L’alternativa mediterranea

di Alain de Benoist – Danilo Zolo – 01/03/2011

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Alain de Benoist. Lei è stato l’architetto, insieme a Franco Cassano, di un libro
collettivo di oltre 650 pagine intitolato L’alternativa mediterranea (1). Citando
Peregrine Horden e Nicholas Purcell – che nella loro opera monumentale The
Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History (2000) scrivono: «l’unità e la
coerenza dell’area mediterranea sono indiscutibili» – aggiungete: «”Unità” non
significa uniformità culturale o monoteismo», ma al contrario «pluriverso». Nel corso della storia, dalle guerre di Atene contro Sparta o dal grande scisma d’Oriente alla divisione attuale dei paesi arabi, passando per le avventure coloniali francesi e
britanniche, non è che il Mediterraneo sia sempre stato profondamente diviso? Aldilà dei conflitti di cui il Mediterraneo è stato testimone, secondo Lei, cosa crea questa unità mediterranea, sia a livello storico e geografico che a livello spirituale,
ambientale o simbolico?
Danilo Zolo. Come è noto, un contributo di grande rilievo al dibattito sulla questione mediterranea, e quindi sull’unità del Mediterraneo, è stato offerto da Fernand Braudel. Ed è appunto al suo pensiero storiografico che si ispira il libro che Franco Cassano ed io abbiamo recentemente curato per l’Editore Feltrinelli. Mentre Henry Pirenne aveva elaborato lo schema della cesura dell’unità mediterranea a causa della conquista araba del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, Braudel ha valorizzato il pluralismo delle fonti culturali che hanno dato vita alla civiltà mediterranea. È un fatto incontestabile che la tradizione greca e quella latina hanno interagito con la cultura ebraica e con il mondo arabo-islamico grazie, fra l’altro, alla feconda mediazione degli ebrei spagnoli e dei moriscos, rifugiati in massa nel Maghreb nel corso del Cinquecento. Contro gli
stereotipi dell’egemonia greco-latina, dell’orientalismo e del razzismo coloniale,
Braudel e la “scuola algerina” hanno rivalutato la cultura araba: il suo immaginario
artistico, la grande tradizione speculativa, medica e matematica. Come Peregrine
Horden e Nicholas Purcell hanno più recentemente sostenuto nella scia della lezione
di Braudel, c’è un elemento che dal punto di vista storico-ecologico unifica il
Mediterraneo e lo distingue da ogni altra area geografica: è la rara coesistenza fra un
ambiente naturale nel quale le comunicazioni umane si sono agevolmente sviluppate
lungo le sponde marine e una topografia costituita da nuclei sociali di ridotte
dimensioni, dislocati e frammentati lungo le coste e nelle isole. La singolarità
orografica, il clima temperato e una vegetazione particolare – la vite, l’ulivo, gli
agrumi – hanno fatto del Mediterraneo uno spazio ecologico che per millenni ha
favorito, lungo tutte le sue sponde, la formazione e la stabilizzazione di strutture
abitative, di colture rurali e di sistemi commerciali spazialmente dislocati e
frammentati, ma nello stesso tempo in stretta comunicazione fra loro. L’intensità delle relazioni comunicative, dei travasi culturali, dei rapporti commerciali, degli incroci
demografici e degli scambi più diversi, inclusi i conflitti, le guerre, le crociate e le
scorrerie piratesche, hanno contribuito a forgiare una solida koiné culturale e civile.
Lo sviluppo della cultura europea, a cominciare dalla eccezionale esperienza di Al-
Andalus, si è intrecciata con la tradizione coranica. Queste radici comuni non sono
state divelte neppure dai più aspri antagonismi e hanno prodotto frutti ricchissimi.
Basti pensare che l’area mediterranea vanta la più grande concentrazione artistica del
mondo. L’unità e la grandezza del Mediterraneo – questa è una delle tesi centrali del
nostro libro su L’alternativa mediterranea – sta nella longevità del suo ‘pluriverso’
culturale che a rigore si è articolato non entro ‘un mare’, ma entro un ‘complesso di
mari’. E si è trattato, come ha scritto Braudel, di mari “ingombri di isole, tagliati da
penisole, circondati da coste frastagliate […] la cui vita si è mescolata alla terra e non è separabile dal mondo terrestre che l’avvolge”. In questo senso il Mediterraneo ha preservato la sua unità in quanto ‘mare fra le terre’, resistendo alla sfida proveniente dai grandi spazi oceanici e continentali scoperti dai navigatori spagnoli e portoghesi. Si potrebbe dire, attualizzando, che le ‘civiltà mediterranee’ sono sopravissute resistendo all”atlantismo’ americano.
