LA LEGA E IL MIRAGGIO ETNO-NAZIONALITARIO

Il significativo ed inaspettato successo elettorale della Lega Nord ci impone di tornare ad esaminare i caratteri politici e l’immagine esterna del partito/movimento guidato dal leader (maximo) Umberto Bossi. Questo soprattutto in virtù del fatto che la sua campagna di propaganda è stata caratterizzata, almeno iconograficamente, da un ossessivo ritorno ai tratti iniziali del messaggio leghista, quelli fortemente identitari e secessionisti. Proprio la parola secessione è oggi al centro del dibattito politico nazionale, e la grande stampa ha addirittura definito quello del senatur “il più grande partito nazionalista europeo”, intendendo l’aggettivo nella sua accezione etnica. Questo ad ennesima dimostrazione della povertà di strumenti di analisi storica e sociale che caratterizza l’informazione nel nostro paese. Bossi come Braveheart, eroe dal cuore impavido della lotta di indipendenza della Scozia dall’Inghilterra?

Sicuramente no, e cercheremo di spiegare ancora una volta la superficialità di certi paragoni e la lontananza dei proclami “padani” da quella che è l’essenza del discorso etno-nazionalista, anche nelle sue accezioni più negative e reazionarie, un esempio per tutti la Croazia di Tudjman. Lo faremo a partire da una premessa volutamente esplicita e radicale che è questa. Non solo non consideriamo l’unità d’Italia un dogma, da difendere come sostiene Luciano Violante anche con la forza, ma riteniamo un suo eventuale parziale o totale sgretolamento in seguito ad autentiche istanze nazionalitarie un momento importante di quel processo di liberazione sociale e di recupero della sovranità nazionale (ora triste parodia di sé stessa) che da tempo auspichiamo. Non ci uniremo di certo, quindi, al coro, di destra e di sinistra, di quelli che si indignano anche per il solo uso della parola secessione, invocando i sacri princìpi del risorgimento massone o il cupo spettro della vicina realtà ex-Yugoslava. La stessa legislazione internazionale, per il valore che le si può attribuire visto l’uso disinvolto che ne fanno le potenze occidentali, prevede espressamente il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Diritto che può essere espresso con mezzi propri anche nell’ambito di Stati democratici i cui confini siano stati da tempo ampiamente riconosciuti, ad esempio dall’ONU o dalla comunità europea. Ben vengano perciò referendum che sanciscano la volontà popolare al distacco di “nazioni interne” come la Sardegna o il Sud Tirolo. Chi vi si opporrà si metterà nella condizione di detentore di un potere coloniale sostanzialmente illegale.

Detto questo però il problema sta nel fatto che le tematiche veicolate dalla protesta pseudo-etnica della Lega sono ben altre rispetto a quelle che riteniamo possano far da motore alla voglia di indipendenza legittima di un popolo. Questo a partire da quello che è l’equivoco di base, e cioè che il “Nord”, la fantomatica “Padania”, sia mai stata o possa oggi essere considerata un’entità nazionale distinta dal resto dell’Italia. Storicamente il Nord del nostro paese era costituito da un multiforme magma di popoli, di etnie, dalle caratteristiche linguistiche, culturali, etniche del tutto difformi le une dalle altre. All’interno della stessa Lombardia, iniziale nocciolo duro del radicamento territoriale leghista, coesistono un grandissimo numero di micro realtà locali con tratti culturali non omogenei ed appartenenti addirittura a ceppi linguistici diversi. Forse solo nel Veneto, ex culla del potere romano targato DC, esiste un’identità etnica avvertibile, peraltro nettamente inferiore a quella che caratterizza regioni come il Friuli e la già citata Sardegna. Ci troviamo perciò di fronte ad una “nazione” del tutto fittizia, immaginaria, la “Padania”, che ha come unico comune denominatore interno un tasso di ricchezza media superiore a quello del resto del paese. Corrispondendo perciò perfettamente ad un modello di Stato-Regione che un teorico dell’economia globalista, Kenichi Ohmae, individua come lo strumento più adatto per ottimizzare i processi concorrenziali alla base dell’attuale tendenza verso la mondializzazione del mercato e del capitale. Non è un caso che a conclusioni simili (costituzione di macro regioni individuate appunto sulla base dei redditi e delle potenzialità produttive) sia arrivato, in uno studio sul federalismo di alcuni anni fa, un ente non certo ascrivibile all’area etno-localista: la fondazione Agnelli. D’altronde è significativo il fatto che nei veementi discorsi di Bossi contro il “colonialismo” romano, manchi il benché minino accenno ad una identità linguistica o culturale della “Padania” o ad un suo possibile riscatto in tal senso. Rivendicazioni che sono patrimonio imprescindibile di tutti i movimenti a base etnica, anche nelle loro versioni più moderate e borghesi (quali ad esempio, in Spagna, i partiti ormai governativi catalano -CiU- e basco -PNV-). Nelle varianti di destra, quando non para-fasciste, della proposta etno-nazionalista (è il caso della già citata Croazia o della ormai svanita Repubblica serbo-bosniaca) il richiamo a tale identità diventa addirittura maniacale e caricaturale.

