STALIN e il NAZIONALCOMUNISMO

di Andrea Fais

J. Stalin dal punto di vista degli Oltranzisti terzaposizionisti

fronte patriottico

PREMESSA

Quando si cita il nome di Josif Stalin, molto spesso si tende a sposare la vulgata che dal periodo di Nikita Kruscev in poi ha dominato la scena: il revisionismo interno allo stesso ambiente comunista e la pesante condanna della storiografia ufficiale hanno delineato un quadro che inserisce lo statista sovietico tra i “mostri neri” della storia, tra i “criminali tirannici” del secolo scorso. Tanto più ci si avvicina agli ambienti del socialismo occidentale, quanto più avremo il sentore di una sorta di auto-difensivismo estremo e intollerante, totalmente imperniato su argomentazioni dall’equilibrio a dir poco precario.

Stalin è ormai, specie a sinistra, l’emblema del demone e delle degenerazione del comunismo in una sorta di immaginaria direzione inversa: ri-definito da più ambienti politici, un “Capitalismo di Stato, all’insegna del terrore e del genocidio”, il trentennio sovietico che vide al potere Stalin, dal 1924 al 1953, fu in verità un arco di tempo estremamente complesso e non facilmente catalogabile nelle morse di una lettura monolitica e convenzionale.

In Stalin notiamo un comportamento che indubbiamente non ha nei fatti molto ha che vedere con l’ortodossia neo-marxista, proprio in quel carattere pragmatico che, nei termini della “prassi” del pensatore politico tedesco, avrebbe dovuto in verità costituire il grimaldello per il superamento della storia e della filosofia, e l’ingresso quasi escatologico nel “paradiso in terra” della società senza classi.

La prassi di Stalin è stata nei fatti l’attuazione e l’adeguamento del Socialismo alla Grande-Russia e alle sue peculiarità culturali, storiche e geografiche: ed in tale adeguamento è intimamente contenuto il ribaltamento automatico del dogmatico carattere scientista dello pseudo-comunismo elaborato da talune scuole euro-americane, un comunismo positivista e meccanicista, di fatto antitetico alle riflessioni dei suoi padri politici, Karl Marx e Friedrich Engels, per i quali il materialismo dialettico e la sua applicazione alla storia dell’umanità avrebbero esclusivamente analizzato i rapporti di produzione e la natura dell’uomo in quanto essere sociale, e avrebbero descritto una rivoluzione proletaria connaturata al semplice corso necessario della storia, sulla base di un determinismo e di una fede nel progresso che prima o poi avrebbero giocoforza portato alla riscossa proletaria.

Al di là delle speculazioni sull’accostabilità dei miti marxisti a forme secolarizzate di miti religiosi antecedenti seppur mitigate dalle pesanti accuse rivolte alla religione e in particolare all’ebraismo, dallo stesso pensatore nel suo La questione ebraica, quello che è evidente notare è il carattere antidogmatico del pragmatismo di Stalin, dal quale dipende, parafrasando lo stesso Marx ed il suo anti-finalismo e anti-meccanicismo (che lo portarono ad elogiare pubblicamente gli studi darwiniani in campo evoluzionistico), una chiara “presa di coscienza” dell’inconsistenza di una tale visione messianica e mondializzata del Socialismo. Non la realtà né umana né storica poteva adattarsi ad una fantomatica scienza comunista ma il socialismo stesso per vocazione avrebbe dovuto adattarsi alle necessità contingenti dei lavoratori, rifuggendo qualunque carattere determinista od olistico. Non sapremo mai se Stalin arrivò a questa conclusione, ma senza dubbio la schematizzazione della sua concezione nella formula del Socialismo in una Nazione, ci riporta su quelle traiettorie politiche medesime.

