PER UNA CREDIBILE IDENTITÀ NAZIONALITARIA ITALIANA

1.   Idea nazionalitaria, indipendenza e sovranità.

2.   Una difficile battaglia culturale contro i pregiudizi del pensiero unico e del politicamente corretto.

3.   L’Azienda-Italia e l’Italia Multi-culturale, due parole d’ordine rivelatrici della cupidigia di servilismo delle classi dominanti.

4.   La riforma scolastica delle sinistre come triste sintomo dell’annullamento dell’identità nazionale.

5.   L’attivismo nazionale del presidente Carlo Azeglio Ciampi ed il repubblicanesimo patriottico di Maurizio Viroli.

6.   La trasformazione del paradigma operaista italiano nel paradigma della globalizzazione imperiale.

7.   Alcune conclusioni interlocutorie.

Fino a qualche anno fa sembrava che l’attenzione alle tematiche nazionalitarie e di indipendenza nazionale fossero patrimonio esclusivo di alcuni pittoreschi gruppi intellettuali marginali, maniaci degli indios del Chiapas e dei popoli minoritari europei. Una sorta di hobby innocuo, indegno però di diventare oggetto di discussione pubblica. Ma oggi sembra al contrario che il palcoscenico si sia riempito. Tutto questo non deve affatto stupire. Era infatti assurdo che fosse divenuto legittimo parlare di identità nazionalitaria come di un diritto democratico non solo di una somma di individui ma di una vera e propria comunità (e non a caso la cultura universitaria registrava a suo modo questo fatto con la riabilitazione filosofica del cosiddetto comunitarismo), e poi non estendere anche all’Italia ed al popolo italiano questo diritto. E così la scena si è riempita. Il nuovo presidente laico Carlo Azeglio Ciampi persegue consapevolmente una sorta di rilancio istituzionale della fierezza dell’identità nazionale italiana. Intellettuali universitari come Maurizio Viroli cercano di legittimare nel difficilissimo ambiente accademico e giornalistico una nuova idea di patriottismo repubblicano. L’estrema destra (dall’italiana Forza Nuova alla NPD tedesca) si è rimobilitata per una concezione neorazzista dell’identità nazionale, adottando nello stesso tempo un antiamericanismo programmatico e sposando la vecchia ideologia di sinistra della critica alla globalizzazione finanziaria. Insomma, il panorama è in forte movimento, se si aggiunge il fatto che Umberto Bossi e Gianfranco Fini sembrano voler creare nello stesso Polo berlusconiano una sorta di settore comunitario, solo padano per Bossi, ed invece italiano per Fini.

 

Questa rivista è piccola, ed è completamente fuori dai giri del potere politico, giornalistico ed universitario. Ma non ha certamente paura di questa nuova ed inedita ‘concorrenza’. Anzi, la concorrenza è sempre benvenuta, perché segnala comunque che un tema è diventato maturo nella coscienza pubblica, sia pure in quella versione deformata, impoverita e quasi sempre manipolata che è la coscienza degli intellettuali dotati di accesso al sistema mediatico. Ed allora una piccola ricognizione del terreno potrà essere utile per i lettori di Indipendenza.

 

1. Idea nazionalitaria, indipendenza e sovranità.

Una concezione democratica dell’idea nazionalitaria non ha nulla a che fare con il rilancio della fierezza nazionale italiana in un contesto di europeismo economico e di subordinazione servile alla politica estera dell’impero americano, con la creazione artificiale di una sorta di patriottismo repubblicano a base laica, ed infine con una fuga in avanti regressiva e razzista di difesa di una (inesistente e non auspicabile) identità nazionale separata. Una concezione democratica dell’idea nazionalitaria si muove all’interno di questo triangolo fasullo, e nello stesso tempo cerca di mostrare come il cosmopolitismo e la retorica della multiculturalità della sinistra e dell’estrema sinistra sono soltanto ideologie subalterne alla globalizzazione imperiale americana, indipendentemente dal fatto che i loro sostenitori siano in buona o in malafede.

