IL DISCORSO DELLO STATO CORPORATIVO

PER RISOLVERE LA CRISI

Ricorderete che il 16 ottobre dell’anno 1932, innanzi alle migliaia di gerarchi venuti a Roma per il decennale, io domandai: “Questa crisi che ci attanaglia da quattro anni – adesso siamo entrati nel quinta da un mese – è una crisi “nel” sistema o “del” sistema?”
Domanda grave , domanda alla quale non si poteva rispondere immediatamente. Per rispondere è necessario riflettere, riflettere lungamente e documentarsi.
Oggi rispondo: la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventate una crisi del sistema. Non è più un trauma, è una malattia costituzionale.
Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberalismo economico che lo ha illustrato ed apologizzato.
Io voglio tracciarvi a grandi linee quella che è stata la storia del capitalismo nel secolo scorso, che potrebbe essere definito il secolo del capitalismo. Ma prima di tutto, che cosa è il capitalismo?
Non bisogna fare una confusione tra capitalismo e borghesia. La borghesia é un’altra cosa. La borghesia é come un modo di essere, che può essere grande e piccolo, eroico e filisteo.
Il capitalismo viceversa é un modo di produzione specifico, é un modo di produzione industriale.
Giunto alla sua più perfetta espressione, il capitalismo é un modo di produzione di massa per un consumo di massa, finanziato in massa attraverso l’emissione di capitale anonimo nazionale e internazionale: Il capitalismo è quindi industriale, e non ha avuto nel campo agricolo manifestazioni di grande portata.
Io distinguerei nella storia del capitalismo tre periodi: il periodo dinamico, il periodo statico, il
periodo della decadenza.
Il periodo dinamico è quello che va dal 1830 al 1870. Coincide con la introduzione del telaio
meccanico e con l’apparire della locomotiva: Sorge la fabbrica. La fabbrica è la tipica
manifestazione del capitalismo industriale, é l’epoca dei grandi margini, e quindi la legge della
libera concorrenza e la lotta di tutti contro tutti può giocare in pieno. Ci sono dei caduti e dei
morti che poi la Croce Rossa raccoglierà: Anche in questo periodo ci sono delle crisi, ma sono
crisi cicliche, non lunghe, non universali.
Il capitalismo ha ancora tale vitalità e tale forza di recupero che le fa superare brillantemente. E’
l’epoca della quale Luigi Filippo grida “Arricchitevi!”. L’urbanesimo si sviluppa. Berlino, che
faceva centomila abitanti all’inizio del secolo, raggiunge il milione; Parigi, da cinquecentomila
all’epoca della Rivoluzione, va anch’essa verso il milione. Così dicasi di Londra e delle città
d’oltre Atlantico. La selezione in questo primo periodo di vita del capitalismo è veramente
operante. Ci sono anche delle guerre. Queste guerre non possono essere paragonate alla guerra
mondiale che noi abbiamo vissuta: Sono guerre brevi: Quella italiana del 1848-49 dura quattro
mesi il primo anno, quattro giorni il secondo; quella del 1859 dura poche settimane. Altrettanto
dicasi di quella del 1866. Nè più lunghe sono le guerre prussiane. Quella del 1864 contro
l’Austria, che è la conseguenza della prima, dura pochi giorni e si conclude a Sodowa. Anche
quella del 1870, che ha le tragiche giornate di Sedan, non dura più di due stagioni.
Queste guerre, oserei dire, eccitano in un certo senso l’economia delle nazioni, tanto è vero che
appena otto anni dopo, nel 1878, la Francia è già nuovamente in piedi e può organizzare
l’Esposizione universale, avvenimento che fece riflettere Bismarck.
Quello che accadde in America, non lo chiameremo eroico. Questa è parola che dobbiamo
riservare alle vicende di ordine esclusivamente militare; ma è certo che la conquista del far West
è dura a fascinosa ed ha avuto i suoi rischi ed i suoi caduti, come una grande conquista. Questo
periodo dinamico del capitalismo dovrebbe essere compreso fra l’apparire della macchina a
vapore e il taglio dell’Istmo di Suez. Sono quarant’anni. Durante questi quarant’anni lo Stato
osserva, è assente e i teorici del liberalismo dicono: voi, Stato, avete un solo dovere, di far sì che la
vostra esistenza non sia nemmeno avvertita nel settore dell’economia. Meglio governerete, quanto
meno vi occuperete dei problemi di ordine economico.