LA QUESTIONE NAZIONALE

La Questione Nazionale, viene affrontata da Stalin sin dal biennio 1912-1914, allorquando pubblica Il Marxismo e la questione nazionale: un saggio di politica nel quale dà sfoggio di una notevole conoscenza e lucidità nell’argomentazione, mettendo al vaglio i due principali teorici del nazionalismo interni al movimento socialdemocratico a lui contemporanei, ovvero Otto Bauer e Rudolf Springer, ridefiniti in seguito austro-marxisti. Secondo Springer “la nazione è un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo” e anche una “comunità culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla “terra” ”. Otto Bauer invece andava oltre e affermava nei suoi saggi “Che cos’è la nazione? È forse la comunità di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi… parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno affatto una lingua comune, e nondimeno costituiscono una nazione”. Stalin ne conclude riassumendo criticamente la formulazione del socialista austriaco: “La nazione è un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino”. A questo punto però, Stalin si chiede cosa mai possa essere un’entità di questo genere, senza che ad essa si accompagni un riferimento fisico, materiale e linguistico: come è possibile – si domanda in conclusione Josif Stalin – che una Nazione sia una costruzione politica che non conosce riferimento geo-politico, che non si caratterizza per una comune lingua e cultura e che non ha al suo interno una sua propria vita economica? Si chiede nella fattispecie, come sia possibile affermare che gli ebrei costituiscano una nazione pur abitando in posti culturalmente diversi fra loro: in tal caso il retaggio culturale dei riti religiosi, fantasiosi e sepolti, costituirebbe il terreno apologetico di una fantomatica “nazionalità ebraica”. “Ma che cos’è il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?” dice Stalin. Rifiutando un concetto fondamentalmente razziale o biologico di nazionalità, che avrebbe senz’altro dato linfa argomentativa al fantasioso “cosmopolita nazionalismo” dell’ebraismo, Stalin enuclea quelle che sono a vista d’occhio le principali peculiarità che segnano la nazionalità, affermandone il carattere storico, geopolitico ed etno-linguistico: “la nazione è una comunità di uomini – stabile e formatasi storicamente – sorta sulla base della comunità di lingua, di territorio, di vita economica e di struttura psichica, che si manifesta nella comunità della cultura”. Secondo una vulgata tipicamente ricondotta alla riflessione dell’Euro-Comunismo e dei partiti comunisti democratici dell’area geografica atlantica, queste riflessioni costituirebbero uno dei punti fondamentali di deviazione rispetto al fondamento del Marxismo e alla sua continuazione sovietica formulata ed avviata da Lenin, ponendo lo Stalinismo in aperto contrasto, netto ed evidente, col pensiero comunista tanto nel suo organismo originario quanto nel suo sviluppo successivo sovietico. In realtà Il Leninismo viene considerato “il marxismo nell’epoca dell’Imperialismo e della Rivoluzione Proletaria” da Stalin stesso, all’interno del suo scritto Principi del Leninismo, circoscrivendo e nei fatti contingentando il comunismo al momento storico dei primi decenni del secolo scorso: il marxismo diventa dunque prassi dinamica, scorrevole e mutevole, già per questo opposta al dogmatismo che ne relegava la validità alla sola critica sociale. Le mutate condizioni della realtà globale, i tentativi di speculazione finanziaria su scala internazionale (culminati nella crisi del ‘29 ma avviati almeno trentacinque anni prima), il colonialismo ormai affermato in gran parte di Asia, Africa, Sud America e Oceania, contrassegnavano il centro vitale del Capitalismo, nella sua forma più estrema e violenta. La lotta anti-imperialista passava necessariamente per la lotta di indipendenza e di liberazione delle nazioni oppresse dallo sfruttamento, all’interno di uno scenario mondiale costruito su nazioni oppresse e nazioni oppressive, nazioni proletarie e nazioni sfruttatrici. Lo stesso Lenin del resto aveva affermato, nel suo La rivoluzione socialista e il diritto di autodeterminazione delle nazioni, che “la borghesia delle nazioni oppresse trasforma continuamente la parola d’ordine della liberazione nazionale in un inganno per gli oppressi; nella politica internazionale essa utilizza questa parola d’ordine per accordi reazionari con la borghesia della nazioni dominanti, nella politica estera tende ad accordarsi con una delle potenze imperialiste rivali per attuare i propri scopi di rapina […]E’ forse – egli scrive – estraneo a noi proletari coscienti, Grandi-Russi, il sentimento dell’orgoglio nazionale? Certo che no! Noi amiamo la nostra lingua e la nostra patria, noi lavoriamo soprattutto per elevare le masse lavoratrici a una vita cosciente di socialisti e democratici. Quel che più ci amareggia è vedere e il sentire a quali violenze, a quale oppressione e a quale scherno i carnefici zaristi, i nobili e i capitalisti sottopongono la nostra bella patria.[…]Noi siamo tutti presi da un sentimento di orgoglio nazionale, perchè la nazione grande-russa ha anche creato una classe rivoluzionaria[…]”. La formula del Socialismo in una Nazione, contrapposta all’eterno rivale Lev Trotzky e alla sua concezione di “rivoluzione permanente”, globale e internazionalista, non ha nei fatti alcun difetto di legittimità ed è anzi, capace di rileggere l’internazionalismo marxista in un’ottica di diffusione politica della Rivoluzione e di sostegno morale alle nazioni oppresse, pur senza abolire, ma anzi, rafforzando le composizioni e le differenze etniche e nazionali, forgiate dal tempo e dalla civiltà. Stalin non farà altro che prendere pienamente possesso delle osservazioni di Lenin, completando, attraverso un interessante corpus riflessivo, il quadro di un rinnovato e fluido Comunismo a misura di secolo e a misura di Russia.