Alain de Benoist. Nel suo libro L’occidentalisation du monde Serge Latouche, che ha contribuito anche al vostro volume, utilizza la parola «deculturazione» per descrivere il momento in cui il contatto tra culture «non si manifesta attraverso uno scambio equilibrato ma piuttosto attraverso un flusso massiccio a senso unico: la cultura che riceve è invasa, minacciata nella sua propria essenza e può essere considerata vittima di una vera e propria aggressione». Nel passato, l’espansione coloniale rappresentò un «flusso massiccio a senso unico», ma oggi è piuttosto il contrario. Sono le vecchie potenze coloniali che vivono con il sentimento di essere “invase” e «minacciate nella loro essenza». L’immigrazione massiccia con la quale gli Europei oggi si confrontano ha creato le condizioni possibili per la moltiplicazione veloce nei paesi occidentali di libri che puntano il dito non soltanto contro l’islamismo radicale ma anche contro l’Islam tout court. L’Europa si è rinchiusa in una posizione difensiva, avvertendo il mondo musulmano come una minaccia su tutti i fronti, sia interno che esterno. Un atteggiamento del genere non aiuta ovviamente alla realizzazione del parternariato euro-mediterraneo che voi vorreste vedere realizzato. Come analizza questa situazione? Come è possibile uscire dallo schema dello ‘scontro di civiltà’ e ricreare le condizioni propizie ad uno «scambio equilibrato»?
Danilo Zolo. Non direi in alcun modo che oggi assistiamo ad una inversione del
fenomeno coloniale. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento le armate
europee hanno invaso e occupato il resto del mondo e in particolare i paesi africani e arabo-islamici, facendo strage di centinaia di migliaia di persone innocenti,
distruggendo le strutture politiche ed economiche dei paesi aggrediti, e devastandone le culture e le tradizioni. Oggi – si sostiene – sarebbero le vecchie potenze coloniali ad essere investite da imponenti flussi migratori che l’Europa inevitabilmente percepisce come una invasione coloniale in direzione inversa. Si tratta, a mio parere, di due fenomeni completamente diversi. Oggi il fenomeno coloniale è solo formalmenteesaurito. In realtà, in particolare dopo il collasso dell’impero sovietico e l’emersione
dello strapotere degli Stati Uniti d’America e dei suoi più stretti alleati europei,
assistiamo a forme di neo-colonialismo particolarmente aggressivo che investono in
particolare i paesi arabo-islamici. E questo accade nel contesto dei processi di
globalizzazione che in larga parte coincidono con il progetto occidentale di egemonia globale sul piano economico, politico e militare. Lo Stato di Israele è l’architrave di questo colonialismo perdurante che occupa militarmente e domina un’area cruciale del Medio Oriente arabo-islamico. Nel frattempo sono i processi di globalizzazione economica guidati dalle massime potenze economiche del pianeta a produrre, con le crescenti sperequazioni economico-sociali che generano su scala planetaria, le grandi migrazioni verso Occidente. In questo senso il Mare mediterraneo, nelle condizioni in cui oggi si trova, è per un verso uno spazio neo-coloniale a disposizione delle grandi
potenze occidentali per controllare militarmente l’intera area mediorientale,
mesopotamica e centro-asiatica. Per un altro verso il Mediterraneo viene usato
dall’Europa come barriera per contenere drasticamente i flussi migratori provenienti
in larga parte dai paesi arabo-islamici della sponda sud-est. L’Occidente intero nega
se stesso nel suo delirio di onnipotenza e fomenta il fenomeno del terrorismo
islamico, mentre l’Europa percepisce i migranti – di cui peraltro ha un estremo
bisogno – come “diversi”, come nemici invasori, come quasi-terroristi. La sola
risposta possibile a questo collasso è un’Europa meno occidentale e più “europea”,
meno asservita agli interessi degli Stati Uniti, pronta a un dialogo paritario con il
mondo islamico, capace di impostare la questione israelo-palestinese come un
problema mediterraneo, attenta e partecipe alle imponenti novità che stanno
investendo l’Asia orientale, a cominciare dal colosso cinese.
Alain de Benoist. A partire dagli anni Settanta, la «questione mediterranea» è stata
affrontata nei paesi europei soprattutto dal punto di vista dell’«integrazione
regionale». In particolare ci si ricorderà della creazione di un Forum mediterraneo nel 1988, di una sessione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel
Mediterraneo nel 1990 e della prima Conferenza Euro-Mediterranea nel novembre
1995 a Barcellona. Qual è il bilancio di queste iniziative? E cosa pensa del progetto
di un’«Unione per il Mediterraneo» sostenuta e voluta da Nicolas Sarkozy?
