Stanis Ruinas,il fascista repubblichino del PCI

Stanis Ruinas, al secolo Giovanni Antonio De Rosas (Usini, 11 febbraio 1899 – Roma, 21 gennaio 1984), è stato un giornalista,politico e scrittore italiano.

Stanis Ruinas a Venezia nel 1944 con la moglie Maria Cecilia

La sua Biografia
Esponente del cosiddetto Fascismo di sinistra, durante il ventennio è collaboratore di numerose testate quali Il Popolo Apuano, Il Popolo d’Italia e Il Resto del Carlino. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana.Nel dopoguerra fondò e diresse la rivista Il Pensiero Nazionale, organo che radunò un folto gruppo di giovani e intellettuali ex fascisti finiti nell’orbita del Partito Comunista Italiano e per questo definiti “eretici e traditori” dal Movimento Sociale Italiano.

Fu arrestato il 13 maggio 1945 e liberato un mese dopo, e poi ancora il 12 aprile 1950 per 40 giorni.

Il suo Pensiero Politico
« Adolf Hitler è stato il miglior agente segreto che il capitalismo internazionale abbia mai avuto, il vero responsabile della scomparsa del fascismo »

Il pensiero di Ruinas si basava sull’idea che il comunismo non potesse essere quello applicato nell’Unione Sovietica. Anzi addirittura secondo lui Karl Marx è stato un agente fuorviante nella genesi del concetto moderno di “comunismo”, e come tale ha deviato una reale ricerca del “comunismo” verso una visione utopica e chiaramente fallimentare. Sulla base di questo sosteneva che il vero comunismo sia quello che Benito Mussolini (da socialista quale, secondo Ruinas, era sempre rimasto) intendeva costruire in Italia prendendo il potere da anticomunista e trasformando pian piano il sistema economico e sociale italiano in comunista, mediante le stesse strategie sperimentate dal fabianesimo inglese. Ruinas vide nella socializzazione dell’economia della Repubblica Sociale Italiana la realizzazione finale di questo temporeggiato progetto. Per questo lanciò numerosi appelli al proletariato per convincerlo a schierarsi con la RSI. Nel dopoguerra ritenne di non poter impudentemente aderire ad un partito quale l’MSI ormai schierato con i capitalisti che avevano combattuto ed affossato il fascismo. Anche nei confronti del PCI era critico per la loro tolleranza verso i paesi capitalisti, e dalle colonne di Pensiero Nazionale più volte mandò messaggi in cui esprimeva la sua incomprensione:

« A costo di passare per un ingenuo, confesso di non comprendere come agli uomini che si autoproclamano rivoluzionari – socialisti, comunisti, anarchici – e che per i loro ideali hanno sofferto la galera e l’esilio, possano plaudire all’Inghilterra plutocratica e all’America trustistica che in nome della democrazia hanno devastato l’Europa »

Il Pensiero nazionale
Dalla seconda metà degli anni cinquanta il quindicinale di Ruinas sposò, forse anche per calcolo oltre che per intima convinzione del fondatore e di buona parte della redazione, le idee di Enrico Mattei in tema di politica economica, energetica ed estera: vedi i numerosi servizi giornalistici e interviste ad esponenti politici e diplomatici. Sul piano culturale, Il Pensiero Nazionale aveva una grande apertura verso tutto ciò che costituiva momento di rottura con il conformismo della (peggiore) Italia democristiana, come pure della più ottusa ortodossia comunista; in difesa del cinema di denuncia e critica sociale e satirico (si pensi a Il giudizio universale di Vittorio De Sica, La dolce vita di Fellini, Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti); di conseguenza, grande attenzione per i cineasti meno famosi come Francesco Rosi e gli emergenti Damiano Damiani, Florestano Vancini, Ermanno Olmi, Elio Petri, Ugo Gregoretti). Tra i tanti collaboratori del Pensiero Nazionale di questo periodo, diciamo così “sinistrorso” si ricordano il linguista Tullio De Mauro, l’ex diva degli anni Quaranta Elsa De Giorgi, i pittori Giulio Turcato e Tonino Caputo, il critico cinematografico e scrittore Alessandro Damiani.