L’economia quindi in tutte le sue manifestazioni è delimitata solo dal Codice Penale e dal Codice
del Commercio.
Ma dopo il 1870 questo periodo cambia. Non più la lotta per la vita, la libera concorrenza, la
selezione del più forte. Si avvertono i primi sintomi della stanchezza e della deviazione del mondo
capitalistico. S’inizia l’era dei cartelli, dei sindacati, dei consorzi, del trust.
Certamente io non mi indugerò perché voi possiate avvertire la differenza che passa fra questi
quattro istituti.
Le differenze non sono rilevanti, o quasi.
Sono le differenze che passano fra imposte e le tasse. Gli economisti non le hanno ancora definite.
Ma il contribuente che va allo sportello trova che è completamente inutile discutere, perché o
tassa o imposta egli deve pagare. Non è vero, come ha detto un economista italiano dell’economia
liberale, che l’economia “trustizzata”, cartellata, sindacata, sia il risultato della guerra. No,
perché il primo cartello carbonifero in Germania, sorto a Dortmund, è del 1879.
Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano
sessantadue cartelli metallurgici. C’era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello
zucchero nel 1903, dieci cartelli c’erano nell’industria vetraria. Nel complesso, in quell’epoca, dai
cinquecento ai settecento cartelli si dividevano in Germania il governo dell’industria e del
commercio.
In Francia nel 1877 si costituisce l’Ufficio Industriale di Longwy, che si occupava della
metallurgia, nel 1888 quello del petrolio, nel 1881 tutte le compagnie di assicurazioni si erano già
coalizzate. Il cartello del ferro, in Austria, è del 1873; accanto ai cartelli nazionali si sviluppano
quelli internazionali. Il sindacato delle fabbriche di bottiglie è del 1907. Quello delle fabbriche di
vetri e specchi, che raccoglie francesi, inglesi, austriaci e italiani, è del 1909.
I fabbricanti di rotaie ferroviarie si erano internazionalmente incartellati nel 1904. Il sindacato
dello zinco nasce nel 1899. Vi risparmio una lettura noiosa di tutti i sindacati chimici, tessili, di
navigazione, altri che si sono formati in questo periodo storico.
Il cartello del nitrato tra inglesi e cileni è del 1901. Qui ho tutto l’elenco dei trust nazionali e
internazionali, che vi risparmio. Si può dire che non c’è settore della vita economica dei paesi di
Europa e di America dove queste forze che caratterizzano il capitalismo non si siano formate.
Ma quale è la conseguenza? La fine della libera concorrenza.
Essendosi ristretti i margini, l’impresa capitalistica trova che piuttosto che lottare è meglio
accordarsi, allearsi, fondersi per dividersi i mercati, e ripartirsi i profitti.
La stessa legge della domanda e dell’offerta non è più à un dogma perché attraverso i cartelli ed i
trust si può agire sulla domanda e sull’offerta; finalmente questa economia capitalistica
coalizzata, “trustizzata”, si rivolge allo Stato. Che cosa gli chiede? La protezione doganale.
Il liberismo, che non è un aspetto più vasto della dottrina del liberalismo economico, il liberismo
viene colpito a morte. Difatti la nazione che per prima ha elevato delle barriere quasi
insormontabili, è stata l’America. Oggi l’Inghilterra stessa, da alcuni anni a questa parte, ha
rinnegato tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e
morale: e si è data ad un protezionismo sempre più forte.
Viene la guerra. Dopo la guerra e in conseguenza della guerra, l’impresa capitalistica si
inflaziona. L’ordine di grandezza dell’impresa passa dal milione al miliardo. Le cosiddette
costruzioni verticali, a vederle lontano, danno l’idea del mostruoso e del babelico.
