L’IMPERO E IL COMUNISMO, LO STATO-NAZIONALE E IL SOCIALISMO

Esiste nello Stato Nazionale, a sovranità non limitata, una potenza tale da far paura al dilagare dell’Impero a capitalismo globale. Per ragioni opposte, comunisti ortodossi , marxisti dichiarati, depongono la stessa avversione in questa forma di società cosi organizzata.

Occorre una necessaria distinzione per toglierci da qualunque equivoco: lo Stato Nazionale è cosa differente dallo Stato borghese. Lo Stato borghese, anche se nazionale, è in via d’estinzione, in quanto tale è risucchiato spontaneamente dall’Impero. Lo Stato Nazionale, che potrà avere implicazioni sociali o anche confessionali, è quello che resiste e resisterà all’Impero.

  Lo stato moderno, quello che poi ha coinciso con lo stato borghese, non fu uno nazionale nel senso auspicato. Infatti, le sue manifestazioni nazionali vanno a lui ricondotte esclusivamente in materia d’affermazione coloniale, e quindi lo stato moderno borghese è uno stato imperialista. Questo stato non è  uno stato Nazionale in termini di comunità popolare, la volontà che lo caratterizza e lo pregiudica ha comunque un’implicazione mercantile, per l’appunto borghese.

Se lo stato borghese ha rappresentato, per così dire, l’alveo contenente la crisalide, da dove far nascere la farfalla mondiale chiamata Impero, lo Stato Nazionale rimane il suo peggior nemico. Il primo, lo stato borghese, è stato propedeutico alla sovranità del capitalismo planetario, la sua esistenza ha coinciso con l’allevamento della larva, la sua fine, una necessità evolutiva inevitabile che ha permesso l’affermarsi di quel figlio di potenzialità economiche mille e mille volte più grandi da quelle immaginate dal suo progenitore.

Gli interessi dello stato borghese si concretizzavano nell’interesse del capitalismo, nazionale o coloniale. Ciò coincideva con il tornaconto del reggente statale, il capitalista legato al territorio. Le esigenze imperialiste escono dal contesto geografico e convergono, provenendo da differenti realtà, nell’Impero. L’Impero cancella il limite del confine nazionale o della sua estensione coloniale, per porsi come volontà economica mondiale, senza distinzioni su tutto e su tutti.   Interesse principe dello Stato Nazionale è la sua sovranità popolare, che si esercita, com’è ovvio, non nell’interesse del singolo, ma della  comunità, scopo dello Stato è rappresentare la sintesi dell’istanze al fine di offrire la più larga identificazione tra cittadino e Stato. Ma questo Stato diventa così anche un nemico per l’ortodossia marxista, in quanto appone l’interesse nazionale a quello classista, questa istituzione non è classista, pertanto è un pericolo e viene denunciato dagli ideologi della lotta di classe.

Parentesi a parte merita quello Stato-cortile più prossimo ad una tenuta oligarchica, comunemente sedicente nazionale, d’ispirazione politica di destra, che sventolando la bandiera dell’ordine e dell’anti-comunismo, svende a società multinazionali straniere gioielli nazionali o risorse del paese, le sue cessioni sono sempre sottocosto, questo pseudo Stato non è neanche a visione capitalista è semplicemente un’amministrazione coloniale, una gestione per conto terzi, al servizio sempre dell’Impero. Questo tipo di Stato è comodo, auspicato e poco costoso, si auto controlla militarmente, dando al padrone il massimo profitto. I suoi reggenti quando non condannati per eventuali violenze e soprusi, andrebbero sempre portati alla sbarra con l’accusa d’alto tradimento e cospirazione antinazionale. Questo capo d’accusa può trovare imputati anche tra tutti quei politici, che per ragioni non pertinenti al benessere popolare, quale libero mercato e debito pubblico, hanno privatizzato servizi di pubblica utilità come la sanità, l’educazione, le telecomunicazioni, i trasporti, l’energia e altro.

 Ogni Stato nazionale se autenticamente sovrano, è d’intralcio all’espansione imperiale capitalista, intento dichiarato di quest’ultimo è la soppressione del primo, da un punto di vista economico, militare e fisico, comprendendo in ciò anche l’abbattimento delle sue risorse umane dove richiesto. Lo Stato Nazionale, se tale, non sarà a sovranità capitalistica. Lo stato borghese e Impero, sono mossi esclusivamente dall’economia, la morale dell’economia è il guadagno, l’Impero non conosce altra morale se non il guadagno. Forza dell’Impero è quella d’aver intriso i suoi sudditi di questa nuova unica morale.

