Sciopero Creativo mussoliniano

Un episodio, al quale fu attribuito particolare significato, che si consumò
nella fabbrica vicina a Bergamo. L’interesse di Mussolini e la sua definizione di Sciopero Creativo!
STABILIMENTI DALMINE 1919:
NASCE LO “SCIOPERO CREATIVO
Nella storia del movimento sindacale italiano Dalmine viene ricordata anche per la battaglia per ottenere la giornata lavorativa di otto ore. e proprio a Dalmine, il 15 marzo 1919, ci fu la prima e singolare occupazione della fabbrica, perché la produzione continuò con l’autogestione da parte dei lavoratori. Per sottolineare l’importanza storica del fatto, il 20 marzo 1919 venne a Dalmine per la prima volta Benito Mussolini ed una seconda volta nel 1924, quando era già capo del governo. L’episodio venne esaltato per rimarcarne le fondamenta della politica sociale del fascismo, che voleva basarsi sull’alleanza tra capitale e lavoro, tra impresa e lavoratori.
di BIANCA LEOPARDI E GIORGIO SCUDELETTI
Alla fine della prima Guerra mondiale, in Italia c’era un grande dinamismo di partiti e movimenti sindacali. Questi ultimi non si nutrivano solo di idee ma avevano o cercavano di costituire addentellati politici. Il principale movimento sindacale era la Cgl, che tendeva a monopolizzare le rivendicazioni dei lavoratori, vicina ai socialisti. Un po’ di spazio le veniva conteso da un sindacato che aveva fatto proprie posizioni nazionaliste ma che aveva origini anarco-rivoluzionarie: l’Usi (poi divenuta Unione italiana lavoratori, la Uil).
Le diverse velocita’ con cui l’Italia si era sviluppata dal punto di vistaindustriale faceva si’ che i movimenti sindacali all’interno delle fabbriche fossero piu’ presenti nel Nord, in particolare in quello che oggi si indica come triangolo industriale.

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La direzione Dalmine nel 1910

L’Usi visse, probabilmente, il suo momento di maggiore esposizione pubblica durante quello che Mussolini defini’ per primo nella storia “sciopero creativo”. Un episodio al quale fu da subito attribuito un particolare significato, che si consumo’ nel marzo 1919 negli stabilimenti della Dalmine, alle porte di Bergamo.
Il significato e i presupposti di questo sciopero particolare hanno dato origine a diverse ipotesi da parte di studiosi, anche non di storia locale e di diverso orientamento politico. Cio’ anche perche’ l’episodio richiamo’ l’attenzione di Mussolini, che lo utilizzo’ a fini propagandistici nel corso del Ventennio. Come vedremo, poi, il futuro Duce stesso ne fu parzialmente e singolarmente partecipe.
Un breve ritratto dello stabilimento di Dalmine e’ in parte noto ai lettori di Storia in perche’ ce ne siamo occupati in un precedente articolo, a proposito delle scuole create all’interno della fabbrica.
All’epoca dei fatti di cui parleremo la Dalmine usciva dal primo conflitto mondiale in una situazione non chiara: la proprieta’ tedesca era passata in mano italiana (Franchi-Gregorini), ma con poca fortuna… Essendo stabilimento ausiliario aveva aumentato la forza lavoro di molte centinaia di unita’, ma le strategie della proprieta’ italiana privilegiavano gli altri stabilimenti del gruppo, situati sul Lago d’Iseo (Lovere).

Come in tutti gli altri stabilimenti sottoposti al necessario processo di riconversione, anche la Dalmine conosceva parecchie tensioni tra proprieta’ e lavoratori.
Queste tensioni erano generate non solo dai licenziamenti inevitabili in fabbriche troppo cresciute in un contesto ben preciso come quello bellico, ma anche da un risvegliarsi di rivendicazioni che prendevano corpo una volta esaurite le necessita’ della guerra.
Interprete di queste rivendicazioni, nel contesto di Dalmine, si fece l’Usi, il quale trovava in questo ambiente industriale uno dei pochi luoghi nei quali davvero poteva rivaleggiare in incisivita’ di azione e di proselitismo con la Cgl. Con quest’ultima aveva cercato, senza fortuna, un accordo alla fine del 1918.
Aumentata la combattivita’ e anche la volonta’ di affermarsi sull’agone rivendicativo, almeno a livello provinciale, l’Usi aveva trovato nella Dalmine un terreno di coltura sul quale costruire un progetto rivendicativo che assumesse tratti alternativi e in parte nuovi rispetto alle rivendicazioni dei sindacati antagonisti.
L’Usi si era affermato alla Dalmine grazie soprattutto all’azione di alcuni sindacalisti non appartenenti all’ambiente circostante ma che avevano maturato una consistente esperienza di lotta sia in Italia sia all’estero, in particolare in Francia e negli Usa, dove le idee anarchiche si erano particolarmente affermate.
I piu’ attivi erano Secondo Nosengo, Antonio Croci, Gian Battista Pozzi e Alfonso Vajana. Se i primi tre erano dipendenti della Dalmine, che avevano operato come tali favorendo l’affermazione dell’Usi all’interno della fabbrica, il quarto ebbe un percorso un po’ diverso. Bergamasco, di professione ferroviere, Vajana divenne cronista da Bergamo per “Il Popolo d’Italia”, quotidiano fondato da Mussolini.
Sappiamo che gia’ nel febbraio del ’19 all’interno della fabbrica era stata redatta una piattaforma di richieste, che comprendeva anche, oltre alla diminuzione dell’orario lavorativo settimanale da 48 a 44 ore, anche: sabato inglese, fissazione dei minimi salariali piu’ elevati e delle medie di paga; riconoscimento dell’organizzazione sindacale; settimana integrale di paga; aumento paga ad operai di alcuni reparti e specialita’; ore straordinarie pagate al 100 per cento; richiesta del parere operaio su miglioramenti tecnici e comunque utili allo sviluppo dell’industria.

