MAZZINI ,biografia e pensiero

GIUSEPPE MAZZINI

di Francesco De Sanctis

 

Trasportatevi con l’immaginazione in un periodo intermedio fra il 1821 ed il 1831, fra due rivoluzioni fallite. Là troviamo i primi passi del giovane Mazzini. Ogni uomo che ha una vita da raccontare, cerca nella sua memoria una prima reminiscenza, una prima pagina in cui gli sembra che si riveli la sua vocazione. Mazzini nel 1861, posto oramai fuori d’ogni ragionevole azione, pubblicò le sue opere a Milano, con brevi cenni biografici; in una di essa vi é una di queste prime reminiscenze, la quale vi spiega già molte cose posteriori.

Era un giorno del 1821: la rivoluzione era caduta. Per le vie di Genova passava un vecchio con la sua donna e con un giovinetto. Ad un tratto, da un gruppo si scostò un giovane alto e barbuto, e domandò la carità per i poveri volontari proscritti per sempre dalla terra natia. In quel gruppo c’era SANTAROSA e Borgo de Carminati, gli uomini più importanti della rivoluzione piemontese. Il vecchio, era un medico, dette la sua moneta; quel giovinetto era il piccolo… Giuseppe.

D’allora, egli dice, mi rimasero in mente alcune parole: proscritti, tradimenti, Carboneria, spergiuro dei principi. Più tardi, nell’università di Genova, lo troviamo nella classe tumultuosa degli studenti di legge. C’era un gruppo di giovani uniti da un’idea comune, Federico Campanella, i Ruffini, Torre, Giuseppe Mazzini. Fu quello il primo nucleo della nuova democrazia. Invece delle pandette studiavano Dante, imparavano a memoria i cori del Manzoni, si dichiaravano romantici, cioè per la libertà nella letteratura, come la volevano nella politica. A quell’età si formano amicizie che durano salde fino alla morte, ed essi rimasero sempre uniti. Specialmente si amarono Jacopo Ruffini, studente di medicina, e Giuseppe Mazzini: bene inteso che né l’uno imparava Galeno né l’altro Giustiniano. Si univano, passeggiavano e discutevano la questione del giorno, la questione del classicismo e del romanticismo. A prima giunta, si dichiararono romantici; ma il Mazzini rifletteva: – va bene, l’arte dev’essere romantica; ma, se arte romantica vuol dire non convenzionale, senza imitazione classica, nazionale, arte che tragga le sue ispirazioni dalle viscere della nazione, che arte può essere dove non è nazione? Quando manca la materia, che altro é l’arte se non nugac canorae, vox praetereaque nihil, vano suono? – Capì che in quelle condizioni una vocazione letteraria sarebbe stata arcadica ed accademica e che il dovere era allora la vocazione politica: bisognava prima costituire la materia dell’arte, e poi passare ad essa.

Così il legista, trasformato in letterato, si mutò in politico, deliberato a fare quanto poteva per creare la materia dell’arte, la nazione. Non smise gli studii letterari. La letteratura, considerata come fine a se stessa, gli parve futile gioco da fanciulli; per lui era uno strumento di propaganda delle nuove idee, per preparare la costituzione della patria una e libera. Questi concetti egli li svolse poi lungamente.
Si pubblicava un giornale, l‘Indicatore Genovese Mazzini, Jacopo Ruffini e gli altri amici chiesero al proprietario di esso che permettesse l’inserzione di annunzi di libri nuovi, di articoli bibliografici. Ottenuto il consenso, gli studenti cominciarono a pubblicare brevi articoli con giudizi molto sobri. Sceglievano le opere più recenti, come quelle di Guizot e di Cousin, allora molto popolari per la loro opposizione alla restaurazione, qualche cosa di Berchet che allora cominciava a scrivere, i romanzi e le poesie di Manzoni e della sua scuola. Animati dal successo, ingrandirono gli articoli e svegliarono i sospetti della polizia: il giornale fu soppresso.

Mancato loro il mezzo di propaganda letteraria, che fare? La Carboneria era bersaglio delle ire dei governi, perché il ’21 era uscito da lei, e quelli ne facevano il capro espiatorio. I giovani genovesi pensarono di farsi Carbonari. Torre, uno studente di legge, già iniziato, ne parlò a Mazzini che vi si fece ammettere e ricevette la missione d’impiantare una sezione in Livorno. Egli vi andò e v’incontrò due giovani ch’erano più provetti ed anche più avanti nel movimento, il povero Bini e Guerrazzi. Bini era un giovane di quelli che oggi si chiamano sentimentali, anima grande, e nondimeno rosa da desolante scetticismo. La vista del volgo che lo circondava, specialmente in paese commerciale come Livorno, dove nessuno pensava alla patria, lo aveva demoralizzato. A lui si rivolse Mazzini e, quantunque nulla sperasse , Bini gli promise aiuto. – Guerrazzi era pieno di forza, persuaso di poter fare con le sue opere più di quello che non era dato agli altri di fare, troppo pieno della sua personalità. Mazzini, nemico dell’individualismo così esagerato, si affezionò più a Bini, giovane povero, intelligente idealista, il quale morì senza lasciar altro ricordo che una breve memoria scritta da Mazzini.
Nacque una corrispondenza fra i giovani di Livorno e quelli dì Genova. Soppresso l’Indicatore Genovese, si fondò l’Indicatore Livornese con annunzi commerciali e bibliografici come il primo: infine, la polizia del granduca ne proibì la pubblicazione.

Mazzini tornò a Genova, sempre agli ordini della Carboneria. Gli fu comandato di andare ad iniziare un giovane Carbonaro francese. Si chiusero in una stanza Mazzini, snudata la spada, badava alle solite cerimonie. Ad un tratto si aprì un uscio, una testa comparve, si ritirò. – Chi è ? domandò Mazzini. – È un nostro confratello. – Mazzini se ne andò trionfante per aver visto la testa di un confratello, e per aver guadagnato un altro proselito. L’iniziato era una spia, il confratello un carabiniere travestito.
Il giovane fu messo nella prigione di Savona dove fu lasciato tutto solo, fra cielo e mare, a meditare per qualche tempo.

Non mi tratterrò più su questi minuti particolari. Aggiungerò solo che i giudici lo assolvettero perché c’era una testimonianza sola, quella del falso Carbonaro, essendo fuggito l’altro od indotto a non parlare. Ma egli era giovane d’ingegno, quindi pericoloso, ed il governo lo mandò via.
Nella solitudine del carcere aveva pensato: – Cos’è questa Carboneria? Tutti si dicono Carbonari e tutti ridono della Carboneria. Che società può essere quella ch’è derisa dagli stessi suoi membri? E che società é quella in cui un povero socio deve talvolta rassegnarsi a trovare vicino a sé una spia od un carabiniere? – La sua immaginazione cominciò a lavorare, e da quel lavorio uscirono le prime idee che lo condussero più tardi a fondare la Giovane Italia.

Quando andò in esilio, già si parlava molto in Italia dei libri di Guizot, di Cousin, di Villemain, di Thiers, di Lamennais e di altri scrittori francesi. Le poesie di Berchet circolavano segretamente ed accendevano gli animi; qualche cosa del Rossetti veniva da Londra; gli uomini del ’21 da terre straniere mandavano le loro ire ed i loro affetti alla patria. In Francia era succeduta la rivoluzione, prossima a scoppiare in Italia. – Dovete comprendere quale via prese Mazzini. Andò diritto a Parigi. Giovanetto, aveva ammirato tanto il Guizot, il Cousin e gli altri; ora immaginava trovarli quali li aveva veduti ne’ libri. Giunto colà, cominciò a provare altri disinganni. Quegli uomini avevano messo a servizio del trono, di Luigi Filippo, la loro eloquenza che infiammava la gioventù. Egli va a trovare Sismondi e questi gli si mostra risolutamente federalista, si volge ai liberali del ’21 e trova ghiaccio, va a Lione dove c’è più movimento, s’imbranca tra giovani che volevano penetrare in Piemonte e proclamarvi la rivoluzione. La polizia li manda via.

A Marsiglia riceve notizie del movimento del ’31, quello in cui si mischiò Luigi Bonaparte. Va in Corsica, raccoglie gente per correre in soccorso de’ liberali; ma, prima di salpare, sa che il movimento è fallito, vergognosamente fallito, senza un colpo di fucile. Sempre più sconfortato, tutte quelle idee che fermentavano nel suo spirito pigliano corpo : vuol romperla con la Carboneria e fondare una nuova associazione. Poiché questo é il titolo più serio fra i meriti di Mazzini, e la Giovane Italia (o Giovine) ha avuto grande influenza nel nostro paese ed anche in altre parti di Europa….


Il frontespizio del primo fascicolo della rivista mazziniana,
pubblicata a Marsiglia il 18 marzo 1832

… fermiamoci un po’ e domandiamoci: che cos’era? Quali princìpi la sorreggevano? In che differiva dalla Carboneria?

Mazzini ha avuto abitudine di scrivere sulle varie fasi della sua vita. Una sua pubblicazione intitolata
Cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia, contiene le sue idee di allora: eccole in breve:

Il ’21 ed il ’31 sono due rivoluzioni non solo fallite, ma vergognosamente fallite. La Grecia insorse e meritò il soccorso dell’Europa, la Polonia insorse con tale eroismo che, cadendo, meritò le simpatie dell’Europa liberale. Nel ’21 e nel ’31 l’Italia cadde in modo da non meritare le simpatie di alcuno e da meritare il disprezzo di molti. Come ciò? Dunque in Italia c’è tanta codardia? Perché tante migliaia di uomini, che volevano divorare cielo e terra, dileguarono al primo apparire degli austriaci? In Piemonte non c’é tanto coraggio da affrontare una volta sola i nemici?
E Mazzini esamina così il problema: queste insurrezioni sono state promosse dai liberali del ’21, – da quelli che per lui già erano la vecchia generazione. E chi erano costoro? Scendevano in linea retta dalla rivoluzione francese, erano atei, materialisti, utilitari, machiavellisti, della scuola di Bentham; passati per tutti i regimi, a volta a volta repubblicani, imperialisti, murattisti, borbonici, avvezzi a transigere, a far compromessi, a navigare secondo il vento, a mutare secondo le occasioni. In quegli uomini, dunque, l’entusiasmo di fede e l’amore di patria, se non spento, era raffreddato. Come potevano essi poi destare entusiasmo e fede in chi non ne aveva? Che forza potevano aver sulle nuove generazioni essi, con la fibra fiacca, col carattere distrutto ?

Mazzini attribuiva i disastri alla direzione di quegli uomini, e si metteva addirittura in rotta con tutti i vecchi liberali, dentro e fuori Italia.
Su qual fondamento volevano essi appoggiare la rivoluzione? In nome di che avevano fatto il ’21 ed il ’31 ? Si servivano di due ipotesi. Innanzi tutto, gli stranieri non sarebbero intervenuti nelle cose nostre, o, intervenendo l’Austria, la Francia ci avrebbe sostenuti. E poi si credeva che i prìncipi, molti dei quali erano anche Carbonari, avrebbero assecondato il movimento liberale. – L’Austria intanto intervenne e i francesi rimasero a casa, e più tardi si mossero ma per soffocare i moti di Spagna. Francesco Borbone spergiurò, il principe di Carignano tradì.

