Come nacque il Fascismo

Nascita del Fascismo

di BELTRAMELLI ANTONIO

23 marzo 1919

Come nacque il Fascismo

Ho già accennato al disagio delle classi medie nell’immediato dopo-guerra; ho accennato allo stato di smarrimento e di scontentezza nel quale si ritrovarono i giovani, i redivivi, che ritornavano dalla trincea. Nel compiuto sfacelo di ogni grandezza morale, di ogni idealità, essi si sentirono a un tratto dispersi e diminuiti. Il loro sacrificio non solo non fu riconosciuto, ma apparve agli occhi loro inutile. Non erano forse stati giuoco di una tremenda illusione? E gli innumerevoli morti sparsi lungo i fiumi, sulle tragiche Quote carsiche, per gli altopiani ai margini dei ghiacciai e delle valli non si erano forse sacrificati per niente? Dove trovare, e in quale cuore più profondo, la religione della Patria per la quale si era compiuto l’immane olocausto? Nei giornali non era che una gazzarra ignobile. Coloro che avevano tenuta alta la loro fede e il loro ardore contro tutto e contro tutti vedevano la fede loro mercanteggiata e sentivano, intorno, lo schiamazzo dei barattieri e dei rinunciatari. Mentre ogni Nazione cercava di arraffare quanto più poteva per compensarsi dei fantastici disavanzi e per assicurarsi confini tali da rendere più dura e meno facile una nuova aggressione, noi, per perseguire quel senso di purezza ideologica che sempre ci aveva fatto valutare, in politica, men che inetti, noi volevamo rinunziare al confine del Brennero, e alla Dalmazia. Come non fosse bastata l’ostilità degli alleati, pensavamo noi a mettere armi nuove in mano agli alleati per rendere ancor più duro il còmpito, già così arduo, dei nostri negoziatori impacciati e impacciosi. Tutti questi elementi erano raccolti dai demagoghi rossi e usati ad alimentar la fiamma dello scontento e della disgregazione. Innumerevoli occhi si affissarono allora alla Russia, dato che la miseranda Italia appariva tradita anche da coloro che l’avevano invocata un giorno al loro fianco e che dimenticavano, non solo le melate parole di un tempo ma anche gli impegni presi.
Che il bene non dovesse arrivare veramente del Kremlino? E non aveva trovato, forse, la Russia, dopo la pace di Brest-Litowsky, il vero regno del benessere comune? Non mentivano i giornali borghesi narrando gli orrori del bolscevismo?
Molte anime pure si posero queste domande e rimasero incerte su la via da scegliere. Se il mito della Patria decadeva, a quale nuovo altare doveva inchinarsi la giovinezza che non poteva morire inaridita? La Russia frattanto mandava messi e messaggi e danari; credeva di aver già attratto l’Italia nell’ambito della sua rivoluzione, di averla guadagnata alla causa bolscevica. Da Mosca si impartivano ordini all’Italia la quale, talvolta, trovava nell’ubbidienza un’internazionale fierezza.
Se l’Italia vincitrice era ridotta, al Convegno di Parigi, al livello miserando di un’accattona, ben si giustifica la violenta diffida di Benito Mussolini a Leonida Bissolati, il rinunciatario, e si ha il dovere di sentire oggi per quel suo gesto passionato, salda riconoscenza. E Mussolini solo si associò alla mirabile invettiva di Gabriele d’Annunzio, scagliata contro il “Presidente dei Popoli” «dal lungo muso equino».
Frattanto, di giorno in giorno, si accrescevano le difficoltà del vivere e, con queste, il già più che diffuso malcontento. Ovunque era un senso di protesta e di ribellione contro la guerra la quale non aveva condotto l’Italia che al livello delle nazioni vinte, mentre si formavano, a Parigi, le nuove egemonie delle nazioni più forti. Vi era esasperazione, da un lato; e, dall’altro, sconforto. La reazione alla guerra si delineava sempre più vasta e irresistibile, travolgendo nella sua ondata fangosa gli stessi combattenti e i mutilati ai quali il lungo martirio, la salda fede e la rinuncia alla vita per un’idealità superiore erano imputate a vergogna. E in quei giorni di ogni miseria e di ogni oscenità questo spirito di reazione era talmente diffuso in tutte le classi, che non si volle più sentir parlare di guerra o di una qualsiasi cosa che con la guerra avesse attinenza. Anche i libri che si pubblicarono, in quel torno di tempo, riguardanti il grandioso avvenimento, rimasero invenduti mentre il pubblico leggeva allora qualsiasi porcheria gli fosse ammannita. I combattenti incominciarono quasi a vergognarsi di essere stati del novero eroico ed è certo che la grandissima maggioranza più non usò i distintivi che testimoniavano il valore personale dei singoli. E la scala dei valori umani e sociali incominciava a invertirsi sotto il soffio della tempesta russa.
In un primo tempo parve che nessuno dovesse sorgere in contrasto e porre un argine a tanta ruina; o meglio: Benito Mussolini sempre rimase sulla breccia, ma la voce di lui non riusciva tuttavia a superare e a dominare il tumulto delle moltitudini che salivano allo sbaraglio. Né le Nazioni maggiori, intente solo a crearsi monopoli e a prendersi la parte migliore del ricco bottino di guerra, parevano accorgersi dell’ora triste e torbida che stava attraversando l’Italia; e pareva altresì che, non che deprecare quest’ora, la sollecitassero. Conveniva alla Francia che l’Italia, piuttosto che rinforzata, uscisse indebolita dalla guerra; conveniva all’Inghilterra di aver libere le vie del Mediterraneo e di non crearsi un concorrente nuovo e pericoloso. Non posso soffermarmi qui a esaminare partitamente lo stato d’animo delle masse in quei giorni torbidi e a ricercare le cause più riposte e i rapporti di cause che determinarono detto stato d’animo; noto il fenomeno nelle sue linee essenziali e nella sua brutalità contingente. A molto maggiore distanza di tempo, colui che avrà il cuore spoglio di ogni passione e potrà disporre di tutti gli elementi che determinarono il fenomeno notato, facilmente ne fisserà, e con pura giustizia, la compiuta fisionomia. A me ripugna oggi sottilizzare e ammettere che la palese e violenta opposizione delle moltitudini al mito della Patria e al concetto di nazione, non fosse, come afferma il professor Mondolfo, se non la manifestazione di un’oscura coscienza nazionale la quale nella solidarietà proletaria delle nazioni sentiva il rimedio alle dolenti ferite toccate nella lotta fra i nazionalismi capitalistici.
