Il Socialismo visto dai fascisti rossi

SOCIALISMO

Riflessioni didattiche di Stelvio Dal Piaz

E’ un termine che ricorre sempre più frequentemente nel linguaggio politico attuale, ma non é raro il caso – anche storicamente parlando – che ognuno ne dia una interpretazione talmente soggettiva e parziale da alterarne spesso il significato originario. Al punto che é difficile ormai trovarlo isolato senza una qualche aggettivazione: democratico, riformista, massimalista, liberale, nazionale, tricolore, lib-lab, e così via.

Comunque, al di là delle aggettivazioni e delle diverse interpretazioni del momento, una cosa é certa: un popolo socialista esiste ed é quella parte viva della nazione che più sta soffrendo proprio la crisi attuale, ma che non ha voce e rappresentanza e che non ha alternativa se non la ripresa e la realizzazione concreta di quel progetto interrotto nel 1945. Si tratta, con molta umiltà e consapevolezza, di riprendere il filo della Storia, senza interessate pregiudiziali di parte, senza lasciare nulla al caso e all’improvvisazione, anzi ripartendo proprio dall’analisi storica del socialismo in Italia, una storia che non é lineare e che é fatta di luci e di ombre, ma spesso anche di mancati appuntamenti con la Storia a causa della pochezza e della faziosità degli uomini.

Per molte cause, non ultima quella che si riferisce al temperamento degli italiani ed al carattere stesso della tradizione politica nostra, il socialismo in Italia s’é sviluppato tardi e di riflesso, anche se idee e motivi sociali son fioriti da noi forse prima che altrove. Basti pensare al contenuto sociale delle opere di molti scrittori del Cinquecento, U. Foglietta, A.F. Doni, per tacer degli utopisti, tanto che in quegli scrittori si é voluto perfino trovar qualche spunto pre-marxista o, quantomeno, socialista. Per la verità si trattava d’altro e cioè di fremiti – ancorché solitari – che scuotevano dalle fondamenta la nazione che appariva invecchiata. Tanto é vero che, quando nel secolo XVIII il rinnovamento nazionale esplose, quei motivi sociali divennero più saldi e, sia pure sotto l’influenza illuministica o giusnaturalistica, si accompagnarono al sorgere del pensiero unitario.

Il fondo del movimento riformatore italiano del ’700 é carico di motivi sociali: il problema della disuguaglianza economica, quello dell’ingiustizia distributiva, quello delle riforme economiche, quello della proprietà, agitarono il pensiero di economisti, filosofi, giuristi, storiografi. Progetti di riforme sociali audaci per quei tempi: previdenza, assistenza, terra ai contadini, dilagarono nella seconda metà del secolo e qualche cenno sulla proprietà come un segno dell’ingiustizia umana si trova in molti di quei scrittori, taluno dei quali, come il Pini di Genova, giunse a soluzioni estreme.

Ma di tali correnti va colto lo spirito che era e voleva essere rivolto a gettar le basi di un rinnovamento sostanziale della nazione. Gli artefici del primo Risorgimento, in effetti, da Verri a Beccaria, da Genovesi a Filangeri, da Parini ad Alfieri, da G.B. Vico a V. Russo, soprattutto accomunarono, nel loro tentativo di svegliare la nazione, motivi politici e motivi sociali, quasi a rendere più evidente la scossa che doveva far fremere l’Italia. E, in realtà, nemmeno quando parve che il motivo più schiettamente politico prevalesse, quegli aneliti di carattere sociale scomparvero, giacché proprio i principali artefici della Unità, Gioberti, lo stesso Cavour ma soprattutto Mazzini, non tralasciarono, sia pure con modalità diverse, di valutare l’esigenza sociale e cioè problema economico, problema operaio, problema associativo e via via, in rapporto proprio al voto di una soluzione integrale della questione italiana. Non tanto come movimento “socialista” dunque, ma attenzione viva alle cose umane, alle esigenze, che soglion chiamarsi sociali, del paese e che riflettono le condizioni di vita individuali e collettive.