Dunque, essi davano alla rivoluzione una base che doveva crollare; insorsero rinnegando la loro bandiera rispettiva, non in nome d’Italia, ma gli uni per Napoli, gli altri per Roma, altri per Bologna o per Modena, accecati sì che quando gli austriaci invadevano il Modenese, i napoletani se ne stavano inerti per non violare il principio di non intervento. – In conclusione, la fiacchezza e lo scetticismo dei capi della rivoluzione, la falsa base dell’aiuto straniero e del favore dei prìncipi, le mezze idee su cui si reggeva il sistema, – tutto ciò non poteva muovere la gioventù e il popolo che rimase estraneo alla lotta. Quegli uomini vollero servirsi di arti diplomatiche, e la diplomazia li affogò.

Ebbene, quale sarà il principio della nuova associazione? La Carboneria era per Mazzini la scuola dottrinaria, la quale si era formato tutto un sistema di aiuti di principi e soccorsi stranieri e mezzi diplomatici. Non si trattava di sostituire un’associazione ad un’altra, bensì di formare un sistema nuovo sulla base della nuova associazione. E Mazzini, disperando de’ vecchi, si volgeva ai giovani, e proclamava la Giovane Italia, intendendo riuscire ad un’Italia rifatta a nuovo e rifatta dalla nuova generazione.
Dirimpetto erano atei, materialisti, utilitari. La formula antica era: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Egli accetta la formula, ma dice: – la Libertà non è un fine, ma mezzo a sviluppare le nostre forze. L’Eguaglianza anch’essa è mezzo, e si vuole diventare tutti eguali, perché ciascuno possa concorrere ad uno scopo comune. E se quelli sono i mezzi, quale sarà il fine per cui debbono servire ? Non è l’individuo, proclamato libero ed eguale agli altri, sì che possa pensare a sé, al suo benessere particolare: in tal caso ci saranno milioni d’individui, ciascuno separato dagli altri, ciascuno intento ai suoi diritti, e non ci sarà la società. Il fine, per cui l’ individuo.dev’ essere dotato di Libertà e d’Eguaglianza, bisogna cercarlo in qualcosa di superiore, nell’Umanità; egli deve essere mezzo a realizzare la legge dell’umanità, il progresso, a cui l’umanità ha diritto secondo le forze concessele dall’Essere supremo.

Così la nuova formula è : Libertà, Uguaglianza, Umanità. Al disopra della vita di ciascuno è una vita universale, fondata sulla legge del progresso, – il germe del progresso è nelle forze date all’uomo, ma regolate da una legge, da un ordine provvidenziale, che è in idea quello che l’umanità è destinata ad attuare come fatto. Quindi la restituzione del sentimento religioso e la formula Dio e Popolo.

” Dio – Umanità – Patria – Dovere – Amore
Costanza: complemento d’ogni umana virtù.
L’unità d’Italia mezzo dell’Unità Europea
Questi sono gli estremi termini della mia fede

                                                                               
 

Giuseppe Mazzini – Luglio 1850

Ma, oltre l’individuo e l’umanità, ci sono gruppi d’individui, nazioni, le quali anch’esse hanno una missione rispetto all’umanità. Ogni nazione ha le sue tradizioni ed il suo avvenire, ma ognuna deve apportare la sua pietra all’ edificio comune. Da ciò sorge un altro elemento del nuovo sistema, – unità ed indipendenza nazionale.
Per riassumere quello che poi fu detto il Credo di Mazzini, vi ripeterò alcune belle sue parole: – “La vita in Oriente era contemplazione, nel cristianesimo era espiazione, nella rivoluzione francese era benessere individuale; e la vita, in questo sistema fondato sul progresso dell’umanità, è una missione, un esercizio di doveri: si nasce per concorrere al progresso generale nella misura delle proprie forze, e chi manca a quei doveri, è traditore dell’umanità”.

IL VALORE APOSTOLICO-EDUCATIVO DELLA GIOVANE ITALIA

La Carboneria era un sistema politico; la Giovane Italia innanzi tutto è sistema religioso e morale. Mazzini dice: bisogna prima educare la società e poi passare alla politica. Comprendete subito l’obbiezione che si può muovere a questo principio: se volete prima educare, quanti secoli aspetterete per giungere alla libertà, poiché l’educazione non si improvvisa?
Ebbene, anche qui c’é un’idea originale, che forma quasi il carattere più spiccato di questa scuola. L’educazione, secondo Mazzini, non si fa con la propaganda, coi libri, coi giornali, con le scuole, tutti mezzi inefficaci; si fa con l’azione. Educare l’uomo significa imprimere nella sua coscienza il dovere di concorrere al progresso comune, quindi educazione è operosità, è progresso.
Tutto il periodo che si dice mazziniano è periodo educativo. Quale educazione migliore dello spingere un giovane a dare la sua vita per la patria e per l’umanità? Quale propaganda più efficace d’un’insurrezione coronata dal martirio? Non basta dire ai giovani: bisogna convincerli che debbono operare come credenti nella loro missione. (Mussolini più tardi si rifà a queste idee mazziniane. Ndr.)
Perciò Mazzini insiste tanto sul sentimento religioso, perché fa uso di molte frasi bibliche. Sostiene che innanzi tutto ci vuole la religione del martirio: le nazioni si fondano col sangue e col martirio come le religioni; e quando sangue e martirio avranno resa una la nazione, le avranno dato energia di volere, allora bisognerà formarsi in comitato di azione, perché allora sarà sicura la vittoria.
Su quali princìpi dev’essere fondata l’insurrezione?
-Mazzini risponde: Non sull’intervento straniero, perché un popolo è indegno di libertà quando questa gli viene dal soccorso altrui, e lo straniero trasforma subito il beneficio in patronato ed in supremazia. Perché esso diventi libero, bisogna che l’iniziativa sia sua, che abbia fede in se stesso, ed, anche a costo di ritardare, sdegni la iniziativa straniera per la propria libertà. – Così intendeva egli l’iniziativa italiana.
Ma, in questa, si deve tener conto dei prìncipi e della diplomazia, o si deve strettamente osservare la massima:
tutto per il popolo e con il popolo? Mazzini non è assolutamente contrario al concorso di forze superiori interne, dei prìncipi, dei nobili, delle altre classi.

Ma a che vale discutere di un’ipotesi impossibile ? Chi può fidarsi dei prìncipi in Italia dopo Francesco Borbone, dopo il principe di Carignano, dopo l’assassinio di Ciro Menotti, commesso dal Duca d’Este? Tutto è possibile, ma a questa ipotesi finora mancano elementi ragionevoli; perciò bisogna concludere che l’insurrezione deve farsi, senza contare sui prìncipi. – Si noti però che, come ho detto, Mazzini non escludeva in modo assoluto l’intervento dei prìncipi italiani, e ciò mostrano la lettera che, appena esiliato, scrisse a Carlo Alberto e quella che, più tardi, mandò a Pio IX, e l’altra a Vittorio Emanuele. Quando gli avvenimenti gli mostrano possibile l’alleanza di principi e popoli, voi lo vedete entrare in questa via. Però, quando egli pensava a fondare la Giovane Italia, ogni uomo di senno avrebbe detto: è d’uopo tentare l’insurrezione come se l’aiuto dei prìncipi fosse impossibile. – Lasciamo le mezze idee, le questioni di opportunità e di convenienza, – egli sosteneva; – ogni rivoluzione deve farsi in nome d’Italia, per l’unità d’Italia, proclamando nettamente la repubblica, escludendo qualunque intervento di forze estranee al popolo. Tutto questo che oggi forma il verbo mazziniano, non rimase circoscritto nella testa d’un uomo febbrile o di un pensatore : egli era un pensatore che sentiva e faceva, e su questo programma fondò la nuova associazione, la quale subito si diffuse ed ebbe molti sotto-comitati; ed il Campanella a Genova, Farini in Romagna, La Farina in Sicilia, in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio in Napoli – quantunque per una via tutta sua – i più eminenti uomini liberali che contava l’Italia, tutti ebbero parte nel movimento.

LA FORTUNA POLITICA DEL MAZZINI

Il frutto della propaganda mazziniana c’é stato, e bello. Alle rivoluzioni vergognose del ’21 e del ’31 successero belle pagine nella storia italiana, il ’48, l’insurrezione calabrese, Palermo che intima la rivoluzione a giorno fisso e la fa, le difese di Roma, quella di Venezia con Manin, le resistenze di Bologna e di Brescia e le ultime avvisaglie di Garibaldi; tutti presagi delle lotte più gloriose di dieci anni dopo. L’Italia più non cadde se non combattendo, spargendo largamente il suo sangue, meritando le simpatie dell’Europa, dando tal segno delle sue forze popolari da indurre, più tardi, principi ed imperatori a tenerle a calcolo e servirsene per costituire l’unità nazionale.

Ogni uomo ha in vita un periodo ascendente ed un periodo di decadenza: fin qui la stella di Mazzini ha seguìto il cammino ascendente. Fino al ’48 egli ha la parte del profeta, fervente, pieno d’entusiasmo, di fede, che infiamma tutti, produce miracoli, spinge al martirio, ma da quel tempo comincia la sua discesa – una rapida discesa. Parecchi fatti vennero a togliergli molto della sua forza. Fu constatato che non valgono miracoli di popoli contro eserciti bene ordinati e disciplinati: nonostante le eroiche difese, tutti caddero, martiri non vincitori. Un re, il traditore del ’21, scendeva spontaneo in mezzo alla lotta e, vinto, vi lasciava la sua corona, e pochi mesi dopo la vita; accanto al martirio popolare si poneva il martirio reale. Salito al trono Vittorio Emanuele, egli solo serbò la fede alla costituzione. Infine, a dileguare le ultime speranze repubblicane di Mazzini, ecco Luigi Napoleone, diventato imperatore, ed il suo intervento a favore dell’unità italiana.

I fatti sono più forti delle dottrine. Le dottrine mazziniane guadagnarono quanti in Italia amavano la libertà, ma, poichè si fu persuasi che solo con un esercito bene ordinato e con l’intervento di uno Stato forte si poteva fare la nazione, avvenne ciò che Mazzini a torto chiamò diserzione, e si cercò di consolidare la libertà già ottenuta e preparare la libertà del resto d’Italia e l’unità.

