L’eresia di Berto Ricci,l’anarco-fascismo

«Niente è così stupido e poco italiano come l’intolleranza, il disprezzo preconcetto verso gli stranieri, e il volersi chiudere nel guscio. Non c’è nulla di meno italiano del ripudio a priori d’ogni sapienza, esperienza, eccellenza straniera. Non c’è invece nulla di più anticamente, tradizionalmente, permanentemente italiano dell’accogliere, assimilare, ripensare, riplasmare ogni sapienza, esperienza, eccellenza». Parole di un’attualità incredibile, eppure sono state scritti negli anni Trenta da Berto Ricci, poeta di talento e organizzatore di riviste, in quella che aveva fondato e gli somigliava di più, L’Universale.

Pochi anni prima delle leggi razziali lui arrivò a scagliarsi contro lo stesso nazionalismo, in nome di una vocazione italiana, appunto, all’universalità e al cosmopolitismo: «Il mondo – scriveva – tende alla sua unità, nel senso d’accrescere e smisuratamente moltiplicare gli scambi e i rapporti fra i popoli, gli amori, gli odi, le reciproche dipendenze: unico risultato reale della politica moderna, se buono o cattivo non so, ma certo inevitabile e dominante, contro cui non val forza né teoria, né vale chiudersi grettamente nella provincia nativa. Saranno più forti quelli che più prontamente accetteranno codesta realtà valendosene con saggezza generosa: quelli che avranno più vita da donare, più cuore da spendere, e invece d’aspettare l’urto esterno rannicchiati nella contemplazione di se stessi, invece di mettersi in atto di difesa». A distanza di settant’anni dalla sua scomparsa nel deserto africano di Bir Gandula – il 2 febbraio del ’41, abbattuto dall’aviazione britannica – forse è giunto il momento di riscoprirne la figura e l’importanza che ebbe, oltre che nel panorama culturale degli anni Trenta quale maestro di personaggi come Montanelli, Bilenchi e tanti altri che, anche nell’Italia del secondo dopoguerra non hanno mai nascosto il debito di riconoscenza nei confronti dell’intellettuale fiorentino. Quando infatti, nei primi anni Novanta, Indro Montanelli – da poco reduce dal suo “strappo” con Berlusconi e con quella che si rifiutava di definire “destra” – fu sollecitato a indicare la sua formazione politico-culturale, rispose senza esitazioni: «La destra in cui da giovane militavo io, con Romano Bilenchi, Ottone Rosai e parecchi altri, faceva capo a un quindicinale, L’Universale, e a un giovane professore di matematica, Berto Ricci. Quando il gerarca del Minculpop, dal quale dipendeva il permesso di pubblicazione, ci chiese – proseguiva Montanelli – quali tematiche ci promettevamo di sviluppare, rispondemmo come la cosa più semplice e naturale di questo mondo: “La formazione in Italia di una coscienza civile”…».

Montanelli, che nel dopoguerra dirà «Sono stato fascista dal momento in cui ho potuto essere qualcosa», durante una vacanza estiva a Rieti, dove lavorava suo padre e dove lui frequentò il liceo, conobbe Diano Brocchi – sindacalista fascista e nel dopoguerra dirigente di Cisnal e Msi – una figura che lo affascinò e contagiò politicamente. E tramite Brocchi entrò a sua volta in confidenza e in amicizia proprio con Berto Ricci e i suoi sodali: Romano Bilenchi, Mino Maccari, Elio Vittorini, Ottone Rosai e Leo Longanesi. Ma il suo vero e unico maestro fu – a suo dire – fu indubbiamente Berto Ricci: «Se oggi», ha annotato lo storico Sandro Gerbi, «il suo nome è abbastanza conosciuto, anche al di fuori della cerchia degli specialisti, lo si deve soprattutto a Montanelli. Il quale più volte, nell’arco di settant’anni, ne scrisse sempre con ammirazione e rimpianto». E Ricci, che – come ricordava ancora Montanelli – voleva trasformare il fascismo «dalla mezza burletta qual era stata sino ad allora» in «una rivoluzione autentica», aveva comunque un mai rinnegato passato da anarchico. Si era avvicinato al fascismo attraverso le posizioni “ribelli” della rivista Il Selvaggio di Maccari per poi fondare nel 1931 a Firenze con alcuni amici il “suo” mensile – poi quindicinale – L’Universale. Il programma del foglio, che uscirà fino all’estate del ’35, è stato così descritto proprio da Montanelli: «Era un giornale frondista, che predicava il ritorno alla “prima ondata” e la necessità della “terza ondata”. Attaccava tutte le autorità costituite, accusandole di eterodossia borghese e di antirivoluzionarismo». E Indro lo ha spiegato bene: «Nel fascismo non ci furono soltanto i gerarchi e i salti nel cerchio di fuoco e tutte le altre pagliacciate che ci umiliarono agli occhi del mondo e di noi stessi. Ci furono anche degli uomini come Ricci…»