Lettere di Stanis Ruinas, Fascista “rosso”La nostra bandiera

“Non riesco a capire come mai perchè uomini liberi e di provato senso patrio e d’indubbia probità personale si siano trasferiti al nord e si ostinino a seguire la sorte già segnata di un principio e d’una guerra perduta”.
Queste parole della tua ultima lettera mi hanno fatto l’effetto di un pugno in un occhio. Esse sono la prova che tu sei un rivoluzionario come io sono etiope, e che ha rinnegato il caro amato don Chisciotte, cavaliere d’ogni audacia e del viver fantastico, in favore del suo scudiero sancio Pancia, simbolo e guida dei cavalieri dalla pancia piena. O che i principi e gli amici si seguono solo nella buona ventura, quando c’è da gozzovigliare e da arraffare? O che una bandiera la si sventola solo in pieno solo tra folle tripudianti e non invece tra la tormenta e molti nemici intorno? La tua è una morale da pastasciuttari, non da socialisti che credono nel socialismo e lottano e soffrono per il suo avvento.
Da che mondo è mondo i veri rivoluzionari preparano l’ambiente, non lo subiscono: combattono contro maggioranze ostili, ben lungi dal preoccuparsi delle ciarle della minutaglia. La rivoluzione non è una manna che piove dal cielo, ma un sovvertimento di sistemi accettati e difesi da caste numerose e da gruppi di interessi particolari. Comodo e facile è gridare viva la rivoluzione. Difficile è farla: perchè farla occorre cozzare contro i muri di cemento armato delle classi abbienti, contro i privilegi economici di casta.
Coloro che si sono trasferiti al nord e s’ostinano – come tu dici – a seguire i principi nei quali hanno creduto e credono, cosa sono se non rivoluzionari che vanno contro-corrente, sfidando il buon senso dei buzzuri e mettendo a repentaglio la vita? O forse tu preferisci que Fucci o quei Bonturi che al primo soffio di burrasca hanno piantato baracca e burattini e sono passati al lato opposto della barricata con un far da sanluigigonzaga? Un uomo di carattere è sempre degno di rispetto, qualunque sia la sua opinione politica. Nell’uomo il carattere è tutto e conta di più dell’ingegno e della ricchezza. Il fierissimo Vittorio Alfieri, che non si piegò mai nè dinanzi a principi nè dinanzi a re, resta come un esempio per tutti. Vincenzo Monti, grandissimo poeta, che lingueggiò tra sottane e corone, resta, pur lui, come un esempio: ma di girella.
Se tu osservi bene, ti accorgi subito che gli uomini rimasti saldi alla parete delle loro convizioni sono prevalentemente quelli che dal fascismo hanno avuto più amarezze che dolcezze. I profittatori, i ladri e i ladroni si sono dileguati alla prima libecciata.
Il venticinque luglio e l’otto settembre, in molti galantuomini , niente affatto fascisti, ma di animo generoso e rivoluzionario, e di profondo senso patrio, si scatenò una vera e propria rivolta: rivolta alla viltà dilagante; rivolta ai gerarconi che, dopo aver ostentato per un ventennio i loro galloni fiammanti, si buttarono tra le braccia dell’antifascismo; rivolta alla borghesia, alla monarchia, all’aristocrazia e alla plutocrazia; rivolta a quei gruppi numerosissimi che dopo aver esaltato per tanto tempo l’alleanza italo-germanica e la Germania più della loro patria, diventarono in un battibaleno mangiatedeschi e anglofili frenetici; rivolta ai generali che non essendo all’altezza dei loro compiti e doveri , disfecero, in un giorno, l’esercito italiano ricco di oltre 4 milioni di effettivi. Rivolta a tutto e a tutti.
Così sono passati nelle file della Repubblica Sociale vecchi repubblicani e socialisti e anche comunisti puri, cioè non asserviti alla plutocrazia.
Chi non capisce queste rivolte dello spirito di fronte alla tragedia del nostro paese, non ha animo nè di italiano nè di rivoluzionario, e si mette allo stesso livello di colui che segue la corrente senza sapere perchè.