Danilo Zolo. Il “processo di Barcellona”, che ha concluso una lunga serie in
iniziative prodromiche, è stata una strategia europea molto ambiziosa, che per la
prima volta ha tentato di avviare una cooperazione di largo respiro fra le due sponde
del Mediterraneo. L’accordo riguardava il progetto di un ‘partenariato globale’ di
lungo periodo, che fra l’altro intendeva attribuire particolare rilievo alle ‘società civili’
e alla dimensione culturale. Sono trascorsi oltre dieci anni dalla Dichiarazione di
Barcellona, un arco di tempo sufficiente per tentare una valutazione dei risultati
ottenuti. Per quanto riguarda il tema della pace e della sicurezza, due vicende hanno
segnato l’area euromediterranea nell’ultimo decennio del Novecento e nel primo
lustro del Duemila: la prima riguarda il fallimento di ogni progetto di riscatto del
popolo palestinese dalla spietata occupazione militare israeliana. La seconda vicenda riguarda la crescente pressione strategica che gli Stati Uniti, direttamente o attraverso la NATO, hanno esercitato nei confronti dell’area euromediterranea, in particolare nei Balcani. Queste due vicende mostrano come il ‘processo di Barcellona’ non abbia impedito che il Mediterraneo e il Medio Oriente divenissero, congiuntamente, l’epicentro di un conflitto mondiale: da una parte le potenze ‘atlantiche’, incluso Israele, e dall’altra i paesi da esse considerati ostili, perché in contrasto con gli ‘interessi vitali’ e le strategie egemoniche dell’Occidente o perché ritenuti terroristici o complici del terrorismo. Anche il partenariato economico-finanziario varato a Barcellona non ha realizzato i risultati che prometteva con la seducente formula della ‘prosperità condivisa’: non ha ridotto lo squilibrio esistente fra le due sponde del
Mediterraneo e non ha garantito stabilità e sicurezza. Il Mediterraneo era
caratterizzato al momento del lancio del ‘processo di Barcellona’ da un altissimo
livello di disomogeneità socio-economica. Questa situazione non solo non è
cambiata, ma si è aggravata. In particolare il protezionismo praticato dall’Europa a
tutela degli agricoltori europei ha contribuito all’ulteriore impoverimento dei paesi
arabi. Mentre è stata liberata la circolazione dei manufatti, per i prodotti agricoli è
stato mantenuto un regime di ‘regionalismo bilaterale’ che consente l’applicazione di
quote e restrizioni all’importazione di questi beni nei paesi europei. E questo ha
inibito lo sviluppo del mercato proprio in un settore nel quale i paesi mediterranei
economicamente meno avanzati avrebbero potuto fruire di un vantaggio comparato.
Per tradursi in una effettiva esperienza di integrazione economica – con i corollari
politici auspicati – il processo di Barcellona avrebbe dovuto intensificare la tensione
politica e culturale verso una cooperazione realmente multilaterale. E questo avrebbe
dovuto comportare, soprattutto per iniziativa dei paesi euromediterranei come la
Spagna, la Francia e l’Italia, un reale trasferimento di risorse, incluse le risorse
umane, culturali, scientifiche e tecnologiche, che ponesse in secondo piano i temi
della sicurezza, del controllo dei flussi migratori, dello smercio dei prodotti
industriali e della protezione dei mercati agricoli.
Quanto al progetto dell'”Union méditerranéenne”, recentemente lanciato da Nicolas
Sarkozy, risulta difficile darne una precisa valutazione poiché è arduo coglierne le
motivazioni e le finalità. Si tratta probabilmente di una confusa ed estemporanea idea
neo-coloniale diretta a restituire alla Francia una funzione di controllo del
Mediterraneo occidentale, tale da irrobustire il ruolo francese all’interno dell’Unione
europea, in competizione soprattutto con la Germania.
Alain de Benoist. La dilatazione globale della potenza marittima fa sì che il
Mediterraneo sia diventato, in parte, un mare americano, e allo stesso tempo una delle
zone più instabili e pericolose del mondo. Samir Amin ha scritto che il Mediterraneo
oggi rappresenta la principale zona di influenza di un’Alleanza atlantica che non è più
diretta contro la minaccia sovietica, ma contro il Sud. In qualità di autore di numerosi
lavori sul diritto internazionale e sul suo sviluppo, come giudica questa presenza
americana nel Mediterraneo? Una «dottrina Monroe» per questa zona del mondo é
ancora possibile?
