CHI HA PAURA DELL’ AZIONISMO DA GOBETTI A PARRI, COSA RESTA DI UNA MINORANZA

15 febbraio 2011 —   pagina 55   sezione: CULTURA

Le polemiche sull’ azionismo si riaccendono a intermittenza e in questo senso costituiscono una sorta di sismografo pronto a registrare le fibrillazioni del nostro sistema politico, come dimostra il dibattito che ha fatto seguito alla manifestazione del Palasharp. Non a caso gli attacchi più virulenti contro Bobbio e i suoi amici si registrarono negli anni ‘ 90 nel passaggio alla Seconda repubblica. Più passa il tempo, però, e più labili si fanno i riferimenti alla concretezza storica dell’ esperienza del Partito d’ Azione, la cui vicenda-è il caso di ricordarlo – fu brevissima e si consumò in soli cinque anni, dal maggio-giugno del 1942 all’ ottobre del 1947. I “sette punti” in cui era articolato il suo programma di fondazione prevedevano obbiettivi istituzionali (repubblica, decentramento amministrativo, autonomie locali, autorità e stabilità del potere esecutivo), economici (nazionalizzazione dei monopoli e dei grandi complessi industriali, finanziari, assicurativi; libertà «di iniziativa economica per le imprese minori individuali ed associative»; un’ economia a due settori, uno pubblico l’ altro privato, anche per l’ agricoltura), sindacali, rivendicando anche una più accentuata separazione tra Stato e Chiesa e, in politica internazionale, una federazione europea «comunità giuridica tra stati». Nel nuovo partito confluirono almeno tre significativi filoni politicoculturali, liberalsocialista (Capitini-Calogero), liberaldemocratico (Parri-La Malfa) e gobettiano-giellista (Ginzburg, Garosci, Lussu) che trovarono una loro sintesi unitaria nella scelta di un ruolo di opposizione frontale al governo Badoglio dei “45 giorni”, seguiti al colpo di stato del 25 luglio 1943. Dopo l’ 8 settembre, soprattutto nel Regno del Sud, la linea politica dell’ intransigenza si rivelò inizialmente vincente. La radicalità della lotta contro la monarchia condotta dal PdA, e condivisa da socialisti e comunisti, registrò un primo importante successo con la risoluzione del Cln centrale del 16 ottobre 1943 che proclamava il diritto del Cln stesso di costituirsi in «governo straordinario dotato di tutti i poteri costituzionali dello stato». Anche a Bari, al convegno dei partiti antifascisti del 28-29 gennaio 1944, fu l’ “estremismo” delle proposte azioniste (la messa in stato d’ accusa del re e la proclamazione di una costituente rivoluzionaria) a spianare la strada per il varo della Giunta esecutiva, «un organismo permanente equivalente al Cln centrale romano che poteva sostenere davanti agli alleati e all’ opinione pubblica la lotta contro il re». E, a Roma, la crisi del Cln culminata nelle dimissioni di Bonomi il 24 marzo 1944 avrebbe potuto evolvere nel senso di una più accentuata rottura con il re e Badoglio se, agli inizi di aprile, non fosse intervenuta la scelta improvvisa di Togliatti di entrare nel governo filomonarchico. Per il PdA, gli effetti più disastrosi di quella che fu allora definita la “svolta di Salerno” furono un improvviso isolamento politico e la sconfitta di tutte le sue speranze che le ragioni della “rottura” fossero in grado di prevalere su quelle della “continuità” con il vecchio Stato monarchico. Il dibattito che si aprì nelle sue file fu acceso e destinato a concludersi soltanto con la scissione del febbraio 1946. Al Nord, grazie soprattutto alla leadership di Valiani, prevalse una scelta tesa alla valorizzazione della politica dei Cln, «organismi popolari e rivoluzionari da cui doveva nascere, nel corso della guerra partigiana, il nuovo stato democratico». Il 20 novembre 1944, una lettera aperta del PdA a «tutti i partiti aderenti al Cln», tentava di rilanciarne il ruolo chiedendo di allargarne «la base di massa» e costituendo il Clnai in «governo segreto dell’ Italia occupata». Ma la tendenza a ridimensionare i Cln era ormai irreversibile e presente anche all’ interno dello stesso PdA. Nell’ ottobre del 1944,a Roma, La Malfa aveva infatti avviato un’ iniziativa per sostituire all’ unità dei sei partiti del Cln, «una grande concentrazione democratica repubblicana», come «nucleo di una nuova politica nazionale»; elementi salienti dell’ impostazione lamalfiana erano il pragmatismo del programma politico, la scelta dei ceti medi come interlocutori sociali privilegiati, la tendenza ad occupare il “centro” della scena politica senza indulgere verso le formule frontiste particolarmente care a Lussu. Ma “destra” e “sinistra”, Lussu e La Malfa, si scontrarono per tutto l’ arco cronologico della vicenda del partito fino a che a Roma, nel febbraio del 1946, nel primo vero Congresso nazionale del PdA, il gruppo Parri-La Malfa se ne allontanò costituendosi in un autonomo «movimento per la democrazia repubblicana». Erano allora già falliti – prima ancora che il disastroso esito delle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946 ne ridimensionasse definitivamente le ambizioni parlamentari – i suoi tentativi di inserirsi stabilmente nella vita politica italiana. Nel novembre 1945, la “caduta” di Parri anticipò, col varo del primo governo tripartito (Dc, Pci e socialisti), una dislocazione per “blocchi” che svuotava dall’ interno le ipotesi di “rivoluzione democratica” auspicata dagli azionisti. Di fatto, già allora la stagione politica del PdA poteva dirsi finita; due anni dopo, nell’ ottobre 1947, la confluenza della sua ala maggioritaria nel Psi di Nenni e della minoranza nel nuovo Psli di Saragat fu solo la sanzione burocraticoorganizzativa di un fatto compiuto. Tutto qui? No. Non è concepibile l’ esistenza del PdA senza l’ apporto delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà ispirate dalla sua linea politica. Furono 35.000 i partigiani combattenti giellisti, il 20% del totale (i comunisti erano il 50%, con il restante 30% suddiviso tra autonomi, socialisti e democristiani). L’ esiguità delle dimensioni del PdA risultò evidente quando si trattò di diventare “partito delle tessere”, non certo nei venti mesi, dal ‘ 43 al ‘ 45, quando fu il “partito dei fucili”. Nella lotta partigiana, tra le sue fila caddero Galimberti, Braccini, Jervis, Delmastro, Ferreira, Artom in Piemonte; Lanfranco, Astengo, Negri in Liguria; Gasparotto, Mario Damiani, Kasman in Lombardia; Luigi Cosattini, Pighin, Tedesco in Veneto; Allegretti, Colagrande, Jacchia, Masia, Quadri, Zoboli, Bastia, Giuriolo, in Emilia; Foschiatti, Felluga, Maovaz a Trieste; Manci a Trento; Bocci a Firenze; Ginzburg e Albertelli a Roma; alla fine le perdite delle Gl ammontarono a 4.500 uomini. Si trattò di un sacrificio che sottrasse al PdA e alle Gl insostituibili energie intellettuali e giovanili (il numero dei caduti tra i quadri medio-alti fu molto superiore a quello dei “pari grado” del Pci e delle Garibaldi). Ed è forse proprio in questo elenco il segreto delle polemiche che si scatenano oggi contro il PdA, nonostante siano passati settant’ anni dalla sua estinzione. In quei nomi è racchiuso l’ impegno di una minoranza, di intellettuali che, per una volta nella nostra storia, scelsero di abbandonare i comodi ripari del privilegio e del conformismo, per riscattare anni di ignavia e di passività. Di quella lezione Bobbio e l’ azionismo torinese raccolsero l’ eredità più significativa, così da diventare insopportabili per tutti quelli che amano compiacersi delle derive plebiscitarie che, periodicamente, riaffiorano nel nostro paese. © RIPRODUZIONE RISERVATA – GIOVANNI DE LUNA