Contribuendo a costruire questa piattaforma, Nosengo, Croci e Pozzi applicavano coerentemente la tattica di un continuo rilancio delle rivendicazioni che permettesse loro di affermarsi autonomamente, diventando punto di riferimento per i lavoratori della Dalmine.
La prova dei fatti si svolse nel mese di marzo, e si consumo’ in pochi giorni.
Il 12 marzo gli operai di Bergamo e della provincia si riuniscono in comizio in citta’, tra cui 2000 della Dalmine, per rivendicare unanimemente una piattaforma i cui punti qualificanti erano del tutto simili a quelli del 23 febbraio.
Questo dimostra come tali necessita’ premessero e fossero condivise da tutti gli operai degli stabilimenti provinciali.

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Il quotidiano di Mussolini

Contestualmente, per attuare la piattaforma e per costituire una controparte alla direzione, si formo’ una commissione interna alla Dalmine della quale facevano parte Nosengo, Croci, Bellodi, Granelli, Benedetti.
Alla notizia dell’astensione, la Franchi-Gregorini, proprietaria degli stabilimenti di Dalmine, aveva minacciato di licenziare tutti coloro che avessero partecipato allo sciopero del 12 marzo. Ma la minaccia rimase lettera morta per la nutrita e imprevista partecipazione delle maestranze (impiegati e operai) dalminesi.
In una situazione cosi’ fluida – nessun licenziamento ma anche nessun accoglimento delle richieste da parte della direzione di stabilimento -, il pomeriggio del 14 marzo un comizio tenuto da Secondo Nosengo raduno’ tutti i lavoratori della fabbrica. La frase piu’ significativa che ne usci’ fu: “domani non usciremo dallo stabilimento se non quando avremo risposte affermative “… era l’avvisaglia di una probabile occupazione, che come vedremo pero’ assumera’ caratteri singolari.
In realta’ le maestranze attesero fino al 15 una risposta definitiva da parte della direzione sul documento rivendicativo. Ma non ci fu alcun esito.
A questo punto l’ultimatum di Nosengo comincio’ a realizzarsi. Il 15 stesso gli operai decidono di astenersi dal lavoro: si chiudono tutti all’interno dello stabilimento, si obbligano al lavoro per non far cessare la produzione normale, ma tenendo fede alla promessa di Nosengo, ovvero di non uscire dallo stabilimento senza aver ottenuto soddisfazione completa alle loro richieste.

Da questo momento in avanti gli episodi inziano ad assumere un’accelerazione notevole, come dimostra la cronaca dei fatti
Con il cambio del turno pomeridiano comincia l’occupazione vera e propria. Le ricostruzioni successive lasciano intendere come l’azione fosse gia’ stata pensata dai membri della Commissione interna e fosse pronta a scattare.
Contestualmente all’occupazione avvenne l’episodio simbolico che “avrebbe mandato in sollucchero Mussolini” (Adolfo Scalpelli), ovvero l’esposizione del tricolore sul pennone dello stabilimento, “fatto con un tubo d’un sol pezzo, lungo metri 25” (secondo il racconto di Nosengo). Come indiretto memoriale del gesto ancora oggi nel centro di Dalmine esiste un monumento comunemente chiamato l’Antenna, costruito dal Fascismo, un pennone altissimo su cui venivano issati i vessilli. Un’ovazione degli operai approvo’ il gesto e diede la misura della coloritura nazionalistica dell’azione.
Per il momento ci si trovava di fronte a una semplice occupazione.Tuttavia e’ significativa la circostanza che i reparti non avessero interrotto la produzione, mentre gli organizzatori percorrevano lo stabilimento controllando e incitando gli occupanti. L’entusiasmo assunse la forma di alcuni slogan di natura chiaramente risorgimentale: il motto che campeggiava maggiormente sulle lamiere, scritto in rosso, era “L’Italia e’ fatta: facciamo gli italiani” – di d’azegliana memoria – che il cronista de “Il Popolo d’Italia”, Alfonso Vajana – che per due volte visito’ di persona i reparti durante l’occupazione -, evidenzio’ con particolare forza, definendolo in uno dei suoi articoli come “un’ottima idea”. La presenza di quest’ultimo all’interno della fabbrica, sia la domenica sia poche ore prima dello sgombero degli operai, e’ un particolare interessante sul quale ci sofferemo di seguito. Inevitabile giunse anche la visita di Franchi-Gregorini accompagnato dai carabinieri che se ne andarono dopo un breve scambio di battute con Nosengo.

