C I N A 2011

C I N A 2011

“La Cina fabbrica del mondo”, “La Cina grande cantiere”, espressioni ripetute ed ormai entrate nel linguaggio comune per sottolineare il rapido sviluppo industriale, economico e sociale in tante regioni e città ed in parte nelle stesse campagne cinesi. Ma queste descrizioni non rendono ancora il senso e la portata del ruolo che la Cina è destinata ad occupare in questo XXI secolo, definito “il secolo cinese”. Per comprendere fino in fondo il significato che tutto questo assume occorre abbandonare ogni pregiudizio ed ogni immagine falsata della Cina, spesso costruita a livello mediatico traendo da epifenomeni e da aspetti molto parziali conclusioni di carattere generale. E’ tutt’ora viva una consistente campagna mediatica anticinese volta a nascondere innegabili successi e ad enfatizzare difficoltà inevitabilmente presenti in questo processo di sviluppo, non nascoste tra l’altro dagli stessi dirigenti cinesi, operando così una sistematica disinformazione. Ma senza cadere nelle considerazioni degli esegeti ad ogni costo non si può obiettivamente non registrare quanto cammino sia stato percorso negli ultimi decenni, sì che la Cina in tutta la sua estensione territoriale, anche nelle sue più remote località, appare in continua e diffusa trasformazione. La Cina di Deng Xiao Ping, primo fra i paesi socialisti, ha fatto i conti con la competitività internazionale fino ad entrare nel 2002 nel WTO ed poi nel FMI. E’ già agli inizi degli anni settanta che Deng Xiao Ping, leader di seconda generazione, imbocca la strada per la costruzione di un socialismo “con caratteristiche cinesi” sui seguenti fondamenti:  opposizione ad ogni forma di egemonismo  promozione della cooperazione internazionale e ricerca di uno sviluppo comune sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica (il mutuo rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, la non aggressione, la non interferenza negli affari interni degli Stati, l’eguaglianza, la pacifica coesistenza) Di qui una politica estera improntata alla democratizzazione delle relazioni internazionali ed alla costruzione di un “mondo armonioso”. E’quanto ha sottolineato in occasione del 60° Anniversario della fondazione dell’ ONU un leader della generazione successiva a Deng, Hu Jintao: “ mentre il XX secolo è stato contrassegnato da un incessante confronto tra blocchi e dall’alternanza di guerra fredda e calda, il XXI secolo è caratterizzato dall’interdipendenza crescente dei paesi e da una maggiore interconnessione in un mondo in cui il destino è comune, per cui il “confronto” va sostituito con la cooperazione e con il rispetto reciproco su basi di eguaglianza”. La Cina opera attivamente per promuovere una riforma del sistema internazionale in senso multilaterale, dando importanza allo status ed al ruolo dell’ONU. Sostiene che le controversie vadano risolte con il dialogo e le negoziazioni. Di qui la necessità di estendere ancora di più la cooperazione, di procedere alla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che per la Cina deve essere ampiamente condivisa e deve assicurare una maggiore rappresentatività ai Paesi in via di sviluppo, di promuovere la sicurezza collettiva. Ed infine ha posto ormai da tempo il problema di abbandonare il dollaro come moneta unica di riferimento per gli scambi internazionali. Sul problema del nucleare iraniano la Cina propone un tavolo di negoziazione per ricercare una soluzione della questione con l’aiuto dell’IAEA. Per l’Afghanistan, paese tra l’altro confinante, insiste perché si trovi una soluzione volta alla pace, alla stabilità ed al buon vicinato attraverso un aiuto alla ricostruzione nazionale. La Cina sostiene il principio “terra in cambio della pace” per la soluzione del conflitto israelo-palestinese e le altre risoluzioni dell’ONU in merito. Sulla questione coreana svolge un’azione costante per la pace e la stabilità in quest’area, facilitando il negoziato tra i sei paesi (Repubblica Democratica di Corea, USA, Russia, Giappone, Repubblica di Corea e Cina). Sull’Iraq è a favore di una soluzione politica sotto l’egida dell’ONU. Ha rafforzato sempre di più i rapporti con l’Unione Europea attraverso la sottoscrizione di numerosi accordi di cooperazione economica, commerciale e culturale. In un recente libro “Mezzo secolo con la Cina” di V.P. Fedotov, diplomatico russo di professione, ambasciatore plenipotenziario in Cina per ben 17 anni complessivamente, questo nuovo profilo della politica estera cinese e l’ingresso della Cina negli organismi internazionali vengono attentamente seguiti. Fedotov ricorda tra l’altro che un autorevole esponente del governo cinese, Li San Jan, nel 1986 ebbe a precisare ad