Non si tratta, e non si tratterà nemmeno in futuro, di una battaglia culturale facile. Nello stesso tempo, le coordinate concettuali fondamentali per condurre questa battaglia sono semplici e chiare: indipendenza di una comunità nazionale significa sovranità economica, politica e culturale. Dal momento che purtroppo esiste un’eredità semantica delle parole, che non sono mai neutrali ma si incorporano in forze storiche determinate (e pensiamo al termine comunismo, che oggi rischia di evocare per la stragrande maggioranza delle persone non l’utopia della liberazione di Marx, ma il sistema di dominio e di oppressione dei partiti comunisti storici novecenteschi), il termine nazionalitario, sia pure poco usato, è preferibile al termine nazionale, che pure a mio avviso resta un buon termine (ed infatti è usato liberamente da tutti i sacrosanti movimenti anti-imperialisti di liberazione, come ad esempio quello palestinese), semplicemente perché toglie l’equivoco della continuità con i nazionalismi europei di destra del Novecento. Ma la questione di fondo non è mai terminologica. Le parole vanno e vengono, i concetti e le realtà restano. E quindi occorre sottolineare ancora che non ci può essere identità nazionale (o nazionalitaria) senza indipendenza e sovranità. Di qui bisogna partire, e qui bisogna arrivare. Un’analisi della congiuntura storica presente è necessaria. Prima, però, occorre respingere subito alcuni pregiudizi infondati, ma pesanti come macigni, che rendono addirittura impossibile una discussione razionale.

 

2. Una difficile battaglia culturale contro i pregiudizi del pensiero unico e del politicamente corretto.

 

Una rassegna completa dei pregiudizi sviluppati dal moderno cosmopolitismo globalizzato richiederebbe un libro di mille pagine. In questo breve paragrafo, ovviamente, mi limiterò ad elencare alcuni luoghi comuni continuamente ripetuti, che sommati insieme costituiscono purtroppo un’ideologia apparentemente coerente, e comunque robustissima.

In primo luogo, molti ripetono, sulla scorta di storici dotati ma confusionari come Hobsbawm, che la nazione non è per nulla un dato naturale, ma è un semplice dato artificiale, costruito in età moderna da ristretti gruppi intellettuali che si sono inventati una tradizione culturale unitaria inesistente. Questi gruppi intellettuali, inventori di un’inesistente tradizione e di un’introvabile identità, hanno lavorato inconsapevolmente per i borghesi in cerca di un mercato nazionale unificato, che è oggi sostituito da una globalizzazione della produzione e degli scambi. La conseguenza di questo bel ragionamento di sinistra è che ciò che è artificiale deve essere abbandonato, e che dunque la globalizzazione è una sorta di destino, che ci dà però la possibilità di viverla in modo alternativo a destra, come orgasmo mercantile consumistico, oppure a sinistra, come contestazione colorata ai signori del Fondo Monetario Internazionale.

Si tratta di una conclusione curiosa. In questa sede, non mi immergerò nella diatriba sul se e sul come la nazione sia un’identità artificiale o un’identità naturale (ma segnalo solo che fior di storici difendono anche con buoni argomenti la seconda opzione). Voglio invece far notare che tutta la modernità, dalla rivoluzione scientifica al pensiero illuministico, dal rifiuto della tortura e della pena di morte alle strutture istituzionali in cui viviamo, è frutto di un processo storico artificiale, cioè voluto da progetti razionali individuali e collettivi. La polemica apparentemente naturalistica contro l’identità nazionale, che sarebbe solo artificiale, è tanto più stupida quanto più anche la globalizzazione economica, militare e culturale dell’impero americano è ovviamente anch’essa artificiale, e non si capisce perché la prima deve essere abolita e la seconda no. Sono i misteri dell’apologia di sinistra della globalizzazione.

In secondo luogo, molti osservano che non è possibile un’indipendenza politica e culturale in un contesto obbligato di inter-dipendenza economica, così che il vincolo sistemico obbligato dell’inter-dipendenza economica del commercio internazionale svuota necessariamente ogni pretesa di indipendenza politica e culturale. Questa obiezione sembra fortissima e risolutiva, ma non lo è affatto come sembra. In primo luogo, essa non è affatto nuova come sembra, perché fu già il cavallo di battaglia del libero scambio inglese dell’Ottocento, che era peraltro già sostenuto dalle cannoniere e dalle spedizioni militari imperialistiche. In secondo luogo, l’inter-dipendenza commerciale non è affatto nemica dell’indipendenza, se viene concepita come rapporto fra soggetti eguali in sovranità politica e culturale. Si dirà che i soggetti eguali non possono che dar luogo ad un’utopia, perché i soggetti sono sempre diseguali economicamente e militarmente. Chi rileva questo non fa che scoprire l’acqua calda. L’inter-dipendenza è appunto un obiettivo storico-politico da perseguire, un obiettivo alternativo alla cosiddetta globalizzazione, che è invece anche concettualmente una rappresentazione ideologica del dominio. Indipendenza ed inter-dipendenza sono concetti sanamente correlati, cui si oppone invece la coppia malsana di dipendenza e di globalizzazione. È bene fare la massima chiarezza su questo punto concettuale decisivo.