Persino Antonio Negri, nel suo volume “Impero”, è costretto ad affermare:

<< Quando è a disposizione delle forze dominanti, l’idea di nazione, favorisce la restaurazione e l’arresto del movimento, quando è invece utilizzata dai subordinati diventa un’arma rivoluzionaria>>. Questo significa che quando la Nazione si adopera contro le nazioni dominanti, ovvero le nazioni padroni, essa svolge un ruolo progressista. Sulla piattaforma delle nazioni si viene ad avere una sorte di “lotta di classe”, che in precedenza azzerata nell’ambito nazionale, trova in quello internazionale un nuovo spazio. Si è delineato uno scontro tra nazioni proletarie e nazioni capitaliste. Questo confronto scontro, in una veste non solo strettamente economica, fu già chiamato “la guerra del sangue contro l’oro”. La guerra tra chi aveva sei pasti al giorno e gli altri.

Per Antonio Negro, malgrado il precedente riconoscimento a quel nazionalismo che definisce subordinato, il nazionalismo in se rimane un’arma a doppio taglio perché tende alla reazione. Ciò avverrebbe in quanto lo Stato Nazionale reca in se la necessità di plasmare la pluralità in una sola volontà che non avrebbe più questo aggettivo , ma assumerebbe quello compatto e univoco di POPOLO.

Per lo stesso autore, lo Stato Nazionale diventa il padre del totalitarismo in quanto contrappone il concetto di popolo e nazione a quello di moltitudine.

In questo s’avverte, a mio modo di vedere le cose, il tentativo di scaricare sullo stato nazionale, “colpevole” di uniformare la moltitudine a quella consapevole di popolo, anche le colpe del comunismo reale. E’ come dire, che se di totalitarismo, o tirannide addirittura, s’è trattato, è colpa dello stato di per sé e non del comunismo dottrina di liberazione (?). Si riconosce allo Stato Nazionale lo scopo di rendersi sì totalitario, ma intendendo in questo il concetto dato da Platone di totalità, ovvero un comprensivo di tutti e non sinonimo di tirannico.

Al contrario il comunismo, dopo la presa rivoluzionaria del potere, prevede l’instaurazione di uno Stato, che va sotto il nome di “dittatura del proletariato”, avente il compito di liberare gli uomini verso una società sprovvista di stato, spontaneamente cooperativa e comunista. La fase intermedia delle tre, non prevede ovviamente i termini di durata, ma solo la certezza di un’unicità, un’esclusività, una selezione estrema: lo Stato comunista è del proletariato. Questo significa solo che lo Stato Nazionale che pone il suo mito nel popolo, ha una base ben più ampia di quello che vuole rapportare tutto al solo proletariato (dando per buono che sia poi veramente il proletariato ad esercitare il potere).

E’ da dire che se anche illustri marxisti avevano preso le distanze, almeno ideologicamente, dal comunismo reale, il crollo del “muro di Berlino” è stato di un impatto straordinario per tutti quelli che al di là della cortina avevano deposto le proprie speranze o creduto che all’Est ci fosse il regno di Belzebù.

In termini storici, giusto per fare un paragone, per aiutarci a capire la portata, l’evento  è paragonabile alla scoperta delle “Americhe”  alla quale seguiva subito dopo l’innovazione della carta stampata, con le conseguenze storiche, sociali, che hanno poi condotto all’umanesimo e al rinascimento.

Con la “caduta del muro” si apre un mondo nuovo e inesplorato, con ricadute a volte di distruzione simili a quelle civiltà che incontrarono i “conquistadores”. L’Impero, con le sue necessità d’espansione capitalistica, richiedendo la cancellazione dei confini, non poteva che trarre massimo beneficio dalla caduta del muro. Senza più il contrappeso comunista, il piano del “nuovo business” avviato dopo la seconda guerra mondiale, poteva riprendere la marcia.  Se grande aiuto culturale e di diffusione, fu per tutto il rinascimento, riforma e altro, la carta stampata, l’Impero introduce un sistema poderoso di reti di comunicazione senza precedenti, internet n’è un esempio, su questo supporto il suo prodotto “culturale” veicolato sarà la democrazia ammantata di un buonismo filantropico che copre il sepolcro imbiancato dell’indifferenza e dell’egoismo.

Se da una parte il progressivo affermarsi dell’Impero ha fisiologicamente prodotto nella  sinistra anarchica e antagonista, movimenti non-global, dall’altra, da un punto più propriamente ideologico, ha visto per altri affermarsi prospettive care: la fine degli Stati borghesi e coloniali, e un’universalizzazione capitalista che può essere passata per internazionalismo con uomini senza patria, ma cittadini del mondo.