Quanto ai principi segnati dalla sorte e alla guerra perduta ti si potrebbe obiettare che i principi hanno radici nella storia, come il fascismo non muoiono per cambiar di venti; che la guerra continua con furia sempre crescente e che la vittoria arriderà al più saldo di muscoli e di cuore, e al più modernamente armato. Ma qui non si tratta di vittoria e di principi, bensì di dignità umana, di onore e di cavalleria. Noi non apparteniamo alla malagente che segue le idee in voga nè alla plebaglia, scefala che corre plaudente dietro il carro trionfatore. Spregiamo i potenti e detestiamo i vili. Aborriamo i farisei e i ribaldi. Soltanto la bontà c’innamora e la fede nobilmente professata ci entusiasma. Per colpa o per merito di certo sangue donchisciottesco che ci ribolle nelle vene, abbiamo parteggiato sempre per i deboli contro i forti, per le idee ardite contro le idee della maggioranza. Siamo nati rivoluzionari e rivoluzionari moriremo. Ma appunto per questo ci ribelliamo all’idea che dei rivoluzionari collaborino direttamente o indirettamente alla conservazione della corona di Giorgio VI, L’inghilterra è il gendarme d’Europa, che da tre secoli intoppa le rivoluzioni europee a suo vantaggio rimettendo in piedi regni crollati e tenendo le file della reazione. Noi siamo convinti che l’Europa non avrà pace nè giustizia sociale finchè l’impero inglese non sarà distrutto. Il più bel giorno della nostra vita di rivoluzionari sarà quello in cui vedremo la corona di sua maestà britannica ridotta in mille pezzi.
Per il resto sono d’accordo con te.
La libertà come l’amor di Patria non è un privilegio nè un monopolio di una setta o di un partito o d’un gruppo di partiti, come pretendono i democratici senza democrazia che urlano a Roma.
La libertà è di tutti o è una finzione. In ogni caso la libertà non esiste e non ha valore senza libertà sociale o senza indipendenza economica.
Noi uomini di tutte le libertà, eccettuata quella di insultare e barattare la Patria, siamo dichiaratamente e decisamente italiani. Sulla nostra bandiera sono stampigliate tre sole parole: Italia, Repubblica, Socializzazione. Respingiamo tutte le filie: tutte, tranne l’italianofilia, spinta ai vertici della passione.
Crediamo nel popolo e ci battiamoper la rivoluzione sociale:
per la rivoluzione sul serio e non da burla come quella di cui cianciano borghesi e capitalisti, frati e clericaletti.
Respingiamo altresì le manie autonomiste e federaliste che dominano alcuni cervelli bacati dell’Italia controllata dagli inglesi e dagli americani. Viva la repubblica!, certo ma la repubblica di cui parlava Mazzini, una repubblica unitaria, orgogliosa del suo passato, conscia della sua missione nel mondo. Niente fogge e mode e pose straniere. Ma fogge e pose e mode italiane. Tre quarti d’Italia sono ammattiti e fuorviati. Si ha presente la defezione di questo o di quel santone: si dimentica l’esempio di un grande Papa. Giulio II, l’empio di un Ferrucci, l’esempio di un Mazzini. Occorre rinsavire e darci, noi rivoluzionari, la mano nella speranza e con la certezza di rimettere in sesto e in moto questa povera Patria nostra dilaniata e schernita. Il cammino da percorrere è lungo e pieno di spine, ma se la smetteremo di sgolarci gridando viva l’Inghilterra e viva l’America e viva la Russia, ma se ci ficcheremo bene in testa che siamo solo italiani e che ogni possibile salvezza dipende da noi, e non da altri, arriveremo alla mèta, ricostruiremo il paese pezzo per pezzo e col tempo, riprenderemo il nostro posto, il posto che ci compete in seno alle Nazioni vive in una Europa rinnovata.
Pecchiamo d’eccessive speranze? Vi è un solo grave fallo al mondo: il fallo di chi spera.
Stanis Ruinas