 

In terzo luogo, molti sostengono che ogni rivendicazione nazionale e nazionalitaria è viziata da caratteristiche di destra, come l’organicismo e il razzismo separatistico. Non lo credo affatto. In breve, il riferimento negativo all’organicismo ed alla cosiddetta comunità organica è oggi a mio avviso uno spauracchio inesistente, dal momento che il processo della modernità –e della conseguente individualizzazione psicologica ed antropologica che essa necessariamente comporta– distrugge i fondamenti di questa pretesa e fantomatica organicità, che viene invece sostituita dal razzismo separatistico e dalla fobia securitaria verso gli immigrati. Ma questa patologia non è di tipo organicistico, ma anzi di tipo ultra-individualistico. Infatti l’individuo atomizzato del capitalismo finanziario globalizzato reagisce alla solitudine e all’insensatezza del tipo di vita che gli viene quotidianamente proposta con aggregazioni di tipo razzistico, in cui l’immigrato ricopre il ruolo, tradizionale e conosciutissimo, di capro espiatorio. Pensare di curare queste patologie sociali con dosi massicce di apologia della globalizzazione, elogi della multietnicità e del multiculturalismo politicamente corretti di sinistra, danze post-moderne di acquirenti di prodotti firmati Benetton, eccetera, significa non capire che queste patologie neorazziste e neoseparatiste sono patologie ultra-individualistiche della globalizzazione, che si curano soltanto con il perseguimento dell’indipendenza e della sovranità, e non con le grida di allarme sul prossimo ritorno di Hitler travestito da naziskin.

 

3. L’Azienda-Italia e l’Italia Multi-culturale, due parole d’ordine rivelatrici della cupidigia di servilismo delle classi dominanti.

 

La comprensione del carattere mistificato dei tre pregiudizi tradizionali verso la legittimità di una cultura nazionalitaria della sovranità politica e militare e dell’indipendenza culturale, su cui ho richiamato l’attenzione del lettore nel paragrafo precedente, serve da introduzione alla comprensione di un nesso intimo fra una parola d’ordine economicistica apparentemente di destra (l’azienda-Italia) ed una parola d’ordine culturalistica apparentemente di sinistra (il gioioso multiculturalismo benettoniano). Mai come in questo caso il tribalismo identitario dell’appartenenza, che divide polarmente ogni cristallizzazione ideologica in due campi contrapposti di Sinistra e di Destra, ci allontana dalla comprensione minima dei fenomeni storici cui pure siamo contemporanei.

 

La dissoluzione del comunismo storico novecentesco, consumatasi rapidamente fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, avvenne senza grandezza e senza onore, con il duplice processo complementare dello sbandamento e della dispersione dei sudditi e del riciclaggio opportunistico e mafioso del ceto politico professionale. Il carattere vergognoso di questa resa comportò necessariamente una sorta di delirio di orgogliosa onnipotenza da parte degli apparati ideologici e culturali del capitalismo, che cominciarono appunto a partire dagli anni Novanta a presentare l’impresa capitalistica e l’azienda produttiva come la cellula essenziale dell’intera società, cui ogni altra forma di organizzazione sociale (dalla scuola all’ospedale, dall’esercito ai trasporti) doveva conformarsi obbligatoriamente nel più breve tempo possibile. A questo fenomeno ineluttabile, di carattere europeo e mondiale, si aggiunse per l’Italia la necessità di smantellare il suo sistema di assistenzialismo clientelare della borghesia di stato democristiana e socialista, e perciò i governi Amato, Ciampi e Prodi furono caratterizzati da una retorica asfissiante sull’azienda-Italia e sulla sua capacità di conformarsi ai parametri di Maastricht. La riduzione dell’identità nazionale a logica aziendale, proposta all’inizio da bande incontrollate di economisti fanatici branditori di pipa e di giornalisti servili allocchiti davanti ai loro computer, fu subito accettata unanimemente sia dalla destra sia dalla sinistra di governo, e questo non è un caso, perché il borghese privato Silvio Berlusconi ed il borghese di stato Romano Prodi avevano la stessa cultura economicistica, e l’economicismo è una forma di nichilismo nazionale radicale e senza compromessi. Ma questo economicismo richiede sempre un supplemento d’anima d’ideale, così come lo sforzo fisico richiede il sudore, e questo supplemento d’anima gli fu fornito da una asfissiante retorica multietnica e multiculturalistica, copertura ideale del tramonto di ogni identità nazionale. La riduzione della patria ad azienda, infatti, equivale allo scioglimento di ogni indipendenza culturale in un flusso mercantile in cui ogni domanda può essere soddisfatta purché sia pagante e purché vi sia l’offerta corrispondente. In questo senso, proprio il senso di colpa della sinistra ed il suo frenetico desiderio di far dimenticare il peccato mortale comunista e rivoluzionario in cui era caduta (ma di cui poteva essere perdonata, e questa è a mio avviso la ragione segreta dell’orgia di perdonismo che si scatenò culturalmente negli stessi anni) la predisponeva al compito di commesso viaggiatore dell’ideologia del nichilismo nazionale e del multiculturalismo, come se la benefica e benvenuta esistenza di un pluralismo gastronomico e della moltiplicazione (a mio parere, sia ben chiaro, completamente positiva) di locali e negozi etnici fosse la prova provata della fine dell’identità nazionale e dell’inizio del supermercato globale. Ma al centro si doveva installare il Supermercato, anzi il Centro Acquisti, nuova cellula urbanistica e simbolica dell’universo capitalistico delle merci, ed ogni buon Supermercato che si rispetti deve poter offrire la più ampia e differenziata gamma di prodotti, in modo che il consumatore pagante, sradicato da ogni altro vincolo comunitario, possa conciliare la propria illusoria onnipotenza economica con la propria manifesta impotenza politica.