Questo ha significato l’allevamento di un’ala antagonista senza un reale progetto politico, che in quanto tale, quando si esprime e si vede nelle piazze, diventa al massimo  un problema d’ordine pubblico per L’Impero, la sua esistenza non è un grattacapo per i padroni.

 Il capitalismo post-moderno ha bisogno di superfici lisce per far dilagare spontaneamente l’internazionale del capitalismo.  Lo Stato Nazionale è l’unico baluardo costruibile con specifiche opportune e differenze, ma comunque in grado di ostacolare questo  processo imperiale . Per Antonio Negri l’ostilità allo Stato Nazionale del precedente secolo, quella legata al discorso della lotta di classe, viene ora rinforzata dalle potenzialità che questa  istituzione ha nel porsi di traverso alla realizzazione dell’Impero e della sua evoluzione. Egli percepisce nell’Impero una occasione provvidenziale che edificherà la democrazia mondiale, l’Impero che accorcia le distanze, con le sue reti istantanee, pone in essere i mezzi della sua stessa distruzione, la società globale sfocerà <<spontaneamente>> verso il comunismo. Il mondo globale non sarà più abitato da popoli, ma da sola gente, anzi una <<moltitudine>>, incapace di avere una volontà unica, ma per Negri, una sola volontà plurale. Quello che si va dipingendo è un modo che somiglia più ad un cimitero di popoli, con tanti esseri che liberamente esercitano la loro idea senza aver più la forza di organizzarsi attorno ad una identità che li rappresenti nel profondo, altrimenti si ricreerebbero differenze e popoli. Una mondiale massa amorfa che si bea soltanto della propria esistenza istantanea, incapace di guardarsi indietro e che non si volge al futuro. Un gran numero d’individualità, di singolarità, che sommate danno zero, incapaci di aggregarsi in umane nobili cause, favorendo forme sociali superficiali, più prossime ad una ricreazione: rapporti occasionali, effimeri, furtivi, virtuali. Tutta una serie di pretesti per un solo comune scopo: consumare.

Questo modello lavora acremente per la distruzione del “noi”, del “noi” inteso come unità, esistono solo individualità, non deve esistere un noi comunitario, non un noi socialista, ma solo un “noi che consumiamo”. Esistono solo singoli, al massimo gruppi di consumo. Gli abitanti di questo pianeta, non vengono più chiamati cittadini, ma consumatori, persino quando si ammalano  non sono considerati pazienti, ma solo, comunque, consumatori.

Nella confusione più totale, la perdita d’ogni identità diviene l’unica forma d’auto-riconoscimento. Possiamo ritrovare i segni tribali sulle mura di casa di un business- man di New York,  così come un nigeriano che ostenta una bandana stelle e strisce. Tutto in un penetrarsi confuso, senza profondità e consapevolezza, solo per essere più<<trendy>>, solo per il piacere di consumare tutto,  mai per cultura.

 Un villaggio globale dal volto solo apparentemente amico ma intimamente ostile e indifferente.

Tutto viene ridotto, scomposto al minimo termine, è la decomposizione sociale che porta alla putrefazione finale. Dallo Stato, alla politica, alla famiglia, tutto è ridotto minimizzato, ciò che viene riconosciuto come valore pubblico è solo il privato, la “privatizzazione”  è l’acido che scioglie, corrode tutto, producendo gli elementi inermi, inanimati, disgiunti, deregolamentati, adatti alle esigenze del mercato capitalistico. Il nanismo politico, la “cultura post-moderna” che ci informa di tutto, che ci da una presunta conoscenza, produce soltanto un’attenzione verso il basso, mentre, allo stesso tempo permette di far passare sulle nostre teste cose impensabili e spaventose. Il maglio del capitalismo batte forte e sminuzza, l’Impero svolge un’impareggiabile opera di bio-riduzione. Sul suo rogo bruciano eretici, popoli sani, i residui della sua combustione sono solo ceneri che non tendono a niente, figuriamoci al comunismo, solo particelle leggere in balia della mobilità volubile del vento del capitalismo.