LA GRANDE RUSSIA E IL PATTO MOLOTOV – RIBBENTROP: TATTICA O EURASIA ANTELITTERAM?

Il 23 di luglio del 1939 è ormai passato agli annali come il grande giorno dell’alleanza. In un clima sicuramente surreale, superando non poche ostilità interne rispettivamente alla NSDAP e al PCUS, la Germania Nazionalsocialista e la Russia Comunista, Adolf Hitler e Josif Stalin, rappresentati nell’occasione dai due Ministri per gli esteri Joachim Von Ribbentrop e Vjaceslav Molotov, giunsero ad uno storico patto di non aggressione. Spiazzando l’opinione pubblica mondiale, soprattutto in Occidente, ma sicuramente attendendo le aspettative di molta parte dei rispettivi apparati di regime, la Germania e la Russia stabilirono un accordo che ufficialmente ripartiva la divisione dei territori conquistati della Polonia, ma che lasciava sottendere qualcosa di ben più focale.

Ambedue i capi di Stato vedevano una possibilità di influenza nelle rispettive sfere orientali e occidentali, ed indubbiamente il tatticismo ha giocato un ruolo fondamentale, ma l’ipotesi di un’alleanza ventilava da molto tempo. La crisi in Europa era di enorme portata sin dall’inizio degli anni Trenta. Designate ormai in maniera nitida, soprattutto a partire dal 1937, le composizioni geopolitiche che avrebbero contrassegnato il conflitto mondiale del ’39-’45, Adolf Hitler e gran parte dei suoi gerarchi, soprattutto Joseph Goebbels, vedevano nell’URSS staliniana un naturale interlocutore politico, dopo l’enorme avanzamento industriale e militare seguito al piano quinquennale, come d’altronde lo stesso Stalin e larghissima parte delle gerarchie sovietiche scorgevano nella Germania l’unica grande potenza non capitalista nel cuore dell’Europa occidentale, un autentico “pericolo” per scardinare Inghilterra e Francia e proteggersi, in attesa di tempi migliori, dall’eventuale fronte atlantico.

Dal 1939 al 1941, l’Unione Sovietica di Stalin, riversò parte delle sue ingenti materie prime alla Germania, consentendone un rapido incremento della produzione industriale e militare. Il fabbisogno energetico e agricolo era però anche un sostegno nei confronti di quella che Stalin considerava una nazione grandiosa, la nazione che diede i natali al pensiero moderno e contemporaneo (e soprattutto, in ottica sovietica, a Marx ed Engels). L’aspetto culturale dunque, non va sottovalutato, soprattutto considerando l’importanza, sempre più crescente della questione nazionale. Se il linguaggio e la semantica, nella Russia Comunista così come già da tempo nella Germania dell’imprescindibile Heidegger e dell’ermeneutica, cominciavano ad assumere una primaria e fondamentale importanza, era sempre più evidente lo sviluppo di un clima culturale profondamente rinnovato, in grado di riconsegnare allo scenario nazionale personalità e intellettuali eccellenti, in precedenza estromessi e invisi alla Rivoluzione.

