L’anarco-fascismo. Da Berto Ricci ai Nar

L’anarco-fascismo. Da Berto Ricci ai Nar

L’articolo che segue è stato pubblicato sul settimanale Gli Altri, venerdì scorso, 29 luglio.

La Redazione

LA LUNGA STORIA DI UN FLIRT ERETICO

Nel 1932, anno X dell’era fascista, un noto e fiero anarchico fiorentino, Ricci Alberto detto Berto, scrittore, poeta, pubblicista di varia letteratura, presentò alla federazione locale domanda di iscrizione al Pnf. Secondo prassi, gli fu chiesto: «perché non si è iscritto prima?». Al che, l’istante replicò con un onesto: «Perché ero di idee contrarie». Come burocrazia vuole, l’istanza arrivò sul tavolo del federale locale, Alessandro Pavolini, che oppose un deciso “No” alla richiesta. Motivo del rifiuto, testuale: «Ha dimostrato in passato idee anarchiche». Per il responso finale, però, la pratica passò agli uffici romani del segretario nazionale del partito, all’epoca: Arturo Marpicati che, letti gli atti, approvò l’iscrizione apponendo in calce il motivo del rigetto ostativo: «E noi fascisti non si era forse anarchici?».

Reputandolo utile a tracciare il profilo, per quanto parziale, d’un prototipo anarco-fascista, converrà seguire, ancora per un attimo, il percorso biointellettuale di Berto Ricci. Partiamo dalla fine. Ricci morì, mitragliato da uno Spitfire, il 2 febbraio 1941 nella guerra d’Africa, dove era voluto andare volontario, vincendo le solite resistenze burocratiche. «Di idee contrarie», lo fu prima, durante e dopo la sua iscrizione al partito fascista. Contrario a tutto per vocazione eretica, etorodossa e per spirito di contraddizione, fu fedele solo alla sua esclusivissima idea di fascismo che gli germinò, intorno al 1927, per semina stirneriana, soreliana e nicciana. Gli ci vollero cinque anni per convincersi del suo destino e altri due per ottenere la tessera. Ma quel che era nel suo Dna, alla fine emerse. Il gioco che più lo appassionava era lasciar zampillare scintille dall’accostamento violento delle idee in libera contraddizione. Anarchico e antinazionalista ma per l’impero: «che realizzerà la Monarchia di Dante e il Concilio di Mazzini»; anticapitalista ma per l’evoluzione del proletariato in proprietari; per una tradizione civile ma «arricchita di millenaria cristianità, sostanzialmente e robustamente pagana»; realista, in antitesi all’idealismo di Gentile,  ma utopista; anticomunista ma «l’antiroma non è a Mosca è a Chicago: la capitale del maiale» perché «la rivoluzione comunista ha fatto bene a se stessa»;  fascista di sinistra ma non ostile a quello di  destra, perché «il nemico numero uno, fu e resta il centro, cioè la mediocrità accomodante. Il centro è compromesso, noi siamo l’affermazione simultanea degli estremi, nella loro totalità».

Poca roba, si dirà: la vicenda di uno scrittore  un po’ stravagante non può invalidare una consolidato pregiudizio antitetico dei due poli in questione. Tanto più  se si considera dove vanno a parare in via definitiva i due percorsi: in “nessuno stato”, l’anarchia, e addirittura nello “stato etico”, il fascismo. Iato che però si accorcia se consideriamo le cose da un punto di vista ontologico: entrambe le scuole predicano l’assunzione diretta delle responsabilità dell’azione individuale e il primato dell’azione sulla teoria. E proprio qui scatta il corto circuito che brucia le distanze e produce quel flirt che consentirà a Ricci e ad altri anarchici di indossare la camicia nera e farsi agenti della rivoluzione fascista. Citerò solo alcuni dei casi più illustri. Accadde all’artista e poeta Lorenzo Viani, anarchico della compagnia di Errico Malatesta, che partì progettando una Repubblica sociale dell’Apuania e continuò la sua milizia politica da squadrista. Accadde a Leandro Arpinati che, prima di cadere in disgrazia presso Mussolini, fu importante gerarca del regime. Si definiva anarchico Giovanni Papini, e conosciamo il suo percorso ulteriore. Lo era pure Marcello Gallian che, ancora col fiocco nero dell’anarchia al collo, fu tra i fascisti della prima ora in Piazza San Sepolcro a Milano, legionario dell’impresa fiumana e, tre anni dopo, marciatore su Roma, rimanendo sempre, però, quel dannato sovversivo che era. Erano tutti ciechi, tanto da non vedere le differenze e talmente stupidi da non accorgersi della contraddizione? Proprio Marcello Gallian, a chi gli chiedeva i motivi della sua “conversione” rispose: «Non sono adatto a conversioni. Io ho creato un Cristo per me, ho creato un Mussolini per me, ho creato un mondo rivoluzionario tutto per me, secondo i miei punti di vista necessari e sinistri». Non vi sembra sentire riecheggiare nelle parole di quest’altro anarco-fascista a tutto tondo quelle del riconosciuto padre dell’anarchia tout court? Quel Max Stirner che ne Der Einzige und sein Eigentum (L’unico e la sua proprietà), pubblicato a Lipsia nel 1844, affermava: «Il mio potere è la mia proprietà, il mio potere mi dà la proprietà. Io stesso sono il mio potere… e per esso sono la mia proprietà».