Comunque mai socialismo antinazionale o materialistico o bruto; lo stesso Pisacane, taluni accenni del quale sono stati dimostrati precorritori del meglio di C. Marx, si sacrificò in un tentativo supremo per la rivoluzione nazionale. Mancavano altresì molti fattori perché il socialismo sorgesse ed allignasse: fattori positivi e negativi, industria, protezionismo, problema terriero; e poi la struttura stessa dell’economia del paese, più regionale che nazionale, ed infine, come già accennato, il temperamento degli italiani a valutare il rapporto politico, sempre nello stato e per lo stato anche quando poteva sembrare che l’individuo fosse prima e più dello stato.

Per lo stato e per la nazione, quindi. Mazzini, che può considerarsi il primo organizzatore operaio nostro, il fondatore nel 1848 delle prime società di mutuo soccorso, sottomise pur sempre ogni idea di rivoluzione o di rinnovamento sociale all’idea di Patria; e gli stessi germi socialistici che affiorarono in Lui, lotta di classe, miseria crescente, organizzazione di classe, sbocciano nella più grande idea dello Stato nazionale. Quando Bakunin giunse in Italia (1865) trovò assenti le masse dal campo d’azione politico; trovò che il terreno era vergine o quasi e quel che si faceva era quasi dovunque mazziniano o di influenza mazziniana.

Il conflitto che esplose qualche anno dopo (1871) tra Mazzini e Bakunin, stava ad attestare l’inconciliabilità delle due ideologie, l’una aderente all’idea di nazione, l’altra staccata da quell’idea. Tuttavia, Bakunin, qualche cosa riuscì a fare in Italia. Esagerate erano, senza dubbio, le espressioni di Engels che, nella lettera premessa all’edizione italiana del Manifesto, augurava all’Italia di avere un Dante del socialismo, ed esagerata l’affermazione di Marx che scriveva in quel tempo (1871) ad un amico che in Italia si facevano “dei progressi vertiginosi a scapito dei mazziniani. ”

Lo stesso Marx, scrivendo ad altri della sezione italiana dell’internazionale fondata da Bakunin, diceva trattarsi “di una truppa di spostati, rifiuto della borghesia.” Giudizio inesatto anche questo. Quei primi socialisti, nonostante la vernice rivoluzionaria, furon soprattutto dei sentimentali. Un romantico fu Andrea Costa (1846-92), il bardo del primo movimento socialista italiano; un utopista sentimentale ed umanitario che dopo il 1879 passò decisamente all’evoluzionismo, come si diceva allora, e cioè al legalitarismo, tanto che nel 1882 entrò alla Camera. Un mistico, Davide Lazzaretti, il profeta del Monte Amiata, la propaganda religioso-sociale del quale non fece praticamente proseliti e che fu ucciso (1878) in un conflitto con la forza pubblica. A sfondo umanitario l’adesione di Garibaldi al socialismo (1871), inteso quale moto di redenzione umana e sociale.

Fino quasi alla fine del secolo il socialismo in Italia fu poca cosa e diverso dai movimenti degli altri paesi. Si parlava soprattutto di “questione sociale”, che era altra cosa del socialismo e cioè volontà o aspirazione a risolvere per via legale disparità e situazioni economiche ed a venire incontro alle esigenze dei lavoratori. I libri di P. Ellero, che parevano incendiari e contro la borghesia, (La questione sociale 1874, La riforma civile, 1881) in fondo erano pieni di accenti patrii e nazionali. E un pò tutti furono per risolvere la questione sociale, argomento caro in quel tempo, a tutti coloro che non erano o non volevano passare per retrogradi. La letteratura e l’arte furono invase da questa mistica sociale: si descrisse e si dipinse la miseria delle famiglie operaie (inchieste varie, quadri di T. Patini e di altri), si inneggiò all’elevamento morale e sociale degli umili.