Le stesse dimensioni dell’impresa superano la possibilità dell’uomo. Prima era lo spirito che
aveva dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito.
Quella che era fisiologia diventa patologia, tutto diventa abnorme. Due personaggi – poichè in
tutte le vicende balzano all’orizzonte gli uomini rappresentativi- due personaggi possono essere
identificati come i rappresentanti di questa situazione: Kreuger, il fiammiferaio svedese, e Insull,
l’affarista americano:
Con quella verità brutale che è nel nostro costume di fascisti, aggiungiamo che anche in Italia ci
sono state manifestazioni del genere: però nel complesso, non sono arrivate a quelle cime.
Giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua ispirazione e la sua giustificazione da questa
utopia: l’utopia dei consumi illimitati.
L’ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla
culla alla bara.
Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza,
in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini
desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa
divisa, che leggessero tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli stessi gusti al
cinematografo, che tutti infine desiderassero una cosiddetta macchina utilitaria.
Questo non è un capriccio, ma è nella logica delle cose, perché solo in questo modo
il supercapitalismo può fare i suoi piani.
Quando è che l’impresa capitalistica cessa di essere un fatto economico? quando le sue
dimensioni la conducono ad essere un fatto sociale. E’ questo il momento preciso nel quale
l’impresa capitalistica, quando si trova in difficoltà, si getta di piombo nelle braccia dello Stato.
E’ in questo momento in cui nasce e si rende sempre più necessario l’intervento dello Stato.
E coloro che lo ignoravano lo ricercano affannosamente.
Siamo a questo punto: che se in tutte le nazioni d’Europa lo Stato si addormentasse per
ventiquattro ore, basterebbe tale parentesi per determinare un disastro.
Ormai non c’é campo economico dove lo Stato non debba intervenire. Se noi volessimo cedere per
pura ipotesi a questo capitalismo dell’ultima ora, noi arriveremo de plano al capitalismo di Stato,
che non è altro che il socialismo di Stato rovesciato. Arriveremmo in un modo o nell’altro alla
funzionarizzazione della economia nazionale.
Questa è la crisi del sistema capitalistico presa nel suo significato universale.
Ma per noi vi è una crisi specifica che ci riguarda particolarmente nella nostra qualità di italiani
e di europei. C’è una crisi europea, tipicamente europea.
L’Europa non è più il continente che dirige la civiltà umana. Questa è la constatazione
drammatica che gli uomini che hanno il dovere di pensare debbono a fare a se stessi e agli altri.
C’è stato un tempo in cui l’Europa dominava politicamente, spiritualmente, economicamente il
mondo.
Lo dominava politicamente attraverso le sue istituzioni politiche. Spiritualmente attraverso tutto
ciò che l’Europa ha prodotto col suo spirito attraverso i secoli. Economicamente perché era
l’unico continente fortemente industrializzato. Ma oltre Atlantico si è sviluppata la grande
impresa industriale e capitalistica. Nell’Estremo Oriente è il Giappone che, dopo aver preso
contatto con l’Europa attraverso la guerra del 1905, avanza a grandi tappe verso l’Occidente.
Qui il problema è politico.
Parliamo di politica; perchè anche questa assemblea è squisitamente politica. L’Europa può
ancora tentare di riprendere il timone della civiltà universale, se trova un minimum di unità
politica: Occorre seguire quelle che sono state le nostre costanti direttive. Questa intesa politica
dell’Europa non può avvenire se prima non si sono riparate delle grandi ingiustizie.
Siamo giunti ad un punto estremamente grave di questa situazione; la Società delle nazioni ha
perduto tutto quello che le poteva dare un significato politico ed una portata storica.
Intanto quello stesso che l’aveva inventata non c’è entrato.
Sono assenti la Russia, gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania. Questa Società delle nazioni è
partita da uno di quei principî che, enunciati, sono bellissimi: ma considerati poi, anatomizzati,
sezionati, si rivelano assurdi. Quali altri atti diplomatici esistono che possono rimettere in
contatto gli Stati?