Difficile, comunque, ricordare Ricci senza scivolare nella retorica, tanto più quando si richiama alla memoria un giovane uomo che, malgrado avesse moglie e figli, volle farsi mandare al fronte. Lasciandoci la pelle, a soli trentasei anni, in un luogo che la maggior parte di noi avrebbe difficoltà anche solo a indicare sulla cartina. Nemico della retorica ossequiosa nell’epoca delle maiuscole d’obbligo. Anarchico individualista che non si convertì al fascismo – come si usa dire – ma che pensò, forse illudendosi, di fare del fascismo una permanente rivoluzione libertaria, malgrado la resistenza di un apparato che mai lo amò.

E allora proviamoci con quella prosa secca che tanto apprezzava l’amico e collaboratore Indro Montanelli: «Della sua prosa così asciutta e tagliente – scriveva il giornalista di Fucecchio – e così in contrasto con lo stile del tempo, credo di poter dire che la letteratura giornalistica italiana non ne ha mai avuto di tanto stringente, dura e, qua e là, spavalda». Spavaldo e coerente, fino al limite dell’eresia, come ha sottolineato Paolo Buchignani nel sottotitolo del bel libro che gli ha dedicato nel 1994 – Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio (Il Mulino) – ricostruendone per la prima volta tutta la vicenda personale e il ruolo svolto nella vita culturale del Novecento. Fieramente povero, Ricci, al punto – come ha raccontato Giampiero Mughini – di offrire come banchetto nuziale ai pochi invitati un solo cappuccino. Professore, precario, di matematica e fisica, ma antiaccademico. Patriota ma non nazionalista: «Il nazionalismo – sosteneva – ci renderebbe simili alle altri nazioni europee». Che non hanno avuto Roma.

Quando nel gennaio del ’31, giusto ottanta anni fa, dà vita a L’Universale – la cui raccolta, edita oltre quarant’anni fa dalle edizioni del Borghese è ormai introvabile e andrebbe ripubblicata – la scelta del nome non è certo causale. Scrive Buchignani: «Le origini dell’universalismo ricciano risalgono al periodo significativo del Ricci anarchico». L’anarchica ribellione nei confronti della società borghese e «dei suoi idoli gretti» dell’amato Federigo Tozzi, il ribelle che più di ogni altro incarna la comune toscanità e «quindi l’italianità». Per dare all’Italia un’arte nuova, Ricci chiama attorno a sé «giovani d’ingegno e di carattere» che non si accontentino di servire una causa, ma di darle forma e soprattutto sostanza. Autenticità. Tra loro ci sono gli amici Romano Bilenchi e Dino Garrone, lo scrittore novarese di nascita e pesarese d’adozione che morirà a Parigi, a soli ventisette anni, nel dicembre del ’31 e di cui, pochi mesi fa, le Edizioni Interlinea hanno pubblicato un’inedita raccolta di brani intitolata Sorriso degli etruschi. Figli, come lui, di La Voce, Lacerba e de Il Selvaggio di Mino Maccari, che ne ospiterà le prime prove poetiche. Considerano Papini e Soffici i loro maestri, anche se solo i Papini e i Soffici della fase “eversiva” rivoluzionaria, precedente al loro ritorno all’ordine. Tra i poeti amano visceralmente Palazzeschi e «il pazzo bellissimo» Campana e vivono nel costante timore di tradire la poesia con la più baname prassi politica. Hanno letto con passione Mazzini, Oriani e d’Annunzio e vogliono mettere l’arte al servizio della loro contestazione generazionale. E poi c’è il mito che vive tra loro come uno di loro: Ottone Rosai, il pittore di Strapaese che rifugge i borghesi e preferisce starsene con i poveri.