Danilo Zolo. L’atlantismo contemporaneo, figlio legittimo di una strategia imperiale,
segna una crescente subordinazione politica e militare dell’Europa nei confronti degli
Stati Uniti, al cui ombrello nucleare e satellitare gli europei continuano a delegare la
propria sicurezza anche dopo la scomparsa del pericolo sovietico. Superato il
bipolarismo, la NATO si è convertita in un apparato bellico di portata globale ed è
stata utilizzata dagli Stati Uniti per tre finalità strategiche: anzitutto per accerchiare la
Russia, arruolando nelle proprie fila un numero crescente di paesi dell’Est europeo da
agganciare al baluardo atlantico della Turchia. In secondo luogo, la NATO è stata
usata per coinvolgere l’Europa nelle ‘guerre umanitarie’ nei Balcani e in Afghanistan,
in modo da scoraggiare i suoi timidi tentativi di dotarsi di una struttura militare
autonoma. Last but not least, la NATO ha consentito agli Stati Uniti di tenere sotto il
proprio presidio politico e militare l’area mediterranea, escludendone l’Europa. A
quest’ultimo obiettivo obbedisce in particolare il disegno strategico intitolato Broader
Middle East and North Africa Initiative (BMNA), varato dall’amministrazione Bush
nel giugno 2004 e subito accolto dalla NATO. A favore della “modernizzazione” del
mondo islamico e in nome dei “valori universali della dignità umana, della
democrazia, dello sviluppo economico e della giustizia sociale” gli Stati Uniti
intendono porre sotto il proprio controllo l’intera area che va dalla Mauritania e dal
Marocco – dove hanno interessi petroliferi e già dispongono di numerose basi militari
– all’Afghanistan e al Pakistan, passando per il Medio Oriente e i paesi del Golfo
persico. Israele è pensato come l’architrave di questa strategia ‘atlantica’ e anti-
mediterranea, mentre la questione palestinese resta del tutto emarginata. Com’è
naturale, la pressione politica nei confronti del mondo arabo viene accompagnata da
iniziative economiche, che si sommano agli ingenti finanziamenti di cui godono da
tempo paesi arabi ‘moderati’ come l’Egitto e la Giordania. Per questo fine è stato
avviato, in parallelo a quello del Broader Middle East, un altro progetto, il Middle
East Partnership Initiative (MEPI, che prevede finanziamenti per 40 milioni di
dollari destinati alle associazioni e ai mezzi di comunicazione di massa, chiamati
pudicamente “organi di diplomazia pubblica”, favorevoli agli Stati Uniti.. È dunque il
caso di chiedersi in che senso, in nome di quali valori e di quali interessi comuni
l’Europa può continuare a far parte dell’Occidente e non debba invece puntare su una
sua crescente autonomia, su una sua nuova centralità geopolitica come “grande
spazio” (Großraum), ispirandosi, come ha suggerito Schmitt, alla concezione
originaria della “dottrina Monroe”. Si tratterebbe di un’Europa radicata nella sua
millenaria cultura, nelle sua radici mediterranee, nella sua capacità di un approccio
non fondamentalista ai problemi del dialogo fra le civiltà e della pace mondiale. Non
è chiaro perché l’atlantismo dovrebbe essere il destino irreversibile dell’Europa e del
Mediterraneo.
Alain de Benoist. A partire dalla seconda guerra mondiale, le relazioni tra Europa e
mondo arabo si sono inscritte nella logica della potenza strategica degli Stati Uniti.
Sembra che gli Europei abbiano lasciato agli Americani la gestione del conflitto
israelo-palestinese. Poiché la stabilità del mondo mediterraneo dipende
fondamentalmente dalla risoluzione di questo conflitto, a Suo parere quale soluzione
è possibile? Uno «Stato palestinese» come lo vorrebbe la comunità internazionale ma
di cui Israele non vuole ovviamente sentire parlare? Uno Stato unico per ambedue i
popoli come suggeriva Martin Buber che però Israele vuole ancora meno?
Danilo Zolo. Una condizione essenziale per il recupero dell’unità del Mediterraneo e
per la pacificazione del Medio Oriente (e del mondo) è senza dubbio la soluzione
della questione palestinese. E questa soluzione ha a sua volta come condizione il
superamento della ideologia sionista. L’intera vicenda dell’invasione ebraica della
Palestina e della autoproclamazione dello Stato di Israele ruota attorno ad una
operazione ideologica che si è incarnata in una strategia politica di lungo periodo: la
negazione dell’esistenza del popolo palestinese e quindi la piena disponibilità delle
sue terre all’occupazione da parte di Israele. La negazione dell’esistenza di un popolo
nella terra dove si intendeva installare lo Stato ebraico è lo stigma coloniale che
caratterizza sin dalle sue origini il movimento sionista: un movimento del resto
strettamente legato alle potenze coloniali europee e da esse sostenuto in varie forme.