Mazzini fu abbandonato da Montanelli, da Farini, da Poerio, da Arconati, infine da Emilio Visconti-Venosta, e tutti si affrettarono ad raggrupparsi intorno al trono piemontese, in cui vedevano il mezzo più agevole per fare l’unità e la libertà della patria. Si comprende la sua amarezza quando scrive ad uno dei suoi più cari, uno ch’egli amava come figlio, nel quale aveva riposto le sue maggiori speranze per la causa italiana, un giovane che ora é ministro degli affari esteri del regno d’Italia. Quella lettera bisogna leggerla per comprendere il suo dolore. – Ma, quando le diserzioni sono su scala così larga, non può farsene colpa a questo od a quello, e gli uomini sono naturalmente spinti a mettersi là donde possono più presto giungere al loro scopo.
Egli perdette gran parte della sua influenza. Quando tentò la rivoluzione a Milano, chi lo seguì? Bravi popolani lasciarono la testa sul patibolo, la borghesia non si mosse, e l’emigrazione lombarda in Piemonte biasimò il tentativo. Quando infine il principe che oggi é re d’Italia fece appello a tutte le forze vive del paese e volle giovarsi della democrazia, Mazzini rimase nell’ombra, ed il suo nome fu offuscato da un altro più popolare e più glorioso, dal nome di Giuseppe Garibaldi.

Questa decadenza dal ’48 in poi è almeno compensata da un’influenza maggiore in Europa? Per chi guarda la corteccia, sì. Mazzini, che voleva l’iniziativa italiana e lavorava solo per l’Italia, allorché si vide di fronte l’impero francese ed il re di Piemonte prossimi a liberare il nostro paese, cercò di allargare il campo in cui si operava. E poiché fondamento della sua dottrina era l’associazione, se vi era una Giovane Italia, perchè non poteva esservi una Giovane Polonia, una Giovane Germania, in mezzo a popoli che si dibattevano allora per conquistare la loro nazionalità?

Dopo il 2 dicembre, abbattuta la repubblica da Luigi Napoleone, a Berna si riunirono in una stanza tredici emigrati tedeschi, polacchi ed italiani, e firmarono i patti dell’alleanza dei popoli; più tardi vi si aggiunse la Giovane Francia, ed altre nazioni furono ribattezzate giovani, e ci fu anche la Giovane Turchia, ed infine una federazione europea, l’alleanza de’ popoli opposta all’alleanza dei re. Il fine era la rivoluzione europea per gettare giù tutti i troni e formare un’Europa di nazioni libere federali, in pace perpetua. – Ultima conseguenza di quelle idee é il Congresso degli Stati uniti d’Europa ed il Congresso della Pace, utopia innocente di cui si sono uditi gli echi nel nostro Parlamento.
Parte principale in quel movimento ebbero Mazzini e Kossuth : si costituì un comitato centrale europeo con sotto-comitati nazionali. Il primo dava ordini, gli altri facevano osservazioni. Mazzini era membro del comitato centrale europeo e del comitato nazionale, ed in quest’ultimo erano Aurelio Saffi, Montanelli, Maurizio Quadrio, Saliceti che poi lo abbandonò, Sirtori che si dimise quando il comitato voleva assolutamente imporre l’insurrezione.

Tredici emigrati formarono l’associazione: piacere innocente; quello che importava era che essa avesse efficacia in Europa, in mezzo a quelle condizioni. Di qui altri disinganni ed altra discesa per Mazzini. Ciò che nel suo programma era immediato ed effettuabile, la ricostituzione delle nazionalità, fu un’arma toltagli di mano: allo scopo si giunse per altre vie, senza di lui e contro di lui. Così Kossuth rimane in esilio dimenticato, ed il grande pensiero per cui agitò l’Ungheria é stato realizzato da Deak suo avversario e dall’imperatore. La nazione tedesca, che doveva essere fondata dai vecchi liberali di Francoforte, fu fatta dal re di Prussia, dal genio di Bismarck, e quei vecchi liberali stanno ora intorno al trono per rafforzare la patria tedesca; e la sperata giovine repubblica germanica é l’impero germanico, mezzo all’unità nazionale ed al progresso.

E l’Italia? Fu costituita da quei due uomini che Mazzini non voleva, da Napoleone, cui aveva giurato odio dopo che abbandonò nel ’31 la causa italiana, e dal genio di Cavour. – La Polonia, fondate le altre grandi nazionalità, non porgeva speranza di azione efficace. Quindi il programma rimaneva senza base. Il moto era nazionale, e raggiunse lo scopo, tranne in alcune parti, come presso gli Czechi; ma l’associazione perdeva la ragion di essere.

Nuovi disinganni sopravvennero. Stabilite le unità nazionali, la democrazia riprese il suo corso, le dottrine mazziniane diventarono astratte: l’istinto proprio delle democrazie fece sentire che oramai fine di esse era la rivendicazione e la rigenerazione delle classi inferiori: comparve il socialismo, l’Internazionale, la Commune, e Mazzini si trovò tagliato fuori di questo lavorio. Passò gli ultimi anni solo, da alcuni considerato come impedimento, da altri come un nuovo papa, il papa dell’idea; e come ultimo pomo di discordia lasciò la sua rivalità con Garibaldi e la democrazia europea caduta nell’anarchia.

C’è una pagina di Mazzini che fa molto riflettere. L’uomo sente quando la sua stella gli é favorevole, e sente quando decade. Egli sentiva la base mancargli sotto i piedi, sentiva scemare la sua influenza. In quella mesta pagina egli dice: – “Quando vedevo i miei fini raccolti e conseguiti da altri senza e contro me, cosa potevo fare? Entrare nel movimento come gli altri? Ma avevo giurato serbare le mie convinzioni fino alla morte, e volevo mantenere la promessa”. – Tacere sarebbe stato più degno per lui; ma quando un uomo si é trovato in mezzo a movimenti che abbracciano tutta un’epoca, é impossibile che trovi in sé tanta serenità da tacere quando la sua parola non vale più. Perciò gli ultimi scritti suoi sono pieni di amarezza, di accuse, di recriminazioni, di polemiche, rattristato dal vedere il mondo camminare non male senza di lui che aveva creduto guidarlo con i suoi sistemi. Vedete qui cosa sia molte volte un uomo sottoposto fatalmente alla sua natura. – “Ero nato per essere letterato, dic’egli, e sarei diventato l’educatore della nuova generazione. – La sua azione politica era finita il ’48; allora era tempo di volgersi a fare qualche cosa che raccomandasse la sua memoria nella storia della scienza e della letteratura.

Ricordate quello che Cinea diceva a Pirro : “Conquistata Roma, che faremo noi? – Conquisteremo la Sicilia, rispondeva Pirro. – E dopo ? – Altri paesi. – E dopo? – Andremo innanzi. – Ed all’ultimo? – Godremo, trionferemo delle nostre vittorie”.
E Cinea ripigliava: –
chi impedisce di far questo da oggi, perché forse il fato c’impedirà di farlo più tardi?Trahit sua quemque voluptas : il fato di Pirro fu di morire ignobilmente sotto i colpi di una femmina, ed ìl suo ultimo che faremo noi? non venne. Così fu di Mazzini: immerso nelle cospirazioni, travagliato da passioni, non giunse per lui il tempo del raccoglimento e della vocazione letteraria. E morì, – guardate un po’ la sorte degli uomini, – morì accusato da molti come il peggiore dei liberali, vituperato da tutti quelli che credevano stargli innanzi. L’uomo é punito dove pecca: – egli aveva detto a’ liberali: voi volete fare il progresso a modo vostro, e non avete questo potere. L’argomento fu rivolto contro di lui, e lo dissero nuovo papa, pontefice dell’idea, lo accusarono di voler arrestare il progresso, di volere far rimanere immobile l’umanità nel cerchio delle sue idee.

Nonostante gli ultimi giorni tristi ma molto operosi, egli morì con doppio privilegio, cosa a pochi conceduta. Morì – ciò ch’é raro in Italia, – lasciando una scuola fervente, la quale crede empietà il solo discutere le sue dottrine. E morì costringendo i suoi avversari più implacabili all’ipocrisia, e riunendo tutti gl’italiani dietro al suo feretro, come Manzoni: i due, infatti, si sono tirati appresso, più che altri, il pensiero italiano.
In una cosa tutti saremo d’accordo, come furono d’accordo tutti gl’italiani quando egli morì. In Mazzini c’é il martire della patria, il grande patriota, credente, sincero, il quale, per quanto ha potuto, ha adempiuto alla sua missione, consacrando tutta la sua vita al progresso dell’umanità e sopra tutto del suo paese. Tutti
lo saluteremo come si é salutato Savonarola, come si sono salutati i martiri dell’Italia.

LO SPIRITO RELIGIOSO DEL MAZZINI

Vi ho schizzato la vita di Giuseppe Mazzini, e già conoscete i diversi aspetti sotto i quali dobbiamo esaminarlo per averne un’idea adeguata.
In lui é l’uomo religioso, che sente non potersi ottenere la rigenerazione nazionale se non é fondata sulla rigenerazione religiosa; – c’é il filosofo, che ha un sistema intorno alle sorti ed al fine dell’umanità; – c’è l’uomo politico, che studia di tradurre in atto le sue idee; – c’è lo scrittore, che nelle sue ore di raccoglimento si dà conto delle proprie opinioni, le studia e le svolge; – c’é l’oratore, il quale accusa e si difende, e consiglia ed incoraggia.
Dell’uomo religioso, del filosofo e del politico vi parlerò solo per farvi comprendere l’oratore e lo scrittore, perché scopo delle nostre lezioni non é la politica.
In lui é visibile una seria impronta religiosa. Questa non é sua singolarità, é lo spirito del secolo XIX, il quale, come ho detto altra volta, esce da una reazione morale ed intellettuale contro il secolo passato. Il secolo XVIII era ateo, materialista, razionalista; il XIX comincia credente e spiritualista fino al misticismo, e pronunzia il nome di Dio con tanta affettazione, con quanta si pronunziava nel secolo scorso il nome della Ragione.

I nostri principali scrittori in questo secolo sono improntati di spirito religioso, come nel secolo passato erano improntati di spirito razionalista. Allora avemmo Filangieri, Beccaria, Gioia, Romagnosi, sensisti e razionalisti come tutti gli altri. Nel secolo XIX abbiamo Manzoni, Rosmini, Gioberti, Mazzini, Berchet, Rossetti, tutti, se così si potesse dire, pieni di spirito deista.
Nonostante tutto questo movimento filosofico e mistico, nonostante scrittori così eminenti, com’é l’Italia di oggi? È quale la lasciò il secolo XVIII. É, come dice Mazzini, un’Italia che oscilla fra il paganesimo e l’ipocrisia, – paganesimo nelle classi inferiori, ipocrisia nelle classi intelligenti ed elevate. Gli sforzi dei nostri pensatori rimasero infruttuosi, in questo campo avemmo un insuccesso.
Ho nominato Manzoni, Rosmini, Gioberti e Mazzini lascio stare i due poeti, Berchet e Rossetti.

