Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta.

150 anni  orsono  l’Italia veniva unificata con una conquista militare e politica da parte dell’esercito piemontese. Fu il modo peggiore per realizzare l’unità? Lascio la risposta a questo quesito agli storici. A me preme ricordare che l’unità nazionale fu prima di tutto un fatto culturale: i grandi poeti, scrittori, letterati, pittori ed artisti vari dei secoli precedenti avevano già costruito un’Italia unita che era ben riconoscibile agli occhi dei più .

Su questa fondamentale unità culturale ancora oggi poggiamo il nostro orgoglio di essere Italiani.

Fu questa, però, un’Italia di “elite” conosciuta da pochi e cementata dal sangue dei pochi patrioti che animarono le gloriose pagine della nostra storia risorgimentale.

I veri fenomeni di massa che caratterizzarono  la fusione più ampia di popolo furono la prima guerra mondiale ed il Fascismo.

La prima vide nelle trincee cittadini di tutte le regioni italiane che difendevano con il proprio sangue il sacro territorio patrio. Nessuno  sa dire ancora oggi se furono spinti a quella titanica impresa dalla paura della repressione, dal bisogno e la povertà o dalla consapevolezza di quel che si faceva e delle ragioni di quel tremendo scontro. Probabilmente ci fu un po’ di tutto a differenti livelli.

Certo, il rischiare la vita insieme a persone che parlavano differenti dialetti a volte incomprensibili tra loro ha generato solidarietà e condivisione: elementi indispensabili per realizzare un saldo cemento di tipo diverso.

Il Fascismo, poi, con la campagna di alfabetizzazione,  unita all’esaltazione della millenaria storia d’Italia, legata nelle proprie origini all’Impero  Romano, e all’approfondimento dell’epopea risorgimentale, ha inculcato nelle giovani generazioni quell’amor patrio che ha consentito, durante le vicende di quell’ intenso ventennio, azioni eroiche e leggendarie che tutto il mondo ancora ci invidia.

Se a questo aggiungiamo che le bonifiche in Italia e le colonie d’oltremare hanno consentito le migrazioni di popolazioni differenti, ci rendiamo conto che si stava tentando di uniformare e  far fraternizzare le varie genti d’Italia.

Oggi purtroppo il clima sta cambiando.

In Italia settentrionale prolifera il fenomeno leghista con le sue spinte antiromane ed antimeridionaliste tendenti alla secessione. Addirittura l’Italia tutta si è scoperta all’improvviso federalista senza capire assolutamente di cosa si sta parlando. Il federalismo di cui si stanno approvando le norme nulla ha a che vedere con il tentativo di ricostruire, attraverso il senso di appartenenza ad una comunità territoriale e culturale omogenea, il perduto spirito nazionale. Ma è soltanto un modo per aggravare, senza significative compensazioni, il divario economico tra le regioni del Nord,  aiutate sistematicamente negli anni da una politica asservita e condizionata, e le regioni del Sud, saccheggiate costantemente dall’imprenditoria del Nord e dalla famelica e clientelare classe politica del Sud.

Anche in Italia meridionale purtroppo iniziano a consolidarsi alcuni movimenti meridionalisti ed addirittura acquistano consistenza  le associazioni neoborboniche.

Sono sintomi di un malessere che trova le sue ragioni d’essere nello sfaldamento dello spirito nazionale, talmente sentito, che lo stesso Presidente della Repubblica, in contrasto con la sua storia politica personale, sta spingendo l’acceleratore sulla necessità di festeggiare i 150 anni dell’unità nazionale.

Da cosa deriva questo allentamento dello spirito nazionale?

Le ragioni sono molteplici e sono da ricercare sia nelle origini dell’unità d’Italia sia nella storia recente del secolo passato.

Leggevo un libro,edito da poco tempo,di  Giordano Bruno Guerri, “Il sangue del Sud”, sul brigantaggio in Italia Meridionale, subito dopo la conquista e l’annientamento del  Regno Borbonico, in cui l’autore sostiene, con molteplici documenti , che si è trattato di una vera e propria guerra civile.

Non sta a me fare valutazioni storiche, ma sicuramente non si può trascurare questa interpretazione che non è isolata e ci deve spingere a rileggere tutta la storia dell’unità nazionale proprio per ricostruire  uno spirito autenticamente unitario.

Accettando per buona questa ipotesi di lavoro, come si fa a non tener presente che l’Italia in questi 150 anni ha affrontato due cruente e drammatiche guerre civili? Come si fa a non dare una giusta valutazione socio politica al terrorismo che ha dilaniato la nostra nazione in questi ultimi decenni? Possiamo permetterci di sottovalutare i numerosi  morti degli anni ’70 e ’80 vittime di un sanguinoso scontro ideologico fratricida?

Vogliamo chiudere una volta per tutte queste ferite?

Come possiamo continuare a non dare il giusto valore alla data dell’8 settembre 1943 che ha segnato un duro colpo per la dignità nazionale e per lo spirito unitario?

Possiamo dire che l’Italia è unita, se continuiamo a ritenere il 25 aprile 1945 una festa nazionale? Come possiamo pretendere che tutti gli Italiani festeggino un momento di grande frizione nazionale nel quale, anche se non volessimo considerarla una drammatica sconfitta, per lo meno una parte consistente dell’Italia si è sentita sconfitta ed ha patito atroci lutti familiari che si sono accentuati nell’immediato dopoguerra?

Allora, se vogliamo tornare a costruire un profondo senso unitario, dobbiamo riscrivere in chiave critica la storia del risorgimento italiano non tacendo i coni d’ombra e le vessazioni patite da chi non accettava la via usata per realizzare l’unità nazionale, dobbiamo rileggere in modo obiettivo, anche a costo di farci del male, gli anni dal 1943 al 1947, dobbiamo chiudere gli anni di piombo con dei provvedimenti opportuni, dobbiamo abolire le feste che dividono rispetto a quelle che uniscono.

Ne siamo capaci?

Non lo so, ma sicuramente possiamo e dobbiamo farlo se veramente amiamo l’Italia, se veramente vogliamo festeggiare i 150 anni di unità nazionale.

Adriano Tilgher

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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