 

In chiusura di questo paragrafo voglio insistere ancora una volta sul fatto che l’elemento primario del processo di aziendalizzazione di ogni identità politica e nazionale è stata l’iniziativa capitalistica della globalizzazione finanziaria, mentre il servilismo dei ceti politici professionali di sinistra in cerca di riciclaggio indolore è stato soltanto l’elemento secondario e derivato. Eppure, è a questo elemento che bisogna prestare un minimo di attenzione nel prossimo paragrafo.

 

4. La riforma scolastica delle sinistre come triste sintomo dell’annullamento dell’identità nazionale.

 

Il servilismo politico ed il nichilismo culturale dei ceti politici professionali di sinistra sono stati in Italia particolarmente grotteschi e scandalosi, perché sono stati praticati da gente che si richiamava ai valori del comunismo democratico di Gramsci. Certo, le due cartine di tornasole di tipo storico che hanno permesso di comprendere negli anni Novanta la loro miseria restano la promozione del colpo di stato giudiziario denominato Mani Pulite con cui fu selettivamente distrutto quel pezzo di ceto politico democristiano e socialista che riluttava allo smantellamento della rappresentanza proporzionale (1992-1994) e soprattutto l’adesione ostentata alla guerra imperiale contro la Jugoslavia, in spregio alla carta dell’Onu ed alla stessa costituzione italiana (1999). Di fronte a questi due crimini storici, il resto può sembrare poca cosa. Ma resta un interessante terzo elemento della questione, ed è lo spirito culturale della riforma scolastica di Luigi Berlinguer (proseguita con incertezze e pianti pubblici da Tullio De Mauro), ispirata ad una americanizzazione e ad una aziendalizzazione del sistema scolastico. Per molti questo sarà un fatto minore, ma mi ostino a pensare che non sia così, e che sia anzi molto sintomatico. A proposito della progettata frantumazione dell’insegnamento della storia in una sorta di self-service opzionale di argomenti tematici scollegati, afferma Simonetta Soldani, docente di storia contemporanea all’università di Firenze (cfr. il Manifesto, 24-2-2001): “La legge sull’autonomia delegittima i programmi nazionali e favorisce fenomeni di denazionalizzazione della scuola. Ne va infatti della storicità della nazione italiana, e qui stiamo assistendo appunto alla disintegrazione di questo aspetto del concetto di nazione. Mi ha colpito molto il fatto che, a Napoli, De Mauro abbia citato la scuola di Barbiana di don Milani come modello per la scuola italiana. Così ho capito che per lui la vera scuola è come quella di Barbiana che, appunto, non era una scuola dello Stato, ma un vero e proprio servizio sociale”.