Parole dedicate a un Rivoluzionario

Confesso candidamente che non capisco il tuo atteggiamento “d’uomo alla finestra” in attesa che l’orizzone si riscari. Attendere è un brutto verbo borghese, non rivoluzionario.
Chi ha coraggio e dignità non se ne sta con le mani in mano, mentre i popoli di cinque continenti sono presi nel vortice cosmico delle gigantesche forze in urto per l’affermaizone della rivoluzione sociale bandita dalla Italia e dalla Germania o per il perpetuarsi della reazione borghese e capitalistica personificata dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.
La vita non è una finestra da cui si possa contemplare il mondo restando indifferenti ai suoi drammi, come pretendono i Romain Rolland di questa guerra, gli Erasmo e i Pilati moderni e certi intellettuali dal fiato corto e certi petini dal verso abracadico.
La vita è qualcosa di meglio e di peggio: è un’incessante lotta rabbiosa tra il bene e il male, tra la luce e la tenebra, fra la libertà e la schiavitù. Con Cristo e Mazzini noi crediamo nel bene; combattiamo perciò la libertà, generatrice di colossi, contro la schiavità e la tirannia generatrici di lutti e di stragi e di mortidifame.
E’ una pazzia? Può darsi. Ma tu stesso hai esaltato la pazzia che è alla radice d’ogni rivoluzione, d’ogni moto della storia, d’ogni grande rivolgimento religioso. E, se non sbaglio, tu stesso hai definita “chiericale” la posizione del socialista estetizzante Romain rolland durante l’altra guerra.
Tu vuoi giustificare il tuoateggiamento sostenendo che sei contro le dittature in favore della libertà e della personalità umana.
La tua grande fissazione è la dittatura. La detesti e la concepisci solo in funzione antistorica. Anzitutto non ci furono mai e mai ci saranno rivoluzioni senza dittatori. La rivoluzione france ebbe i suoi Robespierre; quella russa ha Stalin. Le dittature s’accompagnano logicamente alle rivoluzioni e le rivoluzioni si sostengono con le dittature finchè non hanno compiuto il loro ciclo.
Il tuo è un errore comune a molti. Ti fermi sbigottito dinanzi ai nomi evitando di scendere in profondità. Mussolini, Hitler e Stalin sono tre autentici rivoluzionari; hanno fatto tre rivoluzioni che sono costate ingenti sacrifici di Sangue. Si può avere più simpatia per l’uno o per l’altro; ma non si può negare che essi siano i genuini rappresentanti di tre rivoluzioni che hanno per meta lo scardinamento del sistema capitalistico e il benessere dei loro rispettivi popoli.
Il nemico comune è il capitalismo; e il capitalismo è la peggiore dittatura. Churchill e Roosevelt non sono dittatori nel significato corrente della parola; ma il sistema che essi rappresentano, il capitalismo, anzi il supercapitalismo, è la più opprimente e mostruosa delle dittature.
La storia dell’imperialismo inglese, dai tempi della Regina Elisabetta ai giorni nostri, non è altro che la storia di una dittatura aggressiva di rapinatori e di pirati mascherata coi nomi suggestivi e fascinatori di libertà e di progresso dei popoli. La potenza imperiale inglese ha inizio quando sale sul trano una donna: la regina Elisabetta, “dittatrice e assassina”; tocca l’apogeo quando crolla un imperatore: Napoleone.
Sotto Elisabetta, nel 1588, unendo le proprie forze navali a quelle dell’Olanda, l’Inghilteraa vince l'”Invincibile Armada” di Filippo II. Quando, con la forza, sconfigge la flotta olandese, la sua potenza navale e coloniale è assicurata. Ciò avviene al tempo di Cromwel, altro cupo dittatore in veste di puritano, la aggressione commercale e coloniale continuata fondò l’impero.
Fedele ad una politica contraria ad ogni egemonia che non fosse la propria, l’Inghilterra ha attraversato la strada ad ogninazione che minacciasse di predominare. Così alla Spagna ed alla Francia, come alla Russia e alla Germania. Dal 1688 al 1815, secondo i calcoli di Robert Seely, autore del celebre volume “l’espansione inglese”, l’Inghilterra ha combattuto per complessivi sessantotto anni contro l’egemonia francese.
L’imperialismo inglese, che ha per maschera la democrazia e il ribellismo, non èa ltro , giusta la definizione di Lenin, che una tappa superiore del capitalismo.
I democratici e i liberali anglo-americani, in virtà del loro capitale finanziario, hanno lanciato la loro rete di affari su tutti i mercati del mondo. Il controllo viene esercitato dalle banche e dalle agenzie fondate nei posti conquistati al loro mercato. Attraverso la copiosa rete di questo mercato essi dominano il mondo e dettano legge.
Per colpa dell’Inghilterra, la Europa, a furia di farsi la guerra di vencinquennio in venticinquennio, crollerà sotto il peso delle sue pazzie, o , per essere pià esatti, delle pazzie delle cricche finanziarie che settant’anni di guerra e di rivoluzioni non sono riuscite ad abbattere e che per i loro interessi spingono i popoli a scannarsi a vicenda. Gli imperialismi a sfondo punico, tali sono quelli che fanno il bello e il cattivo tempo nel nostro continuente, si combattono e si elidono, milioni e milioni di uomini soccombono, intere città vengono distrutte, nazioni spariscono dalla carta geografica, ma l’umanità continua e continuerà a sterilire nella miseria.
Il sole della giustizia non splenderà sull’Europa finchè sarà in piedi l’impero britannico che rappresenta la roccaforte della reazione e il sistema capitalista nemico dei proletari.
L’inghilterra fece di tutto per annegare nel sangue la rivoluzione francese; vinto Napoleone organizzò tutte le forze reazionarie d’Europa sotto il nome di Santa Alleanza la quale per vari lustri soffocò le aspirazioni di libertà e di indipendenza di tutti i popoli, compreso l’italiano.
Nel 1919 Churchill sostenne che bisognava organizzare un corpo di spedizione contro la rivoluzione russa. Logica e conseguenziale è la sua condotta di “gendarme d’Europa” di fronte all’Italia e alla Germania proletarie e rivoluzionarie. Ciò che non è logica nè conseguenzialeè la posizione di certi rivoluzionari rispetto all’attuale conflitto. Ma codesti sono rivoluzionari senza rivoluzione: sono i difensori e gli alleati del capitalismo e dell’alta banca. In buona o in mala fede essi sono gli strumenti dei tentennanti re e dei potentati del denaro.
Fedeli alle nostre premesse e ai nostri principi noi continueremo a lottare per la rivoluzione europea che dovrà stritolare i troni superstiti, rompere i ceppi, rovesciare le dinastie del privilegio e le ibride alleanze della reazione che fanno capo a Londra e Washington.
L’altra guerra spazzò via corone di re e imperatori. Questa guerra rivoluzionaria dovrà sostituire alle oligarchie finanziarie i popoli liberi d’Europa che avranno una patria, che crederanno in questa patria e la difenderanno col sangue e con la vita contro gli eventuali assalti di tutte le potenze extraeuropee.
Non capire tutto ciò è da stolti e da codini. Lasciamo pure che i blasonati e i signorini della borghesia ricca aspettino gli inglesi e si augurino la vittoria degli inglesi. Ma è assurdo e mostruoso che un rivoluzionario si allinei dietro codesta gente vile e miserabile che vuole continuare a vivere sul lavoro e sul sangue del popolo.