Questo non esclude peraltro il fatto di poter considerare la Lega Nord un movimento nettamente di destra, seppur anomalo. Esso coniuga infatti al suo interno sia la più truce xenofobia verso il “diverso” (immigrati, meridionali ma anche, a livello prepolitico, gay), che un integralismo cristiano ultrabigotto, ben impersonato dalla figura di Irene Pivetti, fino a qualche anno fa patrimonio del più retrivo cattolicesimo democristiano. Il tutto legato da una visione economica ultraliberista, reganiana, caratterizzata da una spiccata attitudine antiambientalista sensibile alle più truci tematiche corporative.

Riassumendo la Lega può essere politicamente ascritta alla destra liberista, con la particolarità, rispetto a quella classica, di presentare caratteristiche “locali” fondate su un generico, strumentale richiamo al “territorio” e, in forma preponderante, sulla difesa di privilegi economici e sociali guadagnati, guarda caso, grazie ad una politica “romana” di industrializzazione del nord Italia. Politica che ha costretto all’immigrazione e alla subalternità sociale gran parte della forza lavoro meridionale. La stessa che è oggi la principale vittima del dramma disoccupazione, dopo aver più pesantemente pagato la scelta di uno sviluppo economico dissennato dal punto di vista ambientale oltre che diseguale, fortemente voluto da quelli che oggi i leghisti dipingono come “colonizzatori” (e lo sono stati, ma del sud Italia!). A partire da tali osservazioni non si può ovviamente negare la necessità di un drastico decentramento dei poteri verso le istituzioni amministrative periferiche. Che, sia ben chiaro, va chiesto con forza, ma in base a criteri solidaristici e non come strumento al servizio delle logiche del libero mercato, tale poi solo per chi compete come soggetto forte. Non quindi ad esclusivo beneficio della frazione più ricca ed egoista del paese, oggi politicamente rappresentata dalla Lega Nord, ma come momento di reale diminuzione del potere statale, sia esso romano, milanese o palermitano poco importa, rispetto alla vita e alle potenzialità autogestionali dei cittadini.

In questo senso l’azione della Lega, di per sé reazionaria e conforme ai modelli economici dominanti, potrebbe assumere un’importanza come volano di cambiamenti istituzionali potenzialmente positivi. È importante rimarcare tale avverbio -potenzialmente- in quanto una ristrutturazione in senso federale dello Stato non è di certo, di per sé, risolutiva nella direzione di una liberazione sociale possibile come da noi concepita. Il decentramento amministrativo, la stessa drastica riduzione della grandezza delle entità statali -lo dimostrano gli esempi delle vicine Svizzera e Slovenia- non garantiscono alcuna certezza in tale direzione. Anzi molto spesso portano, come unico risultato, la reiterazione, in chiave più esasperata, dei medesimi meccanismi centralisti e liberticidi che ci si era illusi di poter curare e risolvere con delle semplici alchimie istituzional-territoriali.

Non volendo in questa sede imbarcarci nella non semplice impresa di tratteggiare in poche righe le linee portanti di un indipendentismo o di un federalismo realmente utile come strumento di attenuazione e limitazione del potere statale, di recupero delle realtà locali ambientali e sociali, di valorizzazione delle peculiarità regionali in chiave anticapitalista e antiliberista, possiamo certamente proporre quello di Bossi come modello che si pone in antitesi a tale progetto. La vagheggiata nascita di un nuovo “land” tedesco, obbediente alle feroci leggi del mercato, distruttore di risorse umane e naturali, inflessibile con i più deboli ed ossequiente verso i più forti, ci è del tutto indifferente, null’altro essendo che una mera riproposizione applicativa del modello industrial-capitalista che come sinistra antagonista e nazionalitaria da sempre contrastiamo. Su questo terreno va combattuto Bossi, senza retorici e patriottardi appelli all’applicazione di un codice penale scritto molti anni fa in perfetta sintonia con l’ideologia che permeava il suo tempo, quella fascista .

Tratto dalla rivista Indipendenza

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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