Il principio di unità e di indivisibilità della Repubblica

2 Giugno.

Il principio di unità e di indivisibilità della Repubblica

Tratto da La Voce Repubblicana del 2 Giugno 2011

Il 2 giugno del 1946 un referendum popolare proclamava la Repubblica. Due milioni circa di voti in più di coloro che ancora si richiamavano alla monarchia, nonostante le responsabilità gravissime di casa Savoia nei confronti del fascismo e della guerra. Lo scarto testimoniava una frattura reale nel paese e annunciava una marcia in salita per coloro che si volevano lasciare alle spalle un’epoca dolorosa e sofferta. Occorreva ricostruire il paese e ristabilire quei principi democratici calpestati durante un ventennio. Le celebrazioni della festa del 2 giugno sono anche un doveroso omaggio agli uomini e alle forze che compirono tale processo. La situazione italiana era difficilissima. La guerra civile aveva esacerbato gli animi, economicamente e moralmente il paese era depresso. La grande forza di un partito come quello comunista legato idealmente al blocco sovietico era comunque un avversario del nuovo modello democratico. Va dato atto al Partito comunista italiano di aver contributo al riconoscimento delle nuove istituzioni e, nonostante le sue contraddizioni, ad aver contribuito alla difesa dello Stato negli anni di piombo. Ciononostante i rapporti complessi di quel partito con l’Unione sovietica contribuirono a creare l’anomalia italiana, ovvero l’impossibilità di avere un’alternativa di governo, cosa che negli altri paesi occidentali le socialdemocrazie avevano saputo garantire.

In 45 anni di governi imperniati sulla Dc, l’Italia si era sviluppata e aveva consolidato un blocco di potere con sue proprie disfunzioni, tali che, una volta caduto il muro di Berlino, giunse ad un punto di non ritorno. Nel paese era evidente un’istanza profonda di cambiamento e di innovazione: ma questa fu mal gestita e mal pensata. Lo dimostrano le difficoltà che abbiamo incontrato in questi ultimi 18 anni, in cui pure si è sperimentata la forma dell’alternanza.

Molti conti con il passato sono rimasti in sospeso, il divario fra nord e sud si è acuito, la nostra industria è entrata in sofferenza, le trasformazioni politiche non sono state lineari. Le classi dirigenti non si sono rinnovate.

Mentre l’Occidente democratico manteneva saldi i suoi partiti tradizionali e ne mutava i vertici, l’Italia mutava le formazioni politiche e manteneva quasi sempre gli stessi uomini. I difetti si aggravano invece di risolversi.

L’ansia di cambiamento ha messo a dura prova la nostra stessa Carta costituzionale.

L’elezione diretta del premier e del governo è soluzione che urta con le procedure previste dal nostro ordinamento e con la stessa sovranità che la Costituzione affida al Parlamento. Il conflitto fra magistratura e politica, che ci trasciniamo dal 1993, nasce dall’improvvida riscrittura, sull’onda del malcontento popolare, di un articolo della Carta costituzionale, quale il 68.

Il Capo dello Stato ha fatto bene a ricordare in questa ricorrenza, come punto di “riferimento essenziale”, “l’ancoraggio al principio di unità e indivisibilità della Repubblica”. Con esso si assicura “il dovere di tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e di tutte le persone presenti sul territorio nazionale”. Eppure, senza un necessario riequilibrio politico ed istituzionale, è proprio questo cardine del nostro ordinamento che si trova esposto ad un rischio estremo.

 

Roma, 1 giugno 2011

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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