Dopo aver a lungo progettato di costituire in Argentina, in Sudafrica o a Cipro la sede
dello Stato ebraico, la scelta del movimento sionista cadde sulla Palestina non solo e
non tanto per ragioni religiose, quanto perché si sosteneva, assieme a Israel Zangwill,
che la Palestina era “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Ed è in nome
di questa logica coloniale che nel 1948 iniziò l’esodo forzato di grandi masse di
palestinesi – non meno di settecentomila – anche grazie al terrorismo praticato da
organizzazioni sioniste radicali come la Banda Stern e l’Irgun Zwai Leumi, celebre
per aver raso al suolo il villaggio di Deir Yassin e sterminato i suoi 300 abitanti. Ma
la ‘liberazione’ dei territori palestinesi – chiamata dagli israeliani ‘guerra di
indipendenza’ – fu opera soprattutto dell’esercito israeliano, l’Haganah, per volontà
dei suoi generali e dei leader sionisti che intendevano espandere i confini dello Stato
ben oltre quelli indicati dalle Nazioni Unite. Nel 1949, alla fine della guerra arabo-
israeliana, Israele occupava infatti non il 56% dei territori della Palestina mandataria,
ma oltre il 78%. Questo accertamento storico – che dissolve i miti e gli stereotipi del
nazionalismo sionista e presenta in nuova luce l’intera vicenda dei rifugiati palestinesi
– è il clamoroso risultato delle indagini storiografiche compiute da un folto gruppo di
‘nuovi storici’ israeliani che hanno potuto disporre, a partire dalla fine degli anni
settanta, dei documenti degli Archivi di Stato. Ha preso così avvio in Israele, attorno
alle università di Beer Sheva e di Haifa, una vera e propria scuola storiografica – ma
anche archeologica, antropologica e sociologica – che critica il sionismo e propone
una rilancio ‘post-sionista’ della politica di Israele. Gli esponenti ‘revisionisti’ più noti
sono Avi Shlaim, Simha Flapan, Beny Morris, Tom Segev e soprattutto Ilan Pappe,
che si è spinto sino a parlare di “pulizia etnica del 1948”. Secondo Pappe la ‘pulizia
etnica’ è stata varata dal governo israeliano, guidato da Ben-Gurion, nel marzo del
1948, con un piano preciso e articolato, il Piano Dalet, di “de-arabizzazione della
Palestina”. E da allora, egli sostiene, l’epurazione non si è più fermata. La situazione
attuale vede ormai l’intero popolo palestinese disperso, oppresso, umiliato, ridotto in
povertà e fatto oggetto di una violenza spietata che Israele ritiene proporzionata agli
attentati terroristici che ha subito nel corso della prima e della seconda Intifada. Se
già alla fine del 1948 Israele occupava il 78% della Palestina mandataria, oggi, dopo
la Guerra dei 6 giorni, la occupa al 100%, avendo invaso i territori rimasti ai
palestinesi e avendo annesso anche Gerusalemme. L’epurazione etnica è stata via via
accompagnata dalla espropriazione delle terre, dalla demolizione di migliaia di case
palestinesi, dalla cancellazione di interi villaggi, dall’intrusione di imponenti strutture
urbane nell’area di Gerusalemme araba e di Nazaret, dall’abbattimento di centinaia di
migliaia di olivi e di alberi da frutta. Ma è soprattutto la vicenda degli insediamenti
coloniali nei territori occupati a fornire la prova del buon fondamento
dell’interpretazione ‘colonialista’ del sionismo proposta da Edward Said. Come
spiegare altrimenti il fatto che, dopo aver conquistato il 78% del territorio della
Palestina storica, dopo aver annesso Gerusalemme est ed avervi insediato non meno
di 180 mila cittadini ebrei, lo Stato di Israele si è impegnato in una progressiva
colonizzazione anche di quell’esiguo 22% rimasto ai palestinesi, e già sotto
occupazione militare? Come è noto, a partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia
laburisti che di destra, Israele ha confiscato circa il 52% del territorio della
Cisgiordania e vi ha insediato oltre 200 colonie, mentre nella popolatissima e
poverissima striscia di Gaza ha confiscato il 32% del territorio, istallandovi circa 30
colonie. Dopo lo sgombero unilaterale della striscia di Gaza, voluto nel 2005 da
Sharon, oggi non meno di 400 mila coloni risiedono nei territori occupati della West
Bank. Vivono in residenze blindate, collegate fra loro e con il territorio dello Stato
israeliano attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass routes), interdette ai
palestinesi, che segmentano e lacerano i territori occupati. Per tacere delle centinaia