Cos’é MANZONI, e perché i suoi sforzi, i suoi libri sono inefficaci a mutare lo spirito nazionale? Manzoni è artista, ed ha trattato la religione da poeta: vagheggia un ideale, e l’ideale di Manzoni è una religione non corrotta com’é ora, ma ricondotta alla purità evangelica, alla semplicità antica. Le sue intenzioni non vanno di là dai quadri ch’egli tratteggia, non giungono sino all’azione. Anche nell’artista si poteva desiderare qualche cosa di più, un po’ di ombra e di chiaroscuro, una certa antitesi che desse rilievo alle sue creazioni, opponendo ai quadri di carità evangelica altri che avessero ritratto la corruzione presente. Appunto queste ombre e questi chiaroscuri rendono così potente la parola di Dante. Quelli di Manzoni sono quadri idillici. Come gli uomini talvolta torcono lo sguardo dalla corruttela delle città e se ne vanno in mezzo alla pace dei campi, tra Filli e Cloe, così Manzoni torce lo sguardo da ciò che lo circonda e si consola creando quadri e figure di purità evangelica: notevoli specialmente Federico Borromeo e padre Cristoforo. Ora l’idillio é un godimento estetico, non una azione efficace; come sentiamo piacere degli idilli di Tasso e Guarini e li applaudiamo, così possiamo ammirare questi ritratti senza che abbiano alcuna efficacia sul nostro modo di operare, alcuna influenza su’ sentimenti della nazione.

Guardiamo ROSMINI. Per lui la base religiosa é più seria: vuole la riforma ragionevole e temperata della religione; vuole emendar questa senza scuoterne le basi, rendendo democratica la Chiesa, come si dice, facendo sì che la gerarchia alta riceva la consacrazione delle elezioni popolari. Proprio queste elezioni popolari, che i democratici credono strumento per rovesciare la gerarchia, sono, per Rosmini, strumento a rinsanguarla, a renderla popolare; egli crede che, purificandola nei costumi, ed accostandola al popolo, essa riceverebbe nuova forza, nuova consacrazione. – Qui, da una parte, doveva essere combattuto dai democratici par l’intenzione di rafforzare la gerarchia contro cui erano rivolti tutti i loro sforzi, a dall’altra parte doveva disgustare i cattolici, i quali credono che di là nasca non la forza del loro organismo ma la distruzione. E Rosmini, navigando così fra venti contrari, vide affondare la sua barca.

GIOBERTI – Mentre Rosmini vuole consacrare l’autorità ecclesiastica mercè il popolo, Gioberti, soprattutto, vuole il riscatto dalla plebi e la libertà, e spera, che un giorno o l’altro questa si potrà conciliare col papato, anche con i gesuiti – almeno, ci fu un momento in cui credette anche ciò possibile. Gioberti vuol fare delle cosa dalla religione quel che si é fatto in politica: come i principi si sono riconciliati con i popoli mercè la costituzioni che assicurano il progresso a la libertà, così egli spera cha i papi faranno concessioni, e vuole, secondo la sua frase, rimodernare il papato.
Par un momento le idee di Gioberti parvero prossima all’attuazione, a ciò fu agli inizi dal governo di Pio IX. Ma, alla fine, il papato indietreggiò, a venne la famosa enciclica che tutti sapete a dimostrare cha la chiesa potrebbe anche far concessioni temporali, ma per lo spirituale è fedele alla formula
sint ut sunt aut non sint.

MAZZINI – Viene finalmente Mazzini, ch’è il più radicale di questi scrittori religiosi, e rappresenta le opinioni democratiche, coma Manzoni rappresenta la parte artistica e poetica d’un cristianesimo rinnovato, e Rosmíni eGioberti quasi la parte costituzionale, cioé la teorie di quelli che hanno conciliato gli interessi politici, applicata alle cose religiose.

IL DIO DI MAZZINI

L’idea democratica dal Mazzini é Dio e l’Umanità:. Una volta fra Dio, gli uomini ei popoli vi erano organismi intermedi, papa, imperatore, preti. Ebbene, – sostiene Mazzini, – se vogliamo reintegrare il sentimento di Dio nella coscienza, prima condizione è che la coscienza sia libera ed ognuno si foggi il suo Dio secondo il suo stato di educazione e d’istruzione.
Ma, per reintegrare il sentimento di Dio, bisogna prima averne un’idea chiara. Cos’é, dunque, questo Dio di Mazzini?
Ho letto con molta attenzione articoli a manifesti in cui egli espone la sue idee. Ebbene, in conclusione, é quello un Dio oscillante fra due concetti – un Dio personale ad un Dio impersonale.
Quando Mazzini parla al popolo, il suo é il Dio come tutti lo concepiscono, essere supremo da cui derivano le leggi dell’umanità; ma quando, attraverso i suoi veli, vuol filosofare e svelare le sue idee più intima, per lui Dio sarebbe la forza misteriosa del pensiero universale, quasi l’ordine e l’armonia universale, l’ideale.
Ciò si vede chiaro da una lettera scritta in francese al Sismondi, la quale é importante perché, dovendo parlare ad un uomo autorevole come lo scrittore dalla
Storia delle repubbliche italiane, Mazzini si esprime più da pensatore che da agitatore.

Tutte le rivoluzioni fatte finora, – egli dice, – sono stata schiacciata in nomr di Dio, a la grande resistenza che le idee liberali incontrano nelle moltitudini é dovuta alla credenza cha i propugnatori di esse siano nemici di Dio. Facciamo che questo Dio dei tiranni diventi Dio liberale e progressista; serviamoci della stesse formula, degli stessi nomi a cui le moltitudini sono abituate, a le avremo con noi.

Dunque, questo del Mazzini é un Dio politico, a ciò costituisce un vizio intrinseco del suo sistema. Quando non avete fede e sentimento, a che servirvi di questi nomi per fini politici? Parlate pure di politica, non di religione, che non esiste dove non é fede né sentimento.
Due concetti religiosi ha Mazzini. Il primo é: sopprimere gli organismi intermedi fra l’uomo a Dio. Questo é concetto protestante. Mazzini aborre dal protestantesimo, dichiara di non aver niente a far con esso, ma la verità é che la Riforma si fonda su quel concetto.

Tutti sanno che per la
Riforma l’uomo é sacerdote a se stesso, legge la Bibbia e la interpreta secondo la sua coscienza e la sua intelligenza: la lettura della Bibbia é fondamento di tutte le scuole elementari nei paesi protestanti.
Ma tutto questo va a finire all’anarchia, e quel famoso individualismo da cui uscì la rivoluzione francese e che Mazzini combatte ad oltranza.
Se ogni uomo può foggiare a suo modo la sua religione, non avremo mai quella religione che deve essere base del risorgimento nazionale. Dunque, Mazzini crede che bisogna riedificare un’autorità religiosa che impedisca la confusione e tenga uniti insieme i credenti. Dove porre quest’autorità? Secondo alcuni, essa é nel papa; secondo altri, é nello Stato o nel capo dello Stato, poiché la regina Vittoria fa anche la pontefice. Mazzini dice:
se voi fate tante chiese nazionali, poiché ogni nazione ha il suo capo, avrete altrettante religioni. Bisogna trovare un’autorità religiosa che raccolga intorno a sé tutte le nazioni cristiane.

Quest’autorità egli la pone nel Concilio, adunanza di tutti i credenti per mezzo dei loro mandatari, che negli ordini religiosi deve avere l’ufficio stesso della Costituente da lui voluta negli ordini politici. Ed egli ha ferma fede che questa riforma partirà da Roma, e crede che « il giorno in cui la Città eterna sarà redenta e capitale di venticinque milioni d’italiani, dovrà diventare la Roma d’un Concilio che fonderà l’unità religiosa in Europa e porrà fine a tutti gli scismi ». – Questa opinione l’ha espressa con calore in vari scritti.

L’idea del Concilio non é una novità; é, anzi, tradizione italiana. Nel seno stesso della Chiesa s’é discusso sempre se fosse prima il papa o il Concilio, e se nel primo o nel secondo fosse riposta l’autorità suprema in materia di fede. Queste discussioni sono parse alla Chiesa romana tanto pericolose che ultimamente ha sentito bisogno di un convocare un Concilio, il quale decapitasse se stesso dichiarando il papa infallibile, facendo proprio il contrario di quelle teorie per cui il Concilio aveva l’autorità ecclesiastica suprema.

Dunque, entrambi i concetti religiosi di Mazzini non sono originali. Ma che monta? Non dico a demerito suo, ma a lode. Le riforme religiose non si fondano su opinioni improvvisate, han tanto più forza quanto più sono radicate nella tradizione. Mazzini vedeva bene qual’era il mezzo più efficace per attuare la sua forma religiosa, quando metteva a sostegno di questa due concetti tradizionali.
Eppure, perché tutto ciò é stato inefficace? Perché la stessa scuola di Mazzini, quando tratta di religione, si agita nel vago e nell’indefinito? Perché in tutto questo sistema é una grande lacuna, con la quale é impossibile fondare niente di solido in fatto di religione.
Le religioni nuove, le riforme religiose non si fondano su concetti negativi ma su organismi concreti. Sopprimere il papa ed alla sua sostituire l’autorità del Concilio é facile a dire; ma quale sarà il concetto di questa nuova forma religiosa, poiché il Concilio é soltanto una parte del meccanismo? A spiegare ciò che intendo dire, valga un esempio:
Mazzini in politica vuole la Costituente, la quale deve assicurare la libertà, l’eguaglianza, la supremazia dell’ingegno, la giustizia distributiva e via di seguito: intorno alla Costituente si raggruppa tutto un complesso di idee. Ed il Concilio che deve fare? A che deve provvedere? Qui Mazzini si arresta e dice : questo é il segreto dell’avvenire.

Ora, se nel sistema che esaminiamo mancano le idee fondamentali d’una riforma religiosa, capite che si rimane nel campo vago delle aspirazioni: e volendo scrutare cosa sia questa riforma religiosa, troviamo solo che la religione attuale é materializzata e bisogna risollevarla, – le solite frasi generali. Ecco perché Mazzini e la sua scuola sono notevoli più per fervore di aspirazioni religiose che per chiarezza di idee concrete; e,
quando le idee chiare mancano, non c’é edificio qualunque o religione che possa sorgere.
A questo proposito, voglio presentarvi un’osservazione generale sullo stato dell’educazione nazionale in Italia, la quale vi dimostrerà l’insufficienza degli sforzi dei nostro pensatore.

L’Italia per lo sviluppo del pensiero religioso o filosofico é rimasta molto indietro agli altri paesi. Ha, certo, un complesso d’idee comune in cui crede, ma la gioventù italiana non ne ha studiato abbastanza lo sviluppo, non lo ha seguìto con rigore di scienza e rimane nell’indefinito. Ora, perché qualche cosa si possa fare rispetto alla rigenerazione religiosa, bisogna soprattutto gli studi importanti da cui escono i progressi religiosi della Germania, dell’Inghilterra, delle nazioni protestante.
Lo stato intellettuale di Mazzini corrisponde allo stato medio della gioventù italiana. Egli dice Dio e popolo, parla de Concili, della soppressione del papato, mette innanzi idee generale che trovano eco nel paese, ma non lasciano traccia seria perché mancano idee chiare e positive, manca sopra tutto l’elaborazione. In generale, allora, gl’Italiani erano troppo preoccupati di politica da potersi abbandonare a discussioni religiose: lo stesso Mazzini pensava all’Italia ed alla libertà, e la rigenerazione religiosa per lui era posteriore all’unità politica. Quando avemmo Roma, egli pubblicò un giornale, l‘Italia del popolo, titolo che già aveva avuto un altro giornale stampato a Zurigo. Bisogna leggere quegli articoli, per vedere come, essendo finito il suo programma politico, Mazzini si volgeva al programma religioso.

