Quell’equivoco del “gramsci-azionismo”

dalla Voce Repubblicana del 9 ottobre 2010

La storia non sottostà a etichette politiche

 

Sostanzialmente possiamo anche essere d’accordo con la linea culturale de “il Giornale”, impegnato a spiegare che “la storia non si scrive con la sinistra”. Solo che la storia non si scrive nemmeno con la destra e meno che mai con mano incerta. Per cui, anche ammesso che l’egemonia culturale della sinistra nel secondo dopoguerra implichi una “sorta di conformismo liquidatorio”, come scrive Francesco Perfetti giovedì scorso, stiamo attenti a non fare clamorose confusioni. Ad esempio parlare di “incontro fra la cultura azionista, quella della linea che va da Piero Gobetti a Norberto Bobbio, e la cultura marxista nella versione di Antonio Gramsci, tesa alla conquista della società civile prima della società politica” è cosa piuttosto vaga. Secondo Perfetti saremmo davanti al gramsci-azionismo “presto assurto a pensiero unico dell’universo culturale italiano”. A dire la verità la vicenda è per lo meno un po’ più complessa. Iniziamo da Gobetti. L’intellettuale torinese fu il primo liberale ad aprire al marxismo. Era convinto che la rivoluzione sovietica avrebbe avuto un percorso positivo per l’umanità e non era il solo in Europa ad essere affascinato dall’ottobre sovietico. In fondo lo fu anche Schumpeter, almeno un americano come John Reed e, a suo modo, perfino Mussolini. Ci vuole un po’ di tempo per comprendere l’evoluzione di certi fenomeni e Gobetti, giovanissimo, non ne ebbe, non ebbe nemmeno il tempo di aderire al partito d’Azione, vi aderì sua moglie, Ada. Ma Bobbio? Bobbio era un critico del pensiero gramsciano, che trovava insufficiente nell’elaborazione dello Stato e nell’organizzazione democratica, e soprattutto troppo preoccupato del problema della conquista del potere. E’ singolare dimenticare anche che Bobbio entrò nel Partito socialista dopo che il Psi di Craxi ruppe con il marxismo. Anche se Bobbio fosse stato il principale erede del pensiero azionista, non vediamo proprio nessuna concessione al marxismo, di cui il Psi di Craxi aveva proclamato la crisi. Semmai si può discutere del tentativo, fallito miseramente, di dotare il Psi di un pensiero liberale. Al limite, un pensiero “sottilmente “totalitario” perché fondato sulla categoria del “moralismo politico” (il bene da una parte e il male dall’altra) e intriso di pulsioni giacobine”, si potrebbe contestare ad Alessandro Galante Garrone, che abbiamo il sospetto il buon Perfetti nemmeno conosca, e comunque ci sarebbe molto da discutere. Era Galante Garrone il teorico del “Gramsci azionismo”? Se fosse così, la sua portata sarebbe comunque stata di scarso impatto.Poi Perfetti sostiene che “la cultura liberale italiana del dopoguerra, espressa soprattutto da Croce, non ebbe quella fortuna diffusa che pure, per tensione morale e rigore speculativo, avrebbe meritato. Anzi – aggiunge – fece registrare un rapido deperimento quanto a capacità di incidenza sulle vicende nazionali”. Eppure quella che egli chiama “la crisi della cultura politica liberale, di fronte a un marxismo imbaldanzito dal mito dell’Unione Sovietica vittoriosa”, è in qualche modo originata da Croce stesso quando definisce Marx più moderno di Mazzini, lasciando così Mazzini alle sole idealità della Repubblica sociale. E Croce ebbe invece una grande fortuna nell’Italia del dopoguerra, solo che il suo idealismo influenzò più il Partito comunista di Togliatti che i politici e gli storici liberali.Gli “intellettuali di sinistra” e quelli “salottieri” che Perfetti detesta, ci sembrano tutta un’altra razza. E’ vero che “se qualcuno, a esempio, si azzardava a toccare il tema del fascismo al di fuori dei canoni della vulgata storiografica veniva non solo condannato moralmente, ma anche idealmente espulso dalla comunità degli studiosi ‘seri’”. Eppure De Felice fu pubblicato da Einaudi, casa editrice di “sinistra” per antonomasia e ci sembra che la sua opera, nonostante le tante contestazioni, abbia avuto la fama e la diffusione che merita. Senza contare oggi che vi sono molti storici serissimi che si rifanno all’opera di De Felice, Paolo Buchignani ad esempio, e ce ne possiamo tutti compiacere. A proposito poi del “consenso” di Mussolini, non è che i marxisti avessero gli occhi foderati, c’è un documento che testimonia come lo stesso Togliatti redarguì la direzione del suo partito a non sottovalutare quello di cui godeva Mussolini. II problema semmai è dei marxisti dopo Togliatti.Fortunatamente Perfetti riconosce che comunque “molte cose sono cambiate”. E meno male! Il crollo del socialismo reale, la disponibilità degli archivi sovietici hanno consentito un bel balzo in avanti. Ma non è che possiamo scordare che Feltrinelli vinse le resistenze e pubblicò il “Dottor Zivago” quando l’Urss era ancora ben salda, per non parlare di Solgenitzkij pubblicato sempre da Einaudi. Per cui almeno qualcosa in Italia e nella sinistra si era mosso dai tempi della plumbea cortina di ferro. Quanto a Rosario Romeo, lo storico del risorgimento fu criticato dai crociani de “il Mondo” prima ancora che dai marxisti. Anche perché la definizione di “rivoluzione incompiuta” data da Gramsci veniva contestata da Romeo sotto il profilo storiografico. Sul piano ideologico e politico soprattutto, era altra questione. Attenzione anche a dare giudizi frettolosi su François Furet: egli seppe smascherare prima di tutti “l’illusione del comunismo”, ma egli proveniva da una tradizione marxista in senso pieno e militante. “La cultura, quella vera, non è certo di sinistra”. Così scrive Perfetti e su questo ha ragione: la cultura, la storia, figurarsi l’opera d’arte – mai volessimo allargare il campo e polemizzare ancora con il marxismo – non stanno sotto un’etichetta politica, quale che sia. Per fortuna.

 

Riccardo Bruno

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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