E’ vero ciò che scrive Negri, questa era post-moderna soffre di una grave deficienza, quella della politica, riscontrando la natura di ciò nel fatto che è insito dell’Impero la riduzione degli spazi pubblici a favore di quelli privati. Storicamente il luogo della politica e quello dell’incontro, dell’agorà, mancando questo, viene a mancare la politica, almeno quella che fa  gli interessi pubblici e non quelli privati. Persino i nuovi spazi d’incontro, aperti al pubblico, non sono pubblici affatto , ma privati, basti pensare agli enormi centri commerciali, che vengono a svilupparsi a spirale intorno a piazze simulate. Mentre i figli della moltitudine sognano di partecipare ad un reality o a diventar veline, i figli delle gerarchie dell’Impero vengono “istruiti” in qualche università privata, e vivono in grandi spazi chiusi e inaccessibili alla moltitudine. E’ nata la “Architettura della Fortezza”, grandi estensioni super protette, controllate da telecamere, vigilantes, e quanto altro, dove i ricchi vivono la loro tranquilla vita indisturbata, là non ci sono emigrati, non derelitti, non lavoratori precari, solo  l’elite del denaro. Tutto questo sfarzo non è vissuto con discrezione, ma è ostentato, pubblicizzato come un modello senza pudore, e chi lo guarda dall’esterno, la moltitudine, non lo fa con gli occhi di chi cerca giustizia, ma con quelli dell’invidia, vedendo in loro quelli che sono saliti al primo posto del podio e che si gustano la vittoria, secondo una bestiale logica che chiunque avrebbe fatto lo stesso: goduto di tutto alla faccia degli altri. Chi rimane fuori della “fortezza dorata” spesso costruisce a sua volta altri spazi chiusi, controllati solo dal di dentro e inaccessibili, sono le “fortezze ghetto”. Quando i ricchi guardano questi spazi lo fanno con sufficienza, o avvertendo un inestetismo, altre volte la sorte si prende gioco dei disgraziati, ed attinge loro per carpire idee bizzarre, di tendenza. Alcuni ricchi si vestono da poveri con pantaloni sdruciti, rattoppati, marcati D&G, da 350 euro.   Altro che lotta di classe, altro che comunismo, è l’apoteosi della “civiltà del denaro”, la finzione fa parte della corografia del palcoscenico, in questo teatro si replica sempre lo stesso spettacolo: consumismo senza frontiere.  Neanche i “nuovi barbari”, la massa affamata d’emigrati che pressa le frontiere del grasso occidente sembra avere velleità rivoluzionarie, non permane nessuna velleità proletaria, la voglia è solo quella di essere assimilati al modello, di consumare, lavorare, e soprattutto consumare ancora.

La forma più estrema di controllo è quella che si esercita su una platea, che si considera libera, alla quale è stata rimossa la propria volontà, o se preferite alla quale è stata carpita l’anima. La società di controllo è la forma più sofisticata e spinta di tirannia.

Nella moltitudine, il cittadino non acquista nessuna cittadinanza globale, estromesso dalla sua stessa libertà, perde ogni valenza politica, ossessionato soltanto di rimanere a galla, è disposto spesso ad affogare il suo occasionale vicino.

Secondo Antonio Negri, la società che sta mutando attraverso l’Impero, è quella che tende alla moltitudine del meticciato e del nomadismo, questa si forma e si fortifica nella circolazione, i corpi si mischiano e parlano una lingua comune. L’ Impero realizzerebbe in ultima analisi la “liberazione marxista”,  l’abbattimento delle frontiere, il libero spostamento degli individui, riappropriazione di tutti gli spazi, libera circolazione, fine della proprietà privata in nome della cooperazione.

Il meticciato, la mobilità continua, persino l’esodo antropologico delle mutazioni estetiche e sessuali, porterebbero alla cooperazione tra gli uomini. Tutto in una stupenda amalgama che abbraccerebbe anche le macchine, le macchine rese compenetranti scambievoli, dall’informatica egualitaria. Le macchine sono integrate agli uomini, nelle menti e nei corpi, addirittura, la moltitudine conquista i mezzi di produzione. Insomma, l’Impero realizzerebbe per Negri la rivoluzione che porterebbe, spontaneamente, innocentemente al comunismo. Per queste ragioni si trova critico alle lotte no-global, chi vi partecipa non capisce d’essere controproducente alla causa del marxismo.

Si sta in questo modo fornendo un alibi poderoso a tutti quelli, che pur dichiarandosi comunisti, ma stanchi delle lotte, per inadeguatezze ideologiche, vedrebbero di buon occhio  la collaborazione con il capitale ma tuttora sono tentati di negarla. Negri appiana la strada ad eventuali, residuali, sensi di colpa, i compagni comunisti seguitino tranquillamente  nell’ortodossia, ma incoraggino pure l’evoluzione imperiale, si supportino quindi le privatizzazioni, la mobilità, la flessibilità, il capitalismo multinazionale, tanto alla fine c’è il comunismo. Una mano di vernice, rossa, e fieramente si potranno fare i propri comodi, scavalcando contraddizioni diventate inesistenti, i soldati al servizio imperiale, si trasformeranno niente di meno che in compagni portatori di pace.