Nel ’35 il governo chiude le pubblicazione de L’Universale. Perché all’incoraggiamento iniziale dello stesso Mussolini e ai complimenti rinnovati in privato, seguono successivamente ben altri provvedimenti, di segno opposto. L’idea romantica, coltivata da Berto Ricci e dai suoi ragazzi – di cui era al tempo stesso giovane capo, fratello maggiore e a volte persino padre e compagno di strada – di un fascismo trasgressivo e libertario che potesse alla distanza prevalere sul regime, che combattesse dal di dentro quella che ritenevano una deriva conservatrice, svanisce nella disillusione. In uno degli ultimi suoi “Avvisi” su L’Universale – siamo al febbraio 1935 – scatta una fotografia di una nitidezza spietata nella sua semplicità: «Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l’usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo “commendatore” e passerà di corsa sotto il naso del tipo a “povero diavolo”, magari dicendo torno subito; finché l’agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l’auto privata, un po’ meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché insomma in Italia il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, potremo dire e ripetere che c’è molto da fare….». C’è da proseguire, ancora oggi, nel mezzo di questi anni Duemila, la lezione di Berto Ricci, ancora convinti che è nostro obbligo costruire «in Italia una coscienza civile…».

Roberto Alfatti Appetiti

02/02/2011

Berto Ricci,l’eretico

Contro Roma città dell’anima sta Chicago capitale del maiale. La lotta è dunque tra noi e loro: tra loro che sono bestie progredite e noi che siamo civilissimi uomini primitivi.
Ecco perché l’America c’invade e ci avvelena con la sua civiltà senza sale. Sulla via del primato c’è John Bull e Uncle Sam. E Cesare dovrà levarseli di tra i piedi ” B.R.

L’anarco-fascismo di Berto Ricci

Le Verghe del Fascio: Berto Ricci “Fascista eretico”

«La Cultura Fascista, che recupera valori dell’intero novecento italiano, non è di destra. Il movimento della “Voce”, antiliberale nel midollo e nell’espressionismo polemico, rivive nel moto de “L’Universale” di Berto Ricci»
(Benito Mussolini)

«Berto Ricci ha reso fiera la nostra Nazione, e ogni italiano ne è orgoglioso». Così si espresse Giampiero Mughini, nella celebre conferenza con Valerio Morucci tenuta a CasaPound.
Ma siamo davvero sicuri che sia così? Nella stanca e vuota Italietta dei nostri giorni, quanti conoscono la lezione dell’intellettuale fiorentino?
La verità è che il suo anticonformismo dirompente, la sua prosa violenta e il suo spregiudicato antiborghesismo risulterebbero indigesti alle plebi americanizzate dei nostri giorni, più a loro agio tra grilli parlanti e grandi fratelli.
Ciò che è peggio è che Berto fu Fascista, non per calcolo politico o comodità (come gli illustri Montanelli, Bocca & co.), ma aderendo intimamente ai princìpi della Rivoluzione e cercando di incarnarli in ogni gesto ed ogni azione. La sua vita fu un sofferto e meditato percorso volto alla realizzazione dell’ “uomo nuovo”: spartano, eroico, giovane, con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso.

Ricci (1905 – 1941) si avvicinò relativamente tardi al Fascismo, iniziando a collaborare al “Selvaggio” di Mino Maccari nel 1927, e dimostrando sin da subito di trovarsi a suo agio nei fogli meno conformisti del Regime. Forte di un passato addirittura anarchico, “assaltò” la mentalità borghese e l’ottuso clericalismo che frenavano le istanze sociali e rinnovatrici dell’azione mussoliniana, attirandosi le ire del conservatorismo vecchio ed inutile che ancora affollava l’Italia. Quasi galvanizzato dalla polemica, continuò febbrilmente la sua attività culturale fino a fondare nel 1931 “L’Universale” («scritto col fuoco, alla carducciana, e non con lo stile leopardevole»), rivista che raccolse le intelligenze più giovani e spregiudicate della “sinistra fascista”.

Non perse tempo ad innescare dibattiti con i suoi articoli al vetriolo, che mettevano a nudo la meschinità di quanti sfruttavano il Regime per scopi personali, senza capirne l’essenza: «L’Italia è stata liberata dai bolscevichi, ma bisognerà liberarla dai commendatori, razza più dannata; dai professori corrotti ed insulsi, e da tutta la maledetta gente perbenino».