Stanis Ruinas

Fascisti di Sinistra Nazionale: Stanis Ruinas
DissidentiDopo la conquista del potere, il fascismo fu caratterizzato da un dissenso interno plateale, che si manifestò in una forte componente «movimentistica». Essa non riuscì ad affermarsi, ma si battè, tollerata (se non tacitamente appoggiata) dallo stesso Mussolini che in fondo non dimenticò mai le sue origini socialiste. La natura eterogenea dell’ideologia dei fasci, il valore strumentale e contingente attribuito ai «princìpi», la spregiudicata tattica politica erano stati, prima della marcia su Roma, i punti di forza del PNF. Successivamente si rivelarono elementi di debolezza. La «rivoluzione fascista» non ci fu. Allo scontro frontale con la liberaldemocrazia si sostituirono il compromesso governativo e il processo di inserimento nelle tradizionali strutture statali. Ma molti militanti che provenivano dalle esperienze del sindacalismo, dell’estrema sinistra, dell’arditismo, del legionarismo fiumano durarono fatica a rendersi conto ed a convincersi di quel che stava accadendo; alcuni anzi non accettarono mai l’involuzione. Fra questi il sardo Stanis Ruinas, al secolo Antonio de Rosas (1899-1984). Repubblicano, antiborghese e anticapitalista intransigente, egli rimase fedele alle sue idee durante il Ventennio, nel periodo della RSI ed anche nel secondo dopoguerra.

Nel Ventennio

Formatosi alla scuola del mazzinianesimo e del socialismo di Pisacane, Ruinas considerò Mussolini come colui che aveva inteso portare a compimento quella «rivoluzione nazionale» e popolare avviata dai democratici del Risorgimento, ma subito riassorbita dalla borghesia liberale e moderata post-unitaria. Così anche nel corso del Ventennio la borghesia che continua a condizionare pesantemente l’azione del fascismo originario, i gerarchi corrotti ed inetti, la monarchia e la Chiesa cattolica costituiranno -per Ruinas- nemici da battere, in nome della realizzazione del programma di San Sepolcro, espressione del «fascismo autentico» fautore di una rivoluzione antiborghese. Gli attacchi che Ruinas rivolge dai numerosi quotidiani di cui è collaboratore (“L’Impero”, “Il Popolo d’Italia”, “Il Resto del Carlino”) o direttore (“Popolo Apuano”, “Corriere Emiliano”) all’establishment attirano i sospetti e le ire degli apparati del regime. Egli viene sospeso, reintegrato, radiato «per indisciplina e scarsa fede» dal PNF, sottoposto a vigilanza speciale, fino alla riconciliazione avvenuta alla vigilia della Seconda guerra mondiale grazie al libro “Viaggio per le città di Mussolini” (1939). E proprio aderendo alla guerra mussoliniana, Ruinas ritroverà le ragioni dello scontro supremo con le forze «plutocratiche» e «trustistiche» inglesi e statunitensi, nelle quali per lui si concretizza il sistema capitalistico, «che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione». La guerra fascista è interpretata, dunque, come strumento per sconfiggere prima le «demoplutocrazie occidentali» e poi, forti di quella vittoria, rovesciare il predominio del capitalismo interno e di quello internazionale.