Honnecker, che visitava la Cina, : ”In Occidente pensano che noi con le riforme condurremo la Cina al capitalismo. Questa è una mera illusione. Le nostre riforme rafforzeranno il socialismo. I sogni dell’Occidente di trasformazione in senso capitalistico della Cina non si realizzeranno”. Indubbiamente dopo la caduta del muro di Berlino ed il conseguente indebolimento del campo socialista, le speranze dell’Occidente capitalista sono diventate più forti, ma ancora oggi il Partito Comunista Cinese, dopo la svolta di Deng e le riforme intervenute, mantiene saldo l’obiettivo di rendere più vicina la realizzazione di una via nazionale al socialismo, ammettendo comunque che essa si trova tuttora ad uno stadio iniziale. I rapporti con Washington giocano un ruolo centrale, anche se il governo cinese non nasconde disagi e contrarietà per comportamenti statunitensi ispirati all’unilateralismo. In relazione all’atteggiamento cinese verso gli USA V.P. Fedotov afferma però che “ove si ponga dinanzi alla Cina il problema di quale scelta sia più conveniente tra Russia e USA, la Cina indubbiamente sceglierebbe gli USA dalle cui relazioni dipende il suo futuro. Ma questa opzione sarebbe anche della Russia, ove si trovasse a scegliere tra Cina e USA”. In sostanza si realizzerebbe così una triangolazione di interessi e di convergenze tra queste potenze, considerati anche i rapporti stabiliti dalla Cina con la Russia per un approvvigionamento sicuro e crescente di materie prime energetiche. Ancora secondo Fedotov “certamente esiste il problema di Taiwan a cui la Cina non vuole rinunciare. Comunque una avventura anticinese portata avanti dagli americani e dai loro alleati (attraverso la NATO?) porterebbe solo ad una crisi di sistema e ad un crack degli stessi Stati Uniti”. E conclude riportando il pensiero del sociologo e filosofo A.A. Zinov’ev, secondo cui “il XXI secolo è quello dei tentativi degli USA e di tutte le forze neoliberiste di farla finita con il comunismo. Di qui l’esigenza di contrastare oggi i piani delle forze capitaliste e di rafforzare i legami di amicizia e di cooperazione con la Cina”. * * * * * La globalizzazione ha posto problemi soprattutto ai paesi occidentali. Ma la Cina. l’India, il Brasile, il Sud Africa, la stessa Turchia e altri paesi emergenti ancora stanno a dimostrare con i loro rilevanti successi che il processo di globalizzazione ha offerto ed offre anche opportunità e possibilità di accelerare lo sviluppo e quindi di raccogliere la sfida che esso pone. Ed è in termini di sfida che la Cina giudica la portata della internazionalizzazione dell’economia. La Cina ormai da decenni si è aperta agli investitori stranieri, allettati anzitutto dal basso costo della mano d’opera locale. Questo ha comportato la rapida costituzione di imprese moderne, anche sotto forma di joint- ventures, sottoposte comunque ad un regime di controlli da parte del Partito. Nello stesso tempo la Cina ha puntato sull’export contando anche su prezzi assolutamente competitivi. Ha tesaurizzato le entrate senza favorire immediatamente i consumi. E’ lo stesso processo per certi versi che ha visto nel secondo dopoguerra l’Italia crescere costantemente con una percentuale annua pari al 5% del PIL. La Cina ha poi cominciato progressivamente a sottoscrivere titoli del debito pubblico statunitense, tant’è che oggi è creditrice verso gli USA di un trilione di dollari con conseguenti entrate per gli interessi in suo favore. Una grande liquidità quindi, che le consente di gareggiare da una posizione di forza con i paesi invece indebitati. D’altra parte, quando la crisi economico-finanziaria ha comportato un rallentamento della crescita, la Cina ha risentito meno di altri di questa congiuntura sfavorevole, conservando comunque un alto livello di sviluppo attraverso interventi volti ad allargare la domanda interna pubblica e privata: il che ha comportato una apertura di dialettica tra le parti sociali con conseguente aumento degli stessi livelli salariali e con un rinnovato ruolo di alcune organizzazioni sindacali, in precedenza ridottesi a svolgere essenzialmente funzioni di assistenza sociale anziché azioni rivendicative in termini di salario, di previdenza e di stato sociale più in generale, dopo l’erosione dei meccanismi di protezione sociale prima esistenti Con la crisi che ha imperversato e che continua a produrre i suoi effetti deleteri, il governo cinese non ha esitato a scegliere la via dell’allargamento della domanda interna attraverso un massiccio programma di realizzazione di infrastrutture materiali ed immateriali, spesso d’avanguardia, ed un aumento dei livelli salariali al fine di incentivare i consumi. Questo ha prodotto indubbiamente un più alto