È certo che in quei giorni la Patria fu negata, bestialmente negata, insistentemente negata e questo fu l’errore più grave nel quale cadde il socialismo, errore che volle poi attenuare e del quale tentò giustificarsi in un secondo tempo; ma era ormai troppo tardi.
A tutto questo si aggiunga l’atteggiamento della borghesia conservatrice, la quale non aveva creduto alla guerra e non poteva opporsi quindi alla critica massimalista.
Toltone rare eccezioni, isolate e poco ascoltate (Benito Mussolini non aveva davvero largo seguito in quei giorni!), i nemici dell’ordine costituito può dirsi avessero campo libero.
Bene argomenta Mario Missiroli quando, ricercando le cause generatrici di tanto malessere, le ritrova nelle delusioni diplomatiche, nelle speranze tradite, nelle promesse mancate, nella diuturna tensione degli animi, negli spostamenti delle classi e dei ceti, nelle crisi dell’economia, nei paradossi della finanza, nelle contraddizioni dello spirito. E, in tanto sfacelo, nessuno pensava a una salda e reale ricostruzione, e anzi (i socialisti erano i primi!) si correva allo sbaraglio incitando la moltitudine alle rivolte.
Quale atteggiamento assunse allora la borghesia al potere, di fronte alla minacciosa marea che saliva? Un atteggiamento che le era consueto da tanti mai anni ormai e cioè quello di una rassegnata viltà. Si fronteggiava, o meglio si credeva di fronteggiare la minaccia, concedendo riforme; e dette riforme non costituivano che ridicoli palliativi perché non solo non arrestavano il movimento saliente ma riconfermavano i ribelli nella coscienza della loro forza travolgente e dei loro inoppugnabili diritti.
Furono quelli i giorni nei quali il socialismo neutralista uscì dai suoi ripari e aggiungendo minaccia a minaccia, con un linguaggio strepitoso, che troppe volte rasentava quello da trivio, istituì il suo processo alla borghesia.
In quei giorni, i socialisti si levarono in veste di giustizieri e si scagliarono contro la borghesia, accusandola di aver voluto la guerra contro di loro.
Che da tutto questo, poi, e cioè dall’avanzarsi del proletariato alla conquista del potere, dovesse risultare, come affermava Adriano Tilgher ne La terza Italia, da parte di una classe che era stata tenuta in disparte, il sentimento e l’amore di quella Patria che quotidianamente si bestemmiava; e che tale sentimento e tale amore dovessero svilupparsi appunto perché il proletariato, con la conquista del potere, avrebbe finalmente sentito la Patria come cosa sua, tale supposta risultanza, a parer mio, sarebbe stata lontana dalla verità dei fatti se si fosse instaurata allora, e cioè nel 1919, quella Dittatura proletaria alla quale si tendeva, camminando sulla strada tracciata dalla Russia. Se l’acuto esame di Adriano Tilgher, dal campo della pura speculazione filosofica si fosse abbassato a studiare la verità contingente, avrebbe veduto come tale miracolo, se pure virtualmente possibile, non avrebbe avuto il tempo di compiersi ché, innanzi di sentir la Patria come cosa sua, la furia della nuova classe saliente l’avrebbe annientata. E, nel caotico disorientamento che ne sarebbe seguito, nella furia delle vendette, nello scatenarsi di insaziati e insensati odî, nell’inevitabile disordine, nello smarrimento compiuto di ogni valore, nella mostruosa elefantiasi del concetto di classe, la grande idealità della Patria, questa profonda religione intesa come dovere di sacrificio continuo, si sarebbe compiutamente perduta e sarebbe morta innanzi di trovare un nuovo altare degno del suo culto. Comunque sia, io, qui, cerco di ricostruire un periodo della vita nostra più agitata di questi ultimi anni, e non mi pongo problemi polemici che non avrei campo a sviluppare.
Certo si è che, come vedremo più innanzi, gli stessi socialisti, poi che si accorsero del loro mostruoso errore, vollero affermare, ricorrendo a vari bizantinismi, come essi non avessero negata mai né la Nazione, né la Patria; e, pure ammirando la buona intenzione e il tardivo ricredersi, noi non possiamo aderire alle loro giustificazioni perché i fatti e le parole di quei giorni, ormai tanto lontani, si levano a testimonianza e stanno contro ai “maddaleni”.
Adunque, la rivolta alla prepotenza socialista, la minaccia del dissolvimento della Patria, l’abdicazione dello Stato alle sue funzioni, l’ingratitudine degli Alleati e la tirannide della plutocrazia franco-inglese di occidente; il pericolo di una soggezione straniera e di una disgregazione interna furono le cause più appariscenti che spinsero Benito Mussolini, nel marzo del 1919, a gettar le basi di quel Fascismo il quale doveva poi, in breve volger di tempo, diventare un movimento travolgente.