 

Non conosco Simonetta Soldani, e non so pertanto quale sia il contesto culturale in cui inserisce questa illuminante considerazione. Ma essa coglie bene che cosa ci sta dietro l’apparente bamboleggiamento buonista alla Veltroni, che trova la nuova identità di sinistra facendosi fotografare in modo pornografico con negretti e cinesini poveri, nell’illusione che questo faccia dimenticare la sua attiva adesione e la sua copertura mediatica ai bombardamenti radioattivi imperiali sulla Jugoslavia. In breve, al sistema scolastico viene tolto ogni carattere di trasmissione critica di una coscienza storica nazionale in direzione di una formazione professionale flessibile adattata alle esigenze del nuovo mercato del lavoro e di una sorta di legittimazione sociale di tipo assistenziale. La scuola-azienda e la scuola-assistenza non sono affatto contrapposte, come pensano molti insegnanti ingenui invischiati nella vecchia (e per nulla disprezzabile) ideologia pedagogica sinistrese. Sia la scuola-azienda che la scuola-assistenza, infatti, convergono nella comune negazione del sistema scolastico pubblico come luogo della trasmissione critica dell’identità nazionale. Non so se De Mauro sia cosciente di quanto sta facendo, e non è neppure importante saperlo. È addirittura possibile interpretare le sue lacrime davanti ad una platea di insegnanti come sintomo psicosomatico di cattiva coscienza. Ma resta il fatto che qui si è di fronte ad un classico esempio di come tutto il decennale apparato ideologico del riformismo pedagogico di sinistra è messo al servizio della fine del carattere nazionale del sistema scolastico, un carattere nazionale che non può essere affatto ridotto ad eredità fascista oppure di destra, visto che ha caratterizzato la scuola di pressoché tutti i paesi europei negli ultimi duecento anni, a partire cioè dal ventennio 1790-1810, in cui sorse e si consolidò il liceo europeo.

 

5. L’attivismo nazionale del presidente Carlo Azeglio Ciampi ed il repubblicanesimo patriottico di Maurizio Viroli.

Il nichilismo nazionale del personale politico mercenario degli ex-comunisti trasformatisi in apparato professionale di consenso politico alla globalizzazione imperiale americana, nonostante sia malamente coperto dalle due componenti convergenti dell’aziendalismo e dell’assistenzialismo, non è condiviso da un importante settore laico della classe dirigente italiana, che trova nel banchiere Carlo Azeglio Ciampi un rappresentante autorevole. Ciampi si è speso molto per ridare lustro anche ai rituali di rilegittimazione dell’idea di continuità nazionale, dal restauro del Vittoriale, all’inno nazionale, alla festa del 2 giugno. Si è anche speso per un recupero dell’eredità storica del Risorgimento dell’Ottocento, e per la valorizzazione di momenti storici eroici di dignità nazionale come la resistenza eroica dei soldati italiani a Cefalonia nel 1943. Personalmente, non provo alcuna antipatia verso questa linea culturale, che anzi approvo nell’essenziale. Anche a proposito del Risorgimento, preferisco la linea della valorizzazione alla Ciampi alla linea della stroncatura radicale alla Piero Gobetti, che era divenuta praticamente l’ideologia ufficiale della sinistra del laicismo italiano, con la conseguenza negativa di buttare via anche il bambino della partecipazione popolare mazziniana e garibaldina con l’acqua sporca delle scelte reazionarie dell’oligarchia nobiliare piemontese.

 

Ma il problema non sta qui. Ciampi è anche l’uomo che ha approvato la guerra infame, illegale ed anti-costituzionale della Jugoslavia, e rappresenta una linea politica di piena sottomissione all’impero americano. Ma non ci può essere vero patriottismo senza sovranità nazionale, non ci può essere indipendenza senza autonomia assoluta dalle scelte politiche e militari dell’impero. Ogni rilegittimazione simbolica diventa allora necessariamente un’operazione di facciata, o peggio (ed io temo in realtà il peggio) una copertura nazionalistica e militaristica della nostra bandiera usata per spedizioni all’estero di soldati di professione con l’alibi dell’intervento umanitario per la difesa dei diritti umani. Da circa un decennio in tutti i paesi europei questo ostentato sventolare di bandiere non copre un recupero politico e culturale dell’indipendenza nazionale reale, ma una rilegittimazione ideologica della guerra esterna fatta in nome della polizia internazionale per garantire la pace.