In “Errori del nazionalismo italico” sfidò ampi settori della cultura del tempo, legati ad una visione ottusa, limitata e borghese della Patria, adulatrice della propria terra e del proprio capo a prescindere. Al suo posto Ricci propugnò la riscoperta dell’Imperialismo, inteso come spinta ideale che riesce a conquistare i popoli in virtù della suo primato culturale, sulla scia del Dante del Monarchia e del Mazzini del Concilio.
Una vera e propria sfida di Civiltà, che contrapponeva il Fascismo alle ideologie materialiste liberali e marxiste, due facce della decadenza: «Cadente Mosca non perché sovvertitrice, ma perché asservita alla causa della materia e del capitale […] congiurata con l’antirivoluzione poliglotta ai danni dell’Italia novatrice e proletaria – resta come polo dei popoli Roma e soltanto Roma».

La grandezza del Fascismo stava nel rifiutare la concezione dell’homo oeconomicus («L’intelligenza Fascista mira al totale dell’Uomo, non ha punti di contatto con l’uomo economico»), riconoscendo e preservando tutte le tradizioni e le spinte verso il Sacro che sono parte fondamentale dei popoli.
La tensione spirituale fu una costante del pensiero ricciano, potendo individuare nei suoi scritti eroismo nietzscheano, vitalismo bergsoniano e richiami pagani accanto ad un cattolicesimo “pauperistico e guerriero”, sull’esempio dei Templari.

Insieme a tutto questo vi era una spiccata attenzione per l’aspetto sociale: Ricci si batté con forza per far “accorciare le distanze” tra classi sociali, per la scuola aperta a tutti, per le Corporazioni come luogo di effettiva e feconda partecipazione dei lavoratori, oltre che di selezione delle élites politiche. Il suo impegno in questo senso gli attirò addirittura accuse di “bolscevismo” da parte di Farinacci, quando negò che la proprietà privata fosse un principio inviolabile del Fascismo. Incurante delle critiche continuò a combattere conservatori, borghesi e profittatori: «la mentalità d’arricchimento va combattuta e limitata, pena il restar fermi all’idolo antieroico e antifascista della ricchezza vertice di valori […] occorre che la ricchezza privata valga poco, serva a poco; che con essa si ottenga poco».
A livello mondiale, simbolo di questa mentalità erano le plutocrazie inglese ed americana. Ricci si oppose fermamente alla penetrazione dei loro costumi in Italia, arrivando a scagliare idealmente Roma “la Città dell’Anima” contro Chicago “la città del maiale”. La risposta al parlamentarismo capitalista stava nella già accennata Corporazione, fulcro di una riforma che vede l’economia subordinata ad un’etica superiore sintetizzata dallo Stato. «Il problema non è o è solo secondariamente abbattere il bolscevismo, ma in primissima linea quello di abbattere un mondo, una struttura economica che ha reso il bolscevismo possibile ed inevitabile».

Dopo aver suscitato interesse in Julius Evola, Giuseppe Bottai, Emilio Settimelli, Benito Mussolini (che incontrò nel 1934 a Palazzo Venezia) ed essersi messo in contrasto addirittura con Giovanni Gentile (pubblicò un “Manifesto Realista” in contrapposizione all’idealismo e alla moderazione del filosofo siciliano), vide la sua rivista chiudere agli albori della Guerra d’Etiopia. Fu una decisione profondamente sbagliata del Regime, anche se forse “L’Universale” sarebbe cessato comunque, visto che quasi tutti i suoi componenti partirono per il fronte, Ricci in primis. «Se resto a casa sono un uomo inutile: non son più buono a scrivere un rigo o a dire una parola. E come me ce n’è tanti. Almeno ai giornalisti dovrebbe essere concesso di combattere» scrisse chiedendo di essere assegnato alla prima linea. Molti gerarchi, invece, andarono in caccia di gloria a buon mercato, facendo solo finta di combattere. Solo Farinacci si ferì… mentre pescava!

Al suo ritorno Ricci collaborò con molte riviste di primo piano, come “Critica Fascista” di Bottai e “Il Popolo d’Italia” di Mussolini, oltre ovviamente al libro Processo alla Borghesia, sintesi della battaglia fascista contro la mentalità “passatista” che Berto conosceva bene.
Il fecondo contributo culturale del “fascista eretico”, simbolo di quella gioventù entusiasta ed insofferente che avrebbe costituito la futura classe dirigente, fu interrotto bruscamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L’intellettuale toscano si gettò con coraggio nel fronte africano, trovando la morte per mano inglese il 2 Febbraio 1941 a Bir Gandula. Il conflitto si concluse tragicamente, ed i sogni di chi, come Ricci, aveva creduto nel riscatto del popolo italiano finirono nel sangue.
Fortunatamente il suo lascito non è andato completamente perduto, ed ultimamente il suo pensiero è stato accostato addirittura ad Antonio Gramsci (per la concezione di politica totalitaria, l’anti-accademismo e la visione realista e populista) e ad Ernst Jünger (nell’idea di “cavalcare la tigre” tecnologica e sul piano del lavoratore inteso come realtà spirituale).

