Il capitalismo tra il conte di Cavour e Mazzini

La lezione di Rosario Romeo

Lo storico nasceva a Giarre l’11 ottobre del 1924

Il capitalismo tra il conte di Cavour e Mazzini

La prima cosa che viene da pensare ricordando la nascita di Rosario Romeo a Giarre, nella provincia catanese, l’11 ottobre del 1924, è che l’Italia ha avuto pochi storici della sua risonanza internazionale. De Felice forse, con la particolarità che Romeo ci molto è più caro, non solo per la sua militanza nel Partito repubblicano, ma perché si occupò di questioni alle quale siamo più legati, come il Risorgimento e il capitalismo. Poi gli anni passano e, a essere sinceri, ci saremmo anche dimenticati dell’anniversario della nascita di Romeo, se non fosse per un articolo di Francesco Perfetti che lo ha contrapposto, un po’ superficialmente magari, al pensiero di Gramsci. Superficialmente, perché Gramsci non era uno storico in senso proprio e l’interpretazione che Gramsci diede del Risorgimento ebbe effetto sulla storiografia italiana più per il suo valore politico che per quello strettamente scientifico. Eppure, vedi gli effetti del talento intellettuale e creativo di uno come Gramsci: molti storici, grazie a lui, sbagliarono completamente indirizzo mal interpretando il Risorgimento e finendo per non capire nemmeno la questione italiana, passando da un equivoco all’altro. Richiamarsi a Romeo è forse il modo più corretto per affrontare invece la realtà del nostro paese dalle sue radici e, ovviamente, dalle sue contraddizioni. Se ringraziamo comunque Perfetti per aver ricordato Romeo come esempio di antigramscismo, bisogna notare che la prima obiezione a Romeo, al suo “Risorgimento in Sicilia”, venne dalle pagine de “Il Mondo”, attraverso il crociano Panfilo Gentile, indispettito da tanta rigorosa attenzione alla questione economica. Gli idealisti allevati alla scuola di Benedetto Croce soffrivano Romeo ancora prima dei gramisciani. E si capisce: l’idealismo è la radice comune del pensiero liberale italiano e di quello marxista. La politica liberale fu però cosa diversa dal pensiero, visto che il conte di Cavour da giovane aveva più frequentazione con le case da gioco che con i testi prodotti nell’università di Berlino. E Cavour era il vero pallino di Romeo, come testimonia anche l’imponente biografia che dedicò al primo ministro piemontese. Questo fu un problema non da poco per la tradizione mazziniana e per i repubblicani, che pure Romeo elessero nelle loro file,, non per l’azione politica contemporanea ovviamente, ma per la considerazione del proprio passato. Cavour e Mazzini sono due facce della stessa medaglia, certo, quella dell’Unità d’Italia, ma due facce contrapposte che si fronteggiano l’un l’altra. E la differenza fra i due non è solo sul piano politico, tra chi serviva un progetto monarchico e chi non intendeva rinunciare all’idealità repubblicana, ma anche sul metodo e sui risultati. Cavour ottiene successi, quanto Mazzini colleziona sconfitte. Pensiamo anche solo alla guerra di Crimea. Mazzini era indignato all’ipotesi di vedere soldati italiani combattere per gli interessi di equilibrio internazionale delle monarchie europee. Cavour comprese invece che quella guerra sarebbe stata l’occasione del primo riconoscimento estero del futuro Stato nazionale. Nella prassi politica aveva ragione Cavour, ovviamente. Come Cavour ebbe ragione nell’intraprendere la seconda guerra di Indipendenza che Mazzini vide col fumo negli occhi per la cooperazione con la Francia. Non c’è dubbio che il realismo di Cavour, e forse anche la sua spregiudicatezza, parvero a Romeo più utili per il conseguimento dell’Unità nazionale dell’utopismo repubblicano di Mazzini. O, per lo meno, li preferiva. Del resto furono molti i repubblicani affascinati dalla figura e dal ruolo di Cavour, persino Garibaldi a suo modo ne venne irretito. La ragione fu semplice. Mazzini deluse il generale nella questione romana, e proprio sotto il profilo politico e decisionale. Mazzini impedì a Garibaldi di inseguire le truppe francesi in rotta dopo San Pancrazio per non rompere i rapporti con la Francia, senza intendere che quei rapporti erano comunque compromessi. L’esercito francese si riorganizzò e contrattaccò. Peggio, Mazzini affidò la difesa di Roma al comando del generale Roselli, un ufficiale completamente incapace. Cavour, scaltro, avrebbe dato carta bianca a Garibaldi nelle operazioni militari, limitandolo solo nelle decisioni politiche. Il conte giocatore d’azzardo era un migliore psicologo. Eppure Romeo difese Mazzini dalle accuse di insensibilità sociale rivoltegli poi da Marx e dai marxisti. La mancata promessa della riforma agraria ai contadini siciliani non avrebbe dato slancio alla rivoluzione italiana, come teorizzava Gramsci e poi predicò Emilio Sereni. Al contrario, avrebbe incentivato uno spirito conservatore e ritardato lo sviluppo economico del Nord. Sarebbero divenuti ancora più difficili i rapporti fra Nord e Sud, più complessi di quello che pure sono stati. Se poi consideriamo gli interessi dell’unico paese europeo che guardava con interesse alla rivoluzione italiana, l’Inghilterra, capiamo bene che non si potevano distribuire le terre come promesso. Bronte, ad esempio, era una proprietà della famiglia del conte di Nelson. Pensiamo solo a come Londra, che si era spesa per la spedizione in Sicilia, avrebbe preso l’esproprio ai danni del grande eroe di Trafalgar.Poi, chi non è uno storico professionista come Romeo, e non è costretto alle manovre diplomatiche, resta libero di considerare il Risorgimento come “una rivoluzione incompiuta”, proprio per il conseguimento dell’Unità nazionale sotto la corona di Casa Savoia, piuttosto che sotto la bandiera repubblicana.

 

Riccardo Bruno

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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