23 marzo 1919

La prima adunata fascista fu tenuta a Milano il 23 marzo 1919. La presiedette Benito Mussolini che l’aveva voluta e in quel giorno, ormai memorando, il Condottiero espose, al primo scarno manipolo degli aderenti, le idee sue e i suoi propositi. Senza sfoggi retorici, come sempre è stato suo costume, nella prima seduta, che si tenne nella mattinata, Benito Mussolini stabilì l’ordine dei lavori. Egli voleva agire, non parlare e prese quindi la realtà nelle sue grandi linee senza seguirla minutamente nei particolari. Presentò tre “dichiarazioni”, sulle quali chiese il voto e le illustrò brevemente. Questa fu la prima dichiarazione: «L’adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e il suo memore e reverente pensiero ai figli d’Italia che sono caduti per la grandezza della Patria e per la libertà del Mondo; ai mutilati e invalidi, a tutti i combattenti, agli ex prigionieri che compirono il loro dovere, e si dichiara pronta a sostenere energicamente le rivendicazioni di ordine materiale e morale che saranno propugnate dalle associazioni dei combattenti». Non era intenzione di Benito Mussolini di fondare allora un partito dei combattenti e per questo non precisò un programma di rivendicazioni, lasciando agli interessati la cura di far questo. All’infuori di qualsiasi partito, ponendosi in una sfera di superiore idealità, ebbe a dichiarare che avrebbe sempre appoggiato tali rivendicazioni. Egli non voleva cercare, nelle tasche dei morti, le tessere; lasciava tale còmpito ai socialisti ufficiali. I combattenti e tutti quanti, dal grande all’ultimo fante, sarebbero stati compresi in un unico pensiero di amore. E giacché in quei giorni, quando si parlava di «grandezza della Patria» molti vi erano che ghignavano, dato che era nella moda corrente fare il processo alla guerra, teneva a dichiarare che «la guerra si accetta in blocco o si respinge in blocco». E se pure si fosse dovuto fare il processo alla guerra, solo i combattenti ne avrebbero avuto il diritto. D’altra parte, l’attivo e il passivo di un’impresa tanto grandiosa non poteva essere stabilito con le norme della regolarità contabile: «non si può mettere da una parte il quantum di fatto o di non fatto; ma bisogna tener conto dell’elemento qualitativo». Considerata la questione da quel punto di vista, si poteva assicurare con piena sicurezza che la Patria era più grande, non solo perché arrivava al Brennero, non solo perché arrivava alla Dalmazia; ma era più grande «perché noi ci sentiamo più grandi in quanto abbiamo l’esperienza di questa guerra, inquantoché noi l’abbiamo voluta, non c’è stata imposta e potevamo evitarla. Se noi abbiamo scelta quella strada è segno che ci sono nella nostra storia, nel nostro sangue, degli elementi e dei fermenti di grandezza, poiché se ciò non fosse, noi oggi, saremmo l’ultimo popolo del mondo».
E ora alla seconda dichiarazione:
«L’adunata del 23 marzo dichiara di opporsi all’imperialismo degli altri popoli a danno dell’Italia e all’eventuale imperialismo italiano a danno di altri popoli e accetta il postulato supremo della Società delle Nazioni che presuppone l’integrazione di ognuna di esse, integrazione che, per quanto riguarda l’Italia, deve realizzarsi sulle Alpi e sull’Adriatico con la rivendicazione e annessione di Fiume e della Dalmazia».
A illustrare questa seconda dichiarazione, Mussolini paragonò l’Italia alle altre Nazioni. L’Italia che aveva quaranta milioni di abitanti, fra dieci o venti anni ne avrebbe avuto ottanta milioni con appena una superficie di 287.000 chilometri quadrati, separati dagli Appennini che riducevano di non poco la disponibilità del territorio lavorativo; in più un milione e mezzo di chilometri quadrati di colonie, verso i quali non si sarebbe potuto mai dirigere la popolazione esuberante. All’opposto l’Inghilterra, con 47 milioni di abitanti, aveva un impero coloniale di 55 milioni di chilometri quadrati; e la Francia, con una popolazione di 38 milioni di abitanti, aveva un impero coloniale di 15 milioni di chilometri quadrati. E tutte le Nazioni, non escluse il Portogallo, l’Olanda, il Belgio, tutte hanno un impero coloniale che non sono disposte a cedere nonostante tutte le ideologie di oltre Oceano.
L’imperialismo è il fondamento di ogni popolo che tende a espandersi economicamente e spiritualmente. D’altra parte Lloyd George parlava in quei giorni, apertamente, di impero inglese. L’imperialismo poteva distinguersi solo dai mezzi usati per raggiungerlo. I mezzi che Benito Mussolini voleva scegliere non sarebbero mai stati quelli di penetrazione barbarica usati dai tedeschi.
E pose un dilemma, allora:
«O tutti idealisti, o nessuno!».