Nella RSI

All’indomani dell’8 settembre, Stanis Ruinas si trasferisce a Venezia, per ricoprire l’incarico di capo ufficio stampa della segreteria del suo amico Vìncenzo Lai, nominato dal governo di Salò commissario della BNL. Nella RSI, Ruinas vede finalmente incarnarsi il fascismo delle origini e la possibilità di realizzare quella rivoluzione per la quale si era sempre battuto. La Socializzazione e la ricerca di un accordo con gli antifascisti per impedire la guerra civile diventano i cardini attorno ai quali ruota la sua azione. Ma anche a Salò prevarranno i vecchi gerarchi, appoggiati dai tedeschi. Uno stuolo di parenti, di profittatori irresponsabili e feroci lascerà il segno sulla breve avventura della RSI. Eppure Ruinas respingerà sempre l’accusa secondo cui il fascismo repubblicano sarebbe stato l’espressione estrema della reazione capitalista anzi ribalterà l’accusa sui comunisti italiani, colpevoli di collusione con la borghesia per aver scelto di partecipare al governo Bonomi e di aver accettato l’alleanza con l’Inghilterra di Churchill, «conservatore nel midollo, duca e ricco a starelli» e gli USA di Roosevelt, «portavoce dei miliardari americani».

Pensiero Nazionale

Concluso un breve periodo di detenzione a Venezia nel ’45, Ruinas fu assolto in istruttoria da una Corte d’Assise Straordinaria. La rivista “Pensiero Nazionale” venne da lui fondata a Roma nel ’47 ed uscì fino al ’77, sostenuta dai finanziamenti dei commerciante Oscar T’accetta, dopo l’aiuto iniziale fornito da Vincenzo Lai, rimasto successivamente al crollo della RSI alto funzionario della BNL. Altri finanziamenti di modesta entità giunsero nei primi anni Cinquanta anche dal PCI e successivamente perfino da Aldo Moro, nel periodo in cui il leader democristiano -con la strategia del «compromesso storico»- stava sviluppando il massimo di iniziativa politica autonoma dalle direttive statunitensi all’epoca possibile. Sostegni economici affluirono poi da alcuni paesi arabi: probabilmente dall’Egitto di Nasser e, negli anni Settanta, dalla Libia. “Pensiero Nazionale” non superò mai le 15.000 copie, ma riuscì ad essere presente in tutti i capoluoghi di provincia. Tra la fine del ’51 e l’inizio del ’52, i Gruppi di “Pensiero Nazionale”, che facevano capo alla rivista, si costituirono in un movimento politico, il quale riuscì a raccogliere circa 20.000 iscritti. La formazione, benché di dimensioni modeste, svolse un ruolo non trascurabile nel ’53, quando contribuì -in occasione delle elezioni politiche- ad impedire che scattasse il meccanismo della legge maggioritaria (la cosiddetta legge-truffa) confluendo nelle liste di Alleanza Democratica Nazionale e rivelandosi determinante per la sua affermazione.