A dimostrazione della serieta’ degli operai, il comitato direttivo proibi’ l’introduzione di alcolici all’interno della fabbrica. Inoltre erano stati organizzati turni di guardia affidati a una squadra di “arditi” (nome significativo del recente passato bellico) ed era stato scelto un porta-ordini, il giovane Angelo Leris, futuro organizzatore della cellula comunista clandestina di Dalmine. Infine gli unici operai autorizzati a uscire dalla fabbrica erano i vedovi con figli a cui badare.
Il giorno 16, domenica, il comitato direttivo, convocato dal prefetto, si reco’ a Bergamo per discutere alla sua presenza le rivendicazioni con Franchi-Gregorini.
L’imprenditore rifiutò la riduzione di orario ma si dichiarò favorevole al riconoscimento dell’organizzazione sindacale che aveva di fatto assunto il controllo dello stabilimento (Usi). La condizione posta per questo riconoscimento e per l’accettazione di tutte le rivendicazioni, eccetto quella riguardante la revisione dell’orario di lavoro, era che la produzione dovesse comunque riprendere sotto il controllo della direzione di stabilimento e che gli operai abbandonassero i reparti produttivi occupati.

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Nasce la Dalmine (1908):
posa della prima pietra

Sembro’ che la Commissione avesse accettato le risultanze della trattative e, infatti, una volta tornata a Dalmine, fece uscire gli operai dallo stabilimento lasciando a lavoro coloro che erano impegnati nei loro normali turni. Questa presunta normalita’ fu pero’ smentita da un altro atto simbolico, cioe’ l’esposizione su un’altissima asta della bandiera nazionale con un nastro che recava la scritta “Unione Sindacalista Italiana”. Contestualmente il comitato organizzatore fece pervenire alla direzione un ordine del giorno con il quale gli operai decidevano di sostituirsi alla dirigenza industriale non solo nella produzione, ma soprattutto nella direzione dell’attivita’ lavorativa. Addirittura venivano indicati un nuovo presidente (Secondo Nosengo) e un nuovo direttore tecnico (Antonio Croci). Infine la nuova direzione aveva deciso di insediarsi nei locali della ditta e le squadre degli operai continuarono a lavorare sotto la nuova dirigenza.
Sulla natura di questo cambiamento tattico e strategico, che e’ il cuore dell’azione stessa, sono state avanzate alcune interpretazioni. Anche gli estensori di questo articolo si sono fatti alcune idee che rilanciamo ai lettori.

Il primo punto riguarda il peso da attribuire al riconoscimento dell’Usi come organizzazione rappresentativa delle maestranze della Dalmine da parte di Franchi-Gregorini: il comitato direttivo aveva ottenuto in tal modo il suo vero obiettivo, che consisteva non tanto nel buon esito della lotta di Dalmine quanto nell’essere considerata l’unica controparte con la quale trattare anche per il futuro? Oppure, considerando cio’ che accadde nel pomeriggio del 16, ovvero il cambiamento di tattica e strategia, in realta’ il comitato aveva progettato a tavolino e fin dagli albori dell’occupazione un esperimento di autogestione lavorativa della fabbrica? Cautamente la nostra ipotesi e’ piu’ vicina a questa seconda linea, corroborata dalle biografie e dai trascorsi di alcuni animatori del comitato direttivo (Secondo Nosengo, Antonio Croci), e cioe’ che fin dall’inizio dell’occupazione l’obiettivo dell’azione era dimostrare concretamente come fosse possibile l’autogestione di una fabbrica da parte delle maestranze. Obiettivo del resto non lontano dagli assunti anarchici, culla ideologica dei leader dei comitato direttivo.
Contribuiva alla realizzazione di questo progetto la particolare realta’ della Dalmine: una fabbrica molto grande, ma nello stesso tempo discosta dalle grandi correnti politico-sindacali contemporanee e quindi nello stesso tempo gia’ pronta a diventare un laboratorio politico-sindacale. Il comitato direttivo era in questo favorito dal fatto che l’Usi proprio in questa realta’ circoscritta avesse trovato una sponda consistente alle sue azioni.
La nuova dirigenza industriale si dimostro’ incisiva nella propria azione, organizzando il lavoro senza sbavature e potendo contare sul sostegno degli operai. Racconta Scalpelli che “gli operai della squadra del turno diurno deposero le proprie medaglie come ogni giorno ai quadri delle portinerie per la registrazione. Alle 08.00 (n.d.r. del 17 marzo) venne suonata la sirena e ognuno torno’ al proprio posto”.
La cronaca di cio’ che accadde all’interno della fabbrica ci e’ narrata dallo stesso Secondo Nosengo, il quale segue l’intera parabola di queste ore punteggiata da episodi che dimostrano anche una certa ingenuita’.