Ognuno doveva fare il proprio interesse. E non si poteva capire che si predicasse l’idealismo da parte di coloro che stavano bene, a coloro che soffrivano.
«Noi vogliamo il nostro posto nel mondo poiché ne abbiamo il diritto».
Riaffermava quindi il postulato societario della Società delle Nazioni ma soggiungeva, a chiaro intendimento, che se la Società delle Nazioni doveva segnare il predominio delle nazioni ricche sulle nazioni povere o proletarie per fissare ed eternare quelle che erano allora le condizioni dell’equilibrio mondiale, tale non era più idealismo, ma tornaconto e interesse; quindi…
Terza dichiarazione:
«L’adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di tutti i partiti».
Commentò poi, come, pur passando da un punto a un altro, seguiva una logica. Egli non era un entusiasta delle battaglie schedaiole, tanto che da vario tempo aveva abolito sul suo giornale le cronache “del Camerone” (della Camera dei deputati); comunque fosse, dentro l’anno 1919, dovevano esservi le elezioni. Quelle elezioni avrebbero certamente fatto il processo alla guerra. Il Fascismo doveva accettare la battaglia precisamente sul fatto guerra poiché non solo il Fascismo non era pentito di quello che aveva fatto, ma affermava di più, e con quel coraggio che era frutto del suo individualismo, affermava che se in Italia si fosse ripetuta una condizione di cose simile a quella del 1915, sarebbe ritornato a invocare la guerra come nel 1915.
Notava poi, Benito Mussolini, come vi fossero stati vari interventisti che avevano defezionato: alcuni per ragioni di indole politica, altri per paura fisica. Per quietare la belva, avevano detto questi ultimi, molliamo la Dalmazia, rinunciamo a qualche cosa. Il calcolo era pietosamente fallito.
Il Fascismo, non solo non si sarebbe messo su quel terreno politico, ma non avrebbe avuto nemmeno quella paura fisica che era semplicemente grottesca.
«Ogni vita vale un’altra vita, ogni sangue vale un altro sangue, ogni barricata un’altra barricata».
«Se ci sarà da lottare impegneremo anche la lotta delle elezioni».
E aggiungeva:
«Noi andremo a vedere i passaporti di tutta questa gente: tanto dei neutralisti arrabbiati come di coloro che hanno accettata la guerra come una corvée penosa; andremo nei loro comizi, parleremo dei candidati e troveremo tutti i mezzi per sabotarli».
Tre giorni prima, Benito Mussolini, in un discorso pronunciato agli operai di Dalmine trovava calde parole per detti operai che, col loro ordine del giorno e col loro atteggiamento inusitato, si erano messi sul terreno della Classe, senza dimenticare la Nazione.
L’ordine del giorno degli operai di Dalmine aveva un valore storico enorme e avrebbe dovuto orientare tutto il lavoro italiano.
Ed esultava, Mussolini, perché gli operai metallurgici di Dalmine non avevano rinnegata la Nazione per la quale erano morti 500.000 uomini.
«La nazione che ha fatto questo sacrificio non si nega poiché essa è una gloriosa, una vittoriosa realtà».
È forse quello un primo e unico esempio di operai che si sottraggono al giuoco delle influenze politiche. Gli operai di Dalmine hanno provato la loro volontà e sono sulla buona strada.
Poi il lottatore, nell’ora più buia delle rinunzie e della vergogna, si dichiara fiero di essere stato interventista.
«Se fosse necessario, vorrei incidere a caratteri di scatola sulla mia fronte la testimonianza per tutti i vigliacchi, che io sono stato fra quelli che nel maggio splendido del 1915 hanno chiesto a gran voce che la vergogna dell’Italia parecchista cessasse».
Benito Mussolini è e sarà sempre con la massa che lavora pur distinguendola dal partito che vuole rappresentarla. Contro il Partito Socialista Ufficiale, che è stato durante la guerra uno strumento del Kaiser, egli lotterà sempre. Ora il socialismo vorrebbe tentare, sulla pelle degli operai, il suo esperimento scimmiottato dalla Russia!
«Di me possono avervi detto quello che si vuole; non me ne importa. Sono un individualista che non cerca compagni sul suo cammino. Ne trova ma non li cerca. Mentre infuria l’immonda speculazione politicante degli sciacalli che spogliano i morti, voi, oscuri lavoratori di Dalmine, (*) avete aperto l’orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa. È il lavoro che nelle trincee ha consacrato il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande, entro e oltre i confini».
Ho riassunto questi due discorsi di importanza storica perché in essi sono contenuti alcuni fra quei caposaldi ai quali il Fascismo si manterrà poi costantemente fedele; guerra a oltranza contro tutti i sabotatori della Nazione a qualunque partito appartengano e a qualsiasi classe; giusto riconoscimento del volontario sacrificio compiuto dall’Italia e compensi adeguati a detto sacrificio; valorizzazione massima dei combattenti e lotta a oltranza per ottenere le rivendicazioni di ordine materiale e morale che debbono compensare coloro che hanno sofferto e tutto hanno rischiato per la grandezza della Patria.