Un esponente tipico di questa mentalità umanitaria fu il De Amicis, che restò un letterato garbato e non assunse mai il ruolo di un incitatore alla rivoluzione. Qualche moto, in verità, vi fu: nel 1874 ad Imola, nel 1877 nel beneventano, nel 1880 a Milano si costituiva il Fascio operaio di composizione esclusivamente proletaria. Il governo nel 1874 aveva sciolto le sezioni dell’Internazionale. Ma il movimento operaio che seguì non fu ancora né organizzato né sentito dalle masse. Crispi ed altri potevano ben dire che non c’era in Italia la “materia combustibile” per un incendio. Mancava un indirizzo, mancava la ragione ideale di un partito rivoluzionario o innovatore. La stessa cultura, oltre gli “scritti” genericamente sociali di cui s’é fatto cenno, non rivelava motivi nuovi o capaci di suscitare una fede politica.

Qualche interpretazione antiborghese, come quella del Puviani ( Del sistema economico borghese in rapporto alla civiltà, 1883), non conteneva tuttavia delle forze suscitatrici di orientamento. Gli scritti del Lorìa ( La teoria economica della costituzione politica, 1886, Analisi della proprietà capitalistica, 1889), dimostrati successivamente in parte plagi di Marx, in parte frutto di materialismo empirico, attestano lo stato assai mediocre della cultura socialistica. E’ dopo il 1890 che il movimento prende un indirizzo, sia pure non nostrano, di imitazione. Nel 1891 iniziava le pubblicazioni “Critica sociale” del Turati, che era coadiuvato da Anna Kulisciov e si tradusse il “Capitale” di Marx e si diffuse il “Manifesto dei comunisti”.

Nel 1896 usciva “L’Avanti” diretto da Bissolati. Intorno a quegli anni si tentò una fusione delle forze socialiste in un Partito dei lavoratori italiani (congresso di Genova, 1892) che modificava successivamente (Congresso di Reggio Emilia, 1893) il suo nome in Partito socialista dei lavoratori italiani, accentuando il distacco dei rivoluzionari antiparlamentari che si allearono con gli anarchici. Furono anni di irrequietezza, di ansie, di tentativi per il socialismo, che non trovava una sua via e una sua identità. I moti dei Fasci siciliani, (animati da uno strano ideale nel quale Dio, Marx e il Re venivano posti uno accanto all’altro ) e quelli di Massa Carrara, tra il 1889 e il 1894, portavano l’anno successivo allo scioglimento delle sezioni del partito.

Momenti di crisi, di rielaborazione anche dottrinaria, di conflitti interni nel partito che abbandonò il nome che si era dato nel congresso di Reggio Emilia e si chiamò ” Partito Socialista Italiano” (1895) Poi, nel 1898, i fatti di Milano: 400 morti, 688 condanne, repressioni. Di contraccolpo, nel 1900, 33 Deputati socialisti entrano alla Camera. Ma il socialismo italiano annaspava ancora nel buio, privo di una coscienza nazionale, avverso ad ogni rivendicazione morale o politica che innalzasse la patria ( si ricordino le parole di Filippo Turati che, a proposito dell’impresa africana si augurava che ” le nostre bandiere siano battute così solennemente da togliere ai manigoldi che ci guidano…la possibilità morale di ricominciare“); incerto tra la rivoluzione e il parlamentarismo.

Nel 1902, al congresso di Imola, trionfava il “riformismo”; nel 1904 a Bologna, trionfava la corrente rivoluzionaria; chi per la purezza del partito, chi per i connubi con altri partiti, (si ricordino le alleanze socialradicalmassoniche, i blocchi elettorali). Diverse le posizioni teoriche degli stessi capi corrente del movimento: F.S. Merlino ( Pro e contro il socialismo, 1897), in sostanza antimarxista, antideterminista; determinista, invece, il Graziadei (La produzione capitalistica, 1899); originalissimo Antonio Labriola, che tentava una interpretazione nuova di Marx e del materialismo storico inteso come identico al socialismo ricondotto, tuttavia, ad una filosofia della storia. Influenze di questo indirizzo si ebbero nella cultura, specie nella storiografia, nel diritto, nelle discipline sociali, volte tutte a considerare anche gli aspetti e le forme economiche dei gruppi nella storia e nella vita.