In sostanza, quelle i quali si servivano di parole religiose, lo facevano piuttosto come arma politica, per affrettare l’unità nazionale, che per la rigenerazione religiosa. E la conseguenza é triste: l’ltalia rimane ancora qual’era prima. Fatta l’unità politica, manca l’unità intellettuale e morale fondata su l’unità religiosa. E se vorremo seguitare a trattare la religione come arma politica, senza restaurare quel sentimento religioso che per me é il sentimento del sacrificio individuale, il dovere uscire da sé e mettersi in comunicazione con gli altri per il bene di tutti, avverrà che l’Italia rimarrà oscillante ancora tra il paganesimo e l’ipocrisia: le classi basse staranno immerse nella superstizione, che Mazzini chiama paganesimo, e le alte saranno profondamente immorali, perché niente é più immorale dell’ipocrisia, niente dissolve il carattere quanto il fare cose cui non risponde la propria coscienza. La cosa più comune oggi è udire dei mariti dire: io non ci credo, ma conduco mia moglie in chiesa, perché le donne hanno bisogno della chiesa: questa é ipocrisia.

Credete che Giuliano Apostata avesse fede nel paganesimo? Egli era filosofo ed uomo intelligente. E Roma ci credeva? Niente affatto. E l’uno e l’altra facevano mostra di crederci appunto perché pensavano che le moltitudini non si possono regolare altrimenti. Era ipocrisia, diventata sistema, di cui fu conseguenza la catastrofe non solo religiosa, ma politica e sociale, la compiuta corruzione della razza latina e la conquista dei barbari.

 

* MAZZINI FILOSOFO E POLITICO
* MAZZINI LETTERATO E CRITICO
* CARATTERISTICHE DELL’INGEGNO DI MAZZINI
* MAZZINI COME SCRITTORE

MAZZINI COME FILOSOFO E COME POLITICO

In Mazzini c’é il filosofo. Egli é certo pensatore, perché ha tutto un sistema intorno alle sorti dell’umanità: come Condorcet, come Vico ed Herder ed Hegel crede che la storia, al pari della natura, abbia le sue leggi e tenda al progresso. Basta questo a fare di lui un filosofo ? Tutto ciò che ha in mente é risultato di un lavoro anteriore, ma non é una filosofia. Prima la filosofia tendeva ad affermare l’ idea del progresso umano, oggi la filosofia o deve negare o trovare la legge del progresso, dev’essere scienza della storia, come ha detto un mio amico ed egregio scrittore, Nicola Marselli; altrimenti, si resta in un vago indefinito e metafisico. – Ora, studiando tutti gli scritti de Mazzini, non trovate niente di serio, niente che possa farvi dire che in lui é un serio pensatore, un filosofo vero.

Mazzini é uomo politico. Cos’é l’uomo politico? È quello il quale ha una conoscenza adeguata dello stato di fatto in cui si trova un paese, e, lasciando gl’ideali ai filosofi, sa trovare le idee concrete attuabili in quelle condizioni. Aveva egli un’idea esatta dello stato reale del paese?
Propose i mezze più convenienti, dato quello stato, a realizzare il suo programma di libertà ed unità nazionale? – Tutti risponderete: no. La sua ultima discussioni ad amarezze furono naturali, perché si fabbricò un’Italia ideale e, lavorando su quell’ideale, s’ingannò nella scelta dei mezzi : poi se la pigliò col popolo italiano, ma la stessa amarezza mostra l’inefficacia di lui come uomo politico.
Nondimeno, par poco tempo agli ebbe in mano il potere, e specialmente nelle sue relazioni con il governo francese, mostrò abilità che nessuno supponeva in lui regnum regnare docet. Ed in tutto il resto del tempo ha potuto essere centro d’una grande agitazione europea senza mezzi, senza potenza, senza grande agiatezza, con la sola forza della sua parola. Questa è veramente la parte grande di Mazzini. Non possiamo dirlo filosofo o pensatore o riformatore religioso; egli é stato il grande cospiratore ad agitatore europeo, e, come tale, ha esercitato grande influenza sulla gioventù, perché sentiva il bisogno di trovare ciò che fa vibrare le fibre dalla generazione di cui voleva servirsi, etrovò infatti ed espose in modo sintetico ed efficace certe idee che potevano produrre impressione ed operare sugli animi, come Dio e Popolo, Pensiero ed Azione, la vita è missione, etc.

Non era necessario filosofare su queste idee già accettata dagli uomini intelligenti, e, dette in modo efficace, esse dovevano far vibrare tutta le corde che sono nel cuore umano.
Soprattutto, vediamo, dunque, in Mazzini l’agitatore e inventore di formule felici ed efficaci. Fra queste ci sono due le quali formano per Mazzini il titolo di gloria più serio par la posterità a costituiscono la parte più meritoria e più originale del suo sistema.
La prima é – non vi è umanità senza patria; la seconda é: – pensare ed operare, la vita è dovere, il dovere è sacrificio.
Al tempo che comparve Mazzini, vi era una certa Carboneria universale di cui i fili arano nelle mani dei re l par combattere le idee di patria a di nazionalità si poneva in mezzo un’idea di falso cosmopolitismo, di libertà universale, che traeva origina dalla Rivoluzione francese. In Italia la principale ragione per cui l’idea di nazionalità é venuta così tardi, tanto che si é quasi formata ed attuata solo in questo secolo, sapete quale é stata? Sapete perché, mentre la Francia, l’Inghilterra, la Spagna si costituivano a nazioni, l’Italia rimase scissa in tanti Stati i quali si combattevano l’un l’altro, con sì poca coscienza dell’idea unitaria che, quando gli stranieri vennero ad invaderla, quando la dominavano spagnoli, tedeschi a francasi, quando aveva innanzi a sé tanta vergogne, i suoi poeti si gloriavano di quelle vergogne ? Era appunto per il falso cosmopolitismo. L’Italia, da Dante a Machiavelli, che primo determinò l’idea di patria, aveva avuto sempre davanti l’Impero romano antico restaurato. Dante voleva l’impero restaurato e ne metteva il centro in Alemagna, ed invocava un imperatore tedesco nel suo trattato
De Monarchia.

Questa osservazione molto sottile la dobbiamo al Sismondi cha la espone nella sua Storia delle repubbliche italiane. – Merito di Mazzini é che, quando era assediato da tanti democratici europei i quali gli parlavano di società europea, egli tenne fermo nell’idea che vera basa del cosmopolitismo e della futura federazione europea dev’essere la ricostituzione della unità nazionali, e predicò e sostenne tale idea anche contro i suoi amici.

La seconda formula ha grande importanza, specialmente rispetto allo spirito nazionale in Italia: Pensare ed operare! Ricordata che l’Italia era la terra classica dei letterati e dei filosofi astratti, gente accarezzata dai principi, intenta coma i giullari a farli ridere, convinta cha la letteratura e l’arte stiano nel foggiare belle invenzioni. Letterati, pittori, artisti di ogni sorta, filosofi, tutti avevano il pensiero diviso dall’azione. Anche nella scuola neo-romantica, capo il Manzoni, mancava l’azione. Secondo merito di Mazzini é aver messo l’azione a base del pensiero nazionale, é aver fatto di essa stessa mezzo alla redenzione nazionale.

La vita è dovere e sacrificio ! Gli italiani nella loro storia hanno tra secoli vergognosi di decadenza, secoli di degenerazione di fibra, di fiacchezza morale, in cui essi si abituarono a fare il contrario di ciò che dicevano, in cui diventò sistema il corteggiare, il ricorrere a vie oblique, – il che ci ha procurato l’opinione di essere noi tutti Machiavellini: c’era una profonda mancanza di carattere. Mazzini sentì che, per rifare la nazione, bisognava rifare il carattere, e specialmente convincere gli animi che si deve operare sino al sacrificio di sé: da ciò l’altra sua formula notevolissima, l’insurrezione è educazione.

Dunque, avere rigettato il cosmopolitismo e voluto l’unità nazionale, avere messo alla base dell’edificio nazionale la restaurazione del carattere e il concetto che la vita deve servire non all’individuo ma all’umanità, anche a costo di sacrifici, – tutto ciò che pure ha prodotto i suoi frutti in Italia suscitando una gioventù senza esempio ne’ secoli passati, la quale ha combattuto tanto per la patria, tutto ciò é grande titolo di gloria.

MAZZINI LETTERATO E CRITICO

E’ notevole in Mazzini l’unità e la coerenza di tutti gli aspetti della vita: quindi lo troveremo in letteratura come lo abbiamo trovato in religione, in filosofia, in politica.
Quando egli venne su, Manzoni aveva compiuto la sua orbita con i
Promessi Sposi e la sua scuola si era stabilita e predominava in Italia. Cesare Cantù, Tommaso Grossi, Silvio Pellico, D’Azeglio, Tommaseo, erano nomi già conosciuti e riveriti. Mazzini si dette agli studi letterari con un bagaglio di cognizioni il quale, se assolutamente non può parere sufficiente, oltrepassava le cognizioni comuni delle classi intelligenti di allora. Aveva studiato i classici italiani, non era ignaro della letteratura tedesca e inglese, soprattutto della francese; e non solo conosceva le opinioni letterarie messe in voga dagli Schlegel, dal Cousin, dal Villemain e da altri, ma personalmente conosceva parecchi di quelli che andavano per la maggiore.

Non era cultura sufficiente. Ciò si può dire soltanto quando uno sceglie un ramo solo di cultura ed in esso
si profonda e lo guarda da tutti i lati in modo da acquistare speciale competenza per quelle cose. In lui la coltura é estesa, ma nessun ramo di essa ha fatto oggetto speciale dei suoi studi; in nessun ramo egli é calato sino a quelle profondità per cui si acquista seriamente il titolo di uomo colto. Nell’esilio, girando per l’Europa, acquistò molte cognizioni personali di poeti russi, polacchi, tedeschi, specialmente in mezzo all’emigrazione, la quale rappresentava allora ciò che di più colto era in Europa. Ma le agitazioni politiche non gli lasciarono il tempo di approfondire le sue conoscenze; e gli avvenne come a motti altri, di vivere più tardi a spese del bagaglio giovanile, che per lui non era certo poca cosa quindi, anche inoltrato negli anni, la sua coltura era su per giù la stessa.

