Corporativismo e Socializzazione

di Rutilio Sermonti

Tra i fogli degni di rispetto (in quanto rifiutano e disprezzano, nella disamina critica del fenomeno e dell’idea fascista, il grossolano manicheismo ricalcato tuttora sulla propaganda bellica «alleata» dell’ultimo conflitto mondiale) esistono due orientamenti contrastanti sul rapporto che intercorre tra corporativismo e socializzazione delle imprese. Di tale contrasto peraltro esistevano già tracce nella pubblicistica della Repubblica Sociale.
Secondo l’uno, i decreti del Duce del febbraio e dell’ottobre ’44 avrebbero rappresentato una svolta ed un cambio d’indirizzo rispetto al sistema corporativo (il famoso ritorno alle origini); secondo l’altro, la socializzazione delle imprese non sarebbe stata che lo sviluppo logico e lineare proprio dell’idea corporativa, tutt’al più con un leggera anticipazione nei tempi a seguito delle drammatiche vicende militari.
Metto subito le carte in tavola, dichiarando che la contraddizione è soltanto apparente, e tale mi è apparsa nei lontani anni ’40. Ciò, credo, non per mio merito ma per la fortuna che ho avuto di essere figlio, confidente e fervido collaboratore di un Uomo che fu uno dei maggiori e più lucidi teorizzatori e docenti di corporativismo e insieme uno dei più attivi artefici delle leggi sulla socializzazione, insieme a Tarchi, Sargenti, Cassiano, Conforto ed altri giuristi e sindacalisti della RSI.
Come tale, non potevo non partire da una constatazione per scienza diretta, in cui non posso quindi essere contraddetto: mio Padre, studioso ed assertore convinto del corporativismo e poi della socializzazione, non ha mai cambiato idea, neanche di una virgola. Come si spiega allora la pretesa contraddizione?
Il fatto è questo: l’espressione Corporativismo si usa in due significati diversi. L’uno è quello dell’idea ovvero del principio corporativo: concezione squisitamente politica ed etica che si pone in radicale alternativa sia al liberismo alla Adam Smith che dell’economicismo marxista. L’altro è l’ordinamento giuridico che ebbe vigore in Italia tra il ’26 ed il ’43, e relativa prassi.
Ora, è sin troppo ovvio che, usando il termine Corporativismo nel secondo significato, la svolta sia avvenuta. La nuova struttura della impresa produttiva configurata e parzialmente applicata tra l’ottobre del ’43 e l’ aprile del ’45 (sei soli mesi, col nemico alle porte) era certamente innovativa e del tutto incompatibile col contratto di lavoro anteguerra e col sindacato dualistico (e infatti la Confederazione Generale del Lavoro, della Tecnica e delle Arti prevista dalla RSI non conosceva più ripartizione in datori di lavoro e lavoratori). Ma l’innovazione è priva di pregio, come lo sarebbe una polemica tra «corporativisti» e «socializzatori». L’ordinamento introdotto a partire dalla legge 3 aprile 1926 n. 563 e successivamente modificato con la legge sulle corporazioni e con quella sulla camera del 1939 (altre «svolte»?) è stato infatti abrogato or sono 52 anni, e riproporlo oggi negli stessi termini sarebbe ridicolo, nella attuale situazione politica ed economica non solo italiana.
Coloro che, come me, sostengono oggi l’attualità del corporativismo, si riferiscono quindi al primo dei due significati della parola detti sopra: al principio, e potremmo dire all’impostazione corporativa dei problemi socio-politici. Ebbene, mi sembra che, proprio alla luce di quei principî, la socializzazione delle imprese non soltanto non sia in alcuna contraddizione col corporativismo, ma costituisca esattamente una ulteriore, importante tappa della sua attuazione. E parlo di tappa e non di arrivo in quanto -e invoco la testimonianza dell’amico Sargenti- fu ben chiaro sin da quei tempi tremendi e magnifici che la gestione paritetica capitale-lavoro era solo il primo passo verso la méta finale: tutta la gestione a tutto il lavoro.
Vediamo ora -molto succintamente- che cosa sia il corporativismo, inteso come idea e principio direttivo.
1) Visione spirituale della vita singola ed associata e quindi -dato che lo Spirito è attributo esclusivo dell’Uomo- collocamento dell’uomo al centro di ogni attività, quella produttiva inclusa che va quindi sottratta al dominio delle cose (capitalismo).
2) Concezione, quindi, dell’economia come funzione della politica, e non viceversa, e coerentemente concezione unitaria della economia nazionale e precisa finalizzazione di essa (programmazione).
3) Concezione della nazione come un sistema organico, composto dalle innumerevoli funzioni cui i cittadini si dedicano, degne di riconoscimento e tutela da parte dello Stato in quanto concorrono al miglioramento spirituale, morale ed economico della nazione stessa, da cui è inseparabile la salute mentale e fisica dei cittadini.
4) Valorizzazione sistematica e istituzionale dei corpi intermedi in cui i cittadini si raggruppano in rapporto alle dette funzioni.
5) Necessità di collaborazione tra tutte le funzioni, che può anche manifestarsi in dialettica, magari accesa, ma esclude le conflittualità. Tra uomini che perseguono un unico fine superiore e comune il conflitto è inconcepibile.
A tali principî vi sono molti corollari, ma tutti possono farsi rientrare in qualcuno di essi.
Sfido chiunque a trovare un contrasto tra qualcuna delle esposte concezioni e la socializzazione della RSI.