Ma esagerazioni, anche qui, poiché nel fondo c’era poco o nulla. Non a caso il Morgari, al congresso di Roma (1906), influenzato dalla cosiddetta “crisi” provocata dal revisionismo del Bernstein, poteva dire che il socialismo italiano aveva accolto da Marx soltanto il metodo della lotta di classe e nulla più. Poco tempo dopo Giolitti annunciava solennemente che Marx era “in soffitta”. Nuovi motivi di rivolta s’erano sovrapposti all’incerto socialismo italiano: il sindacalismo rivoluzionario E. Leone, A. O. Olivetti, P. Orano ) svilluppatosi sotto l’influenza di Sorel; il movimento operaio rinato quasi come autonomo di fronte al partito; nel 1906 si costituiva la Confederazione Generale del Lavoro, che non voleva saperne del partito, che restò vuoto ed astratto. In seno a quel movimento, scissioni o quantomeno diversità da regione a regione. Sorsero e si accentuarono voci di organizzatori che, come il Prampolini, invocavano solidarietà, creazione del costume, senso nuovo della vita. D’altro lato si iniziava una forte corrente cristiano-sociale, anzi nettamente cattolica, a sfondo quasi socialistico (Albertario, Toniolo).

Contemporaneamente il sindacalismo, pur diverso da tendenza a tendenza, agitava il mito dell’azione, nel quale forse confluiva lo spirito in parte deluso del Risorgimento. Il vecchio socialismo sembrava sconvolto. Al Congresso del partito di Milano (1910) Mussolini rilevava una tale situazione: ” Il partito socialista ufficiale – egli disse – é una grande ditta….che si avvia al fallimento” Intorno al 1911, mentre si discuteva sull’impresa di Tripoli, sul “ministerialismo” di Bissolati, la polemica rivelò meglio le fratture: ci fu chi disse (T. Colucci) che il ” socialismo si é spento in un’azione utilitaria “; chi rispondeva (Turati) che non c’era da rimpiangere nulla. Enrico Fermi, il bardo del socialismo positivistico, lanciava la sua massima edonistica: ” Ciascuno agisca secondo il suo utile economico !

Al Congresso di Reggio Emilia (1912) doveva esplodere l’urto irreconciliabile. Fu un giovane a porre il dilemma: ” Volete i compromessi ? Preferite la collaborazione col vecchio mondo ? O preferite l’insurrezione che apra nuove vie alla storia del popolo italiano ? “. La netta impostazione data da Mussolini al problema portò alla scissione: da un lato Treves e Turati presero la direzione delle sconvolte forze che divennero poi il partito riformista; dall’altra Mussolini ed i rivoluzionari, “Facendo inorridire i sedentari del socialismo di allora, che sono quelli di oggi ( dirà 13 anni dopo Mussolini ) io patrocinavo nettamente la necessità di un mito insurrezionale che avesse dato alle masse operaie il senso della tragedia. ” E concludeva: ” Fu quello l’ultimo sussulto di giovinezza del Partito socialista italiano ” (Scritti e discorsi, V, pag. 68).

Un sussulto, s’aggiunga, che fu opera proprio di Mussolini, che dalle pagine dell’Avanti, di cui era divenuto direttore dal dicembre di quell’anno, tentava di dare un’anima nuova al movimento, intricato nelle pastoie dei compromessi, delle alleanze e, soprattutto per liberarlo dalle ideologie socialdemocratiche, materialistiche, astratte. E’ sempre Mussolini che ad Ancona, nel 1914, ottiene la netta separazione tra socialismo e massoneria.

E’ Mussolini che lotta contro i “blocchi”, i tentennamenti, le incertezze. Di quel tempo é la profezia di Sorel sul ruolo che dovrà avere quest’uomo nella storia d’Italia. I “vecchi” del socialismo protestano: lo accusano di “miracolismo”. Scoppia la guerra europea: la frattura fra i due mondi, quello che resta abbarbicato ai miti incerti, barcollanti e quello che ha un programma di azione rivoluzionaria dal quale già si staglia la grande “Proletaria ” in cammino, é un fatto acquisito. Il socialismo italiano ha perso la sua spinta innovatrice e tutto quello che di esso poteva ancora essere considerato utile e valido, quel porre, cioè, grandi problemi nel paese, quello svegliare anime e coscienze anche di fronte alle esigenze economiche oltreché spirituali, assume altra forma ed altra denominazione.