Tra questi spicca un colloquio tra i membri del comitato direttivo e l'”ex” direttore Gandini, la mattina del 17, rivolto a ottenere il ripristino della corrente elettrica che era stata interrotta per volonta’ della direzione. L’ingenuita’ stette nel credere alla promessa di Gandini il quale si impegno’ di persona al riallaccio dell’elettricita’ per gli impianti, promessa evidentemente mai mantenuta! Inoltre, giunse un ufficiale dei carabinieri per colloquiare con il comitato direttivo, ma i contenuti di questo incontro rimangono e rimarranno oscuri. L’agente, poco dopo, si allontano’ sulla macchina del direttore generale stesso.
Si trattava di due segni premonitori del fallimento dell’esperienza. Infatti nel pomeriggio del 17 stesso, il direttore Gandini giunse agli stabilimenti seguito da una truppa di centinaia di carabinieri. Nosengo si allontano’ dallo stabilimento per parlare con il prefetto a Bergamo, e anche in questo caso non se ne comprendono le ragioni. Il prefetto scongiuro’ il leader della commissione interna di favorire lo sgombero spontaneo della fabbrica, evidentemente prefigurando violenze tra occupanti e forze dell’ordine. Ma le posizioni della commissione interna non si modificarono per nulla.
Tuttavia, al suo ritorno a Dalmine, Nosengo trovo’ gia’ a lavoro non i suoi compagni bensi’ i carabinieri che attuavano lo sgombero dei reparti produttivi! Questo dimostra come cio’ che per il comitato direttivo rappresentava l’attuazione di un progetto meditato da tempo, dalla direzione e dalle forze dell’ordine fosse giudicato solo un tentativo destinato a sgonfiarsi in fretta, tanto è vero che le truppe erano entrate in azione rapidamente già nel pomeriggio del 17 marzo.
A nostro avviso e’ decisivo il ruolo giocato dagli operai-occupanti, che opposero una debole resistenza allo sgombero: ma che cosa sarebbe successo se, viceversa, questi avessero mantenuto l’occupazione e fossero rimasti ai loro posti? Con questo non si vuole sottovalutare il ruolo deterrente rappresentato dalle forze dell’ordine – armate e consistenti -, tuttavia la scarsa resistenza sembra mettere in luce un sostanziale scollamento tra testa (comitato direttivo) e braccio (maestranze) dell’azione. O forse, meglio: tra i veri obiettivi dell’una e dell’altro.

Si puo’ pensare che questo esito fosse dovuto alla non perfettacoincidenza tra le

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Operai escono dal lavoro (1930)

aspettative delle maestranze e i progetti della commissione interna: concrete e immediate le prime, piu’ latamente politici quelli della seconda. Infatti tra le rivendicazioni delle maestranze troviamo istanze funzionali anche ai bisogni di lavoratori che contemporaneamente e spesso erano anche contadini (otto ore lavorative, sabato inglese, rivendicazioni economiche a vari livelli). Il progetto degli agitatori era invece rivolto ad un vero e proprio ribaltamento dei rapporti gerarchici e sociali all’interno della struttura produttiva. Per un breve momento si puo’ pensare che per le maestranze l’obiettivo del controllo della produzione implicasse come conseguenza la realizzazione delle istanze rivendicative. Tanto e’ vero che nel documento votato dall’Assemblea dei lavoratori la mattina del lunedi’ 17, questi ultimi, “udita la relazione fatta dalla loro commissione interna“, assicuravano che avrebbe iniziato il lavoro per proprio conto rispettando macchinari e strumenti per dimostrare la loro buona volonta’, avendo come obiettivo dichiarato la difesa del diritto al lavoro a fronte di una possibile serrata da parte di Franchi-Gregorini.
Imprenditore e autorita’ lessero pero’ nel documento non solo la determinazione delle maestranze ma soprattutto il pericolo di un effettivo rovesciamento di ruoli all’interno della fabbrica, con evidenti ricadute sociali, per quanto circoscritte. Per questo cercarono di isolarli prendendo del tempo per preparare un’azione di forza.
Tuttavia quando nel corso delle ore di occupazione di Dalmine fu sempre piu’ chiaro che esistevano due volonta’ divergenti, agitatori e lavoratori, evidentemente furono per primi gli stessi occupanti a perdere entusiasmo e interesse per l’azione. Questa infatti, ormai, si configurava come troppo rischiosa per loro e il suo proseguimento avrebbe potuto avere conseguenze imprevedibili ma probabilmente negative. Fu per questo che lo sgombero avenne senza resistenze.
Sono interessanti gli echi, coevi agli eventi, che le “due giornate di Dalmine” ebbero sui quotidiani, locali e nazionali.