Ma è ancora poco, troppo poco. Il suo impegno civile e rivoluzionario, la sua coerenza, la sua vis polemica, il suo inesauribile contributo culturale e il suo eroismo sono stati sostanzialmente accantonati, e Dio sa quanto ne avremmo bisogno.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Roberto Ricci (detto Berto) (Firenze, 21 maggio 1905Bir Gandula, 2 febbraio 1941) è stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano. Fu uno dei più importanti pensatori fascisti, fondò la rivista L’Universale e collaborò con la Scuola di mistica fascista guidata da Niccolò Giani e Guido Pallotta. Scrisse su Il Popolo d’Italia, Critica fascista e Il selvaggio. Fu amico personale di Indro Montanelli con cui collaborò a L’Universale.

Indice

Biografia

Berto Ricci fu professore di matematica a Prato, Palermo e Firenze. Da giovane ebbe simpatie per l’anarchia ma nel 1927 aderì al fascismo, vedendo nel movimento di Benito Mussolini l’attuazione delle idee sociali e vitaliste che da sempre Ricci aveva coltivato. Nel 1931 fondò la rivista L’Universale. Non navigò mai particolarmente nell’oro, tanto che in molti – l’aneddoto verrà narrato più volte da Indro Montanelli e Giampiero Mughini – hanno ricordato l’episodio del “banchetto” nuziale composto unicamente di sette cappuccini offerti da Ricci ai pochi convenuti.

Nel panorama culturale degli anni ’30 mostrò un particolare attivismo, dialogando o collaborando con personalità come Giuseppe Bottai, Julius Evola, Ernesto De Martino, Romano Bilenchi, Ottone Rosai, Camillo Pellizzi. Interessato lettore de “L’Universale”, Mussolini fece convocare Ricci Palazzo Venezia nell’estate del 1934. Il “duce” si complimentò con lo scrittore e i suoi collaboratori, invitandoli a collaborare col “Popolo d’Italia”, dove tennero una rubrica, “Bazar”. Le posizioni quasi “di sinistra” de “L’Universale” vennero in compenso criticate da Roberto Farinacci, che vi vide un attentato al diritto di proprietà.

L’ultimo numero de “L’Universale” uscirà il 25 agosto 1935 con la giustificazione che allo scoppio della guerra d’Etiopia – nella quale Ricci combatterà come volontario – “non è più tempo di carta stampata”.

Nel 1940 partecipò al primo convegno nazionale della Scuola di Mistica Fascista sostenendo che “la mistica fascista ripropone al Partito, alla Milizia, agli Organi dello Stato, agli Istituti del Regime, di continuo il tema della unità sociale, dinamica unità che non si limita all’assistenza economica e al miglioramento delle condizioni di chi lavora, insomma a una pratica demofila, ma punta sulla civiltà del lavoro, tende a realizzare una più elevata moralità e insieme un maggior rendimento collettivo (governo della produzione e del consumo, graduale ridistribuzione della ricchezza, bonifica e autarchia, il produttore compartecipe e corresponsabile dell’azienda, il lavoratore proprietario) e per questo, come ogni mistica chiamata a operare in concreto sulla storia e ad ergervi fondazioni durevoli, soddisfa anche a requisiti razionali”.

Ricci partì volontario per la Seconda guerra mondiale. Nel gennaio 1941 scrisse ai genitori: “Ai due ragazzi penso sempre con orgoglio ed entusiasmo. Siamo qui anche per loro, perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”. Verso le 9 di mattina del 2 febbraio 1941, il suo plotone fu attaccato vicino a Bir Gandula, in Libia, da uno Spitfire inglese, che lo falciò di netto. Oggi è sepolto nel Sacrario Militare dei Caduti d’Oltre Mare di Bari con il nome di “Roberto Ricci”.