Ferveva la lotta fra classici e romantici. Inutile dire che Mazzini e, con lui tutta la gioventù che in Genova ed in Livorno lo circondava, fin dal principio si chiarì per il romanticismo, il quale, per lui e per quei giovani, era quel medesimo che in politica la rivoluzione francese: era la libertà dell’arte rivendicata, come la rivoluzione era la libertà individuale rivendicata sulle rovine del passato; si rivendicava la libertà e la spontaneità del genio contro le imitazioni classiche e la letteratura arcadica, accademica, vuota, che dominava in Italia. Ma come in politica combatteva la rivoluzione francese perché si appoggiava sull’individualismo, da cui egli credeva non potesse uscire se non anarchia e materialismo, – anarchia perché alla libertà individuale mancava un centro ed un freno, materialismo perché tutto era benessere individuale – così in letteratura combatté anche l’individualismo. Quella non gli pareva letteratura nuova, ma espressione ultima di una già esaurita.

Le letterature, esaurendosi, hanno un gran genio che rappresenta non il nuovo ma l’antico, quasi sintesi delle evoluzioni già da esse compiute. Quindi, mentre Mazzini vede in Napoleone il grande individuo che pone fine all’ individualismo, considera Victor Hugo e Rossini come gli ultimi rappresentanti dell’arte fondata sull’individualismo. Conseguenza di quest’arte è il genio abbandonato a sé, l’anarchia, l’arte ridotta a puro materialismo, a puro fatto storico: infatti, erano in voga allora i romanzi storici senza qualche idea superiore che desse significato ai fatti: questa letteratura doveva finire nel puro plastico.
Secondo Mazzini, Victor Hugo é l’anarchia nell’arte, non la fine d’un’autorità capricciosa attinta in Aristotile, in Orazio, in Gravina ed altri. – E Rossini? In un lavoro sulla musica, Mazzini discusse la questione: Rossini non é creatore d’una musica nuova, é il restauratore dalla musica italiana, il principe dalla melodia cui sfuggono tutti i misteri dell’armonia, é il grande artista che a tutto dà precisione di contorni, che analizza una passione in tutte la sua piaghe fino agli ultimi limiti; ci si veda il finito, il plastico musicale, non l’armonia, quella potenza che vi stacca dalla terra e vi porta nel regno delle ombre, de’ chiaroscuri, dell’indefinito, del vago, dove é grande la musica tedesca.

Che cosa é, per Mazzini, Manzoni e la scuola manzoniana? Vorrei leggervi una pagina dove agli parla di Manzoni e farvi sentire con che rispetto filiale ed amore e riverenza ne parla, simile quasi ad amante che si volge al suo ideale. E parla della scuola manzoniana con grande rispetto; la sua ira é tutta contro i disertori di quella scuola, nella quale trova sincerità a convinzioni. Per lui, Manzoni é la bandiera della libertà nell’arte, rappresenta la lotta contro il classicismo, rappresenta il romanticismo italiano; pure, per dolcezza naturale e per il principio della rassegnazione religiosa, Manzoni sentiva una voce segreta che gli diceva: tu non sei nato alla lotta. Quindi si contentò di segnare le linee d’una nuova letteratura e non ebbe animo di andare innanzi a cavare le conseguenze di quelle premesse. Perciò Mazzini loda le tragedie par l’indirizzo generale e trova che in esse, essendo lirici i cori, manca il dramma: con Manzoni non nasce il dramma in Italia.

Naturalmente, per la scuola é più severo e, riconoscendo che la rassegnazione, la preghiera, la dolcezza sono qualità lodevoli di essa, la combatte come uomo politico e come scrittore, perché sfibrata, non fondata sul diritto che ogni uomo ha di farsi valere.
Infine, fa un’osservazione ch’é quasi il compendio di tutte le sue opinioni critiche intorno alla scuola manzoniana; – é curioso che, mentre essa vuole la religione come unità dei credenti, nel campo morale e letterario ha solo innanzi a sé l’individuo e l’educazione individuale come se così si potesse formare una nazione. – Insomma, anche qui il peccato é l’individualismo.

E quale letteratura nuova agli sogna? Ricordate qual’é la rivoluzione ch’egli sogna, poiché in lui trovate sempre vicini il filosofo, l’uomo religioso, il politico, il letterato. Per combattere l’individualismo in politica fa sforzi per rialzare il principio di autorità e, sprigionandolo dagl’individui, siano papi, siano imperatori, lo metta nel popolo, nell’umanità; in qualche cosa di universale, che è come espressione di Dio. Appunto questa stessa é la base della nuova letteratura, ricostituire il principio di autorità sprigionandolo da Orazio e da Aristotile, da Omero e da Virgilio, da classici e da romantici, e mettendolo in qualche cosa di collettivo e di superiore, nella verità universale la quale per lui é Dio, giacché Dio emana la verità : quello che in letteratura é ideale, per lui é verità. E crede che vi siano tre specie di verità : verità storica, i fatti, il reale, – verità morale, il vero fondato sui princìpi, – verità assoluta, la fonte da cui sgorgano i princìpi. La realtà é, come dice Dante, ombrifero prefazio del vero, ed il vero é Dio: in altri termini, il reale é la traduzione del vero, ad il vero é la traduzione della verità universale, suprema, analizzata e distinta in princìpi.

A quei tempi erano in gran moda i sistemi trinitari. Hegel era capo di tutti con la famosa triade, una triade aveva Augusto Comte, e l’aveva anche Cousin, riproduzione di quella di Hegel, il vero, il bello ad il buono. Questo rappresentare la verità a scalini é un ritorno al sistema scolastico derivato dalla teologia. Per trovare il segreto della triade di Mazzini basta ricordare cha Dante stabilì la stessa triade semplicemente con parole diverse. Per Dante il fondo dall’arte era intendere, amare e fare, intelletto che acceso di amore opera, concordia dell’intendere e del fare mercé l’anello dell’amore.
Mazzini rappresenta le stesse idee in linguaggio moderno. Il vero, il bello e il buono – é la stessa formula di Dante: il bello sarebbe l’amore o l’arte come mezzo per passare dall’intendere al fare. In tre versi Dante con la sua maniera magnifica riassume tutte le sue idee:
Luce intellettual piena d’amore,
Amor di vero ben pien di letizia,
Letizia che trascende ogni dolzore.

L’amore, se vi trasporta immagini di ben seguendo false, é sensualità, é cosa materiale, volgare: letizia é la soddisfazione che si ha facendo il bene, é nella concordia dei pensieri e delle azioni. – « Il finito e l’infinito e la loro relazione » di Cousin, e la formula di Hegel riprodotta anche da Gioberti, e la triade di Mazzini é questo concetto di Dante.
Da tutto questo quali conseguenze derivano ? Come in politica, in filosofia, in religione, Mazzini si allontana dall’individualismo e pone la base sociale nell’essere generale, Umanità; – così mette la base dell’arte nella verità universale, non interpretata da questo o da quello, ma liberamente dal genio. Come l’umanità é essa direttamente interprete di Dio, senza che vi sia in mezzo un papa od un imperatore, così il genio interpreta la verità universale senza l’aiuto di alcuno.
Messo a fondamento dell’arte l’universale, in pratica cos’é la letteratura che Mazzini vagheggia? Come non ammette letterature nazionali, aspira ad una letteratura europea, anzi, allargandone i limiti, cosmopolita. Ed in un discorso d’una certa importanza, tenuto conto specialmente della sua età, perché giovane ancora quando lo scrisse, trova argomenti abbastanza plausibili per dimostrare che, quando la civiltà si allarga e c’é comunanza d’idee nelle varie nazioni, la letteratura acquista caratteri di universalità. Crede che già siamo all’epoca in cui la letteratura, spogliata delle particolarità nazionali, si fa europea.

I precursori di questa letteratura sono, secondo lui, Goethe, Byron e – ricordate, che quando Mazzini scriveva, Monti era morto da poco e Manzoni non aveva acquistata ancora la sua grande importanza – Vincenzo Monti. Li chiama precursori, non fondatori precursori, perché in Goethe vede un carattere comprensivo che oltrepassa la patria tedesca, sì che, come la Divina Commedia, il Faust appartiene a tutto il mondo; – perché Byron, per energia di espressione e libertà, oltrepassa la forma inglese, – e infine perché Vincenzo Monti per ricchezza di armonie oltrepassa il circolo delle forme strettamente italiane. Precursori, non fondatori, perché in ognuno di essi Mazzini trova un ma. Goethe é grande, ma scettico, e Mazzini voleva fondare la nuova letteratura sulle sue dottrine, comprese le religiose; Byron é terribile, pieno di passione ma anche scettico e di più disperato sino alla follia; Monti ha carattere di precursore – crede Mazzini – per la sua melodia, ma in lui é disarmonia fra quanto pensa e quanto sa, e naturalmente, essendoci sollevati a questa altezza, Monti deve andare in seconda linea.

E, volendo mostrare come in questi tre, già si sente qualche cosa di europeo, analizza il Faust e senza difficoltà vi trova qualità universali. Di Byron dice: quest’uomo, scettico tanto da far rizzare i capelli per lo spavento, alla fine sentì il vuoto della sua dottrina ed andò a morire in Grecia per la civiltà europea; é già cosmopolita, già si stacca dalla disperazione e dall’incredulità. Ma non ci é dunque ancora il fondatore della letteratura europea: dove sorgerà? Non in Francia, perché questa ha finito la sua missione con l’individualismo, e l’ultimo suo poeta é Victor Hugo. Non in Germania, perché i tedeschi se ne stanno nelle ombre, e nel vago allora non si poteva supporre che la Germania così presto sarebbe stata positiva ed avrebbe mostrato tanta forza d’azione, allora non si vedevano che le nebbie germaniche. In Francia, osserva Mazzini, é il contrario, in Francia domina troppo il finito, in Germania troppo il sentimento dell’infinito: a ciò bisognava aggiungere la forza d’azione. Già indovinate che il paese predestinato é Roma. Come ne uscì l’unità religiosa, così ne uscirà l’unità letteraria: quindi egli chiama italo-europea la nuova letteratura.

Non seguirò Mazzini nello sviluppo delle sue dottrine e ne’ suoi giudizi critici. Noterò solo che ha lasciato lavori critici importanti, specialmente notevoli quelli che scrisse in Inghilterra e che ancora là sono pregiati come molti scritti di Foscolo.
I difetti di queste opinioni sono gli stessi che delle opinioni sue religiose, politiche, filosofiche. Lì é l’uomo preoccupato dell’universale, che non tiene in gran conto le differenze nazionali ed individuali: in letteratura é il medesimo. Innanzi tutto, non comprende l’ideale come arte, ma come verità, e la verità appartiene alla filosofia. Comincia con un inno alla libertà dell’arte e poi per odio all’individualismo imprigiona l’arte di nuovo e la chiude nella verità o falsità d’un concetto.