Questa la realtà che ancora oggi si vuole negare.

I fatti di Ancona (giugno 1914), lo sciopero generale che ne seguì, l’atteggiamento assunto di fronte alla guerra, distaccarono sempre più il vecchio socialismo dal paese. La guerra, che si iniziò contro quel socialismo che la avversò ed in parte ne profittò, anziché creare le condizioni favorevoli per l’instaurazione rivoluzionaria del proletariato, portò alla netta decomposizione morale del paese in lotta: da un lato gli assertori dell’idea di nazione e di stato, dall’altro i negatori di quell’idea. E ciò si vide alla fine del grande conflitto. In apparenza pareva che, invece di essere quella l’ora della risorta nazione, fosse l’ora del socialismo “disfattista”, ove socialismo significava dispregio dei valori ideali e morali della vita e della patria; le masse, per un complesso di fattori, forse anche spiegabili ma paradossali nelle loro risultanze estreme, credettero fosse venuto il momento di impadronirsi delle fabbriche, dei mezzi di produzione e di tutto quello che l’odiato “borghese” possedeva.

Da un lato l’esempio ( che avrebbe dovuto essere, viceversa, ammonitore ) della Russia; dall’altro il fenomeno stesso della smobilitazione connesso ai diversi problemi che il paese si trovava ad affrontare dopo quattro anni durissimi di guerra; infine, altri fenomeni di varia natura, economica e psicologica, di ambiente ( notevole, ad esempio, il fatto che per quattro anni milioni di uomini di vario livello sociale e provenienza geografica avevano vissuto a contatto nelle trincee, dividendo “pane e morte “) ed altresì spirituale influirono, in Italia come altrove, a dare l’illusione che il socialismo materialista ed antinazionale trionfasse.

Il partito si ingrossò di iscritti; ma la pletora lo fece crepare in vari pezzi e si scisse, e si ebbero: riformisti, centristi, massimalisti, senza dire degli anarcoidi o dei radico-socialisti o dei demosocialisti. Alla Camera i rappresentanti di questi vari socialismi andarono numerosi nel 1919 e specie nel 1921. E proprio nel 1921, quando il sorgente “fascismo”, nato anch’esso dalla costola socialista, sembrava sopraffatto e battuto, George Sorel, il teorico del socialismo francese, ebbe a scrivere: ” Io conosco un giovanotto, un certo Mussolini socialista, che é il solo socialista che io conosca capace di non fare sciocchezze. Egli saprà guidare i suoi compagni nel senso giusto e nel loro interesse.

Non é meno straordinario di Lenin. Anche lui é un genio politico di dimensioni tali che sorpassano quelle di tutti gli uomini politici attuali, a parte Lenin. Già avevo sentito parlare di lui prima della guerra. Non é certo un socialista di salsa borghese. Non ha mai creduto al socialismo parlamentare: ha una straordinaria capacità di comprendere il popolo italiano ed ha inventato qualcosa che non é nei miei libri: l’unione del nazionalismo col socialismo” Lasciando l’inciso, per riprendere il filo dell’analisi storica, dobbiamo ricordare il tentativo di occupazione delle fabbriche proprio in quell’anno (1921); scioperi particolari e generali paralizzarono il paese: E’ la vittoria del proletariato, si gridava da molte parti; é la conferma del marxismo si diceva da altre parti.

Accanto alle agitazioni, ai conflitti, agli assalti fatti da ogni parte alle amministrazioni, allo stato stesso, fiorivano discussioni teoriche. Erano gli stessi socialisti a giustificare le loro posizioni differenziate o a cercare le vie dell’azione sui loro giornali, tentando soprattutto di dimostrare, ciascuno di loro, che Marx era dalla loro parte; ed erano anche taluni esponenti della borghesia, del clericalismo e del conservatorismo a gettare le passerelle della loro grande viltà ai trionfanti castelli socialcomunisti. Gli stessi governi che si succedevano al potere si mostravano remissivi e compiacenti di fronte a questo, in apparenza, potente antistato, che aveva creato una vera bardatura al paese.