Locarno? Locarno è un’altra cosa. Locarno non ha niente a che vedere con il disarmo; di lì non si
può passare. Si è fatto in questi tempi un grande silenzio intorno al Patto a quattro. Nessuno ne
parla, ma tutti ci pensano. E’ appunto per questo che noi non intendiamo di riprendere iniziative
o di precipitare i tempi di una situazione che dovrà logicamente e fatalmente maturare.
Domandiamoci ora: l’Italia è una nazione capitalistica?
Vi siete mai posta questa domanda? Se per capitalismo si intende quell’insieme di usi, di costumi,
di progressi tecnici ormai comuni a tutte le nazioni, si può dire che anche l’Italia è capitalista.
Ma se noi andiamo più addentro le cose ed esaminiamo la un punto di vista statistico, cioè della
massa delle diverse categorie economiche delle popolazioni, noi abbiamo allora i dati del
problema che ci permettono di dire che l’Italia non è una nazione capitalistica nel senso ormai
corrente di questa parola:
Gli agricoltori conducenti terreno proprio alla data del 21 aprile 1931 sono 2.943.000, gli
affittuari sono 858.000:
I mezzadri e i coloni sono 1.631.000, gli altri agricoltori salariati, braccianti, giornalieri di
campagna, sono 2.475.000. Totale della popolazione che è legata all’agricoltura 7.900.000.
Gli industriali piccoli e grandi sono 523.000, i commercianti 841.000, gli artigiani dipendenti e
padroni 724.000, gli operai salariati 4.230.000, il personale di servizio e di fatica 849.000, le forze
armate dello Stato 541.000, professionisti e arti libere 553.000, impieghi pubblici e privati
905.000. Totale di questo gruppo con l’altro 17.000.000.
I possidenti e benestanti non sono molti in Italia, sono 201.000, gli studenti sono 1.945.000, le
donne attendenti a casa 11.244.000.
C’é poi una cifra che si riferisce ad altre condizioni non professionali: 1.295.000, cifra che può
essere interpretata in varie maniere.
Voi vedete subito da questo quadro come l’economia della nazione italiana sia varia e complessa,
e non possa essere definita attraverso un solo tipo, anche perché gli industriali che figurano con
la cifra imponente di 523.000 sono quasi tutti industriali che hanno aziende di piccola e media
grandezza. La piccola azienda va da un minimo di cinquanta operai ad un massimo di
cinquecento. Dai cinquecento ai cinquemila o seimila vi è la media industria; al di sopra si va alla
grande industria; e qualche volta si sbocca nel supercapitalismo. Questo specchietto vi dimostra
anche come avesse torto Carlo Marx, il quale, seguendo i suoi schemi apocalittici, pretendeva che
la società umana si potesse dividere in due classi nettamente distinte fra loro ed eternamente
irriconciliabili.
L’Italia a mio avviso deve rimanere una nazione ad economia mista, con una forte agricoltura,
che è la base di tutto, tanto è vero che quel piccolo risveglio delle industrie che si è verificato in
questi ultimi tempi è dovuto, come è opinione unanime di coloro che se ne intendono, ai raccolti
discreti dell’agricoltura in questi ultimi anni; una piccola e media industria sana, una banca che
non faccia speculazioni, un commercio che adempia al suo insostituibile compito, che è quello di
portare rapidamente e razionalmente le merci ai consumatori.
Nella dichiarazione che io ho presentato ieri sera, era definita la corporazione così come noi la
intendiamo e la vogliamo creare, e sono definiti gli obiettivi. Vi è detto che la corporazione è fatta
in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano.
Questi tre elementi sono condizionati fra di loro. La forza politica crea ricchezza, e la ricchezza
ingagliardisce a sua volta l’azione politica.
Vorrei richiamare la vostra attenzione su quanto è detto come obiettivo: il benessere del popolo
italiano. E’ necessario che a un certo momento questi istituti che noi abbiamo creati siano sentiti e
avvertiti direttamente dalle masse come strumenti attraverso i quali queste masse migliorano il
loro livello di vita.