Il linguista Trubeckoj,il geopolitico Savickij, o storici quali Vernadskij e Suvchinskij, tra i primi artefici del Movimento Eurasiatista storico, non esitarono a ridefinire il nuovo assetto politico, seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, come l’esatta antitesi, alla tesi Zarista imperiale, in una dialettica (molto hegeliana), che auspicava la sintesi tra la costituzione di un grande Impero Eurasiatico, russofilo e bizantino, ed un’organizzazione socialistico-comunitaria delle Nazioni coinvolte.

Il tentativo di raggiungere e rendere fattuale questa sintesi viene attribuito da diversi esperti di storia politica a Stalin: in quest’ottica va senza dubbio ricordato che il leader comunista non era soltanto un figlio dell’Ossezia, una delle regioni georgiane più legate alla tradizione russa e nazionale, ma anche un ex seminarista, educato in gioventù alla più ferrea tradizione cristiano-moscovita della Chiesa d’Oriente. Nella storia della tradizione ortodossa si inserisce puntualmente una profonda linea di cesura nei confronti di tutto ciò che proviene dall’esterno, specialmente da Occidente: la Russia, per secoli impostata secondo una continuità contadina e rurale senza precedenti per longevità nel resto del globo “tecnologizzato”, ha nei fatti sempre guardato con enorme sospetto un mondo che nel frattempo ha visto scorrere rivoluzioni, golpe, secolarizzazioni, scontri e cambiamenti socio-culturali epocali.

Eppure, diversamente da paesi effettivamente rimasti estranei al processo industriale e tecno-progressistico, la Russia non ha mai mostrato alcun segno di debolezza, ha sempre saputo proteggere sé stessa attraverso una coesione che parrebbe ineguagliabile in un così vasto Impero.

Per quanto moderno e figlio del materialismo occidentale potesse apparire, molti di quegli esponenti dell’Eurasismo vedevano nel Bolscevismo l’evento capace di dare linfa e compattare la Nazione Russa, all’interno di un rinnovato senso di appartenenza, ispirato da valori (solidarietà, comunitarismo, giustizia ed equità sociale) tanto “occidentali” per provenienza, quanto, in potenza, universalmente umani e politici, di necessità “russificati” nello scenario della Rivoluzione.

L’influenza esercitata da questi autori su Stalin non è dimostrabile, ma è per lo meno chiaro quanto Stalin e il popolo russo, fossero, negli anni Trenta, legati indissolubilmente, e che tutto il più audace tentativo di russificare e reinserire il Socialismo nell’alveo della Tradizione, è contenuto nel semplice asserto di una linea tanto snella quanto densa di significato: Socialismo in un Paese.

Una linea che cominciò ben presto a prendere forma, proprio dopo la sistemazione della questione agraria e la redistribuzione delle rendite attraverso il più diretto controllo di Mosca, e dopo la trasformazione industriale di parte delle più grandi aree del Paese, che consentirono la razionalizzazione delle risorse di cui geologicamente è ricchissimo. Colpisce un comunicato ufficiale del Partito, che nel 1941, proprio nel periodo della rottura del patto con Hitler, annuncia: “fin dai tempi più remoti il popolo russo è pervaso di sentimento religioso. La Chiesa, dopo l’avvio delle operazioni militari contro la Germania, si è mostrata nella sua luce migliore […] il Partito non può più privare il popolo delle sue chiese e della libertà di coscienza”. Questo storico comunicato, che sancisce una nuova (ma probabilmente mai del tutto venuta meno) saldatura tra il Soviet e la Chiesa di Mosca, non avrà alcun senso se non quello di riconoscere alla sacralità e alla tradizione popolare, un ruolo importante, nei fatti inamovibile e riconducibile ad ogni effetto a quei “caratteri” che Stalin individuò trenta anni prima nei suoi scritti riguardanti la nazionalità.

Duraturo e destinato alla totale stabilità, questo incontro epocale, distese e risolse uno scontro (non di rado culminato nella triste oppressione, in passato) ormai problematico: nel 1943 fu permessa l’elezione di un nuovo Patriarca, il metropolita di Leningrado Aleksij, e la vita interna della Chiesa ortodossa potè cominciare un nuovo corso, proprio per volontà di Stalin, al quale il Patriarcato non ha mai smesso di guardare con sostanziale nostalgia, come all’unico vero statista bolscevico che riuscì a concepire la fondamentale importanza che la tradizione ortodossa poteva rivestire nell’ambito di un sistema politico che volesse addivenire all’organicità etica e sociale, quale era quello Sovietico. La riprova sta in un telegramma che la Chiesa ortodossa inviò a Stalin il 21 dicembre del 1949: “Caro Josif Vissarionovich, nel giorno del suo 70esimo compleanno, le esprimiamo la nostra profonda riconoscenza. preghiamo per il rafforzamento del Suo vigore e benedicendo il Suo eroismo ce ne ispiriamo noi stessi”.