Il Fascismo nacque adunque come un moto di ribellione e di superbo sdegno; si affermò con una sfida coraggiosa nei giorni bui dello sfacelo quando pareva che per l’Italia tutto fosse perduto.
I giornali non si accorsero o finsero di non accorgersi di questo manipolo esiguissimo di ribelli. Molto più tardi lo schernirono e lo dileggiarono. I socialisti soprattutto, che si sentivano allora fortissimi, credettero poter prendere sotto gamba il movimento capeggiato dall’odiatissimo “transfuga” e cercarono, nel loro vocabolario, gli aggettivi più schernevoli per salutare l’avvento di questi pochi che si disponevano a risalir la corrente e a opporsi all’impeto delle moltitudini. Troppo tardi si accorsero del loro errore e troppo tardi impararono a valutare Benito Mussolini per quello che realmente valeva.
Ho osservato inoltre come, in molti fra gli studi pubblicati e riguardanti le origini e lo sviluppo del Fascismo, si ostenti, da taluni autori, di porre in ultimo piano la figura di Benito Mussolini o non se ne parli affatto, come fa, a esempio, l’anarchico Luigi Fabbri nella sua monografia che ha per titolo La controrivoluzione preventiva. Mezzucci pietosi che non fanno e non ficcano, perché possono darsi tutte le condizioni favorevoli del mondo alla nascita di un movimento storico, ma se non appare l’Uomo destinato e quello che possa assommare nel suo fascino, nella tetragona forza della sua volontà, nella gagliardia del suo ingegno, nella fierezza del suo coraggio dette condizioni e si faccia banditore del nuovo verbo e viva la passione di questo verbo disperatissimamente, oltre ogni altra cosa del mondo, tanto da preferire l’ultimo silenzio al fallimento di questa passione sua mortale e magnifica, se quest’Uomo non appaia, l’umanità non potrà beneficiare delle condizioni favorevoli invano apparse e invano vissute.
Le moltitudini non fanno la storia, quasi sempre la subiscono o per il loro meglio, o per il loro danno. I grandi movimenti non possono assommarsi che in una volontà sola, nell’Uomo eletto dal destino a comparire nell’ora segnata. Poi i filosofi, gli storici, i critici e i sofisti possono sottilizzare finché a loro piaccia, ma il fatto resta immutato e immutabile. Prima ancora che Benito Mussolini pensasse di gettar le fondamenta del primo Fascio, altre associazioni del genere esistevano e altre ne nacquero dopo, le quali, non animate dalla forza incontenibile di un Uomo di eccezione vegetarono e furono destinate a scomparire senza mutar corso agli eventi. Eppure erano il prodotto delle stesse condizioni dell’ambiente, rappresentavano lo stesso malcontento, raccoglievano gli uomini stessi rappresentanti di quelle classi medie che dovevano dare poi tanto fiore e tanto sangue al movimento rivoluzionario animatore e ricostruttore, che trovò nel Duce la sua personificazione necessaria.
No, signori più o meno dotti, per quanto vogliate dichiararvi quasi-imparziali, il livore vi ha fatto velo. Parlando del Fascismo, Benito Mussolini non si può ignorare perché il Fascismo è una sua creatura e ha trionfato in quanto ha avuto un simile condottiero.
D’altra parte, mutando termini e finalità, è facile osservare come il bolscevismo, a esempio, il quale ebbe pure, a un momento determinato, tutte le condizioni ultra favorevoli al suo trionfo, fallì appunto perché non poté impersonarsi, e per fortuna nostra, nell’uomo necessario.
Ma di ciò basti.
Il 23 marzo 1919 segna adunque la data storica della nascita del Fascismo. Qualche tempo dovrà passare prima che l’esiguo nucleo si accresca, prima che l’idea prenda campo e abbia i suoi manipoli di azione.
Gli avversatori accuseranno poi il Fascismo di essere entrato in campo quando ormai il pericolo bolscevico era passato; ma vedremo come anche questa affermazione tendenziosa sia ben lontana dal rappresentare la verità storica semplice e nuda.
Resta fissato che il Fascismo nacque a Milano e che pochi animosi ne gettaron le basi nell’ormai storica data.
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(*) Gli operai dello stabilimento Franchi-Gregorini di Dalmine, per decidere la Ditta a discutere una loro proposta di miglioramenti, anziché uscire all’ora dei rispettivi turni, vollero rimanere al lavoro e issarono nell’edificio la bandiera tricolore. Dopo alcuni giorni, la vertenza venne composta; Mussolini fu invitato dagli stessi operai a portare la sua parola di solidarietà.