Pensiero

« Crediamo nell’assoluto politico, che è l’impero: aborriamo chi lo nomina invano »
(Berto Ricci, L’Universale, Anno 1, n. 1, 3 gennaio 1931)

Di formazione anarchica, Ricci propose sempre una sua versione del fascismo a forte impronta sociale e intransigente nei confronti della borghesia (intesa come categoria dello spirito). Si fece sostenitore di “una modernità italiana ‘da venire’, condizione primissima della potenza nostra nazionale” e affermatore “d’una tradizione nostra civile, arricchita di millenaria cristianità ma sostanzialmente e robustamente pagana” (L’Universale, Anno II, n. 8-9, agosto settembre 1932).

Anche negli “anni del consenso” non si stancò di invocare una “rivoluzione perpetua” che combattesse quanti, di mentalità sostanzialmente a-fascista o addirittura antifascista, avevano trovato posto nel regime portandovi, secondo Ricci, una mentalità borghese estranea allo spirito della Rivoluzione fascista. Ovvero, per lo scrittore fiorentino, si trattava di accompagnare la lotta agli “inglesi di dentro” a quella puntata contro “gli inglesi di fuori”.

Questa visione marcatamente sociale e votata a continuare la rivoluzione anche all’interno del regime è ben visibile in “Avvisi” come questo:

« Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l’usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo “commendatore” e passerà di corsa sotto il naso del tipo a “povero diavolo”, magari dicendo torno subito; finché l’agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l’auto privata, un po’ meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché il garbo nel chiedere i documenti sarà inversamente proporzionale alla miseria del vestiario; eccetera eccetera eccetera; finché insomma in Italia ci sarà del classismo, anche se fatto di sfumature spesso insensibili agli stessi interessati per lungo allenamento di generazioni; e finché il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo. Il che poi non è male. Non è male, a patto che lo si sappia bene »
( L’Universale, 10/2/1935)

Filosoficamente, si mise in contrasto con Giovanni Gentile, pubblicando in contrapposizione all’idealismo del filosofo siciliano un “Manifesto Realista” che suscitò l’interesse di Julius Evola, anch’egli impegnato negli stessi anni in una battaglia filosofica anti-idealista.

L’Universale,

fondata nel 1931 da Berto Ricci, fu il primo tra i periodici giovanili dei “GUF” (i gruppi universitari fascisti fondati nel 1927) che, come li definisce la rivista gentiliana “Educazione fascista”, sono “fogli d’avanguardia nati dallo spirito della rivoluzione”.

Nel numero d’avvio de “L’Universale” del 1º gennaio 1931, Berto Ricci (nato a Firenze nel 1905 e morto sul fronte libico nel 1941) richiama in modo energico gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, ad elaborare il fascismo universale:

La linea polemica dell’Universale rifiuta il falso antico, dal neoclassicismo al mito della romanità, ma anche ogni forma di regionalismo e di campanilismo.

La rivista afferma la partecipazione degli scrittori alla vita italiana e la loro “lotta ferma e serena contro il barocco, fazioso ambiente dei cerebratucoli camorristi, contro i circoletti della petulante infecondità tipo Solaria“.

Il 1º gennaio 1933 “L’Universale” lancia il suo Manifesto realista nel quale nega nazionalismo, capitalismo e cattolicesimo progettando una società fondata sull’universalismo fascista, su un imperialismo popolare “non incorporato in associazioni, ma emanante dal fascismo quale sua conseguenza immediata; e dal Fascismo trasfuso a tutta la patria come coscienza d’una missione universale”.

L’ultimo numero della rivista uscirà il 25 agosto 1935 con la giustificazione che allo scoppio della guerra d’Etiopia “non è più tempo di carta stampata”.

Approfondimento

“Avviso. Fondiamo questo foglio (l’Universale) con la volontà di agire sulla storia (…). Non ci sentiamo continuatori di nessun vivo: noi s’è imparato a scrivere da Niccolò Machiavelli e dal popolo d’Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri. Chi sognasse d’averci creato, si disilluda: gli uomini li crea Iddio, e nessun compilatore di Lacerba, né Accademico della Farnesina, ha potenza di rubargli il mestiere. La libreria degli ultimi trent’anni ispira a noi rispetto e gratitudine per certi nomi che abbiam cari, ma anche una fiera fede di superarla: superare cioè l’impressionismo, e qualunque avanguardismo vecchio (…). Crediamo nell’assoluto politico, che è l’impero: aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all’impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura, impossibile separazione dalla politica; anzi vogliamo e avremo poesia civile, ma in grande, degna di questa patria.” B.R.

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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