Ma in sistema corporativo -potrà dire qualcuno e lo dice- c’era ancora il contratto di lavoro e l’impresa dualistica, c’erano ancora le S.p.A., c’era ancora l’esclusione del lavoro dalla gestione dell’impresa. Qualcun altro appunta i suoi strali contro le nomine dall’alto anche nelle massime cariche sindacali. Su tal genere di critiche ho scritto e detto molto, ma poiché non ho la presunzione che tutti abbiano avuto il tempo e la voglia di leggermi, mi accingo, per concludere queste righe, ha sintetizzare le risposte, cominciando dalla prima.
Quando una fazione rivoluzionaria assume il controllo di una nazione -come fu per il Fascismo nel ’25 e per il Bolscevismo nel ’18- ha davanti due strade.
L’una (quella imboccata da Lenin) è quella di cancellare drasticamente tutte le strutture portanti preesistenti, dandosi ad applicare freneticamente (e senza alcuna esperienza pratica) le proprie dottrine ideologiche; l’altra -che fu di Mussolini- è quella di applicare riforme rapide ma graduali, tali da non inceppare i meccanismi produttivi che, tra l’altro, permettono al popolo di continuare quotidianamente a nutrirsi.
Quale sia la strada migliore ce lo insegna la storia.
Il primo metodo -oltre alla necessità di ammazzare in vari modi alcuni milioni di persone e alla instaurazione di un feroce regime di polizia- regalò alla Russia cinque lustri di fame e di stasi produttiva e costrinse i suoi dirigenti improvvisati a chiedere l’elemosina al capitalismo occidentale, senza i provvidenziali puntelli (non gratuiti) del quale ciò che è accaduto alla fine degli Anni Ottanta sarebbe accaduto a furor di popolo mezzo secolo prima.
Il secondo, senza ammazzare nessuno e senza chiedere elemosine pelose, permise all’Italia di aumentare la produzione, di nutrire quotidianamente 45 milioni di italiani, di superare in modo meno traumatico dei paesi ricchi la grande crisi del ’29, di risanare le finanze nazionali, di difendere vittoriosamente la propria moneta, di rispondere sprezzantemente all’assedio economico del ’35 e soprattutto di ottenere una concordia nazionale quale non si era mai conosciuta nella Penisola.
Una bella differenza, no?
Il fatto è che una nazione moderna è un meccanismo grosso e complicato assai, e tirar colpi all’impazzata è soltanto da incoscienti. Immaginate riformare un motore senza che questo cessi neppure un attimo di funzionare! Ebbene, uno statista rivoluzionario se ama veramente e soprattutto il proprio popolo, deve fare un miracolo del genere.
L’impresa dualistica? Ma essa non era nulla di «corporativo»! Era semplicemente l’elemento primario dell’economia nazionale capitalistica che il Fascismo trovò in atto allorché assunse la responsabilità gestionale. Né vi era altra classe imprenditoriale che quella capitalistica, e una classe imprenditoriale non si improvvisa a colpi di decreti. Far fuori Donegani, Valletta, Albertini sarebbe stato, oltre che iniquo, imbecille. Ma la rivoluzione, sempre la stessa, non si fermò mai ad onta delle resistenze di certi ambienti refrattari. Si cominciò col dare ai sindacati dei lavoratori, alla pari di quelli imprenditoriali, potere legislativo (i C.C.L. aventi valore di legge). Poi, con le corporazioni, essi parteciparono pariteticamente alla programmazione economica nazionale. Poi, con la riforma della Camera, i loro rappresentanti sedettero come tali nell’organo supremo legislativo. Contemporaneamente, la figura dell’imprenditore privato, andava slittando da quella di capitalista e padrone a quella di capo, responsabile di fronte allo Stato (si leggano gli articoli 2086 e 2088 del Codice corporativo del ’42). Il capo della impresa del 1944, qualificato dal proprio lavoro direttivo e non dalla titolarità del capitale non è che il passo successivo, logico e inevitabile, nella stessa direzione. Così pure la partecipazione dei lavoratori alla gestione. Essa era prevista, in prospettiva, fin dal programma fascista del 1921. Ma vi era aggiunta un’espressione di alto significato: «che ne siano moralmente e tecnicamente degni». Era una conditio sine qua non che doveva di fatto realizzarsi, e ci voleva tempo e maturazione. E nel ’44, nonostante l’anticipazione cui accennavo, quella condizione era già in atto, se è vero come è vero (per quanto personalmente mi risulta) che autentici operai parteciparono al Consiglio di gestione dell’Alfa Romeo con interventi tutt’altro che inutili e insignificanti.
Poi arrivarono i «paladini dei lavoratori» a sfasciare tutto. Quanto alle «nomine dall’alto», anch’esso non era un carattere derivante dai principî corporativi. Era semplicemente una precauzione politica, che può ritenersi essere stata necessaria o meno in quel tempo e in quelle situazioni, ma si tratta di considerazioni oggi del tutto sterili ai fini della continuità o meno tra corporativismo e socializzazione.
Essere più corporativisti o più socializzatori non ha quindi senso, e tanto meno vale a costituire tra noi una destra e una sinistra. Noi siamo un’altra cosa: siamo gli antesignani di un nuovo ciclo. Gli altri non sono che gli epigoni del vecchio che si chiude.
Questo soltanto importa davvero.

Tratto da: da “AURORA” n° 29 (Ottobre 1995)

http://aurora.altervista.org/29idee.htm

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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