SCONTRO TOGLIATTI-VITTORINI

La polemica tra Togliatti e Vittorini segue di poco la pubblicazione da parte dello scrittore di una rivista, “Il Politecnico” in cui si affrontano temi legati alla letteratura e al fine ultimo dell’intellettuale.
La polemica prende le mosse da un articolo di Mario Alicata, dirigente di primo piano del Pci, su “
Rinascita” in cui si stilano i punti principali di quelli che devono essere i compiti di un intellettuale comunista. Egli, dice Alicata, deve cercare di avvicinare le masse agli intellettuali e cercare di convincere gli altri intellettuali ad aderire al marxismo. La critica che viene mossa a Vittorini è di essere rimasto ad un livello di cultura solamente elitaria e di puro stampo illuminista.
Complice di questa accusa è il fatto che lo scrittore e autore de “Il Politecnico”, si è troppo interessato alla letteratura americana a cui i comunisti italiani riconoscono sì un ruolo importante, ma sempre all’interno dell’area liberal-illuministica e non rivoluzionaria.

È proprio sul concetto di rivoluzione che Togliatti rincara la dose delle accuse a Vittorini. Esperienze critiche, dice il leader del Pci, erano già presenti nell’ultimo fascismo, quello che in realtà deve distinguere la cultura marxista è l’elemento rivoluzionario, inteso come uno strumento per porre nuove questioni e per creare una cultura nuova e duratura nel tempo.
Pur riconoscendo, seppur solo a livello formale, l’indipendenza dell’intellettuale dal partito, Togliatti invita Vittorini a mettere maggiormente al “servizio della causa” la sua opera. Senza limitarsi all’aspetto superficiale e di sola critica sterile ed elitaria.

Questo è, con molta probabilità, il passaggio più importante dell’intera vicenda. Il compito dell’intellettuale per i politici di formazione marxista non può limitarsi al solo aspetto della produzione culturale. Vi è, in sintesi, in essi stessi un elemento pedagogico che va potenziato e messo al servizio della “rivoluzione”. È noto come Togliatti non pensasse possibile (e neppure auspicasse!) una rivoluzione sul modello di quella sovietica.
Per rivoluzione si intende, quindi, la capacità di creare qualcosa di nuovo, ma che sia organico e funzionale alla causa ultima del socialismo e della classe operaia. L’intellettuale non può diventare un soggetto a se che dia vita ad una casta. Deve rimanere parte integrante della società di classe.
La risposta di Vittorini è altrettanto dura e sincera.
Egli si rifiuta di “suonare il piffero della rivoluzione“, rivendicando la propria indipendenza di giudizio e di comportamento.
Ciò che è davvero rivoluzionario, dice Vittorini, è saper porre attraverso la propria opera problemi nuovi e di pressante interesse per la classe operaia e per quelle subalterne.
Senza la pretesa di una totale estraneità dei politici alla cultura ed a forme di influenza sugli intellettuali, Vittorini rivendica ampiamente il fatto che la vera “rivoluzione” sta nei contenuti e nei temi e non nell’adesione formale (e forse acritica) ad un contenuto partitico. Si è, quindi, forse più rivoluzionari nel dettare l’agenda della discussione piuttosto che nel riproporre e “sbandierare” temi già fatti propri dalla classe politica.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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