 

Un settore della cultura accademica ulivista, preoccupata del monopolio simbolico dei temi nazionali da parte della destra alla Fini ed alla Berlusconi, si è avvicinata alle teorie alla Jurgen Habermas del cosidddetto patriottismo della costituzione ed alle teorie del comunitarismo americano, fondato sulle cosiddette virtù civiche dei municipi e delle contee. Anche in questo caso, mi sembra che il problema dell’indipendenza e della sovranità venga trascurato ed addirittura ignorato, senza contare che il patriottismo diventa un’identità ideologica, nella fattispecie un’identità ideologica laica. Ma l’indipendenza non è mai un’identità ideologica, né laica, né fascista, né comunista. Voler il patriottismo repubblicano sotto le ombre dei bombardieri imperiali americani –cui concediamo basi, complicità ed appoggio subalterno– mi ricorda un cane che vuole la libertà con un collare nuovo ed un guinzaglio ridipinto con i ritratti degli equivalenti canini di Mazzini e di Machiavelli. Chi vuole questo si accomodi ad abbaiare con i suoi simili.

6. La trasformazione del paradigma operaista italiano nel paradigma della globalizzazione imperiale.

Tuttavia, se dovessi indicare quale sia in Italia –almeno nel piccolo mondo degli intellettuali e dei cosiddetti colti– l’avversario culturale più implacabile di una prospettiva di indipendenza e di sovranità, non mi rivolgerei ai pianti di Tullio De Mauro, agli inni patriottici cantati in mezzo a piramidali e coreografici corazzieri di Carlo Azeglio Ciampi, e neppure alle elucubrazioni accademiche del professor Maurizio Viroli. Bisogna purtroppo rivolgerci al disseccato e sterile mondo culturale della vecchia estrema sinistra, le cui pittoresche sconfitte non hanno mai innestato un processo di ripensamento culturale, al punto che potremo cartesianamente attribuirle il seguente motto: “Sbaglio, dunque sono”.

 

All’inizio degli anni Sessanta, e dunque ormai quarant’anni fa (un’intera era storico-geologica), la cultura dell’estrema sinistra italiana produsse un paradigma teorico che poi fu battezzato operaista, ma che non deve essere frettolosamente scambiato per una semplice centralità politica degli operai comuni della fabbrica fordista, che stava allora tirando il boom economico del tempo. Il paradigma operaista, infatti, era anche e soprattutto un paradigma teorico di interpretazione delle scienze sociali e della storia, per cui il processo di produzione meccanica prevalente nella fabbrica industriale veniva individuato come il nucleo espansivo dell’intera società e della riproduzione sociale complessiva. Naturalmente, tutto questo non aveva assolutamente nulla, ma proprio nulla, a che fare con la nozione di modo di produzione di Marx, che non si era mai sognato di dedurre l’intera riproduzione sociale dalle modalità tecniche e meccaniche del processo di produzione industriale (come ad esempio il taylorismo, il fordismo, il toyotismo, eccetera). In ogni caso, questo modello teorico diventò politicamente egemone, perché permetteva di individuare nella resistenza della classe operaia alle modalità dell’innovazione tecnologica il motore delle stesse innovazioni capitalistiche, relegando in secondo piano la concorrenza intercapitalistica, l’innovazione finanziaria, la manipolazione culturale, eccetera. Questa visione fabbricocentrica e metropolitana, indifferente alle aggressioni colonialiste ed imperialiste all’indipendenza dei popoli (battezzata spregiativamente terzomondismo), regna a mio avviso tuttora nella coscienza della stragrande maggioranza del cosiddetto popolo colto di sinistra, e viene continuamente amplificata da opere ispirate alla sciagurata ideologia della negazione più radicale della centralità del problema dell’indipendenza e della sovranità nazionale. Farò qui solo i due esempi dell’interpretazione del Novecento di Marco Revelli e della concezione della nozione di Impero di Toni Negri. In entrambe queste versioni, non ci può essere traccia, né concettuale né pratica, del tema dell’indipendenza nazionalitaria come anello di congiunzione verso una inter-dipendenza democratica fra sistemi economici solidali e sovrani.

 