di checkpoints, della depredazione delle risorse idriche, della carcerazione o
uccisione ‘mirata’ di leader politici, del milione e mezzo di persone che a Gaza vivono
in condizioni disperate, come ha provato, con una analisi agghiacciante, Sara Roy. E
a tutto questo, per volontà di Sharon, si è aggiunta la ‘barriera di sicurezza’ che ha
rinchiuso le comunità palestinesi della Cisgiordania in prigioni a cielo aperto. A
questo punto, come tentare di risolvere la ‘questione della Palestina’? Come riportare
la pace fra Israele e il popolo palestinese e, più in generale, fra arabi ed ebrei? Ciò
che si può sostenere con sicurezza, assieme a Martin Buber, Edward Said e Ilan
Pappe e all’intera scuola dei ‘nuovi storici’ israeliani, è che il peccato originale dello
Stato di Israele è il suo carattere sionista. Il sionismo, grazie al sostegno militare ed
economico – tre miliardi di dollari all’anno – degli Stati Uniti e all’omertà dell’Europa,
ha fatto dello Stato di Israele una sorta di ‘cuneo atlantico’ nel cuore del
Mediterraneo, ha lacerato la continuità umana, politica e culturale della sua sponda
orientale, ha cancellato l’identità di un popolo mediterraneo, trasformandolo in una
massa di rifugiati, di epurati e di oppressi. Per questo la ‘questione della Palestina’ è
una questione mediterranea e la soluzione non può essere cercata se non nella
direzione del ‘post-sionismo’. E questo non può che significare, anzitutto, come
auspicava Martin Buber, l’abbandono del carattere etnocratico dello Stato israeliano,
la sua piena secolarizzazione e democratizzazione. E comporta, ancora con Buber,
l’abbandono dell’idea dei ‘due Stati per due popoli’, quello ebraico e quello islamico,
l’uno giustapposto all’altro. L’idea che oggi sia ancora possibile la formazione di uno
Stato palestinese è patetica illusione o crudele impostura, nonostante il suo grande
valore simbolico, le giuste aspettative della maggioranza dei palestinesi e il suo pieno
fondamento nel diritto internazionale. Gli effetti della discriminazione etnica sono
ormai irreversibili: mai uno Stato palestinese degno del nome sorgerà sulle rovine di
Gaza e della Cisgiordania. La sola prospettiva, altamente problematica ma senza
alternative, è quella di uno Stato israelo-palestinese ‘post-sionista’, laico ed
egualitario, che riconosca eguali diritti a tutti i suoi cittadini.
Alain de Benoist. In libri recenti, Târiq al-Bishrî e Hamadi Redissi dimostrano
benissimo come il contatto con l’Occidente abbia prodotto nel mondo islamico un
vero «trauma della modernità» (sadmat al-hadatha). Fino alla metà degli anni 1960, le
elite arabe e del Vicino-Oriente avevano scommesso tutto sulla modernità forzata.
L’impresa è fallita e il fondamentalismo l’ha sostituita. Allo stesso tempo, vediamo
chiaramente che la critica alla modernità da parte dei fondamentalisti contiene una
fascinazione per essa che non si osa esprimere apertamente. Sapendo che la
«modernizzazione» è l’adozione simultanea della società di mercato, dell’ideologia
dei diritti umani, dell’individualismo occidentale, della democrazia liberale e dello
«Stato di diritto», come vede i rapporti del Sud con la modernità? Cosa pensa
dell’atteggiamento di quelli che, giudicando la modernizzazione una necessità,
sostengono che il modello occidentale debba essere esportato nel mondo arabo-
musulmano?
Danilo Zolo. Ci sono autori che identificano tout court i processi di globalizzazione
con la diffusione della modernità occidentale. Fra questi ci sono filosofi e sociologi
europei, come Jürgen Habermas, Ralf Dahrendorf, Antony Giddens, Ulrich Beck, per
i quali il problema cruciale del nostro tempo non è quello del dialogo e del reciproco
rispetto fra le diverse civiltà e culture del pianeta. Il problema principale è
l’unificazione del mondo attorno ai valori dell’Occidente, assunti come universali o
come universalizzabili. Ciò che si trova oltre il cerchio della modernità occidentale è
arretratezza economica, oscurantismo, fanatismo, oppressione. In opposizione a
questo punto di vista, per quanto riguarda un possibile dialogo fra l’Europa e la
cultura islamica, centrale è il tema del rapporto fra Islam e modernità. Va sottolineato
anzitutto che questo rapporto ha tormentato il mondo arabo-islamico sin dagli inizi
dell’Ottocento, a partire dalla vittoriosa spedizione di Napoleone Bonaparte in Egitto.