Ore tristi per la nazione, che pareva già ai primi del 1919 dover soccombere sotto i colpi di grandi masse inconsapevoli, aizzate da capi accecati dall’odio e dal temporaneo successo. Il vecchio socialismo romantico nulla aveva da fare con questa idra dalle molte teste che, agitando il mito della dittatura del proletariato, aveva già incatenato i proletari ad una dittatura faziosa, inconcludente ed internazionalista. La nazione intera, vittoriosa in guerra e sui campi di battaglia, pagava un umiliante tributo di rinunce al tavolo della pace, anche per questa disastrosa e vergognosa situazione interna oltre che per l’insipienza ed il servilismo dei governanti.

Ma quando pareva che il successo fosse sicuro, la crisi era già aperta. L’aveva aperta lo stesso decomporsi del socialismo in gruppi, tendenze, partiti; l’aveva aperta la parte viva e consapevole della nazione vittoriosa che aveva resistito alla marea montante e, ove aveva potuto, reagito; ma, soprattutto, l’aveva aperta una nuova forza politica, sorta proprio per arginare la decadenza della nazione e salvare così il progetto di quella giustizia sociale che era stato alla base del sorgere del socialismo italiano.

Era stato proprio il Mussolini individuato da Sorel, il socialista ribelle del 1914, ad interpretare l’anima vera della nazione, opponendo alle forze disgregatrici e distruttive la serena visione di un’Italia degna della Vittoria. E’ l’azione politica e rivoluzionaria del fondatore dei Fasci che smantella uno ad uno i miti e i falsi idoli della teoria. Lotta di classe, miseria crescente, materialismo storico, stato amministrativo, dittatura del proletariato, tutte roccaforti delle teorie socialistiche e marxistiche, vengono smantellate in maniera risolutiva negli anni tragici della vigilia ed ancora in quelli immediatamente seguenti alla marcia su Roma, pur in una situazione politica e ambientale difficilissima, soprattutto per le condizioni economiche e sociali dell’Italia post bellica.

E’ questo un giudizio di parte ?

Può darsi, ed é per questo che chiedo il sostegno delle valutazioni sull’uomo Mussolini, sulla sua azione e sul suo progetto, di avversari autorevoli proprio sul piano ideologico-dottrinario Durante il suo esilio in Svizzera, il capo del bolscevismo, Nikolai Vladimir Illic Uljanov detto Lenin conobbe Mussolini, anch’egli esiliato. Dopo aver assistito ad una conferenza del socialista romagnolo, disse: ” Sono certo che per causa sua e delle idee che egli ha, il marxismo sarà un giorno non lontano battuto e definitivamente rovinato. ” Più tardi, dopo l’uscita di Mussolini dal Partito socialista, dirà ai socialisti italiani recatisi a Mosca (1919-20) : E Mussolini ? Perché lo avete perduto ? Male, molto male. E’ un peccato. Era un uomo deciso che vi avrebbe portato alla vittoria. ”

Lo stesso Trotski, braccio destro di Lenin nella rivoluzione russa, espresse identico concetto rivolto ai socialisti italiani: ” Avete perduto l’unica carta seria; l’unico uomo che avrebbe potuto fare la rivoluzione sul serio”. Il celebre romanziere russo, Massimo Gorky, ebbe ad affermare: ” Debbo riconoscere che Mussolini é un uomo di intelligenza e volontà superiori che ha contribuito grandemente alla ricostruzione dell’Italia dopo la guerra e che perseverò nel suo lavoro per la grandezza del suo Paese. E ciò é ammirevole. ”

Dopo appena mezzo secolo di vita il partito socialista, nelle sue varie articolazioni, tendenze e organizzazioni, perdeva la partita politica perché non aveva saputo comprendere ed interpretare la dinamica della realtà del momento e le esigenze della nazione, rimanendo vincolato a metodi di lotta, schemi teorici e postulati dottrinari d’importazione. In sostanza, perché il partito era invecchiato precocemente.