Per lui quell’arte é importante la quale rappresenta un contenuto vero, ed é spregevole quella che rappresenta un contenuto falso: quindi rigetta Goethe e Byron, perché vi trova un contenuto contrario ai suoi propri concetti, e leva alle stelle una poesia che tutti oggi hanno dimenticata, l’Esule di Pietro Giannone, perché ha contenuto patriottico; e perciò loda solo Berchet. Questo sostituire il contenuto e la sua natura alla vita dell’ideale poetico, è un grave sbaglio.
Quando parlo di uomini che tanto rispetto, sono uso a guardare queste cose non assolutamente, ma rispetto ai tempi; e se ricordate i tempi in cui Mazzini pensava tutto quel che vi ho esposto, troverete non poco da lodare. La letteratura italiana era senza contenuto, si nutriva di ciance e di frasche, era arcadica ed accademica, senza niente di vitale: comprendete l’utilità e la serietà della teoria di Mazzini quando per opposizione a quella letteratura ed a quell’arte puramente formale si getta ad un altro estremo, all’importanza del contenuto. Anzi, questo diventò carattere della nostra letteratura. Eccetto Manzoni, se guardate gli scrittori ed i poeti di quel tempo, ci trovate arte ? No, altre preoccupazioni ne impedirono lo sviluppo, specialmente le preoccupazioni politiche, e quando un uomo ha il cuore pieno di impressioni e passioni politiche, religiose o filosofiche, non può avere il puro sentimento artistico. Lo stesso fu in Germania, e lo dico non a biasimo ma per constatare un fatto: avemmo letteratura politica. Oggi che da molti punti di vista la parte politica é esaurita e si tratta non di costituzione politica ma di educazione e di ricostruzione del sentimento religioso, oggi é più facile, se la materia dell’arte non manca, ricostituire il sentimento dell’arte ch’ebbe l’Italia così profondo nel 500 e poi smarrì nella sua decadenza.

Che diremo poi dell’ideale artistico di Mazzini fondato non su questo o quello individuo, ma sul popolo ? – poiché egli, come vuol fondare un’Italia ed una società del popolo, vuol fondare anche una letteratura del popolo. Se si limitasse a dire che nelle antiche letterature il popolo non compare o compare soltanto per essere frustato, che in esse l’individuo piglia troppo spazio e non ne lascia all’essere collettivo, – sarebbe nel vero. Uno dei progressi moderni della letteratura é il dare appunto gran parte al popolo, non perché compare direttamente, ma perché le idee ed i sentimenti che essa esprime oltrepassano gli individui. Mazzini però vorrebbe proprio il popolo, non a guisa di coro qual’è nelle tragedie di Manzoni, ma come agente principale che detronizza Giovanni da Procida e Masaniello e dice a quelli: son io; la loro opera sarebbe stata inutile senza me.

Dove ci mena questa teoria? Come si può nella letteratura detronizzare l’individuo ed al suo posto mettere l’essere collettivo? La letteratura é l’eco della vita e nella vita non trovate che individui: gli esseri collettivi sono costruzioni logiche della mente umana, e potete farne uso in filosofia, nella storia, non già nell’arte e nella poesia. E quando volete proprio rappresentare l’essere collettivo e cacciare da voi l’individuo vivente nelle contraddizioni e nelle varietà dell’esistenza, non avrete più l’individuo poetico ma una personificazione, un individuo metafisico, tipico, mitico, l’arte simbolica e mistica del Medioevo, la quale é il difetto, non il pregio di Dante. Sapete qual’é per Mazzini il più grande individuo poetico? È il marchese di Posa; – un individuo di fantasia uscito dalla mente giovanile di Schiller riscaldata dalle opinioni che allora la Francia metteva in voga, un simbolo che rappresenta idee, non già se stesso. Quel personaggio, dunque, che giustamente viene, non dico criticato, ma considerato a questo modo da tutti i critici di Schiller, é per Mazzini il più grande personaggio poetico: così nell’arte finisce proprio la vita.

CARATTERISTICHE DELL’INGEGNO MAZZINIANO

Base dell’ingegno di Mazzini é la collettività. Quando un oggetto gli si presenta, sua naturale inclinazione é di scorporarlo, togliergli le differenze particolari, individuali, farne un universale, e l’individuo diventa il collettivo ed il generale, – patria, Dio, religione, famiglia, ecc. – Ottenuto il generale, Mazzini se ne appassiona. Tutto ciò non é opera di astrazione filosofica, fatta a freddo mercé l’intelligenza; tutto ciò fa impressione sulla sua fantasia, fa vibrare le corde del suo cuore. E poiché l’uomo non si può appassionare del genere o della specie, egli forma un individuo metafisico; il generale per lui acquista tutti i particolari di un individuo, e ne fa la descrizione in cui vi par di vedere una persona, mentre non c’é che il generale circondato da apparenze individuali. E quando l’ha riscaldato con l’immaginazione e la passione che ha in sé, avete almeno davanti un individuo dai contorni precisi e determinati, che, se non é il vero, può almeno farne le veci? In queste creazioni fittizie di Mazzini trovate sempre un “di là”, qualcosa come nel chiaroscuro, che rappresenta il vago, l’indefinito, qualcosa che non potete mai cogliere: quando siete innanzi a quella Giunone, e volete stringerla fra le mani, vi trovate la nuvola. Se posso dir così, il suo ingegno, quando ha dato apparenze di vita, di sangue, di calore alle sue idee, fa come i sacerdoti, i quali sogliono avvolgere la divinità nel fumo degl’incensi e toglierne la vista per renderla venerabile: egli attornia quell’individuo di immagini e ve ne ruba la vista. Avete davanti come la cima di un monte, la quale potete soltanto intravedere, perché circondata di nuvole. Questo di là dà un’impronta particolare al suo ingegno, nel quale tutti riconoscono un carattere mistico, religioso, profetico.

E qual’é il carattere di Mazzini? Senza dubbio, é una di quelle fisonomie alte sulla volgarità e che, se talvolta non ispirano simpatia ed amore, impongono sempre rispetto. Vi trovate davanti un uomo superiore: nei suoi scritti c’é una certa elevatezza morale che nasce dal concetto suo dell’uomo e della vita. Prima di Mazzini c’era l’individuo eguale agli altri e libero: per Mazzini é qualche cosa di più, é collaboratore dell’umanità, un uomo che non é tutto chiuso e finito in sé, ma é divenuto membro effettivo dell’umanità con la missione e col dovere di sviluppare le sue forze, di sacrificarsi anche a beneficio di tutti.

Amore e sacrificio sono la base del concetto che Mazzini ha dell’umanità. E capite quanta dignità, oltre la verità, sia in questo concetto, anche dal punto di vista artistico, e quale morale ne nasca. In molti punti é una morale che si incontra con l’evangelo, col sentimento della fratellanza umana, con la legge suprema dell’amore. Manca però a questa morale una parte evangelica, che Manzoni ha saputo appropriarsi con tanta simpatia: la dolcezza, la rassegnazione, l’umanità, la preghiera. Pare che, per questi due, il vangelo sia stato diviso in due parti: uno si ha appropriato quanto c’é di energia, di sacrificio e di amore, l’altro quanto c’é di dolcezza.

Questa morale di Mazzini é troppo alta per noi miseri mortali: in mezzo alla comune degli uomini somiglia alla grancassa che nell’orchestra suona talvolta, non sempre: é una morale eroica, buona in certe occasioni, quando le nazioni si risvegliano per la loro libertà e indipendenza. E mi spiego quale impressione abbia fatto nella generosa gioventù, cui s’indirizzava, questa dottrina del sacrificio della vita imposto come dovere.

Ma noi guardiamo l’influenza di un uomo. E evidente che l’eroismo non si può comandarlo come regola generale della vita; l’umanità rimane molto di sotto a quell’ideale. Eppure in questo, come nell’ideale evangelico, é qualcosa che vi attira e v’ispira rispetto: non sono precetti che un uomo, stando a mensa, dia sulla temperanza o sulla frugalità; sono concetti che Mazzini espone come consigli a tutti, e di cui dà per primo l’esempio. Aggiungete che noi siamo sicuri della sincerità sua. Ora che la morte mette termine alla parzialità ed alle calunnie, ed abbiamo davanti non più un uomo vivo ma una memoria, sentiamo tutti come probità, lealtà, disinteresse, sacrificio di sé alla patria, costituiscano un tipo eroico, da cui egli traeva autorità quando domandava agli altri eroismo.

Certo, se devo rendere conto delle impressioni che ho ricevute leggendo i suoi scritti, non vi é in tutto ciò qualche cosa di vicino a noi, di così reale che noi possiamo sentirci uniti a lui, pieni per lui di amore e di simpatia. Ma c’é sempre ciò che impone rispetto e proibisce la distrazione. Nel suo ingegno c’é un po’ troppo del pedagogo, dell’uomo che sta in cattedra ad insegnare: nella sua morale c’é un po’ troppo del Catone rigido, il quale domanda troppo e s’irrita di ogni debolezza; c’é del crudo e dell’esagerato, da cui appunto non viene simpatia; ma c’è anche sincerità e dignità che c’impone rispetto.

Quest’uomo, che abbiamo delineato con coscienza ed imparzialità da tutti i punti di vista, che cosa può essere come scrittore? I caratteri della scuola democratica, ve li dissi, sono: partire dalle idee e mettere a base della letteratura un’idea assoluta, stile sintetico e poetico, lingua oratoria, in generale opposizione alla letteratura della scuola liberale. Se dicessi che questi sono i caratteri di Mazzini come scrittore, non avrei detto niente ancora: essi li trovate in tutti gli scrittori democratici italiani, in Guerrazzi, in Niccolini, in Berchet. Sono cose generali. Messe queste prime linee generali, dobbiamo fare la pagina di ognuno, cioè vedere che cosa ognuno ha portato di suo, d’individuale, nella letteratura.

In mezzo alle idee comuni, alle qualità generali della scuola democratica, che cosa ha messo di suo Mazzini?
Egli vede i fatti attraverso il prisma dei suoi concetti. Per spiegarmi, ricorrerò ad un paragone, che piglierete non come adeguato a Mazzini, ma come più efficace a farvi comprendere il mio concetto. C’era un uomo, celebre tabaccone, che, mentre parlava, tirava continuamente tabacco. Un giorno, stando in mezzo alla maggior concitazione di un discorso interessante, ad un tratto, fra un un’apostrofo ed una comparazione, cacciò fuori la sua la tabacchiera e pigliò del tabacco: era una di quelle stonature che tolgono l’effetto alle parole più veementi. Qualcosa di simile vedete in Mazzini. Alcuni preconcetti sono così fissi nella sua mente, – e d’altra parte, non sono dati fuori come idee ma sempre vestiti di un abito dottrinario e filosofico – che, quando vuol persuadere o concitare, si trova sempre in mezzo a quelle forme ripetute sempre allo stesso modo; sì che ne viene dissonanza e stanchezza.

Vi porterò come esempio un suo lavoro giovanile, perché sapete che più un uomo va innanzi e sempre più diventa simile ad un orologio e ripete se stesso senza avvedersene, mentre al principio sono i momenti della creazione.
Egli stava a Marsiglia, quando già era avvenuta la rivoluzione del 1830 in Francia. In quel fervore di speranze e di timori, scrisse una lettera a Carlo Alberto, il famoso cospiratore del ’21 del quale Berchet imprecava al tradimento, sperando che il principe ancora avesse potuto sentirlo. Ricordo a quanti costò la prigionia quella lettera, che girava di nascosto e suscitava le ire della polizia. E quanto entusiasmo destò, voi non potete sentirlo, perché il frutto non lo avete desiderato, ve lo trovate innanzi mondo e fresco. E quante immaginazioni riscaldò! Rileggendo ora quella lettera, in fondo vi ho trovato una specie di sillogismo rivolto a Carlo Alberto: – “Voi siete sul trono, tutta Italia freme: che farete? volete resistere al popolo? col ferro o con la corruzione? se col ferro, ve ne verrà questo; se con la corruzione, ve ne verrà quello. Dunque, una
via sola vi resta; pronunziate la grande parola che vi darà gloria imperitura: l’Italia sia libera ed una!”