La dolorosa esperienza della ‘scoperta dell’altro’ come potente e come vincitore si è
ripetuta più volte nel corso dell’era coloniale fra Ottocento e Novecento e ancor di più
nella seconda metà del secolo scorso, a causa delle ‘umiliazioni’ che l’Occidente,
direttamente o tramite lo Stato israeliano, ha inflitto al mondo arabo: anzitutto la
sconfitta subita nel 1949 da parte delle armate israeliane e, nel 1967, la completa
occupazione dei territori palestinesi a conclusione della Guerra dei sei giorni; poi è
intervenuto il trauma della guerra del Golfo del 1991 – una sconfitta che Fatema
Mernissi ha posto in particolare rilievo -, e infine l’aggressione anglo-americana
contro l’Iraq del marzo 2003. Come hanno sostenuto Târiq al-Bishrî e Hamadi
Redissi, il ‘trauma della modernità’ è una lesione che continua a ‘destrutturare’ e a
lacerare il mondo islamico. È quella che Samir Kassir, prima di essere assassinato,
aveva chiamato ‘la sindrome del malheur arabe’, l’infelicità degli arabi. Le
aggressioni coloniali e postcoloniali che i paesi arabi hanno subito, assieme
all’oppressione politica ed economica che ne è seguita, hanno introdotto una profonda
‘divisione’ entro la maggior parte delle istituzioni intellettuali, educative, politiche ed
economiche del mondo arabo. L’assoluta superiorità degli invasori, in materia di
scienza, tecnica, organizzazione politica e normazione giuridica, ha costretto gli arabi
a imparare dai loro nemici e a seguirne le regole. Ciò li ha posti in una situazione
paradossale: resistere con tutti i mezzi alle potenze coloniali e nello stesso tempo
imitarle per tentare di dare efficacia alla resistenza e di sconfiggerle. Questo ha aperto
una profonda frattura nei valori di riferimento della società islamica, divisa fra la
fedeltà alla tradizione coranica, da una parte, e la necessità, dall’altra, di ‘apprendere
dai nemici’, allontanandosi da quella tradizione. La frattura ha generato una sorta di
schizofrenia che non riguarda soltanto i rapporti sociali all’interno del mondo arabo-
islamico, ma che molto spesso colpisce anche le coscienze individuali, tese fra due
possibili modelli di esperienza fra loro in larga misura incompatibili.
Alain de Benoist. Nel vostro libro, Franco Cassano accenna all’opposizione tra due
tipi di uomini, che Arnold J. Toynbee descriveva come «Erodiani» e «Zeloti». Gli
Erodiani sono quelli che prendono l’Altro come modello e che, sempiterni seguaci e
collaboratori, si mettono dalla parte del più forte. Sarebbero oggi gli atlantisti e gli
occidentofili. Gli Zeloti sono invece quelli che difendono la loro identità ma in un
modo convulso e contratto. Sarebbero oggi i fondamentalisti musulmani. Si può
spezzare questa dualità infernale? Sfuggire alla dicotomia «Jihad vs. McWorld»?
L’Occidente è capace, secondo Lei, di combattere con efficacia il fondamentalismo
islamico senza perdere il suo proprio fondamentalismo che riduce qualsiasi intreccio
sociale alla logica di un mercato dove tutto nel mondo può essere acquistato?
Danilo Zolo. L’Occidente non può opporsi al fondamentalismo islamico senza prima
rinunciare al suo fondamentalismo, che è, essenzialmente, il fondamentalismo del
mercato, del profitto, della produzione e del consumo, sostenuto con la forza del
potere militare e in dispregio del diritto internazionale. Se è così, la via della pace nel
Mediterraneo e nel Medio Oriente passa per la capacità della ‘vecchia Europa’ di
recuperare i suoi valori originari, a cominciare dalla riaffermazione del diritto e delle
istituzioni internazionali e della necessità del dialogo e della cooperazione con le altre
culture e civiltà, anzitutto con il mondo islamico e quello cinese-confuciano. E la
pace internazionale dipende, almeno in parte, dalla capacità dell’Europa di svolgere
una funzione di equilibrio strategico in un mondo che tenta di liberarsi
dall’unilateralismo imperiale degli Stati Uniti e di darsi un assetto multipolare e
policentrico. Si potrebbe sostenere che l’ordine mondiale dipenderà dalla capacità
dell’Europa di essere ‘europea’ e cioè sempre meno atlantica e sempre meno
occidentale: un’Europa orientata a svolgere un ruolo autonomo nel medio Oriente e
nell’Oriente asiatico. L’emergere di grandi potenze regionali come l’India e la Cina
rischia altrimenti di fare del Pacifico il nuovo epicentro egemonico del mondo,
emarginando ancora una volta l’Europa, il Mediterraneo e i loro valori. La
realizzazione di un mondo meno spietato e violento passa dunque, molto
probabilmente, (anche) per una strategia euromediterranea che sia capace di fermare
il progetto imperiale ‘oceanico’ e di aprire una breccia nella compattezza dello
schieramento manicheo che oggi divide il mondo: da una parte alcune grandi potenze occidentali che si ritengono portatrici di valori assoluti e legittimate a usare la violenza per tutelarli e diffonderli, e, dall’altra parte, i paesi islamici dove le armate
‘cristiane’ possono impunemente fare strage di decine di migliaia di persone innocenti e decidere l’impiccagione dei nemici aggrediti e sconfitti. Nella sua attuale
subordinazione atlantica l’Europa, dimentica delle sue radici mediterranee, subisce
una grave amputazione, che è all’origine della sua incapacità autocritica, della sua
debolezza identitaria, della sua impotenza come attore politico internazionale.
