Quando si voleva tirare giù lo Stato Pontificio

Quando si voleva tirare giù lo Stato Pontificio – di Riccardo Bruno – Voce Repubblicana 02 Aprile 2011

(S. Lega “Ritratto di Garibaldi” – (1861) – Modigliana (Forli’-Cesena) – Museo civico Don Giovanni Verità)

Aspromonte e Mentana.

Le imprese garibaldine criticate da Galasso e Della Loggia.

Quando si voleva tirare giù lo Stato Pontificio

Ernesto Galli della Loggia e Giuseppe Galasso, nel dibattito in Rai sulla ricorrenza del Centocinquantenario, il 19 marzo, erano d’accordo nel ritenere l’impresa garibaldina in Aspromonte, e poi quella di Mentana, un fallimento politico e militare. Il professor Galasso ha posto l’accento più sull’aspetto militare, distinguendo i fatti d’Aspromonte dalla battaglia di Mentana, ma non ha salvato nessuna delle due. Galli della Loggia era stato anche più perentorio: se Garibaldi fosse giunto a Roma, avremmo perso il sostegno della Francia. Prospettiva terribile, quella di un’unità d’Italia senza la benedizione di Napoleone Terzo, si capisce. A tutti gli effetti l’unica unità possibile è quella che si è realizzata, non ci sono varianti e non ci sono alternative: la storia non si scrive altrimenti da quella che pure è stata scritta. Hegel insegnava che il reale è razionale, non però che questo fosse anche eticamente giusto. Politicamente, poi, come si fa ad essere tanto certi che la Francia avrebbe rotto con l’Italia davanti a un colpo di mano a Roma nel 1862? Non si sarebbe trattato semplicemente di reprimere un’isolata esperienza rivoluzionaria romana, come accadde con il tentativo di Saffi e Armellini, ma di entrare in contrasto con lo Stato nazionale italiano, protetto e patrocinato dall’Imperatore francese. Sarebbe stato per la Francia quasi come ammettere che Napoleone Terzo si fosse sbagliato. E poteva la Francia rompere con il Piemonte quando la Prussia gli rivolgeva mille attenzioni? La Prussia era già infastidita dall’invadenza francese e riconosceva al Piemonte e al nascente regno d’Italia un ruolo indispensabile per limitare l’Austria all’interno della Confederazione tedesca. Bismarck simpatizzava con la causa italiana proprio in chiave antiaustrica già dal 1860. Era lecito allora attendersi che l’interesse prussiano verso il Piemonte avrebbe condizionato Napoleone Terzo nel caso della liberazione di Roma. E’ possibile escludere che Garibaldi avesse una sufficiente intelligenza per comprendere che non si era più nel ’48, e che, una volta realizzato lo Stato unitario, questo avrebbe assunto un qualche peso sullo scacchiere internazionale tanto da poter forzare la mano? Anche perché descrivere Garibaldi come un semplice uomo d’azione pronto a buttarsi all’avventura, scusate, è poco pertinente.

Lo dimostra la stessa spedizione in Sicilia. Senza i moti preparatori dei mazziniani Rosolino Pilo e Crispi, che avevano avuto successo nell’isola, Garibaldi non si sarebbe mai mosso e il conte di Cavour la sera avrebbe potuto occuparsi di quello che più gli piaceva. Né Galasso né Galli della Loggia hanno considerato questa particolarità precedente alla spedizione dei Mille. Quindi se Garibaldi si lancia in Aspromonte, doveva avere una qualche assicurazione di tipo politico perché altrimenti la cautela avuta nell’azione siciliana sarebbe stata dispersa. Mentre è possibile che a Mentana fosse più esasperato dalla condizione in cui si trovava l’Italia senza Roma che ne facesse parte. E’ giunto “il momento di tirar giù quel baraccone dello Stato pontificio”: e tutto sommato mancavano pochi anni. E’ possibile che Garibaldi contasse sul sostegno del re, che invece non venne.

Sono le forze regolari piemontesi a fermarlo in Aspromonte e qui però è più facile che il generale sia stato (o si sia) ingannato dall’atteggiamento ambiguo di casa Savoia: il re non aveva nessuna intenzione di assistere ad una vittoria garibaldina – e quindi mazziniana – su Roma. Tutto il problema del regno d’Italia è il controllo del processo di unificazione; da qui le prudenze, le intese con la diplomazia vaticana, i riguardi con l’impero francese fino alla disfatta di Sedan. Ma come si fa a dire che sbagliava chi voleva saltare tutto questo processo compromissorio e raggiungere comunque un obiettivo fondamentale? Se Garibaldi, presa Roma, l’avesse consegnata alla monarchia italiana, garantendo la persona del papa, Francia e Germania sarebbero state rassicurate.

I Savoia, piuttosto, si sarebbero sentiti meno sicuri con tutto quello che fecero per disfare l’esercito irregolare garibaldino. Garibaldi perse la partita, certo. Però Roma poi si unì all’Italia e l’Italia sarebbe divenuta una Repubblica. E’ un vinto della storia, Garibaldi, oppure sono vinti il re piemontese, l’imperatore francese ed il potere temporale del papa? Prima di giudicare chi ha commesso errori nella storia è meglio avere il beneficio del dubbio. Anche i tentativi più disperati possono lasciare il segno negli anni a venire: e ancora si ammira Garibaldi più di Rattazzi che lo fermò in Aspromonte. Ammesso poi pure che Garibaldi avesse torto, allora un repubblicano dovrebbe preferire di avere torto con lui che ragione con Cavour.

Riccardo Bruno

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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