I due quotidiani locali, L’Eco di Bergamo e Il Popolo, seppure con toni diversi, sembrano paventare il pericolo di un effettivo rovesciamento dei tradizionali rapporti lavorativi – ancora piu’ preoccupante in quanto si verificava nella piu’ grande fabbrica della bergamasca – con conseguenze sociali imprevedibili.
Lo si intuisce dall’uso ricorrente e non solo propagandistico da parte dei due organi di stampa del termine “bolscevico”, riferito all’intera vicenda, e che ne coglie comunque, non si sa quanto consapevolmente, l’aspetto “massimalistico”.
Infatti se il 17 marzo L’Eco di Bergamo definiva l’occupazione una semplice propaggine dell’azione del 12 marzo, il 18 scrive: “Il tentativo bolscevico di Dalmine, per il quale i sindacalisti di Bergamo erano diventati per un giorno proprietari dello stabilimento della ditta Franchi-Gregorini, e’ finito ieri sera con l’occupazione dello stabilimento stesso da parte della truppa inviata da Bergamo”.
Il quotidiano concorrente Il Popolo, di ispirazione liberale, appare piu’ preoccupato tanto da scrivere: “Questi strani fatti di Dalmine sembrano essere l’immediata conseguenza di una propaganda che se non e’ precisamente bolscevica, e’ pero’ assai vicina a quei criteri bolscevichi intorno alla proprieta’ che in alcune zone in fermento della nostra provincia, si concretano nelle parole d’ordine: “la terra ai contadini e le fabbriche agli operai”(…). Un gruppo di operai di Dalmine voleva fare un esperimento di produzione autonoma, indubbiamente persuasi della legittimita’ di tale propaganda, (…) tentativo tanto piu’ irragionevole in quanto compiuto senza tenere conto della larghezza di vedute e della modernita’ dimostrate dalla Franchi-Gregorini, e nel campo dei rapporti con le maestranze e nella beneficenza di guerra e di pace. (…)”.

Da un quotidiano liberale come Il Popolo, evidentemente, era paventata la possibilita’ di un rovesciamento delle gerarchie sociali, ancora piu’ preoccupante in quanto si verificava nella fabbrica piu’ grande della provincia.
Il fatto che l’azione di Dalmine avesse comunque suscitato qualche sussulto e’ evidenziato da un breve riferimento apparso sul Corriere della Sera, sull’onda degli avvenimenti, lo stesso 18 marzo: “(…) sara’ permesso di non prendere troppo sul serio quanto e’ avvenuto nel grande stabilimento della Franchi-Gregorini, che ha avuto per cosi’ dire tre padroni nel giro di tre giorni: i vecchi proprietari, gli operai e da ultimo la truppa (…)”.
Si puo’ dire che il tono ironico non nasconda forse una certa inquietudine di fondo e la sensazione che se ne ricava e’ la stessa emersa dall’articolo de Il Popolo.
Tuttavia risulta molto significativo, per le ricadute propagandistiche e politiche successive, che l’intera azione fosse stata capillarmente seguita e commentata sul quotidiano di Mussolini Il Popolo d’Italia

Il Popolo d’Italia, come gia’ evidenziato nella prima parte dell’articolo, aveva seguito capillarmente le vicende dell’occupazione produttiva di Dalmine, attraverso i reportage del corrispondente da Bergamo Alfonso Vajana, unico giornalista che avesse visitato per ben due volte gli stabilimenti occupati.
La scelta di Vajana come cronista della vicenda non appare casuale. All’epoca dei fatti di Dalmine questa interessante figura di autodidatta, divenuto prima capostazione a Bergamo, quindi maestro, compiva le sue prime esperienze giornalistiche. Attestatosi negli anni Dieci su posizioni di socialismo libertario e simpatizzante dell’Usi, Vajana fu scelto come corrispondente dello sciopero probabilmente per conoscenza con il fondatore e direttore de “Il Popolo d’Italia”, con il quale condivideva anche alcuni tratti biografici e professionali. Il suo cammino all’interno del nascente Fascismo sboccò nell’adesione al movimento in occasione della riunione di San Sepolcro (23 marzo 1919) e nella fondazione del “Fascio di combattimento” di Bergamo (26 marzo 1919). Dopo avere constatato il carattere sempre più violento e prevaricatore delle azioni fasciste, Vajana se ne allontano’ progressivamente fino a diventare, dopo una laurea in giurisprudenza, difensore degli antifascisti perseguitati dal regime e dall’Ovra, e poi membro attivo del CLN .
Il cronista del “Popolo d’Italia” era il tipico rappresentante di quell’interventismo di sinistra che costituiva il raccordo tra azioni come quelle di Dalmine (popolari e partecipate) e il disegno politico di Benito Mussolini.

Quest’ultimo giunse da Milano a Dalmine il 20 marzo“solo al termine dello sciopero

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Mussolini a Dalmine con
il personale della fabbrica