Fascisti e comunisti

Venuta meno, nel clima della guerra fredda, l’unità dei partiti antifascisti con l’esclusione della sinistra dal governo, il PCI si ritrovò nettamente contrapposto -sul piano interno- alla DC e agli altri partiti moderati, così come -su quello internazionale- decisamente schierato con l’URSS stalinista contro gli USA. La situazione risultava propizia per attuare quell’avvicinamento di formazioni antagoniste al sistema capitalistico che Stanis Ruinas da tempo auspicava. Lo stalinismo gli si presentava appiattito sul materialismo e sull’internazionalismo marxisti, cioè su strumenti non in grado di realizzare la sintesi di socialismo e nazione da lui preconizzata. Tuttavia tra capitalismo e comunismo, fra USA-Inghilterra e URSS, i Gruppi di “Pensiero Nazionale” non avevano dubbi: il loro sovversivismo populistico e totalitario li portava a simpatizzare per Stalin. Contemporaneamente, una strategia di recupero nei loro confronti venne elaborata dal PCI. L’apertura verso coloro che erano stati i nemici di ieri, nell’ambito del quale si collocò nel periodo ’47-’53 il rapporto tra il PCI e “Pensiero Nazionale”, fu preparata, seppure dietro le quinte, dallo stesso Togliatti. L’operazione venne, poi, condotta da personalità di primo piano del partito, come Giancarlo Pajetta, Luigi Longo, Franco Rodano, Ambrogio Donini, Enrico Berlinguer, Ugo Pecchioli. Gli incontri con Ruinas e con altri collaboratori della sua rivista furono numerosi, ma non diedero risultati significativi, anche perché il PCI ostacolò la nascita di un partito indipendente della Sinistra Nazionale, seppure alleato e contiguo. Forse pesò su quest’evoluzione il graduale ammorbidimento dell’opposizione comunista nell’era della «coesistenza pacifica» seguita all’ascesa di Krusciov. I Gruppi di “Pensiero Nazionale” si orientarono, allora, verso la costituzione di una forza anti-sistema autonoma tanto dal PCI quanto dal MSI. Nel ’56 venne effettuato il tentativo più consistente di costituire un Movimento di Sinistra Nazionale, area di aggregazione per uno schieramento antagonista. L’operazione si rivelò effimera, tuttavia nella seconda metà degli anni Cinquanta Ruinas riuscì a consolidare un rapporto con il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il quale divenne un importante finanziatore di “Pensiero Nazionale”, che a sua volta sostenne le scelte in materia di politica energetica compiute dall’intraprendente imprenditore pubblico, avvicinandosi alle posizioni sia dei paesi arabi produttori di petrolio, interlocutori direttì di Mattei, sia, più in generale, ai paesi non allineati e del Terzo Mondo, di cui denunciò lo sfruttamento capitalistico.

Ciò che resta di Stanis

La vicenda dei «fascisti rossi» che attorno a “Pensiero Nazionale” si raccolsero, rappresenta un segmento pressoché ignoto della storia italiana del secondo dopoguerra, non tanto, a nostro avviso, per le modeste dimensioni numeriche del fenomeno, quanto perché la semplice presenza di un simile soggetto politico fa saltare letture troppo schematiche di determinati avvenimenti. Su temi quali il fascismo e l’antifascismo, la resistenza, la «destra» e la «sinistra», le analisi del periodico romano si situano, infatti, al di fuori di quei parametri interpretativi che proprio negli anni dell’immediato dopoguerra furono elaborati per segnare i caratteri dell’ideologia e della mitologia su cui a tutt’oggi si fonda la legittimazione della liberaldemocrazia italiana. Sul piano ideologico e politico l’elaborazione di Stanis Ruinas e dei suoi collaboratori, che provenivano in massima parte dalla RSI, li collocò fuori dall’orbita del parlamentarismo, in una dimensione assolutamente singolare. Considerato ormai chiuso e non riproponibile il passato del ventennio e di Salò, respinte con forza le posizioni nostalgiche del Movimento Sociale, erede del «fascismo borghese» con cui non intendevano essere confusi, Ruinas e i suoi diedero vita ad una linea fatta di ideali repubblicani e socialisti, di populismo nazionalistico ed anticapitalistico, di inequivocabile ostilità verso la NATO, gli USA, le «democrazie plutocratiche» occidentali che avevano colonizzato l’Italia dopo il ’45. Di qui i durissimi attacchi nei confronti di De Gasperi, Scelba, della DC in genere e del Vaticano, nonché del MSI, che ormai si configurava come un partito pienamente conservatore. Al tempo stesso, i «fascisti rossi» lodavano i partigiani rivoluzionari, mentre condannavano la Resistenza borghese quale ennesima espressione trasformistica di quei settori sociali che, dopo essersi assestati con il regime fascista traendone cospicui vantaggi, lo avevano abbandonato nel momento in cui questo aveva lanciato la sua sfida mondiale al sistema capitalista. Alla contrapposizione tra fascismo e antifascismo, “Pensiero Nazionale” propose, dunque, di sostituire quella tra una sinistra composta dalle forze antiborghesi, anticapitalistiche, antiamericane e una destra «plutocratica», clericale, filo-atlantica. Venne delineata così, per la prima volta un’unità di intenti tra militanti marxisti e «sovversivi» che si richiamavano all’esperienza del primo e dell’ultimo fascismo (San Sepolcro e Manifesto di Verona). Un’impostazione di questo genere forniva, però, una lettura tanto del movimento dei fasci quanto della Repubblica di Salò assai diversa da quella divulgata dal PCI e dalla borghesia antifascista, che interpretavano l’uno e l’altra come il «braccio armato» del grande capitale industriale e agrario. Contro queste forze, i «fascisti rossi» ripetevano di essersi sempre scontrati, nel ventennio e nella RSI. Riconoscevano di esserne usciti nettamente sconfitti, ma aggiungevano che non era destino fin dal 1919 che gerarchi e borghesia prevalessero. E concludevano affermando di essere stati battuti da quelle stesse forze capitalistiche che, in sostanza, avevano finito con l’esercitare la loro egemonia anche nell’Italia postbellica, neutralizzando la carica rivoluzionaria delle formazioni partigiane legate al PCI, dopo aver soffocato gli analoghi sentimenti e propositi del «fascismo autentico».