Bisogna che ad un certo momento l’operaio, il lavoratore della terra possa dire a se stesso e dire
ai suoi: se io oggi sto effettivamente meglio, lo si deve agli istituti che la rivoluzione fascista ha
creati.
In tutte le società nazionali c’è la miseria inevitabile
C’è una aliquota di gente che vive ai margini della società; di essa si occupano speciali istituzioni.
Viceversa quello che deve angustiare il nostro spirito è la miseria degli uomini sani e validi che
cercano affannosamente e invano il lavoro.
Ma noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i quali ci interessano nella loro qualità di italiani,
di operai e di fascisti, sentano che noi non creiamo degli istituti soltanto per dare forma ai nostri
schemi dottrinali, ma creiamo degli istituti che devono dare a un certo momento dei risultati
positivi, concreti, pratici e tangibili.
Non mi soffermo sui compiti conciliativi che la corporazione può svolgere, e non vedo nessun
inconveniente alla pratica dei compiti consultivi. Già adesso accade che tutte le volte che il
Governo deve prendere dei provvedimenti di una certa importanza, chiama gli interessati. Se
domani ciò diventa obbligatorio per determinate questioni, io non ci vedo alcunché di male,
perché tutto ciò che accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò che fa entrare il cittadino dentro
l’ingranaggio dello Stato, è utile ai fini sociali e nazionali del fascismo.
Il nostro Stato non è uno Stato assoluto, e meno ancora assolutista, lontano dagli uomini ed
armato soltanto di leggi inflessibili come le leggi devono essere.
Il nostro Stato è uno Stato organico, umano, che vuole aderire alla realtà della vita: La stessa
burocrazia non è oggi, e meno ancora domani vuole essere un diaframma fra quella che è l’opera
dello Stato e quelli che sono gli interessi e i bisogni effettivi e concreti del popolo italiano.
Io sono certissimo che la burocrazia italiana, che è ammirevole, la burocrazia italiana, cos’ come
ha fatto fin qui, domani lavorerà con le corporazioni tutte le volte che sarà necessario per la più
feconda soluzione dei problemi. Ma il punto che più ha appassionato questa assemblea è quello
che intende dare al Consiglio nazionale delle corporazioni dei poteri legislativi.
Taluno, precorrendo i tempi, ha già parlato della fine dell’attuale Camera dei deputati.
Spieghiamoci.
L’attuale Camera dei deputati, essendo ormai terminata la legislatura, deve essere sciolta.
Secondo, non essendovi il tempo sufficiente in questi mesi per creare i nuovi istituti corporativi,
la nuova Camera sarà scelta con lo stesso metodo del 1929.
Ma la Camera a un certo punto dovrà decidere il suo proprio destino. Ci sono fascisti in giro che
vorranno piangere dinanzi a questa ipotesi?
Comunque sappiano che noi non asciugheremo le loro lacrime.
E’ perfettamente concepibile che un Consiglio nazionale delle corporazioni sostituisca in toto la
attuale Camera dei deputati. La Camera dei deputati non mi è mai piaciuta. In fondo questa
camera dei deputati è ormai anacronistica anche nel suo stesso titolo: è un istituto che noi
abbiamo trovato e che è estraneo alla nostra mentalità, alla nostra passione di fascisti.
La Camera presuppone un mondo che noi abbiamo demolito; presuppone pluralità dei partiti, e
spesso e volentieri l’attacco alla diligenza. Dal giorno in cui noi abbiamo annullato questa
pluralità, la camera dei deputati ha perduto il motivo essenziale per cui sorse.
Nella loro quasi totalità i deputati fascisti sono stati all’altezza della loro fede e bisogna pensare
che il loro sangue fosse sanissimo perché non si è intristito in quegli ambienti dove tutto respira il
passato.
Tutto cio avverrà prossimamente perché non abbiamo precipitazioni. Importante è stabilire il
principio perchè dal principio si traggono le conseguenze fatali.
Quando nel giorno 13 gennaio 1923 si creò il Gran COnsiglio, i superficiali avrebbero potuto
pensare: si è creato un istituto. No: quel giorno fu sepolto il liberalismo politico.