L’Europa è costretta a pensarsi come ‘Vecchia Europa’, e cioè come una fase superata dello sviluppo storico che ha portato all’affermazione della civiltà occidentale. E in questa prospettiva, salvo la sua arretratezza politica e militare, l’Europa tende a
identificarsi con gli Stati Uniti e a condividerne la peculiare concezione della
modernità’, con al centro l’individualismo estremo, la pulsione acquisitiva, la
competizione, l’efficienza produttiva e la crescita economica, con l’inevitabile
corollario della devastazione dell’ambiente.
Alain de Benoist. Il vostro libro si chiama L’alternativa mediterranea. In che senso
(e rispetto a cosa) il Mediterraneo costituisce un’alternativa nel mondo odierno? A
quali condizioni essa si potrebbe realizzare?
Danilo Zolo. L’unità, l’originalità e la grandezza civile del ‘pluriverso’ mediterraneo
sono un patrimonio storico e politico che oggi rischia di essere cancellato, sopraffatto
com’è da strategie ‘oceaniche’ – universalistiche e ‘monoteistiche’ – che minacciano
non solo la convivenza fra i popoli mediterranei, ma anche l’ordine e la pace
internazionale. Per ‘alternativa mediterranea’ si può dunque intendere il tentativo di
resistere, facendo leva su un recupero della tradizione e dei valori mediterranei, alla
deriva universalistica e ‘monoteistica’ che viene dall’Occidente estremo – gli Stati
Uniti d’America – e si abbatte con violenza sul vecchio mondo. L”alternativa’ è
denunciare e contrastare il fondamentalismo neo-imperiale – aggressivo e bellicista –
che si propone di recidere ogni rapporto fra le due rive del Mediterraneo,
subordinando l’Europa allo spazio atlantico e sottoponendo il mondo arabo-islamico ad una crescente pressione politica, economica e militare. È il caso di aggiungere che l’idea di una ‘alternativa mediterranea’ che qui è stata tratteggiata si ispira alla scuola di Algeri e alla lezione braudeliana non solo per il rifiuto di ogni riferimento unilaterale e apologetico alla tradizione romana e cristiano-cattolica, ma anche per la diffidenza ‘realista’ verso una visione nostalgica o romantica del Mediterraneo.
La mitologia dell’età dell’oro greco-romana finisce per applicare il paradigma
‘orientalista’ al Mediterraneo stesso, facendone un prezioso fossile della protostoria
occidentale, senza prospettive se non quelle del piccolo cabotaggio turistico-
commerciale. Predrag Matvejevi non ha torto quando insiste ć nel denunciare il
passatismo retrospettivo di molta letteratura mediterranea, che sembra riferirsi agli
antichi splendori imperiali – o alla dolcezza del clima, o ai paesaggi pittoreschi –
come alle sole possibili fonti della propria legittimazione intellettuale, e non ha
energie per concepire un progetto innovativo. L”alternativa mediterranea’ che viene
qui proposta vorrebbe valorizzare, piuttosto, la cultura del limes, dei molti Dei, delle
molte lingue e delle molte civiltà, del ‘mare fra le terre’ estraneo alla dimensione
monista, cosmopolitica e ‘umanitaria’ delle potenze oceaniche. Resta tuttavia una
condizione essenziale perché il progetto di revisione e di rilancio della cooperazione
mediterranea possa avere un minimo successo: è necessaria un’incisiva
trasformazione del rapporto fra il processo di unificazione dell’Europa, la sua
appartenenza all’emisfero occidentale e le sue radici mediterranee. Oggi l’Europa,
nella percezione diffusa degli europei e non solo nella ideologia dei neocon
statunitensi, è la periferia sud-orientale dello spazio atlantico, mentre il centro è
saldamente ancorato alla Statua della libertà. L’Europa unita ha oggi una popolazione che è più del doppio di quella statunitense ed è quattro volte quella del Giappone. È la prima potenza commerciale del mondo e il suo Prodotto interno lordo è pari a un quarto del Prodotto interno lordo mondiale. Ma sul piano politico e militare l’Europa è inesistente: è semplicemente la frontiera che separa l’emisfero occidentale dall’oriente asiatico e dal mondo islamico. E l’Europa è sempre più in ritardo sul quadrante di una storia contemporanea che l’energia distruttiva e innovativa del ‘nuovo mondo’ americano ha spinto verso una mutazione continua. Ed è naturale che l’ideologia politica e militare dell”atlantismo’ continui a raccogliere forti consensi in Europa, soprattutto nell’area anglosassone e nell’Est europeo, che hanno avuto deboli interazioni con le culture fiorite sulle sponde del Mediterraneo, quella arabo-islamica in particolare.

Note
*. Intervista raccolta da Alain de Benoist, Éléments, 129 (Été 2008), pp. 26-32.
Traduzione delle domande dal francese all’italiano a cura di Benoît Challand.
1. Danilo Zolo, Franco Cassano (a cura di), L’alternativa mediterranea, Milano,
Feltrinelli, 2007, 659 pagine.


Advertisements

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Fascismi, Politica, Storia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...