Socialismo in un paese: quel Paese che stava pian, piano ritornando alla tradizione sacrale che lo aveva contrassegnato per quasi mille anni. Che questo Paese si identificasse col Socialismo tanto da esserne esempio e guida per gli altri popoli oppressi, è altrettanto evidente. Una nazione-faro, la Russia, nelle intenzioni del suo governatore, molto similmente a quanto lo stesso Hitler affermava della sua Grande Germania ai popoli europei, panarabi e latino-americani.

Che Berlino e Mosca fossero intimamente legate da un comune progetto, riscontrabile per conferma anche in Germania, presso il fondamentale contributo geopolitico di Karl Hausofher, è un dato saldo e incontestabile, alla pari – d’altronde – dell’ammirazione estetica e politica che due grandi autori vicini alla cultura del Nazionalsocialismo, come Ernst Junger e Pierre Drieu La Rochelle nutrivano per Josif Stalin.

E in circostanze ben diverse la profonda intesa creatasi tra i due dittatori avrebbe senza dubbio, seppur nell’insidia della lunga fase, creato qualcosa di profondamente simile alla progettata Europa da Lisbona a Vladivostok.

LA GUERRA DI STALIN CONTRO SIONISMO E COSMOPOLITISMO

Nemici del Popolo, animali antropoidi, cosmopoliti, sionisti e spie: così la Pravda, storico giornale ufficiale del Partito, definiva il gruppo di medici, la maggior parte dei quali ebrei, arrestati nel gennaio 1953, con l’accusa di aver causato la scomparsa di due dei più illustri funzionari di Mosca. Era appena scoccato il settimo anno dalla stabilizzazione post-bellica, e l’URSS di Stalin era nel pieno delle proprie capacità. Da più parti, dopo i primi anni di distensione, si temeva un attacco all’Occidente. La Russia, sin dal 1946, ha rappresentato la più grande minaccia per Inghilterra e Stati Uniti, prendendo decisamente in mano il testimone della Germania di Hitler ormai sconfitta e cancellata dalla guerra e dalle bombe alleate. Lo stesso Churchill affermerà di “aver ucciso il maiale sbagliato”, riferendosi oltraggiosamente al Fuhrer, e indirettamente ma altrettanto prepotentemente a Stalin. L’obiettivo del dittatore comunista era chiaro: scalzata la minaccia tedesca e aperto il campo in Europa, attraverso la conquista dell’est continentale sino alla Germania orientale, l’attacco contro le plutocrazie e il capitalismo atlantico sarebbe stata la prossima mossa necessaria. “Da tempo, sin dal 1945 il dittatore sovietico parlava dell’inevitabilità di uno scontro con il blocco occidentale”, racconta nel testo Conversazioni con Stalin uno dei fidi uomini del comandante jugoslavo Tito, Milovan Gilas. In questo scontro, Stalin aveva previsto che non sarebbe bastato un pur lungo periodo di normali battaglie militari, ma sarebbe stato necessario un preliminare giro di vite attorno al Regime sovietico, una preparazione lunga e accortissima, attenta ad ogni più bieca manovra da parte degli Stati Uniti e della loro superiore macchina strategica. Nella idea di Stalin, il cosmopolitismo era il nemico di cui diffidare, considerato addirittura reato e descritto dall’Enciclopedia sovietica come un’ideologia reazionaria contro la Russia e contro il Popolo. E’ nel 1948 che il Regime comincia ad avviare la cosiddetta “lotta ai senza-radici”, mentre nella nuova edizione della grande Enciclopedia sovietica uscita nel 1952, la voce “ebrei” viene ridotta dalle 54 pagine precedenti a 2 soltanto, con una presentazione che non lasciava posto all’arbitrio: “Gli ebrei non costituiscono una nazione”. Nella concezione comunista sovietica era ormai fuori da qualunque comprensione, l’instabilità di gruppi etnici o la transnazionalità dei rapporti sociali e umani, al di fuori di chiari confini geografici. Gli ebrei, per Stalin, incarnavano tutto questo: pericolosi individui collegati ai loro simili in tutte le nazioni, attraverso rapporti di collaborazione e di controllo delle rispettive