Quello che, viceversa, non muore, é l’essenza e l’anima del progetto socialista, che inizia il suo faticoso cammino proprio per volontà del socialista Mussolini, fondatore del Fascismo. Le critiche postume alla fase realizzativa di questo progetto sono note e, personalmente, le giudico superficiali ed ingenerose. Sicuramente qualche errore é stato commesso ed alcuni ritardi si sono verificati. Ma nella valutazione complessiva dell’azione di governo dobbiamo superare il vizio tutto italiano di non saper contestualizzare i fatti e gli avvenimenti.

In sintesi: Mussolini mobilita le camice nere, accelera la crisi dello Stato liberale, e quindi mette il re nella condizione di chiamarlo a formare il governo con atto costituzionale. Il movimento fascista é minoritario nel Parlamento, ma nonostante ciò il governo formato da Mussolini ottiene la fiducia. Sul piano istituzionale dobbiamo tenere presente che l’Italia era al tempo, una monarchia costituzionale democratico parlamentare retta dallo Statuto Albertino, Statuto che riservava al re alcune prerogative, tra le quali – non dimentichiamolo quando vengono valutati certi comportamenti durante la seconda guerra mondiale – la nomina del Capo di Stato Maggiore.

Da quel momento, quindi, si instaura una “diarchia” che – ovviamente, in alcune fasi – può creare dei limiti alla stessa azione di governo. Si poteva realisticamente, nel momento insurrezionale delle camice nere, travolgere anche la monarchia e instaurare la repubblica attraverso una guerra civile, fra l’altro dall’esito quasi sicuramente infausto per lo stesso movimento fascista ? La risposta é un no netto e categorico. Vittorio Emanuele III era il re vittorioso e Casa Savoia aveva un seguito anche popolare e anche in una parte del movimento. La stessa sinistra estrema poi, in nome dell’antifascismo, si sarebbe schierata a difesa della monarchia. Altro elemento da considerare il fatto che l’Italia, nell’ambito della burocrazia, sia civile che militare, era il paese più massonizzato del continente.

A documentare questa asserzione ci sono le statistiche settoriali degli apparati civili e militari. Mussolini, già da socialista, aveva sollevato il problema della massoneria e questo era stato anche uno dei motivi della sua espulsione dal partito. Quindi c’era da fronteggiare anche questa situazione non certamente favorevole. D’altra parte il movimento fascista non era nella condizione di sostituire, nel momento, tali apparati con elementi fidati anche perché, lo stesso movimento, non era immune da tale “infezione” e questo lo verificheremo successivamente nel momento in cui le sorti della guerra sono compromesse e l’azione eterodiretta dei “fratelli” innesca la crisi del regime. L’Italia é anche la sede papale, e Mussolini deve affrontare – da subito e attraverso una trattativa lunga e difficile soprattutto per quanto riguarda l’educazione giovanile – la cosiddetta questione romana che si trascina insoluta da anni, tenendo conto che l’apparato clericale ha molta influenza nella popolazione rurale ( che rappresenta la maggioranza della popolazione italiana in un paese prevalentemente agricolo ), e che lo stesso apparato gestisce larga parte dell’istruzione, in particolare quella superiore di eccellenza.

Altro elemento fortemente negativo l’alta percentuale di analfabeti con il fenomeno di un analfabetismo di ritorno a causa delle peggiorate condizioni socio-economiche dovute all’economia di guerra. Una massa incolta di contadini e di salariati non é “popolo ” consapevole dei propri doveri e dei propri diritti. In tale situazione é proponibile e realizzabile da subito, per esempio, la socializzazione delle imprese ?

Ma questa massa, purtroppo, non é soltanto incolta, é anche in situazione igienico-sanitaria disastrosa: Rachitismo, malaria, pellagra, tubercolosi sono vere e proprie piaghe sociali che stanno minando la sopravvivenza della stirpe italica. In breve sintesi, ho elencato problemi reali e urgenti perché sottovalutati, trascurati e fatti incancrenire e che, messi tutti insieme, avrebbero annientato e scoraggiato chiunque non fosse dotato di una volontà superiore.

Questa la situazione interna; vogliamo adesso prendere in esame la politica estera con tutte le questioni aperte e lasciate insolute o, peggio ancora, compromesse, dalla classe politica vile e rinunciataria dell’Italietta liberale ?