pronunciando un discorso di intonazione prettamente patriottico” (sic!), come appare nella relazione sullo sciopero fornita dal prefetto di Bergamo. Essa cosi’ prosegue: “si e’ compiaciuto del contegno (incomprensibile, n.d.r.) e rispettoso degli operai e dalla disciplina dimostrata nell’esperimento da loro fatto: esperimento nuovo, che, ha detto essere meritevoli (sic) di studio e che ritiene serva di monito agli industriali per avvicinarsi sempre piu’ essi agli operai e costituisce una forza nuova per il benessere. La massa operaia fu bene impressionata dal discorso e ha applaudito i piu’ notevoli passi patriottici della conferenza”.
Fin qui la relazione sintetica del prefetto di Bergamo inviata al ministero dell’Interno. Esaminando, poi, i passi del discorso che Mussolini pronuncia di fronte alla platea e che furono riportati sia da Cesare Bianchi, cronista per “Il Popolo d’Italia”, sia successivamente da Gianbattista Pozzi, si possono avanzare osservazioni e ipotesi.
Secondo Adolfo Scalpelli il discorso di Mussolini non fu tradito interamente. Il giudizio di chi scrive, dunque, si basa su quello che, tenendo per vera l’affermazione di Scalpelli, ci e’ giunto del discorso. Il quale, comunque, negli anni del regime, fu rispolverato solo nelle espressioni funzionali alle tesi propagandistiche del Duce. Atteso vanamente alla stazione di Bergamo da parecchi operai, impiegati, studenti e ufficiali, Mussolini giunse invece in macchina a Dalmine, accompagnato dai futuri capi del “primo” Fascismo, Michele Bianchi e Cesare Rossi, i quali a loro volta erano stati all’inizio del secolo degli agitatori sociali, con una parabola politica che li portò, in circostanze molto simili a quelle vissute da Mussolini, ad abbracciare dopo un inizio socialista la causa del sindacalismo rivoluzionario per poi approdare all’interventismo nazionalista. Entrambi naturalmente furono collaboratori de “Il Popolo d’Italia.”

L’arrivo di Mussolini a Dalmine fu favorito e motivato dalla sua simpatia manifesta per le idee dell’Usi e per le iniziative della Uil, per quanto questa corrispondenza politica non si fosse concretizzata in un’alleanza vera e propria, sollecitata dall’Usi ma sempre evitata dal politico di Predappio.
Anche il contesto ambientale in cui si situo’ l’intervento di Mussolini non deve essere considerato di secondaria importanza. Significativamente il futuro Duce pronuncio’ il discorso non nella fabbrica, o dinnanzi ad essa, bensi’ nella sede della cooperativa locale della Uil. In questo modo esso assunse una coloritura chiaramente legata al sindacato che aveva guidato l’occupazione.
Rivolgendosi agli operai recentemente sgomberati dalla fabbrica, Mussolini esaltava la loro azione: “(.) Voi insegnate a certi industriali, a quelli specialmente che ignorano tutto cio’ che in questi ultimi quattro anni e’ accaduto nel mondo, che la figura del vecchio industriale esoso e vampiro deve sostituirsi in quella del capitano della sua industria da cui puo’ chiedere il necessario per se’, non gia’ imporre la miseria per gli altri creatori della ricchezza.”.
In queste parole sembra perdurare un certo retaggio socialista, probabilmente non solo tattico e legato alla volontà di accattivarsi l’uditorio. Tuttavia la distinzione che Mussolini fa passare implicitamente tra il vecchio industriale “vampiro ed esoso” e il resto della categoria, forse non vuol fare dimenticare alle maestranze come la dirigenza della Dalmine avesse mostrato una certa apertura alle istanze dei lavoratori.

A questo proposito si ricordi la disponibilita’ di Franchi Gregorini ad accogliere alcune richieste della piattaforma rivendicativa presentata dalla commissione interna, per quanto la questione centrale del sabato inglese fosse stata cassata.
La coincidenza delle parole di Mussolini con le posizioni della sinistra non socialista (Usi e Uil) nasceva dalla volonta’ di acquisire un posto al sole alternativo all’iniziativa del PSI, pur nel

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Gli allievi della scuola
apprendisti dell’azienda

medesimo terreno di coltura. Cosa che lo portava a pronunciare nello stesso discorso frasi come queste: “(.) Ho simpatizzato con tutti gli operai, anche con la Confederazione Generale del Lavoro, ma piu’ vicino mi sento con l’Unione Italiana del Lavoro. Ma dichiaro che non cessero’ la lotta contro il partito che e’ stato durante la guerra uno strumento del Kaiser, il partito socialista ufficiale”. Partito che cosi’ definiva: “(.) vuole tentare sulla vostra pelle il suo esperimento scimmiesco, poiche’ non e’ altro che una contraffazione russa”.
Fin qui rimaniamo a una rivalità diventata più aspra dopo la fuoriuscita di Mussolini dal Partito Socialista “ufficiale”. Ma le sue parole assumono un peso piu’ consistente se si tiene presente il momento politico molto fluido del quale egli, soprattutto dopo Caporetto, era divenuto uno dei principali artefici.
Cosi’, dato il particolare momento storico, nel discorso vi sono inevitabili riferimenti di natura nazionalistica quando, a esempio, Mussolini afferma: “Voi vi siete messi sul terreno della classe ma non avete dimenticata la Nazione (.)”.

Cosa che era stata emblematizzata, come ricorderanno i lettori, dalla bandiera issata su un pennone all’esterno della fabbrica. D’altra parte le posizioni dell’Usi e della Uil erano contigue all’idea di Nazione.
Questo dimostra come Mussolini tentasse di tenersi aperte, politicamente parlando, piu’ vie che gli potessero essere utili nella prospettiva di un disegno ideologicamente eclettico che egli stava gia’ tessendo tra il ’16 e il ’17.