Chi legga l’agile interpretazione del XX secolo di Marco Revelli (cfr. Oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001) può capire immediatamente, se ci riflette sopra abbastanza, perché la corrente principale degli intellettuali autorizzati dal ferreo sistema della amministrazione giornalistica ed editoriale del politicamente corretto di sinistra non vede letteralmente, e dunque non può nemmeno percepirlo concettualmente, il problema dell’indipendenza e della sovranità nazionale, anticamera per il riconoscimento di un’identità nazionalitaria che non ha nulla di organicistico o di razzistico, ma è il presupposto per una vera resistenza reale, e non solo virtuale, alla globalizzazione imperiale americana. Nel Novecento di Revelli, i popoli e la loro resistenza al colonialismo ed all’imperialismo letteralmente non ci sono, se non in richiami marginali e distratti. Nel Novecento di Revelli, troneggia un solo principio metafisico-sociologico onnipresente e polivalente, il fordismo come tecnologia produttiva e come modello di regolazione sociale complessiva, e questo fordismo viene addirittura accoppiato al comunismo storico novecentesco come una sorta di demoniaco prometeismo del lavoro organizzato. Il giudizio di Revelli sul comunismo inteso come fenomeno storico è addirittura peggiore di quello di teorici anti-comunisti totali, come Popper, la Arendt, Furet e Nolte, perché almeno costoro riconoscevano al comunismo una sorta di utopistica grandezza storica, sia pure piegata ad un progetto totalitario, mentre Revelli lo inchioda semplicemente al suo essere un fantasma di raddoppiamento del fordismo e della sua irreggimentazione di fabbrica. Devo ammettere che ho raramente letto qualcosa di tanto vergognoso sul piano filosofico e storiografico. Tuttavia bisogna capire perché il sistema giornalistico del potere ha immediatamente amplificato il libro di Revelli dedicandogli paginoni su praticamente tutti gli organi di stampa dell’oligarchia finanziaria italiana. Revelli non si limita infatti a congedarsi dalla forma storica che l’idea di rivoluzione anticapitalistica ha assunto nel XX secolo, e cioè il comunismo storico novecentesco di matrice leniniana (e quindi assolutamente non marxiana), un congedo che anch’io ritengo assolutamente necessario e preliminare ad ogni possibile ripresa strategica di una prospettiva anticapitalistica, ma si congeda da ogni prospettiva di rivoluzione, sostituita da una volutamente generica apologia del Volontario, figura tuttofare che avrebbe sostituito l’orrido Militante complessivo del comunismo. Bisogna notare che qui non si dimentica soltanto il fatto elementare che anche il Militante era stato un Volontario della trasformazione rivoluzionaria della totalità capitalistica, ma che la riduzione dell’intera figura antropologica del comunismo novecentesco alla duplicazione politica della regolazione autoritaria del lavoro fordista di fabbrica esclude ovviamente il 95% dei movimenti comunisti veramente interessanti del mondo, cioè quelli che alzarono la bandiera dell’indipendenza e della sovranità nazionale. Ma l’operaismo ossessivo di Revelli neppure li vede, perché il paradigma operaista rappresenta un vero e proprio ostacolo epistemologico, dentro il cui labirinto incantato si aggirano tutti gli intellettuali di sinistra che hanno superato la severa selezione politica e biologica dell’ultimo trentennio.

 

Se il Novecento di Revelli ignora semplicemente il tema dell’indipendenza e della sovranità nazionale, perché la linea aerea diretta Torino-Detroit lo fa soltanto passare da una catena di montaggio all’altra, il concetto di Impero proposto da Toni Negri (cfr. L’Impero, stadio supremo dell’imperialismo, in Le Monde Diplomatique, gennaio 2001) riesce ad azzerare in modo ancora più radicale ogni problema di sovranità e di indipendenza, concentrando tutto il potenziale antagonistico degno di attenzione in confuse costellazioni sociologiche e professionali di nuovi soggetti desideranti di tipo esclusivamente cosmopolitico e transnazionale. C’è da restare trasecolati, ma val la pena rifletterci sopra, perché una forma di negrismo semplificato è oggi l’ideologia dominante di quei centri sociali che fanno da guardia plebea catafratta alle oligarchie politiche di sinistra che hanno metabolizzato nell’antiberlusconismo mistico tutta la precedente ricchissima eredità teorica e filosofica. Negri è molto preoccupato che la nozione di impero non rilegittimi la nozione di imperialismo, che potrebbe a sua volta rilegittimare il diritto alla resistenza, alla sovranità ed all’indipendenza nazionale. Per questo egli chiarisce che non solo l’imperialismo è finito ed è stato completamente riassorbito in un’unica globalizzazione capitalistica mondiale, ma che l’Impero non deve essere identificato con gli Usa, che ne sono soltanto uno strumento estrinseco, ma (sic!) “…l’Impero è semplicemente capitalista, è l’ordine del capitale collettivo, cioè della forza che ha vinto la guerra civile del Novecento”. La vittoria di questo impero anonimo ed impersonale unifica l’intero globo terrestre in una sorta di unità politico-sociologica che contrappone direttamente soggetti il cui programma è la richiesta immediata della cittadinanza universale con il nuovo meccanismo di disciplinamento autoritario delle solite macchine desideranti. C’è qui un’antropologia da sballo strettamente legata ad un’analisi economica da sballo. Ovviamente, Negri non perde occasione per irridere esplicitamente a qualunque programma di resistenza nazionale a questo destino globalizzato, ed è anzi questo che gli sta più a cuore. Tenendo conto di questo, non possiamo meravigliarci del fatto che i cosiddetti centri sociali del Nord Est, in una lettera assolutamente sbalorditiva per l’ideologia che vi sta dietro (pubblicata dalla rivista l’Ernesto, n.6, gennaio-febbraio 2001, p.95), chiariscano che essi sono disposti a sfilare in solidarietà con i bambini palestinesi uccisi da Barak e da Sharon, ma non sono disposti a manifestare per uno Stato palestinese indipendente, perché sono contro tutti gli Stati, e dunque non vogliono che se ne formi ancora un altro, per di più piccolino, arabo, musulmano ed inevitabilmente fanatico e corrotto (letteralmente: “…lo Stato palestinese ha già mostrato quale sia il suo livello di democrazia interna”, eccetera). Il lessico negrista è comunque presente in questa lettera, con riferimenti confusi a “diritti di cittadinanza e comunità”, evidentemente transnazionali. Ora, è assolutamente legittimo, possibile ed addirittura fecondo perseguire il vecchio obiettivo anarchico (oggi semanticamente ribattezzato autonomo) dell’immediata creazione di una comunità mondiale senza Stato, anche se i nuovi anarchici-negristi, nemici della logica aristotelica della non-contraddizione, non si rendono neppure conto che i “diritti di cittadinanza” presuppongono ovviamente uno Stato, sia pur radicalmente democratizzato, di cui si è cittadini. Ma non è consentito, ed è anzi vergognoso, considerare reazionaria e sorpassata la richiesta di indipendenza nazionale per popoli e nazioni che non ne dispongono ancora (dai palestinesi ai baschi, eccetera). Qui il negrismo mostra la sua natura di utopismo tecnologico metropolitano basato su di un’antropologia che si vorrebbe spinoziana, mentre di Spinoza non ha nulla, né la saggezza né la razionalità.