livello di inflazione, che viene però tenuta sotto controllo. Qualche analista sostiene che nella fase attuale vi sia un rallentamento dell’economia cinese, ma i dati relativi al PIL confermano che il paese continua a svilupparsi a ritmi assolutamente invidiabili e soprattutto con una riserva di valuta estera di grandi dimensioni, che può consentire margini di manovra ineguagliabili. * * * * * L’ “Economia Socialista di mercato”, che caratterizza in questa fase la via cinese, è in effetti il connubio tra l’intervento diretto dello Stato nell’economia, che si sostanzia in società eminentemente statali o in pacchetti azionari di maggioranza appartenenti al Ministero dell’Economia, il settore cooperativo e la libera iniziativa privata entro i limiti fissati dallo stesso Stato anche per quanto concerne il regime dei controlli. L’economia mista è quindi un mezzo scelto per realizzare concretamente l’obiettivo: quello del benessere crescente della popolazione coinvolgendo nello sviluppo strati sociali sempre più ampi. L’economia mista non costituisce di per sé una categoria ideologica, né può essere definita in un insieme teoretico. E’ solo un esperimento, un modello di sviluppo che deriva da un approccio pragmatico ai problemi. Lo statalismo realizzato soprattutto nelle città, da un lato, ed il collettivismo presente essenzialmente nella campagna, dall’altro, avevano generato problemi e contraddizioni senza offrire adeguate soluzioni, aggravando invece il contrasto tra i due mondi. La costruzione in Cina di una economia mista comporta conseguentemente una presenza di concezioni diverse e, quindi, anche un ritorno di interesse verso il confucianesimo, ritenuto in passato una “dottrina reazionaria”, da liquidare in quanto basata su categorie sociali ordinate su scala gerarchica, sulla meritocrazia e sulla sottomissione incondizionata al potere nella Cina feudale. D’altra parte è prevedibile che questa NEP cinese comporterà in prospettiva una progressiva liberalizzazione dei prezzi, una maggiore autonomia decisionale delle imprese in materia di retribuzioni dei dipendenti ed un mercato basato sul commercio e sui prezzi anziché sulla pianificazione centralizzata- Ma non è assolutamente nelle intenzioni del P.C.C. fare della scelta dell’economia sociale di mercato un punto di riferimento per i partiti comunisti degli altri paesi. Il P.C.C. non si atteggia a “paese guida” per il movimento di lotta mondiale. Quello che sta perseguendo è un esperimento di costruzione del socialismo nelle condizioni date. E nelle condizioni concrete di sviluppo delle lotte gli altri paesi potranno costruire la propria via nazionale al socialismo, sia pure facendo tesoro delle esperienze altrui. Quello che si persegue quindi è lo sviluppo armonico di tutte le potenzialità, contando sull’antico spirito di intraprendenza del popolo cinese, sull’autodisciplina, per cui ognuno svolge il suo compito con diligenza e senza sciatteria, insieme al senso del collettivo sotto il controllo e la sovraintendenza del partito. Tutto questo naturalmente non è la Grande Armonia, come designava Mao la società comunista, fondata sulla proprietà pubblica, senza sfruttamento né oppressione di classe. La figura di Mao è tuttavia presente dappertutto. Non può dirsi però che vi sia un ritorno al culto di Mao. Il grande timoniere in ogni caso resta l’artefice della storia della nuova Cina e, quindi, la sua immagine non può essere espunta dalla memoria storica. La reintroduzione di alcuni elementi del pensiero confuciano nella prassi politica ed anche nello stile di vita non è che un modo implicito di criticare forme di egualitarismo della rivoluzione culturale e la stessa politica maoista, senza per questo cancellare il percorso storico compiuto dalla “lunga marcia” in poi. Quella della Cina è una sfida economica, ma in breve tempo sarà anche una sfida tecnologica all’ Occidente. In breve tempo è sorta l’Accademia Cinese CELAJ (China Executive Leadership Academy) insieme ad altri istituti specializzati con insegnanti a tempo pieno, da cui usciranno managers per i vari settori, quadri professionali, tecnici, scientifici, politici e militari. Ma la Cina non è solamente la grande fabbrica ed il grande cantiere. C’è una notizia tenuta sotto tono e che riguarda il nostro paese. Mentre banche, hedge fund, fondi pensione, assicurazioni occidentali hanno scommesso contro l’Italia o non investono più sui titoli di stato italiani, il Direttore Generale del Tesoro Grilli è andato in Cina per cercare nuovi investitori e per sondare le intenzioni del fondo sovrano cinese, che ha 3.000 miliardi di dollari di liquidità (pari al 40% delle riserve monetarie mondiali), di investire sui titoli italiani. A