Considerata l’essenza del discorso si puo’ ritenere che cio’ che dovette piacere a Mussolini riguardo all’azione di Dalmine fu la sua natura di “azione diretta costruttiva”.
Non a caso 72 ore dopo, il 23 marzo 1919, si sarebbe svolta a Milano la riunione di San Sepolcro che diede origine al movimento dei Fasci, la cui vera novita’ politica fu l’introduzione dell’azione diretta per quanto violenta e distruttiva come veicolo di affermazione.
Il fatto che a Dalmine i lavoratori si fossero impadroniti dello stabilimento senza portare danno ai macchinari, proseguendo la produzione, esponendo il Tricolore, sintetizzava in una singola iniziativa la possibilita’ di riunire “Rivoluzione e Nazione”. In questo modo si concretizzava la possibilita’ di realizzare una terza via, alternativa al socialismo e al liberismo, ovvero la produzione controllata dal basso ma non nel nome di un interesse di classe. Naturalmente nel suo discorso Mussolini tese ad occultare in questa prospettiva l’aspetto di sovvertimento sociale insito nel ribaltamento del controllo produttivo.

E del resto, lo scopo del suo intervento a Dalmine non rimaneva ristretto a quella realta’ circoscritta ma si inseriva all’interno di una prospettiva politica e storica piu’ ampia, che in quel momento egli cercava di definire.
Anche in questo caso e’ importante analizzare il contesto storico: varieta’ di offerte politiche e fluidita’ degli equilibri elettorali. Alla fine della guerra si presentava il problema della collocazione politica di ex ufficiali, ex combattenti. Un bacino d’utenza che rappresentava un boccone appetibile per il futuro duce, che difatti parlava gia’ nel ’18 di “trincerocrazia”, di “aristocrazia del domani”, proprio a indicare in queste frange di scontenti una parte imponente dell’opinione pubblica nonche’ del futuro elettorato. Da un lato, quindi, queste figure non avevano ancora trovato un referente politico ben preciso e, dall’altro, Mussolini, dal canto suo, stava cercando di intercettarne gli umori.
Se leggiamo il discorso alla luce di queste osservazioni, e’ plausibile che la gia’ segnalata accortezza delle parole utilizzate nei confronti degli imprenditori alla Franchi Gregorini (cioe’ non di vecchio stampo) si spieghi con questa apertura a 360 gradi verso ogni possibilita’ e tendenza, da qualunque parte provenisse. Non casualmente alcuni importanti gruppi industriali, impegnati nella riconversione post bellica (in special modo Ansaldo), erano divenuti sostenitori economici delle iniziative di Mussolini, in primis de Il Popolo d’Italia.

Con molta probabilita’ vedevano in lui un’alternativa plausibile sia al giolittismo – troppo

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Sulla fontana brani
del discorso di Mussolini

blando e “politicante”- sia al socialismo -chiaramente troppo rigido e pericoloso per le sue istanze collettiviste.
In conseguenza di questo avvicinamento, la testata di Mussolini aveva registrato la sparizione della citazione in prima pagina, “La rivoluzione e’ un’idea che ha trovato delle baionette”, e il mutamento del sottotitolo originale, da “Quotidiano socialista” a “Quotidiano dei combattenti e dei produttori“. Cosi’ diventa ulteriormente chiaro perche’ il “Quotidiano dei combattenti e dei produttori” avesse seguito quasi in diretta le vicende, a questo punto solo apparentemente secondarie, dei fatti di Dalmine.

Per quello che si e’ detto, allora, si spiega perche’ nel suo discorso Mussolini non facesse alcun riferimento alle rivendicazioni pratiche delle maestranze ma parlasse esclusivamente di questo sentimento per la Nazione e per il rispetto del lavoro. Tuttavia dalle cronache de Il Popolo d’Italia e soprattutto dalle ben piu’ oggettive relazioni di pubblica sicurezza risulta come la platea non fosse scontenta di questo mancato e fondamentale accenno, che pur ci si sarebbe aspettati di ascoltare, ma che piuttosto lo avesse applaudito, entusiasta dell’interesse che un politico rampante avesse rivolto alla loro azione.

Per il momento Mussolini intendeva sfruttare a proprio vantaggio il valore emblematico dell’azione, piuttosto che le sue conseguenze (tra l’altro fallimentari), come esemplificazione di un’inziativa rivendicativa rivolta al lavoro e non alla trasformazione dei rapporti di produzione. Il fatto che questa azione fosse fallita evitava il diffondersi di iniziative simili in altri contesti. Si perdeva cosi’ ogni carattere di pericolosita’, anche potenziale, dello sciopero creativo. Se al contrario, l’agitazione di Dalmine avesse avuto esito positivo, così come era negli auspici della Commissione Interna, l’azione politicamente sarebbe divenuta una conquista dell’Usi e della Uil – che la avevano patrocinata – e non un fatto sfruttabile a favore dei progetti di Mussolini, che prevedevano un gioco di sponda tra diverse opzioni politiche e sociali, nessuna delle quali doveva prevaricare sulle altre. A cio’ aggiungiamo che la dimensione circoscritta geograficamente e isolata sindacalmente (per quanto ampia nei numeri) dell’iniziativa, la rendeva meno pericolosa e meglio sfruttabile propagandisticamente da parte di un disegno politico che cercasse di assumere un ruolo rilevante ma alternativo agli schieramenti politici cristallizzatisi nel nei primi due decenni del Novecento. Il fallimento dell’azione di Dalmine rendeva il sostegno di Mussolini una pura petizione di principio, non precludendogli la possibilita’ di mantenere le proprie sponde aperte con gli interessi industriali ai quali si andava avvicinando.