originale da: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/15/chi-ha-paura-dell-azionismo-da-gobetti.html

Articolo di risposta :

Chi sono i veri eredi degli azionisti – Voce Repubblicana 17 febbraio 2011

pubblicata da Enzo Baccioli il giorno giovedì 17 febbraio 2011 alle ore 11.42

Bobbio e De Luna.

Chi sono i veri eredi degli azionisti

 

Giovanni De Luna ha scritto ancora una volta un bell’articolo sull’azionismo (“Chi ha paura dell’azionismo, da Gobetti e Parri, storia di una minoranza”, su “Repubblica” del 15 febbraio scorso) in cui si evidenzia la rilevanza militare di questo fenomeno ed il suo contributo di sangue alla guerra antifascista. L’elenco di azionisti caduti in combattimento fornito da De Luna è impressionante, e pure ancora parziale. Comunque De Luna crede che forse proprio in questo elenco vi sia “il segreto delle polemiche che si scatenano contro il Pda nonostante siano passati settant’anni dalla sua estinzione”.

 

In effetti nei nomi citati “è racchiuso l’impegno di intellettuali che per una volta nella nostra storia scelsero di abbandonare i comodi ripari del privilegio per riscattare anni di ignavia e di passività”. Al che, ci si perdoni, ma la visione sull’azionismo è troppo “marxiana”: si imputa agli intellettuali una colpa regressa, quella di essere interpreti della realtà e non i suoi protagonisti. Marx voleva cambiare il mondo, non interpretarlo, ma se uno sceglie di interpretarlo, non necessariamente bisogna condannarlo. Allora fu l’oppressione nazifascista a diventare insopportabile, dopo le leggi razziali, molto più di quanto potesse esserlo stata prima.

 

E di questo bisogna tenere conto, visto che il Partito d’Azione si costituisce intorno al ’42, e molti furono gli ebrei ad infittirne le schiere quando la vita sotto il fascismo divenne insopportabile. Gli azionisti erano antifascisti non comunisti, un dettaglio che fa impazzire, parrebbe. Quando un regime diventa oppressivo, gli intellettuali, ma anche i cittadini in generale che ne sono vessati, reagiscono come possono. Ammesso che prima avessero goduto di particolari privilegi, è il sistema di vita che li spinge all’azione e non necessariamente un sentimento di colpa per aver tollerato fino al ’42 un regime, buono o cattivo che fosse. Questo a memoria è utile per chi ritiene di non doversi necessariamente schierare fino all’azione armata. Pensiamo a Croce ad esempio, o a chi ero schierato dall’altra parte, Giovanni Gentile, che si poteva evitare di ammazzare come un qualsiasi criminale di guerra.

 

Risulta poi curioso fare erede speciale dell’azionismo Norberto Bobbio. Al dunque, per De Luna è lo studioso torinese il maestro che non si sarebbe compiaciuto delle “derive plebiscitarie che periodicamente riaffiorano nel nostro paese”. Eppure Bobbio sostenne Craxi quando veniva accusato di plebiscitarismo per la proposta di Grande Riforma. E a proposito sarebbe utile ricordare l’azionista Riccardo Lombardi, del quale tre sostenitori furono anche sostenitori di Craxi: Signorile, De Michelis e Cicchitto. Allora, forse, per cercare gli eredi dell’azionismo, e provare a capirlo meglio, per una volta bisognerebbe guardare da qualche altra parte.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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