Questo il contesto in cui ha inizio l’attuazione graduale di un progetto autenticamente socialista e nazionale, in un Paese in cui lo Stato unitario é ancora in fase di faticosa, concreta realizzazione perfino da un punto di vista linguistico.

Vogliamo indicare, a grandi linee ed in estrema sintesi, alcune tappe fondamentali dell’attuazione del progetto ?

– Riforma della scuola

– Assicurazione invalidità e vecchiaia-

– Assicurazione contro la disoccupazione

– Assistenza ospedaliera ai non abbienti

– Tutela del lavoro minorile e delle donne

– Opera nazionale maternità e infanzia

– Assistenza illegittimi e abbandonati

– Assicurazione obbligatoria contro la TBC

– Esenzione tributaria per le famiglie numerose

– Assicurazione obbligatoria malattie professionali

– Opera nazionale Orfani di guerra

– Istituto nazionale infortuni sul lavoro

– Istituto nazionale per la previdenza sociale

– Riforma del sistema bancario per la tutela dei risparmiatori

– Settimana lavorativa di 40 ore

– Ente comunale di assistenza

– Assegni familiari

– Casse rurali ed artigiane

– Istituto nazionale assistenza malattia ai lavoratori

– Legge urbanistica – Legge di tutela dei beni artistici e culturali

– Riforma dei codici

– Socializzazione delle imprese

In contemporanea: opere pubbliche con costruzione di strade, autostrade, ferrovie, porti, ospedali e sanatori, scuole, palestre, campi sportivi, collegi di ogni ordine e specializzazione, creazione e fondazione di città, riforma agraria e lotta al latifondo, riforestazione del territorio e risanamento idrogeologico; in campo igienico-sanitario: medicina scolastica, colonie marine, montane, elioterapiche onde mettere il bambino e l’adolescente al centro di tutti i problemi che riguardano la tutela, da parte dello Stato, del benessere dei cittadini.

L’elenco potrebbe continuare a lungo e tutto questo in un breve periodo storico e senza dissestare il bilancio dello Stato. Anzi a questo proposito non possiamo dimenticare il miracolo economico-finanziario della Repubblica Sociale Italiana in cui, per la prima volta venne posto e risolto, proprio nel quadro più generale della socializzazione della economia nazionale, il problema della proprietà della moneta.

Infatti il Ministro delle Finanze, Domenico Pellegrini Giampietro, – come documentato anche recentemente dal dott. Antonio Pantano- costrinse la Banca Centrale italiana a mettere a disposizione dello Stato la liquidità monetaria, gestita per conto dello Stato ma ” dichiarata propria dalla Banca “, ponendo così in attivo il bilancio della R.S.I in anno di guerra e di inimmaginabili obbligazioni di spesa.

Oggi c’é qualche governante, di sinistra o di destra, socialista o liberale non ha importanza, disposto a risolvere il problema dell’enorme debito pubblico che grava come una spada di Damocle sui cittadini italiani, con il metodo messo in atto dal Ministro delle Finanze della R.S.I ?

Chi é disposto a sfidare il potere usuraio della Banca d’Italia e, ancor più, della Banca Centrale Europea e di tutte le Banche centrali ?

E’ una sfida quella della sovranità monetaria che noi noi Socialisti Nazionali, quale continuità ideale dei postulati della Repubblica Sociale Italiana, dobbiamo porre alla base di un programma autenticamente socialista e quale elemento fondamentale per la riconquista della sovranità nazionale. Socialismo, quindi, anche perché il contenuto concettuale e dottrinario di tale termine ci appartiene storicamente e dobbiamo sentire l’orgoglio di rivendicarlo perché concretamente sperimentato e realizzato, ancorché non compiutamente, a causa dell’esito infausto del 2° conflitto mondiale, di quello scontro titanico che ha visto contro di noi quattro continenti e mezzo e che dovrà passare alla Storia come la “guerra del sangue contro l’oro : ” La socializzazione altro non é se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo; dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia ma respinge le meccaniche livellazioni di tutto e di tutti, livellazioni inesistenti nella natura ed impossibili nella storia…”.

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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