L’opera dei Fasci nel 1919

Incominciamo col dire che le schiere eran tuttavia esigue; che il largo e risoluto movimento immaginato e voluto dal Duce del Fascismo presupponeva una vasta organizzazione e una preparazione adeguata. Veri e propri miracoli al mondo non se ne compiono. Gli sbandati, ed erano innumerevoli, venivano lentamente al Fascismo. Allora i più ne conoscevano appena l’esistenza e non vi prestavano attenzione. Questo movimento, che doveva diventare poi formidabile, conobbe, al suo nascere, ogni difficoltà. Aveva di contro un’organizzazione vecchia di decine e decine di anni, la quale, per quanto raccogliesse elementi tutt’altro che omogenei, rappresentava pur sempre una forza più che rispettabile. Era già un atto di inverosimile audacia quello di schierarsi in pochissimi, contro un’organizzazione tale, e quello di osteggiarla senza tregua, di non darle quartiere, di assalirla quotidianamente ne’ suoi uomini maggior, ne’ suoi giornali, nel suo operato. Per continuare in un’opera simile e per non avvilirsi mai, neppure quando pareva che il vuoto si facesse più grande intorno, occorreva una tempra come quella di Benito Mussolini. Ebbene, questi pochissimi, ma disperatissimamente risoluti a farsi largo, in quei primi mesi del loro essere, organizzarono la spedizione contro il giornale l’Avanti! della quale abbiamo parlato e dimostrarono la loro risolutezza in qualche episodio minore.
Convien notare a questo punto che mentre il Governo sorreggeva i partiti estremi, osteggiava soprappossa il nascente Fascismo.
Comunque fosse, nonostante l’ostilità governativa, durante il periodo della lotta elettorale, che incominciò il 16 novembre 1919, il Fascismo dette esempio di fierezza e di forza, riuscendo, in quel pandemonio, a far rispettare i comizi che si tenevano a favore della lista fascista.
E non era risultato da sprezzarsi, dati l’indole e il costume dei tempi.
E qui viene ad avvalorare il mio asserto, dello scarsissimo seguito che aveva cioè il Fascismo, la votazione che ebbero allora i candidati fascisti, votazione che fu meschinissima.
Conviene notare inoltre che i massimalisti avevano impostata la lotta su di un programma di critica della guerra, di lotta di classe e di solidarietà con la Russia dei Soviety. Ebbero una stragrande maggioranza.
Questo dimostra fino a qual punto di smarrimento era arrivata in quei giorni la massa elettorale e quanta strada rimanesse tuttavia al Fascismo da percorrere per raggiungere quel grado di sviluppo che gli potesse permettere di sferrare una seria offensiva.
Come avrebbe potuto allora assalire di fronte il bolscevismo? E coloro che accusano il Fascismo di avere iniziati gli attacchi quando il pericolo bolscevico era cessato, non ragionano per lo meno con leggerezza?
Intanto Benito Mussolini, per conto suo, non cessò mai dall’inveire, dalla tribuna del suo giornale, contro i sabotatori della vittoria e contro i dissolvitori del paese. Le sue fiere rampogne, le sue accuse sanguinose, i suoi attacchi a fondo, si susseguivano in ordine serrato e giovavano quotidianamente a ridestare qualche coscienza assopita, a radunare i dispersi, a preparare il terreno all’inevitabile rivincita.
E tanto grande era il suo ardore, e di tanta e così profonda passione e convinzione erano materiati i suoi articoli, che la gente non per anco morta a ogni senso di nobiltà si raccoglieva di settimana in settimana intorno al Duce della Patria.
Frattanto le minacce, da parte degli avversari suoi, si aggravavano e più volte Benito Mussolini fu minacciato di morte. Ciò non poteva intimorirlo né punto né poco.
Non era uomo da vincersi per tali strade.
Sono del 1919 due suoi discorsi: uno pronunciato il 22 luglio, a Milano, nell’Aula Magna del Liceo Beccaria e l’altro il 9 ottobre all’inaugurazione dell’adunata fascista di Firenze.
Il discorso del 22 luglio fu tenuto per la concentrazione delle forze interventiste di sinistra, e il Duce ha già da quei giorni il presentimento della grande ora storica che viene preparando.
Uomini di diverse scuole e di temperamenti diversi si erano uniti per opporsi all’insensata agitazione scatenata in tutt’Italia dal bolscevismo che aveva preso come primo movente il caro-viveri. Si trattava ora di accomunare questi uomini e questi temperamenti e di farli agire concordi sì nelle contingenze dell’ora come nell’azione del domani. Ora, mentre borghesia e Governo, spaventati, guardavano l’insurrezione sporadica con occhi di vittime pronte al sacrificio, il Duce si leva, si scaglia contro il Partito Socialista Ufficiale, chiama i suoi dirigenti «un’accolta di dieci scimuniti»; definisce le agitazioni di quei giorni: un bluff, un ricatto, una commedia, una speculazione.
Non era vero che la grande massa del popolo italiano fosse coi socialisti; occorreva adunque educare le masse, non prometter loro il paradiso a breve scadenza, ma mostrare la dura e nuda verità. Prima necessità imprescindibile, della quale doveva essere convinto il popolo tutto, era la necessità di produrre.
La situazione dell’Italia era allora più critica che mai. I debiti si moltiplicavano con l’Inghilterra e con gli Stati Uniti. Eravamo debitori morosi. Ci mancavano carbone e viveri. La fame ci minacciava. Balenavano ancora le belle promesse delle miniere carbonifere di Heraclea e dei bacini petroliferi di Armenia; ma erano fate morgane nel deserto della nostra povertà. Clemenceau e Lansing ci nutrivano di promesse e di promesse solamente. Ancora era incerta la salvaguardia dell’italianità di Fiume e la sorte della Dalmazia. Si navigava in piena tempesta. Il Duce definì allora lo sciopero inscenato dai socialisti: «un tentativo di assassinio della Nazione».
E aggiunse:
«Per me la rivoluzione non è un ballo di San Vito o uno scoppio improvviso di epilessia. Essa deve avere delle forze, degli obbiettivi e soprattutto un metodo».
Il popolo italiano che aveva bisogno di un bagno di sangue e di una giornata storica per essere scosso dall’avvilimento e dall’insensibilità nella quale era caduto, aveva avuto tre anni di sangue e mille giornate storiche.
La vera rivoluzione, per il Duce, era incominciata nel 1914 e durava ancora. Il còmpito loro era, in quei giorni, non già di sollecitare la rivoluzione in alto, ma di infrenarla «per evitare la disintegrazione e la rovina».
«Essere rivoluzionari in date circostanze di tempo e di luogo, può essere l’orgoglio di una vita; ma quando chi parla di rivoluzione è la mandra dei vandeani e dei parassiti, allora non bisogna temere, opponendosi, di passare per reazionari».
Ecco, agli albori del Fascismo, delinearsi la necessità precisa di una contro-rivoluzione per ristabilire l’equilibrio e far nascere la grande possibilità del domani. Il Duce apre gli occhi al suo tempo e riconosce arrivata l’ora sua, quell’ora per la quale è partito da tanto lontano, lacero e ramingo.
È il fato che si compie; è l’energia e la vitalità immensa della razza che si rivela nel gesto, nella volontà, nell’ardimento, nel genio dell’Uomo Nuovo, dell’Uomo suscitato dal popolo per la misteriosa volontà del Nume indigete.
E il Duce afferma in quella memorabile adunata:
«Tutto ciò che può rendere grande il popolo italiano mi trova favorevole e — viceversa — tutto ciò che tende ad abbassare, ad abbrutire, a impoverire il popolo italiano, mi trova contrario».
Bisogna quindi romperla col socialismo e iniziare le aperte ostilità.
Nel gettare e definire il nuovo programma di intesa e di azione, il Duce, che si è ribellato ai vecchi dogmi, si rifiuta di accettarne di nuovi.
Egli tende a una Costituente; vuole, nel campo politico, la revisione della costituzione; nel campo economico «l’organizzazione farà della collaborazione di classe, della lotta di classe, dell’espropriazione di classe».
«Si tratta di nazionalizzare — aggiunge il Duce — questo tentativo, di universalizzarlo a tutt’Italia.
«Potremmo, volendo, numerare gli aderenti non a migliaia ma a milioni.
«Io mi rifiuto, nell’attuale situazione economica delicatissima dell’Italia, a qualsiasi gesto che spiani le strade al bolscevismo e alla rovina.
«La vittoria non può, non deve essere sabotata.
«…La buona strategia è calcolo e audacia.
«…La rivoluzione che noi volemmo e facemmo nel 1915, tornerà nostra con la pace vittoriosa… e in sintesi, e soprattutto, si chiamerà Italia».
Nel discorso pronunziato il 18 dicembre dello stesso anno e commemorante i Garibaldini delle Argonne, il Duce, nonostante il pessimismo che dilaga, riafferma la sua fede nella Vittoria.
«Per me l’ostilità degli Alleati è la più autorevole consacrazione della vittoria italiana».
«Essi sono gelosi di noi!».
«Io ho un’immensa fiducia nel popolo italiano, nelle sue virtù di razza e nelle sue opere future».
«Il popolo italiano provvederà da sé alla sua salvezza e alla sua vendetta».
«Noi siamo i combattenti del meriggio grigio, ma siamo certi che l’aurora luminosa ritornerà».
Solo quest’uomo rarissimo poteva trovare tale impeto negli anni più bui del nostro destino. E si era allora agli albori del 1920 che fu l’anno tragico d’Italia. Non importa! Egli sapeva che, al mondo, si valorizza solo colui che risale la corrente e colui che ha più tenace spirito di grandezza e di fede. Intuì, in quei giorni, l’Uomo Nuovo, allora quando tutti si sbandavano disorientati e correvano ad arruolarsi nelle file dell’esercito rosso, intuì che il «fatto nuovo» era possibile perché l’anima del popolo usciva da un battesimo inaudito ed era come un campo aperto alla buona sementa. Solo occorreva resistere all’impeto formidabile della disgregazione e controattaccare con altrettanta violenza; occorreva aprirsi un varco nella fitta selva delle masse traviate, poi tutta la falsa impalcatura di un bolscevismo di importazione sarebbe caduta perché non poteva logicamente prosperare su terreno latino. Se, da una parte, la dappochezza dei capi del movimento bolscevico impedì che tale movimento raggiungesse l’ultimo suo fine, d’altra parte la grande massa del popolo si mostrò scontenta della nuova tirannia rossa.
Pochi ubriachi, in ogni centro, imposero la volontà loro alla massa pecorile, ma non vi fu mai, nonostante qualsiasi affermazione contraria, un vero scoppio di entusiasmo collettivo. Mai vi fu un’unanime fusione, mai un vero lume di fede e una spirituale grandezza; né poteva esservi.
Mancò ogni poesia al moto insensato che seguì immediatamente la guerra; anzi si rinnegarono i supremi diritti dello spirito e si negò il travaglio della mente.
Un simile moto, se poteva aver avuto fortuna fra il popolo russo disperso, fatalista, tardo, affondato in un suo misticismo passivo, non poteva attecchire in terra latina, in una terra solare quale è la nostra, nella quale per vivere di anno in anno occorre un fatto e un sogno, un’azione e un’idealità. La nostra razza tende a superarsi di continuo nell’azione e nel pensiero, non a distruggersi. Può avere, anzi ha avuto e avrà, come Messia, Giuseppe Mazzini, ma non mai un Lenin o un Trotzki. Ogni razza trae dal suo più profondo travaglio gli uomini che la rappresentano. L’Italia vuol vivere di lavoro e inebriarsi di fede. Togliere al popolo la sua poesia è un dannarlo a un opaco grigiore di morte; è un falsarlo e disperderlo.
E allora non risponde, in verità, e non forma di un solo cuore, di un solo balzo la compatta falange dell’assalto.
Date una fede e un canto al popolo di questa terra nostra magnifica e lo condurrete più lontano che mai, fin oltre alla morte.
Questa è stata la divina intuizione del Duce.