chiedere il sostegno cinese quindi è anche l’ Italia – dopo Grecia, Spagna e Portogallo – dal momento che la Deutsche Bank ha ridotto gli investimenti in titoli pubblici italiani da 8 a 1 miliardo. La Cina certamente non sarà mossa da astratta solidarietà o da principi filosofici confuciani, ove dovesse decidere di investire. La politica delle “sviluppo armonico” della società cinese certamente comporta anche l’armonizzazione del paese con l’“ordine” mondiale esistente e, quindi, con le regole del gioco praticate. Ma la Cina tuttavia potrebbe scegliere di intervenire sui debiti pubblici di alcuni paesi occidentali per non indebolire uno dei soggetti (l’ U.E.) in una visione multilaterale dei rapporti tra i paesi, cioè per ragioni di lungimirante politica estera. * * * * * I risultati raggiunti in ogni campo sono il frutto di decenni di duro lavoro, che continua, compiuto da tutta la popolazione. Rispetto a 15 anni fa Pechino e tante altre città cinesi mostrano chiaramente il segno del cambiamento. Al fiume di biciclette si è sostituito un fiume di automobili prodotte in loco da società a capitale misto, anche se non è difficile incontrare ancora biciclette di varia epoca insieme a tantissime moto elettriche, per cui non si avverte un grande inquinamento da gas di scarico o da rumore. Il benessere tende a diffondersi sempre più. Continua la crescita del reddito pro-capite, anche se il benessere è meno avvertibile nelle località distanti dalle città costiere ed i livelli di reddito e le infrastrutture materiali e sociali variano tra le città e le campagne. Di qui la maggiore attenzione delle autorità verso l’hinterland del paese (dalla scuola all’ assistenza sanitaria, carente proprio nelle aree rurali, ai trasporti, all’ambiente), stante la realtà composita ed etnicamente variegata della Cina. I vecchi aggregati urbani fatti di casette a due piani sono scomparsi, A Pechino del passato non c’è che la piazza Tien’ammen, la Città proibita, il Palazzo d’estate. Accanto al laghetto è in corso di ristrutturazione un pezzetto della vecchia Pechino, forse a conservazione del “come eravamo” . Tutto il resto è completamente nuovo ed è stato costruito a ritmo sostenuto in un tempo incredibilmente breve. Questo sforzo era già chiaramente visibile alcuni anni fa, ma il completamento di quanto programmato è stato realizzato a tempo di record. A confronto i nostri cantieri appaiono eterni. In questo stesso arco temporale la rapida trasformazione ha interessato una vastissima parte del territorio. La rete dell’alta velocità è di circa 12.000 km. Sono state realizzate grandi infrastrutture, strade, viadotti, ponti ecc. E’ entrata in funzione ormai da qualche anno la ferrovia modernissima che raggiunge il Tibet. Il patrimonio immobiliare delle città è cresciuto in maniera inverosimile. Ma questo è solo un aspetto del grande processo di modernizzazione, che investe tutti i settori dell’economia e del vivere civile. Certamente nella stessa Pechino e nelle altre città sono visibili differenze sociali notevoli, nell’abbigliamento, nel tipo di consumi e nello stesso utilizzo del tempo libero. Rarissimi comunque i mendicanti. Al dinamismo economico e sociale si accompagna anche uno sforzo di adeguamento della legislazione ( il codice civile in vigore dal 1987 è ancora rudimentale). Ed il dinamismo si riflette anche nel settore della cultura, ove si registra un crescente interesse all’intensificazione degli scambi culturali con l’estero, Nel Palazzo delle Esposizioni di Pechino, oltre alla mostra celebrativa del 90° anniversario del Partito, è in questo periodo esposta anche quella dei “Capolavori del Museo di Capodimonte” di Napoli. La Cina in conclusione ha intrapreso una nuova lunga marcia verso un armonico sviluppo, verso “la costruzione, al passo con i tempi, di una società del benessere” (Xiao Kang), obiettivo stabilito al XVI Congresso, per il miglioramento delle condizioni di vita di tutto il popolo. Ed il P.C.C. ha comunque l’indiscutibile merito storico di avere provveduto a correggere impostazioni “idealistiche” nella costruzione del socialismo in Cina. Il Governo cinese ha conseguito il massimo successo nella riduzione della povertà, come è stato riconosciuto da vari organismi internazionali, sottraendo così centinaia di milioni di uomini all’ antica miseria. Ma il P.C.C. non nega le difficoltà ancora presenti nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Luigi Marino – PdCI

Partito dei Comunisti italiani – Federazione della Sinistra

Napoli, 26.8.2011

 

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Comunismo e PCI, Cultura, Politica, Post-comunismo, Socialismo. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...