Stirner appartiene a quella schiatta di filosofi che sono passati alla storia del pensiero per aver scritto un solo libro. Un libro, però, con il quale furono chiamati a fare i conti, per un verso o per l’altro, riconoscendone o meno il debito di origine, le teste più pensanti comprese fra la seconda metà dell’800 e il ‘900 tutto: da Søren Kierkegaard a Friedrich Nietzsche fino ai Situazionisti. Stirner disegnò un uomo che rinuncia a quelle stampelle che sono gli “ismi”. Se proprio su un “ismo” l’uomo doveva fondare il senso della sua esistenza è se stesso: un “io” che pretende essere, appunto, l’Unico. Il che, per esempio, impegnò a fondo Marx-Engels (cfr. L’ideologia tedesca) nella confutazione di un messaggio che negava alla radice il loro. Un’impresa improba e per molti versi abortita nell’impropero: «Stirner è un miserabile» che, però, non sortì l’effetto di eliminare il fascino del suo (di Stirner) richiamo in generazioni di anarco-comunisti, anarco-socialisti, anarchici-libertari e perfino di chi anarchico non fu mai. Come quel tal Mussolini Benito che, forse per il debito formativo contratto in gioventù, non impedì, da duce, la pubblicazione e la circolazione in Italia dell’opus stirneriano. E non fu il solo. Perfino autori di cui è impossibile disconoscere l’altezza intellettuale, e talora mal-destramente considerati agli antipodi, pagarono dazio. Come Carl Schmitt che non smise mai, per tutta la vita, il proprio personale corpo-a-corpo con il pensiero di «Max, l’Unico che mi fa visita nella mia cella» (la cella era quella della prigione nella quale era ancora rinchiuso, nel 1947, “per l’aiuto alla preparazione di una guerra d’aggressione”). Come Ernst Jünger che, in Der Waldgang (Il ribelle) e Eumeswil (Heliopolis), traccia il profilo dell’anarca, del quale è evidente l’ascendenza dell’Unico. O come Julius Evola del periodo filosofico di Teoria e Fenomenologia dell’individuo assoluto, dove traccia l’identikit dell’autarca: l’uomo sufficiente a se stesso. Non trovate sorprendente che pensatori di destra accolgano Stirner e il superpensatore della sinistra, Karl Marx, lo aborra?

Qualche tempo fa, sul magazine on-line che dirigo: “il Fondo”, ho fatto un test. Spacciandolo per mio parto intellettuale, ho pubblicato il “Manifesto della libertà, della società e della rivoluzione!“. Nel testo, a parte il titolo,  non c’era una sola parola mia: erano tutte citazioni estrapolate, senza alcun correttivo, dalle opere di Mikhail Bakunin, ovviamente non fra le più note. “Il Fondo” – lo dico per chi non lo sapesse – è normalmente classificato dall’esterno come foglio della destra-radicale (in realtà, è nato per smontare le categorie di destra e di sinistra, e quella di destra-radicale più di tutte). Su quel “Manifesto” si avviò una discussione dove nessuno espresse critiche sostanziali al contenuto globale della proposta. Al massimo, s’è registrata qualche riserva su questo o quel passaggio, per lo più con intenzioni di approfondimento. Finché, non ho svelato la pro-vocazione. A quel punto, si è aggiunto il commento di un partecipante al forum che ha concluso: «Non ci trovo nessun problema… io sono sempre stato un po’ anarchico, magari anche inconsapevole».

E’ chiaro che il mio test non ha nessuna attendibilità scientifica: vale solo come indice approssimativo di una certa temperie. Ma se ora ne facessi un altro, chiedendo: quale organizzazione s’iscriverebbe nel detto per eccellenza di Max Stirner, «Ho riposto la mia causa nel Nulla»: le Brigate Rosse, con il loro finalismo storicistico o i Nuclei Armati Rivoluzionari, con la loro azione spontaneamente nichilista, che risultato verrebbe fuori secondo voi?

Miro Renzaglia

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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