Trattoda:http://italpag.altervista.org/9_b_storia/storia6.htm#L%27opera%20dei%20Fasci%20nel%201919

Italiani!

Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano.

Rivoluzionario, perchè antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore perchè antipregiudizievole.

Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti.

Gli altri problemi: burocrazia, amministrativi, giuridici, scolastici, coloniali, ecc. li tracceremo quando avremo creato la classe dirigente.

Per questo NOI VOGLIAMO:

Per il problema politico

a) Suffragio universale a scrutinio di Lista regionale, con rappresentanza proporzionale, voto ed eleggibilità per le donne.

b) Il minimo di età per gli elettori abbassato a 18 anni, quello per i Deputati abbassato a 25 anni.

c) L’abolizione del Senato.

d) La convocazione di una Assemblea Nazionale per la durata di tre anni, il cui primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato.

e) La formazione di Consigli Nazionali tecnici del lavoro, dell’industria, dei trasporti, dell’igiene sociale, delle comunicazioni, ecc. eletti dalle collettività professionali o di mestiere, con poteri legislativi, e col diritto di eleggere un Commissario Generale con poteri di Ministro.

Per il problema sociale

NOI VOGLIAMO

a) La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore di lavoro.

b) I minimi di paga.

c) La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria.

d) L’affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.

e) La rapida e completa sistemazione dei ferrovieri e di tutte le industrie dei trasporti.

f) Una necessaria modificazione del progetto di legge di assicurazione sulla invalidità e sulla vecchiaia, abbassando il limite di età proposto attualmente a 65 anni, a 55 anni.

Per il problema militare

NOI VOGLIAMO

a) L’istituzione di una milizia Nazionale, con brevi periiodi d’istruzione e compito esclusivamente difensivo.

b) La nazionalizzazione di tutte le Fabbriche di Armi e di esplosivi.

c) Una politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà, la nazione italiana nel mondo.

Per il problema finanziario

NOI VOGLIAMO

a) Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo che abbia la forma di vera ESPROPRIAZIONE PARZIALE di tutte le richezze

b) Il sequestro di tutti i beni delle Congregazioni religiose e l’abolizione di tutte le mense Vescovili, che costituiscono una enorme passività per la Nazione, e un privilegio di pochi.

c) La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra, ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra.

(da Renzo De Felice Mussolini il rivoluzionario Einaudi)

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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