Il partito liberale fra rivoluzione democratica e controrivoluzione

 

Un mondo che cambia

 

Il partito liberale fra rivoluzione democratica e controrivoluzione

 

“Fra la rivoluzione democratica e la controrivoluzione non c’è più posto per un partito liberale anche se del tutto confacente alle esigenze del secolo”.

 

François Furet e Denis Richet, nella loro “Rivoluzione francese”, fissavano il problema del liberalismo quale si sarebbe delineato anche alla fine del primo conflitto mondiale. Le élite liberali che si erano poste il problema della guida degli stati nazionali nel corso del processo di modernizzazione europea dell’800, erano via via entrate in crisi nel confronto con la società di massa. Il 1917 sarà un anno cruciale, come il 1793. Il governo russo del liberalsocialista Kerensky viene spazzato via dal partito bolscevico. Fra socialismo e liberalismo la rivoluzione russa, esattamente come quella francese due secoli prima, imponeva una scelta. E il liberalismo perdeva. Di lì a breve anche in Italia avremmo avuto un esito simile. Il liberalismo italiano era troppo debole per fronteggiare la rivoluzione fascista. In Germania e Spagna il liberalismo era quasi inesistente. In Francia era rimasto altrettanto minoritario. In Inghilterra, dove pure aveva resistito con successo, passò la mano al fronte conservatore. Va detto che il primo ministro conservatore Winston Churchill proveniva pur sempre dal partito liberale e, di fatto, sconfiggendo Hitler, compì la più grande impresa liberale del ‘900. Il suo predecessore Chamberlain, un conservatore puro, non fu certo all’altezza della situazione. L’unica roccaforte occidentale che resistette al nazifascismo, l’Inghilterra, aveva dunque alla sua guida un vecchio liberale, per quanto transfuga fosse stato. Questo è almeno un titolo d’onore davanti ai totalitaristi. E anche nell’immediato dopoguerra, in Europa come in Italia, i partiti e i movimenti liberali sembrano ridotti ad una condizione marginale ed ininfluente, incapaci di reggere il passo della storia. Un liberale deve essere anche libero di guardare ai suoi errori. Incertezza dei governi, passi falsi degli intellettuali. Gobetti era un giovane brillante e coraggioso, ma il suo giudizio sulla Rivoluzione d’ottobre fu sbagliato. Non ci sarebbe stata più nessuna speranza di libertà nella Russia dei soviet, al contrario di quello che egli stesso vagheggiava. E se c’è stata una condizione di ripresa del movimento liberale, quella la si deve all’opposizione ferma ed intransigente al socialismo da parte della scuola viennese, Von Mises e Von Hayeck in testa. Chiaramente tanta ostilità, per quanto ben giustificata, avrebbe avuto un contrappeso. Sono proprio i viennesi a venire considerati i capostipiti del liberismo sfrenato del secolo appena iniziato, e magari indicati pure come responsabili dell’illusione del mito del libero mercato, “il mercatismo”, per dirla con Giulio Tremonti. Anche qui bisogna guardare alla storia con circospezione e prudenza.

 

Due errori gravissimi per il liberalismo italiano li commise perfino un nume tutelare come Benedetto Croce. Il primo fu quello di ritenere innanzitutto la libertà un’idea dello spirito, tanto che le carceri fasciste non la potevano intaccare più di tanto. Così la Resistenza divenne quasi un fenomeno comunista. Il secondo fu di giudicare Marx più attuale di Mazzini, troncando il rapporto complesso e contraddittorio, ma necessario per elaborare una piattaforma democratico-liberale in Italia.

 

La tradizione liberale italiana rimase, grazie a Croce, antimazziniana anche nel secondo dopoguerra. Un vulnus culturale e politico. E si dovrebbe capire perché il liberalsocialismo, come fallì in Russia, fallì subito anche in Italia. Il Partito d’Azione, le formazioni di Giustizia e Libertà non ebbero un futuro politico. La scelta di Ugo La Malfa di aderire al Partito repubblicano fu salvifica: un liberale, consapevole della necessità di un raffronto con la questione sociale, dava vigore e modernità ad un partito risorgimentale. La Malfa guardava più a Keynes che a Mazzini, un’angolazione utile per quel momento storico. Ma con un problema: il giusto tentativo di guadagnare il Partito socialista, e magari anche il Partito comunista italiano, all’interesse nazionale e alla difesa e allargamento della democrazia, si mostrerà controverso e nel complesso deludente. Il La Malfa del 1976, che sceglie la strada dell’Eldr, è un uomo sfiduciato sulle possibilità di una soluzione al problema italiano e cerca risposte in Europa, dove si è molto più avanti. L’Inghilterra e la Germania. Oggi in questi due paesi la situazione politica è speculare, per quanto opposta, a quella di quell’anno fatale da cui abbiamo iniziato questa riflessione. Nel 1976 i partiti liberali di Inghilterra e di Germania erano alleati al governo delle formazioni socialiste. Dal 2010 i liberali di quei paesi sono al governo, ma con i conservatori ed i popolari. Una rotazione completa che dà il senso di un mondo completamente cambiato. E pure c’è chi ancora non se ne accorge.

 

Roma, 11 gennaio 2011

 

http://www.pri.it/new/FondoProgettoLiberaldemocratico/FondoProgettoLiberaldemocratico112011.htm

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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