intelligence di appartenenza. Il loro pesante ruolo nel mondo della politica, della finanza e del gotha mondiale, era una minaccia che contrastava con gli interessi della classe lavoratrice e impediva qualsiasi rivoluzione. In realtà, dunque, il cosiddetto Complotto dei Medici fu soltanto la massima emersione di un sentimento e di un terribile sospetto che inquietava il Capo indiscusso dello Stato, da diverso tempo. Negli anni Venti, Stalin scalò il potere eliminando la cosiddetta “opposizione di sinistra” interna al Partito, composta da membri quasi completamente ebrei, basti pensare a Zinonev e Kamenev. Negli anni Trenta, accanto all’ex capo della polizia segreta Jagoda finirono due medici, accusati di aver avvelenato quattro importanti personalità, tra cui anche lo scrittore Maksim Gor’kij: uno dei due era il dottor Lev Grigor’evic Levin, ebreo che aveva personalmente curato Lenin, Stalin e le loro famiglie. E già tra il 1949 e il 1951 i maggiori intellettuali ebrei – come lo scrittore Il’ja Erenburg, il violinista David Ojstrach, lo scrittore Vasilij Grossman e tanti altri – furono sottoposti a pressioni per firmare un documento, la cosiddetta “Dichiarazione Ebraica”, che auspicasse, da parte degli stessi ebrei, una deportazione nei luoghi succitati, “a salvaguardia della sicurezza della popolazione ebraica dalla giusta collera dei Popoli”. Questo documento, aveva il malcelato scopo di raccogliere tutti gli ebrei russi in luoghi stabiliti del Paese, solitamente villaggi e baracche. Nel gennaio 1948, fu rinvenuto il cadavere di Solomon Mikhoels, maggiore tra gli artisti ebrei in Russia e condirettore del Comitato ebraico antifascista, già sospettato di intrattenere rapporti con poteri atlantici e sionisti. Proprio Mikhoels sarà successivamente coinvolto dopo la sua morte come il principale mandante, assieme al collega, Icik Solomovic Feffer, famoso poeta di lingua yiddish, e a suo cugino, il medico Miron Vovsi, nel Complotto dei Medici: un piano, secondo il PCUS, ben più ampio, inteso alla destabilizzazione della Russia, che sarebbe cominciato con un tentativo di secedere la Crimea. Malgrado le stime parlino di una persecuzione che ha riguardato nei fatti quasi tutta l’intellighenzia ebraica in Russia, in Stalin non parve venir mai alla luce un sentimento animato da pregiudizio di tipo razziale, quanto piuttosto teologico e sociale. Più che le influenze ricevute da Hitler, sembravano giocare un importante primato le sue mai sopite dottrine ortodosse, che, per quanto dimenticate e rimosse per lunga parte della sua maturazione e del suo attivismo nel Partito, riemersero nella seconda parte del suo Regime: profondamente educato al Cristianesimo Ortodosso della tradizione orientale, i genitori, osseti e profondamente legati ai valori pan-russi, lo avviarono agli studi religiosi di quella che resta la dottrina più fedelmente legata all’immagine di Gesù, nel suo più autentico significato e all’idea più pura e incorrotta di chiesa. Gli ebrei, presso qualunque paese di tendenza orientale, non hanno mai avuto vita facile, proprio per il pesante fardello di “deicidi” che storicamente si portavano indosso. L’ateo Stalin, rivivificato il sentimento religioso e tradizionale della Grande Russia, sembrava aver trasposto, con le debite proporzioni, quell’insegnamento di gioventù nella direzione dell’aspetto politico e sociale, individuando negli ebrei gli stessi esponenti di una casta etnico-politica abietta, suprematista e infida, pericolosa tanto per la tradizione russa quanto per la causa del socialismo. Non sappiamo dove sarebbe arrivato: quel che è certo è che, con la sua morte, nel marzo del ’53, la comunità ebraica russa e tutto l’Occidente poterono tornare a respirare, dopo aver trattenuto il fiato per almeno nove anni.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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