Una lettera di Giuseppe Mazzini ad Andrea Cefaly

Si è da poco conclusa la fase eroica del risorgimento nazionale sotto l’egida della monarchia sabauda e Vittorio Emanuele II è stato proclamato re d’Italia. Non c’è  prova più terribile da superare per un rivoluzionario di quella di vedere l’ obiettivo a cui ha dedicato la vita, cioè l’unità del Paese, realizzato dagli avversari. Ma il vecchio Mazzini amareggiato e stanco continua, dall’esilio londinese, a tessere i fili della cospirazione per tenere alta la fiaccola dell’ideale repubblicano e di Roma capitale. Il Sud d’Italia è una polveriera: vi infuria il brigantaggio, una vera e propria guerra sociale alimentata dalle disperate condizioni di vita dei contadini che la politica del nuovo Stato ha ulteriormente peggiorato. La durissima repressione affidata all’esercito rende ancora più esplosiva la situazione. Mazzini ha sentito parlare di un calabrese, un coraggioso combattente garibaldino che durante i moti del ’48 a Napoli ebbe l’ardire di affrontare personalmente il re perchè concedesse la costituzione. Gli fa pervenire queta lettera puntando, forse troppo ingenuamente, su un suo attivo coinvolgimento nella rete organizzativa.. Sappiamo che Garibaldi ritenterà, qualche mese dopo questa missiva, la spedizione su Roma e sarà bloccato sull’Aspromonte. Otto anni dopo Cortale sarà teatro di un moto repubblicano a cui il nostro artista però non aderì ritenendolo un’iniziativa avventata. I tempi erano cambiati. La lotta ormai si sarebbe svolta nel quadro delle istituzioni parlamentari monarchiche per estendere il suffragio elettorale, ridurre le tasse e potenziare il sistema dell’istruzione pubblica. Erano questi gli obiettivi della sinistra storica in cui confluiranno numerosi ex garibaldini.

Signore,
voi mi siete fratello. Avete modo e volontà di giovare alla causa della nazione, però vi scrivo. Sono tempi questi nei quali bisognerebbe che tutti quanti siamo devoti davvero al paese potessimo intenderci. Noi siamo forti per fare il bene. Non ci manca che organizzazioni compatte, unità di disegno e una cassa che ne renda possibile la realizzazione. Ciascuno può – non foss’altro nella sua località – giovare alla prima delle condizioni. Quei che possiedono qualche fortuna dovrebbero aiutare senza indugio al compimento della terza. Organizzazione vera non può esistere se non tra quei che hanno identità di principii. Noi siamo e dobbiamo rimanere i rappresentanti dell’Unità Nazionale. Delusioni terribili la minano in oggi. Bisogna provare alle popolazioni che quelle delusioni non sono conseguenze dell’Unità, ma del fatto che gli uomini oggi del Governo non intendono l’Unità. Torino non intende che la centralizzazione napoleonica senza il Genio che ne cavava non foss’altro gloria e prosperità materiale. Torino, per mantenersi capitale, non opera per compir l’Unità. L’Unità, compita per mani di popolo, farebbe cessare le delusioni e darebbe forza politica con la libertà amministrativa. I mali dai quali l’Italia e il Mezzogiorno segnatamente, hanno diritto di lagnarsi non cesseranno per un cangiamento di ministero. La loro radice è nel sistema: nella Monarchia, che sarà sempre serva della politica straniera buona partista. L’istituzione repubblicana facendo cessare ogni antagonismo tra il governo e il paese, è la sola che scioglierebbe il nodo e darebbe all’Italia l’Unità organizzandone a un tempo la Libertà. Bisogna convincere di questo le popolazioni. Italia una. Roma metropoli. Un’assemblea formata in proporzione dalla popolazione. Il popolo italiano padrone di sé e dando a sé stesso le leggi che gli parranno migliori; è questo il Programma intorno al quale devono organizzarsi i buoni. E mentre daranno opera a convincere la maggioranza del paese, s’occuperanno del disegno d’azione che può accelerare l’Unità. Continuando il lavoro su Roma e cercando di condurre la popolazione a un’iniziativa che i buoni di tutta Italia prenderebbero; bisogna prepararsi ad agire sul veneto da dove sorgerebbe l’insurrezione Ungarese e di tutte le Nazionalità che formano i due Imperi Austriaco e Turco. Noi abbiamo bisogno dell’insurrezione Europea e questa deve venirci da una guerra con l’Austria. A preparare quel moto, occorrono mezzi. Un Partito Nazionale non esiste senza Cassa. Un disegno guerresco non può realizzarsi senza vaste risorse finanziarie. Ogni uomo che può dovrebbe concorrere con una offerta a formarle.
Voi lo potete: volete? S’io vi parlo franco, è perché vi stimo.
Abbiatemi vostro fratello.
17 Novembre 1862
GIUSEPPE MAZZINI

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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