In questo senso, a complicare storicamente un quadro già sfaccettato e cangiante di suo si aggiunge un documento archivistico di origine misteriosa, che si trova tra le carte sull’episodio di Dalmine conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato. Indicato solo come “informativa da Roma”, posteriore di qualche giorno ai fatti di Dalmine (datato 23 marzo 1919) e non firmato, il che fa pensare all’opera di qualche “orecchio aperto” all’opera tra Milano e Bergamo, tale documento presenta lo sciopero creativo in una luce prettamente politica. Da una parte conferma questa carta conferma come l’Usi vedesse nello sciopero dalminese un mezzo per “creare problemi alla CGL. Ha voluto essere un primo esperimento della tattica della collaborazione tra capitale e lavoro messa in attuazione con il cosiddetto «sciopero creativo» che non interrompe la produzione rispetto allo «sciopero negativo» e distruttivo di vecchio stile propugnato dai socialisti della CGL.” E tuttavia sorprende il resto dell’informativa secondo la quale Nosengo e Croci, i due leader dell’agitazione, avevano costituito una sezione dell’Usi con l’approvazione di Franchi Gregorini, fatto, possiamo osservare, che spiegherebbe con la disponibilità di quest’ultimo a riconoscere il sindacato rivoluzionario come controparte unica nella vertenza in atto. Inoltre, la Banca Commerciale Italiana, fin dalle origini della Dalmine regista strategica degli investimenti produttivi nel borgo bergamasco, aveva favorito il passaggio di proprietà dai tedeschi di Mannesmann a Franchi Gregorini, con soddisfazione degli operai, pagati meglio e che godevano di turni di lavoro più umani.

Da una parte quindi la composizione relativamente semplice dello sciopero era frutto della

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Casa del fascio a Dalmine

disposizione favorevole della Società Franchi Gregorini verso Nosengo e Croci. Dall’altra i buoni rapporti di Mussolini con Giuseppe Toeplitz, grande stratega della Comit, spiegherebbero, secondo questa informativa, l’intervento del futuro duce a Dalmine. Una triangolazione Usi, Franchi Gregorini, Mussolini dietro la guida della Comit, fatta per creare un’alternativa credibile alle azioni classiste della CGL. Fantapolitica ? Voci false e incontrollate raccolte e strutturate da una spia un po’ troppo incline a pensare in termini di complotti ? Oppure verità, o parziale verità ? Da quasi un secolo questa carta è un dato che il ricercatore e lo storico non possono comunque ignorare, e che dimostra come un fatto apparentemente minore in una località di provincia avesse suscitato interrogativi anche ad alti livelli, probabilmente per gli interessi consistenti che ne erano coinvolti.
D’altra parte la partecipazione di alcuni esponenti del mondo politico bergamasco che ebbero a che fare con lo sciopero creativo(Ettore Bartolozzi, Antonio Croci, GianbattistaPozzi, Alfonso Vajana), al movimento di San Sepolcro dimostra come sul piano socio-economico la piattaforma di Dalmine e il programma sansepolcrista avessero punti in comune. Anche a Milano il 23 marzo, come era gia’ avvenuto a Dalmine, fu presentata una programma rivendicativo che contemplava: richiesta delle otto ore giornaliere con sabato inglese, partecipazione delle maestranze al funzionamento tecnico dell’industria, minimi di paga, affidamento alle organizzazioni proletarie della gestione di industrie e servizi pubblici.

Una piattaforma che l’esperienza di Dalmine aveva mostrato, seppur per un breve momento, perseguibile.
Le conseguenze di lungo periodo dello sciopero mostrano la scaltrezza politica successiva del regime che trasformo’ propagandisticamente un piccolo episodio di 48 ore in un simbolo della capacita’ degli interessi di organizzarsi dal basso. Cosi’ l’intervento di Mussolini del 20 marzo divenne la sanzione politica quasi necessaria di un’azione gia’ fascista, per cosi’ dire, nell’animo.
Nella propaganda di regime l’azione perse ulteriormente il suo carattere eversivo di occupazione divenendo invece una necessaria ma non conflittuale opera di rivendicazione costruttiva. Il mondo del lavoro, agendo per il perseguimento dei suoi interessi, produceva e non distruggeva. E il Mussolini del ’19 aveva gia’ colto queste potenzialita’. Non e’ un caso che la propaganda del Ventennio insistette, a proposito dell’episodio di Dalmine, sul particolare della non introduzione di alcolici nello stabilimento, come manifestazione della sanita’ morale degli insorti, alfieri del lavoro e non beceri sovversivi.
In sintesi l’azione diretta piacque al Mussolini rivoluzionario e la sottolineatura della sua costruttivita’ o creativita’ si rivelo’ utile nell’immediato per non inimicarsi gli imprenditori. Tuttavia questa stessa creativita’ divenne nel Ventennio l’elemento determinante per la costruzione del mito di uno sciopero produttivo che anticipava la politica “rivoluzionaria” del regime.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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