 

 

 

7. Alcune conclusioni interlocutorie.

Al termine di questa breve rassegna bisogna ricordare ancora una volta al lettore che indubbiamente un dibattito ampio sarebbe necessario ed utile, ma è difficile discutere con un interlocutore che non ha neppure messo a fuoco concettualmente il problema che ci interessa, ed è perciò al di qua di quel riorientamento gestaltico necessario per poter iniziare un dialogo produttivo. Tullio De Mauro è indubbiamente in buona  fede (ed infatti non intendo confonderlo umanamente con il suo predecessore Luigi Berlinguer, concentrato di prepotenza togliattiana e di supponenza berlingueriana, nel senso di Enrico), ma continua a ripetere come una macchinetta che il sistema scolastico, in virtuosa sinergia con la televisione, ha come scopo l’alfabetizzazione primaria degli italiani e l’intervento assistenziale di maestri-assistenti sociali nelle cosiddette zone a rischio, il che è senz’altro vero, ma tralascia il punto essenziale che certamente De Mauro non riesce neppure a vedere, e cioè che il sistema scolastico ha come compito essenziale la trasmissione intergenerazionale dell’identità culturale nazionale. Marco Revelli è indubbiamente un intellettuale dotato, ma è giunto il momento di dire che il pestilenziale paradigma teorico operaista, che pure ha avuto (e non intendo affatto negarlo) grandi meriti storici (ma non oltre il 1969), è una macchina ideologica tesa a negare ogni dimensione culturale e politica che vada oltre il sociologismo di fabbrica, ed è oggi una macchina concettuale di semplice raddoppiamento rovesciato dell’utopia ultracapitalistica dell’omogeneizzazione globalizzata dei popoli del mondo ridotti a semplice pluralismo gastronomico e d’abbigliamento, una macchina concettuale che nega alla radice ogni problematica di indipendenza e di sovranità nazionale e nazionalitaria.

 

Lo stato dell’arte è questo: oggi la visione sinergica di De Mauro e di Revelli, il pauperismo pedagogico assistenziale e la mania operaistica della deduzione dell’intera società dalla tecnologia produttiva dominante regna nel mondo dei colti, semicolti ed incolti di sinistra. Ma alcuni benèfici scricchiolii ci segnalano che la loro egemonia non è più indiscussa, e che si aprono spazi nuovi e fino a poco fa non previsti. Riempiamoli il più presto possibile, per favore.

 

Costanzo Preve

 

(“Indipendenza” n. 10 – aprile/luglio 2001)

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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