Quando con la Milizia, presidio armato del Partito e della rivoluzione, quando con la costituzione
del Gran Consiglio, organo supremo della rivoluzione, si diè di colpo a tutto quello che era la
teoria e la pratica del liberalismo, si imboccò definitivamente la strada della rivoluzione.
Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico
La corporazione gioca sul terreno economico come il Gran Consiglio e la Milizia giocarono sul
terreno politico.
Il corporativismo è l’economia disciplinata, e quindi anche controllata, perché non si può pensare
a una disciplina che non abbia un controllo.
Il corporativismo supera il socialismo e supera il liberalismo, crea una nuova sintesi.
E’ sintomatico un fatto, un fatto sul quale forse non si è sufficientemente riflettuto: che il
decadere del capitalismo coincide col decadere del socialismo!
Tutti i partiti socialisti d’Europa sono in frantumi!
Non parlo dell’Italia e della Germania, ma anche di altri paesi.
Evidentemente i due fenomeni, non dirò che fossero condizionati, da un punto di vista
strettamente logico; c’era però, fra essi, una simultaneità di ordine storico.
Ecco, perché l’economia corporativa sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due
fenomeni concomitanti, capitalismo e socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare.
Dall’uno e dall’altro ereditiamo quello che essi avevano di vitale. Noi abbiamo respinto la teoria
dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito
dire che il lavoro è una merce.
L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale, che è politico, che è economico, che è
religioso, che è santo, che è guerriero.
Oggi noi facciamo nuovamente un passo decisivo sulla via della rivoluzione.
Giustamente ha detto il camerata Tassinari che una rivoluzione per essere grande, per dare una
impronta profonda nella vita di un popolo nella storia, deve essere sociale.
Se ficcate il viso nel profondo, voi vedete che la rivoluzione francese fu eminentemente sociale,
perché demolì tutto quello che era rimasto nel medioevo dai pedaggi alle corveè; sociale, perché
provocò il vasto rivolgimento di tutto quello che era la distribuzione terriera della Francia, e creò
quei milioni di proprietari che sono stati e sono ancora una delle forze solide e sane di quel paese.
Altrimenti tutti crederanno di aver fatto una rivoluzione. La rivoluzione è una cosa seria, non è
una congiura di palazzo e non è nemmeno un mutamento di ministeri o l’ascesa di un partito che
soppianti un altro partito.
E’ da ridere quando si legge che nel 1876 l’arrivo della sinistra al potere fu definito una
rivoluzione.
Facciamoci da ultimo questa domanda: il corporativismo può essere applicato in altri paesi?
Bisogna farsi questa domanda, perché se la fanno in tutti gli altri paesi, dovunque si studia e ci si
affatica a comprendere.
Non vi è dubbio che, data la crisi generale del capitalismo, delle soluzioni corporative si
imporranno dovunque, ma per fare il corporativismo pieno, completo, integrale, rivoluzionario,
occorrono tre condizioni.
Un partito unico, per cui accanto alla disciplina economica entri in azione anche la disciplina
politica, e ci sia al di sopra dei contrastanti interessi un vincolo che tutti unisce, in fede comune.
Non basta. Occorre, dopo il partito unico, lo stato totalitario, cioè lo Stato che assorba in sé, per
trasformarla e potenziarla, tutta l’energia, tutti gli interessi, tutta la speranza di un popolo.
Non basta ancora. Terza ed ultima e più importante condizione: occorre vivere un periodo di
altissima tensione ideale.
Ecco perché noi, grado a grado, daremo forza e consistenza a tutte le nostre realizzazioni,
tradurremo nel fatto tutta la nostra dottrina. Come negare che questo nostro, fascista, sia un
periodo di alta tensione ideale? Nessuno può negarlo. Questo è il tempo nel quale le armi furono
coronate da vittoria. Si rinnovano gli istituti, si redime la terra, si fondano le città.
Mussolini
15 NOVEMBRE 1933 – Il Popolo d’Italia , n. 271

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Fascismi, Politica, RSI, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

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