La misura della libertà nel corso dell’epopea iniziata con la Rivoluzione

Nessuno come Mazzini – La misura della libertà nel corso dell’epopea iniziata con la Rivoluzione

L’idea liberale non corrisponde ad uno schema necessariamente omogeneo, e tanto meno si può rappresentare razionalmente con un sistema. Montesquieu, nel suo “Esprit des lois”, fece un blando tentativo in questo senso, che in sostanza si riduce al principio di rappresentanza e alla separazione dei poteri, quali cardini dello Stato liberale.

Il “liberale” però, nella storia, è più semplicemente colui che difende una libertà. Questo vale sia per la libertà degli individui, sia dei popoli, e ovviamente dell’economia.

Il fatto che non vi sia una razionalizzazione sistematica dell’idea liberale, può poi originare, sul piano della realtà quotidiana, quelle che sono incredibili ed impreviste contraddizioni. Pensiamo al ministro delle Finanze di Luigi sedicesimo di Francia, lo svizzero Necker. Di fronte ad un popolo francese alla fame, il Necker impedì con decreto che i commercianti di granaglie vendessero a prezzi maggiori il loro prodotto fuori dai confini del paese. Per irrobustire il mercato interno, il Necker commise un’azione illiberale che frenava il libero mercato. E Necker fu accusato di colbertismo e rimosso dall’incarico. La particolarità è che proprio la cacciata di un ministro interventista originò il più grande moto liberale della storia, quale la rivoluzione francese.

Quale libertà maggiore poteva essere data ad un popolo europeo nel ‘700 se non quella di rovesciare il potere della corona? Eppure da lì a poco si vide proprio in Francia come la questione dell’eguaglianza entrò in conflitto con l’idea della libertà. E questo fu il principale problema politico, filosofico, istituzionale con cui si dovettero fare i conti nell’epoca contemporanea.

Fu fatale il pensiero di Jean Jacques Rousseau. Convinto che la proprietà privata fosse all’origine della diseguaglianza fra gli uomini, Rousseau propose un contratto sociale per regolare la convivenza fra tanti interessi discordi. Gli individui si rimettevano al rispetto delle leggi dello Stato che li avrebbe tutelati in nome dell’interesse generale. I rivoluzionari della Convenzione francese non arrivarono ad abolire la proprietà privata – era pur sempre una rivoluzione del Terzo Stato, la loro – ma pensarono di moderarla entro un limite appropriato. La reazione fu tale ed in tempi tanto brevi, che lo stesso Comitato di salute pubblica saltò per aria. Ad un popolo parigino affamato, si contrapponeva l’esigenza dello sfarzo. I cittadini francesi non solo ambivano a più di quanto loro si richiedeva per vivere, ma volevano anche ostentarlo.

Così finì il sogno della virtù repubblicana di Robespierre. Uno schiaffo ben assestato alle tanto omaggiate idee del suo vate Rousseau. Ammesso che gli uomini fossero pur uguali in natura, quella loro natura pretendeva di non essere poi reclusa da regole ferree. Una vittoria della libertà sull’eguaglianza in un conflitto storico che si sarebbe poi concluso con il bonapartismo. Quello di Napoleone, prima, e quello del nipote Luigi, poi. Entrambi, in effetti, ebbero una loro capacità di attrazione sui liberali. I repubblicani italiani, che si radunarono a Roma sotto il triumvirato di Saffi, Mazzini ed Ermellini, ebbero l’occasione di conoscere uno di questi liberali, ancora oggi noto, Alexis de Tocqueville.

La giovane Repubblica Romana era riuscita a negoziare una tregua con i generali francesi che la cingevano d’assedio; il ministro degli Esteri di Luigi Bonaparte, de Tocquiville, mandò all’aria l’accordo stipulato. Su Roma volarono le palle di cannone. Quando poi il ministro Tocqueville dovette spiegare al Parlamento francese perché aveva bombardato la Repubblica Romana e reinstaurato il potere papale, egli spiegò, senza riuscire ad essere molto persuasivo in verità, che la libera Repubblica minacciava la libertà della Santa sede. E la Francia, che con Bonaparte primo aveva arrestato un papa, con Bonaparte terzo lo ristabilì sul trono. Si capisce facilmente allora la diffidenza che Mazzini nutriva per i liberali.

Lui era un rivoluzionario, loro temevano la rivoluzione. Poi il concetto liberale era pur sempre un esempio di volontà di potenza. Una nazione non può rinunciare, lo dimostra la Francia, all’uso della forza, questo sarebbe un limite alla sua libertà. Eppure è difficile pensare ad un liberale più di quanto lo fosse lo stesso Mazzini, nella sua lotta col popolo italiano contro una dominazione straniera. Dal punto di vista austriaco – tedesco, ad esempio, per tutto il secolo successivo Mazzini fu tutt’uno con il liberalismo moderno. E davvero nessuno era più liberale di Mazzini.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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