Questo é il concetto. Leggendo, a volta a volta, fra una apostrofe ed un’altra, compare la dottrina, una maniera filosofica di dire che vi raffredda e produce subito dissonanza.

Poiché il suo ideale é la verità universale, trovate in lui un generalizzare, un personificare, ed un esagerare. Quando si ha davanti, non la verità com’é nella vita, nel complesso della sua esistenza, ma qualche cosa di dottrinario e di assoluto, non potete che esagerare, perché ogni assoluto é esagerazione. Quindi la tendenza a non dire mai le cose come si presentano all’intelligenza, ma per rapporti e metafore.
Prendete questa stessa lettera. Vuol dire una cosa già detta da Machiavelli. Ricordate con che magnificenza, con che precisione di contorni, con quanto senso della realtà Machiavelli presenta l’Italia ai Medici nella conclusione del suo celebre Principe. Vedete ora come Mazzini rappresenta l’Italia, il che meglio delle mie osservazioni varrà a mostrarvi i suoi caratteri come scrittore:

“Sire, non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi di aquila che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso della natura, incoronata da tanti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti…. E non avete mai detto: la è creata a grandi destini? Non avete contemplato mai quel popolo che la ricopre, splendido tuttavia, malgrado l’ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce d’intelletto, per energia di passioni?…
Riunisci le membra sparse e pronuncia : E mia tusta e felice; tu sarai grande siccome è Dio creatore, e venti milioni di uomini esclameranno: Dio è nel cielo, e Carlo Alberto sulla terra.”

Qui sentite quel non so di mistico e di religioso che, come ho osservato, egli mette in tutto. L’Italia é presentata come una donna circondata di memorie; il popolo italiano, personificato anche lui, diventa popolo tipo. Non trovate qui l’Italia di allora, ma caratteri poetici e generali, non l’individuo vivente, ma un’Italia alla maniera de Filicaia, come nella giovane età la personificò anche Leopardi. Leggete per esempio: l’Italia patria del genio. Ma il genio non ha patria, e patria del genio potrebbe dirsi anche la Grecia. Sono frasi che escono dall’immaginazione senza quel limite e quella misura in cui é la verità dell’ideale.

MAZZINI COME SCRITTORE

Posta la base e l’ideale, di cui vi ho parlato, che cosa può essere lo stile di Mazzini? Egli vi presenta sempre proposizioni chiuse in se stesse, senza espansione: non fa che ripetere l’antica forma italiana, quando l’analisi non aveva dato ancora movimento alle immaginazioni. Non é la forma genetica di cui é maestro Manzoni, la quale non vi stanca mai, sì che alla fine del libro sentite dispiacere di non aver altro da leggere e vorreste tornare da capo. Non c’é sviluppo di idee, é un andare da una a un’altra cosa senza cammino intermedio. Quando leggete una serie di sonetti, dopo il primo avete bisogno di riposarvi prima di passare al secondo, che é tutt’altro: così un libro di Mazzini non lo divorate, non lo leggete continuamente dalla prima all’ultima pagina; avete bisogno de riposarvi sempre quando una proposizione finisce e ne viene un’altra. È sintesi questa; ma perché costituisca la grandezza dello scrittore le manca la profondità, perché Mazzini getta le idee come oracolo, non vi si profonda, non ne vede la radice e la sorgente come farebbe un grande pensatore o un grande filosofo. Quando la sua idea l’ha vestita nell’apparenza più splendida, é soddisfatto; né cerca sotto l’apparenza la vita nascosta da cui essa nasce. – È sintesi, manca però di estensione; perché, siccome aborre dal particolare, siccome l’arte per lui é quell’apparenza splendida, vede l’idea solo dall’aspetto che lo ha attirato. La sua immagine piace, ma rimane semplice immagine, senza la varietà de diversi aspetti, senza la profondità di quel solo. Non avendo l’abitudine di rendere l’idea nel modo immediato, diretto e preciso, con cui si presenta alla mente, si scalda e rende l’idea per via d’immagini che accoglie insieme intorbidandoglisi l’immaginazione. Quindi il suo stile é tutto immagini, ha qualche cosa di comune con quello di Victor Hugo e di Guerrazzi. Ma le immagini bastano a dare interesse all’idea? No, perché non cavate dall’intimo di essa, ma da un repertorio generale, preso specialmente dal Medioevo e dalla Bibbia, e diventato, a poco a poco, sua maniera di esprimersi.
Certe volte, nella concitazione, gli escono forme vivaci ed anche originali. Quando, per esempio, dice
« ciò che ad altri popoli é morte, all’Italia è sonno », sia vero o no, la forma è uscita da una fede viva nella durata d’Italia, é piena di senso e fa impressione. Ma di tali immagini ce n’é poche. Egli non ha l’osservazione diretta della natura, perché le immagini o vengono dall’intimo stesso d’una cosa che si presenta all’immaginazione, o dalla natura. Con questo si spiega perché ogni immagine di Dante ha qualcosa di suo. Mazzini ha scritto così sul tamburo, come gli veniva; ed il cerchio angusto delle sue immagini, lasciando stare il Medioevo e la Bibbia, è tutto nella musica e nella luce: quindi spesso vi parla di fede raggiante, di armonia, ecc.

Per mostrarvi questo suo modo di rappresentare le cose più semplici, e queste immagini che, a forza di essere ripetute, diventano comuni, e questa povertà di repertorio, vi citerò un suo brano, quantunque basti aprire un suo libro per accertarsene. Vuol dire una cosa assai semplice, cioè che i nostri padri ci hanno lasciato un’eredità di sacrificio e di martirio, e noi non abbiamo dimenticato di raccoglierla: ed ecco come si esprime “Per venti anni di eroismo e di sacrificio non vi è fiume di oblio. – I padri avevano suggellato la fede col sangue; ma, come il secondo Gracco, avevano cacciato una stilla di quel sangue verso il cielo esclamando: frutti il vendicatore. Quel sangue ardeva nelle vene de’ figli, e la fede de’ padri si affacciava raggiante, incoronata della palma del martirio, bella di speranze e di eterne promesse”
.
Ricordate Dante nel Conte Ugolino; – il metter Dante dirimpetto a Mazzini vi dà segno della mia grande venerazione per quest’ultimo – :
E se le mie parole esser den seme
Che frutti infamia al traditor ch’io rodo:

sono versi stupendi per precisione di immagini. La stessa idea vuole esprimere Mazzini, e lo fa con quel non so che di esagerato e di superlativo, che gli è proprio. Non uno, ma tutti i padri versano sangue, e di quel sangue prendono una stilla e la lanciano al cielo; – questo personificare i padri, e la voce che grida: frutti il vendicatore, e poi di nuovo il sangue che arde, e la fede (altra personificazione) che si affaccia raggiante (Mazzini fa grande uso del raggiare) ecc., tutto ciò sarebbe troppo anche in una tragedia.
Che cos’é la lingua di Mazzini? Scriveva in inglese ed in francese così bene come in italiano, quindi la sua lingua ha un po’ della speditezza logica del francese ed è penetrata di elementi stranieri, perché egli vagheggiava una lingua universale, ed é solenne come di chi insegna una verità oratoria, come di chi vuol persuadere. Una lingua siffatta può aprirsi la via in mezzo ad una gioventù intelligente, ma non nel popolo, ed i suoi scritti, come alle colonne d’Ercole, si arrestano nelle università, non vanno oltre, mentre la lingua della scuola manzoniana si fa larga via nel popolo.

MAZZINI E L’ITALIA

Concludendo: che cosa é Mazzini? Non il profeta, come molti l’hanno chiamato; è, come si chiamò egli stesso, il precursore, – uno dei tanti uomini di valore, i quali, chi in un modo, chi in un altro, chi con maggiore, chi con minore efficacia scrivono alcune linee dell’avvenire, credendo che la pagina sarà compiuta secondo quelle linee, sicuri che l’avvenire sarà secondo quelle previsioni. Invece l’avvenire é creato da leggi storiche e naturali.

Avete in lui un primo programma di unità e di libertà nazionale.

Quelle sue linee ora sono la storia, ma storia fatta per altre vie e per altri mezzi lo stesso avvenne al grande precursore della Bibbia; intravide la terra promessa, ma non ci entrò lui, Mosè, ci entrò Giosué.
Rimane un programma ulteriore, più o meno esattamente conforme a quel complesso d’idee; ed é: – l’unità politica é vana cosa senza la redenzione intellettuale e morale, vana cosa é aver formato l’Italia, come disse d’Azeglio, senza gli italiani. – Questo programma non fu dato a lui, non é dato alla generazione contemporanea di compierlo, rimane affidato alla nuova generazione.

E quando si farà qualche passo nella via della libertà e dell’ eguaglianza, qualche progresso nella via dell’emancipazione religiosa, qualche cammino nella via dell’educazione nazionale, certo, voi, nella vostra giustizia, guarderete lì in fondo e vedrete l’uomo che aveva levato quella bandiera, lo ricorderete con rispetto e direte:
“ecco il precursore”
Questo é il vero carattere, questa è la vera importanza é la vera gloria di Mazzini.
——————
Morto a Pisa il 10 marzo 1872, le sue spoglie furono portate da Pisa a Genova. Nel viaggio, nelle stazione ma anche su tutto il percorso, si assiepò il popolo commosso a veder passare il treno mortuario. E fu detto che più che un trasporto funebre il viaggio fu un trionfo.
Scese un campo Giosuè Carducci dedicandogli una iscrizione. Non vogliamo soffocarla con dei commenti, ma per i giovani che non conoscono la storia, in questa iscrizione c’è tutto condensato il Risorgimento Italiano nei suoi casi principali, e rammenteremo loro soltanto che il Mazzini ebbe questo grandissimo merito, di far chiara a tutta la nazione l’idea dell’unità e libertà italiana, non si stancò mai di predicarla e di adroparsi per attuarla, fondandosi sul popolo che nel 1848 egli appunto nelle forze popolari confidò per la resistenza contro gli Austriaci, e poi contro i Francesi e gli Spagnoli e i Borbonici, quando resse come tiumviro, nella memorabile difesa, le sorti della Repubblica ROmana; e che ebbe a soffrire di vedersi escluso dai grandi fatti del 1859-60 e dalla liberazione di Roma nel 1870, tenuto in sospetto, e ufficialmente (se non nella realtà) condannato ed esiliato, così che, quando si spense, abitava a Pisa costretto a nascondersi.

Ecco l’iscrizione che gli dedicò il Carducci:


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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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