al più rassicurante: datore di lavoro, ovvero colui che da lavoro avendo i mezzi per farlo. In un clima così conciliante la lotta di classe appare, giustamente, lontana nel tempo, un qualcosa di altri secoli, anzi di un altro millennio, ma attenzione questo non deve distoglierci da un sentire sociale.
Attenzione anche l’innocua definizione “datore di lavoro” reca in se un pacifico arbitrio che è del tempo della lotta di classe ma ad esso è sopravvissuto,l’arbitrio è quello di far credere che è il capitale che crea lavoro. Questo oltre che a generare il ricatto verso il lavoratore, è ancor più grave giacché stabilisce naturalmente, candidamente, il primato del capitale sul lavoro.
Porre i diritti del capitale prima dei diritti de lavoro, significa porre i diritti del capitale prima dei diritti del lavoratore, ovvero porre i diritti della materia prima dei diritti degli uomini, non deve stupirci che la società che né viene fuori è quella dei nostri tempi, dove si rivendica si la libertà, ma quella rinchiusa nel solo spazio del consumo o del mercato.
Verrà il tempo in cui, gli uomini, guardando alla sopraffazione del capitale sul lavoro, inorridiranno come noi oggi inorridiamo guardando alla schiavitù.
Un processo autenticamente rivoluzionario dovrà invertire completamente lo squilibrio a sfavore dell’uomo, e partendo dal Lavoro dovrà ridefinire il capitale, dando a questi l’interpretazione di risparmio come auspicato da Angelo Tarchi, Ministro di un’altra Repubblica.
Il capitale è risparmio, e come tale deve essere inteso, come potenziale di lavoro svolto, in questi termini è il lavoro che genera capitale e non il viceversa.
Porre il capitale e il lavoro sullo stesso piano, quindi parlare di capitale-lavoro con dignità pari al capitale-finanziario, ridurre il capitale alla sua forma umana che è quella del lavoro. Il capitale così siffatto non proviene più dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, né tanto meno dall’usura che crea denaro dal denaro.
In questa chiave di lettura, che non può essere propriamente economica, ma ha una pretesa morale, l’uomo riacquista la sua centralità come soggetto della fabbrica e nella società.
“Fare del lavoro il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello stato”.
La fatica dell’uomo é la sua capacità che si eleva a valore etico: nella zappa che spacca la zolla non c’è solo il rapporto meccanico di una azione fisica, non ci sono due corpi materiali che si affrontano, ma c’è la volontà, un gesto quasi sacro, un valore appunto etico, di quell’ uomo che plasma e vince la materia perché persegue uno scopo.
Il lavoratore non può essere un semplice salariato, la sua attività va socializzata, con la Socializzazione si esce dalla preistoria del lavoro, si esce definitivamente dalla “era delle tre esse”, si esce dall’era dell’esclusione. L’uomo riacquista la propria capacità che non cederà, o prostituirà, più per necessità, ma che metterà a disposizione della sua fabbrica, del suo campo, del suo ufficio e della sua Nazione.
L’uomo perde la sua estraneità dal lavoro, da quel lavoro che lo aveva alienato, sfruttato e reso merce. Il plusvalore non è più un arbitrario arricchimento voluto dalla cupidigia del padrone o del mercato, ma è un bene lavoro da distribuire direttamente a chi ne ha avuto titoli per la sua creazione, quindi al lavoratore; a quel lavoratore che ha diritto a quel guadagno ma che solidarista sa che una parte, opportunamente pesata e concordata, va ad un fondo sociale-nazionale.
In altre parole l’impresa e l’azienda socializzate concorrono al bene del lavoratore in modo diretto e sono socialmente incastonate in un processo organico di uno Stato-Sociale che sarà Stato Nazionale del Lavoro.
L’uomo abbatte l’estromissione imposta dal sistema economico capitalista e abbatte l’estromissione voluta prima dallo stato borghese, e la frantumazione sociale creata dal liberismo poi.
La fabbrica senza padrone non è un limbo anarchico livellato, teca di utopia, è piuttosto un laboratorio sociale ove il lavoratore produttore, fattosi progettista assume a pieno titolo le sue responsabilità e non è più costretto a vendersi essendo lui padrone della sua vita.
La Socializzazione non è una formula confezionata è piuttosto un seme. Se le “tre esse” hanno significato l’era della preistoria del lavoro, la rivoluzione che verrà ne darà vita ad una nuova che germoglierà dal seme della Socializzazione, il nostro è solo un periodo di transizione della vecchia era che volge al termine a quello che già albeggia a distanza. Avanti!
Lorenzo Chialastri – lavoratore iscritto alla CULTA

http://www.confederazioneculta.org/senza_padrone_le_fabbriche_del_futuro.html

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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