 Nostro parere è quello che condividiamo sì la tesi secondo la quale siamo entrati in una nuova era, e questo almeno da settanta anni a questa parte, è iniziato un periodo di portata radicale e profondo, ma questa era non è un nuovo rinascimento, e non avrà  la sua durata, non s’adopererà per un nuovo umanesimo, è soltanto lo sforzo, neanche celato, di un controllo senza precedenti da parte del potere finanziario-economico sul globo, un controllo che passa attraverso la manipolazione totale dell’uomo sul piano ideologico, biologico, ventiquattro ore su ventiquattro. Questo controllo esercitato influenza già da ora le spontanee forme d’aggregazione e di sana rivolta.

Anche se alla parabola descritta dall’Impero si vuole dare l’interpretazione di un passaggio, o di una fuga, dal mondo dalla trascendenza, al piano dell’immanenza, la realtà di questa dimensione raggiunta si esprime esclusivamente in un ambito completamente disumanizzato.

La riprova di questo non è solo frutto dell’arido panorama sociale che viene delineandosi, ma la si può cogliere dagli stessi studi fatti dagli “scienziati delle capitalismo globale”.

Secondo Duesenberry, l’Io dell’uomo è scisso in due, una parte alla ricerca della nostra autostima e l’altra affogata dal senso d’inferiorità nutrito rapportandosi agli altri e al mondo esterno. Dando per scontato che il nostro livello d’autostima passa per il “nostro tenore di vita”, dipendendo il “nostro tenore di vita”, secondo lo studioso, dai “nostri beni di consumo”, si deduce che la nostra autostima è soddisfatta dal nostro livello di consumo. L’Io, precedentemente scisso, viene magicamente ricomposto.

Il consumo, la scienza o l’economia del consumismo, soddisfano contemporaneamente l’autostima e  appianano le lagune del senso d’inferiorità.

La massima assurda propostaci diventa <<consumo ergo sono, sono ergo consumo>>.

Un mondo così inteso, governato come dicevamo dall’unico valore morale che l’economia conosce, ovvero il guadagno, non trova ragioni in un comunismo che dovrebbe a ciò seguire, almeno che non si renda il temine mutato in consumismo.

Rimane come dato incontrovertibile, non contestabile, che l’unica forza al momento, in grado di porsi di traverso all’egemonia capitalistica planetaria è lo Stato Nazionale, l’unico che potrà aver  il coraggio di sfidare l’Impero e sottrarsi dai suoi controlli di bio-potere, individuabili per Negri<<nella bomba, nel denaro, nell’etere>>.

Auspicarsi lo Stato Nazionale, non è sperare in un riavvolgere il filo della globalizzazione, ma significa spezzare questo filo. Quindi, non un tornare indietro, nella riesumazione di qualche vetusto stato borghese nazionale, ciò significherebbe rimanere sulla stessa direzione del capitalismo, in altre parole, compiere un passo indietro nella storia, riproponendo anacronistiche condizioni e pertanto condannate prima o poi all’adeguamento circostante o  alla morte.

Lo Stato Nazionale non si caratterizza per sciovinismi nazionalistici, per irrazionali scontri nazionali esercitati per affermare supremazie, o piccoli imperialismi, si caratterizza nella necessaria immanente  sovranità popolare a dispetto della sovranità capitalistica. Lo Stato Nazionale non è allo stesso tempo scevro da valori universali, condivisi, inter-nazionali. Quando questa istituzione aspira sinceramente alla “Giustizia Sociale”, abbraccia nella sua consapevole unicità nazionale una causa di umanismo sociale (leggasi anche umanismo del lavoro) che lo accomunerà a tutti gli altri popoli liberi, e sganciati dall’Impero.

Questa non è una battaglia di retroguardia, ma d’avanguardia.

Liberare l’uomo dal capitalismo planetario, dall’Impero, significa liberarlo dal denaro, dal denaro come valore morale e di misura attribuitogli nel mondo che stanno costruendo. Ripetiamo però che  la liberazione dell’uomo dal denaro passa senz’altro attraverso un piano puramente dottrinale e filosofico, ma è necessario liberare l’uomo dal denaro anche da un punto di vista materiale. Questo può avvenire, come ci suggeriva Berto Ricci, soltanto diminuendo il bisogno dal denaro, questa strada è praticabile in uno Stato Nazionale e Socialista.

Lo Stato Nazionale Socialista, è una grande opportunità, ed  è un’arma rivoluzionaria per eccezione. Imbracciamola.

Lorenzo Chialastri

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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