Una lezione da ricordare

Le note fin qui sviluppate non hanno la pretesa di costituire un’indagine storica (per la quale si rimanda al particolareggiato e documentato saggio di Paolo Buchignani, “I «fascisti rossi» da Mussolini a Togliatti”, apparso sul numero di gennaio-febbraio ’98 della rivista “Nuova Storia Contemporanea”). Attraverso esse si voleva soltanto riepilogare rapidamente una vicenda che resta a tutt’oggi significativa, per giungere ad alcune brevi conclusioni collegate all’attualità. La fase storica è dominata da un Pensiero Unico che si trasmette democraticamente attraverso l’esaltazione del «mercato». Nell’ambito di questo contesto mondiale, anche in Italia la politica sembra essere diventata di plastica, con l’alternativa rappresentata dal confronto tra la «Cosa» di sinistra nata a Firenze auspice D’ Alema e la «Cosa» di destra partorita a Verona da Fini. Entrambi gli schieramenti amano definirsi nazionali (ma, per carità, giammai nazionalisti), liberali e liberisti civilmente temperati, sociali sicuramente e tuttavia lontani da ogni statalismo assistenzialista, eccetera. Le loro frange estreme (Rifondazione Comunista o gli ultrà liberisti di Forza Italia all’Antonio Martino) non contano, contribuiscono soltanto a rendere più variegato il panorama interno al sistema capitalista. Se questa è la realtà, le forze antagoniste in quanto -prima di ogni altra considerazione- anticapitaliste non possono rimanere ancora inchiavardate alle due contrapposizioni frontali che hanno segnato un secolo ormai finito, comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo. Al contrario, lasciarsele alle spalle è condizione necessaria, anche se di per sé non sufficiente, per restituire slancio e prospettiva all’opposizione non riconciliata e non disposta ad accettare le «oggettive ragioni» del modo di produzione capitalistico nell’epoca della globalizzazione. È in questo senso che la lezione di “Pensiero Nazionale” conferma tutta la sua validità. Appare evidente, infine come “Aurora” ed il Movimento Antagonista – Sinistra Nazionale possano considerarsi eredi di quell’esperienza, che con il passare del tempo non ha perso, ma al contrario ha sempre più acquistato interesse, rivelandosi per certi aspetti quasi profetica.

Oltre la barriera

Si tratta ancora oggi, insomma, di elaborare un’idea operativa nuova di opposizione in rapporto al nemico principale, la liberaldemocrazia capitalista, ricordando come anche i fascismi storici, nati all’interno delle società democratico-liberali, si contrapposero in primo luogo ad esse e costituirono, almeno inizialmente, un fenomeno radicalmente originale, animato da un profondo progetto innovatore. In questo senso, non possono essere ridotti ad una semplice risposta al bolscevismo, essendosi sviluppati da radici culturali proprie, con un processo anteriore e parallelo a quello della rivoluzione comunista, che svolse semmai il ruolo di catalizzatore della rivoluzione fascista e non quello di sua causa. Alla luce di tutto ciò, i riti della «religione dell’antifascismo» celebrati da forze di presunta opposizione antagonista quali Rifondazione Comunista, si mostrano per quello che sono: un armamentario che legittima «lo stato di cose presente». Il continuare a descrivere il fascismo come una sorta di metafisica espressone del Male (sopruso, dittatura, ignoranza, inefficienza); negare l’esistenza di filoni che mantennero all’interno di esso integra tutta la loro carica rivoluzionaria; ignorare l’attenzione posta dal PCI degli anni Cinquanta verso i reduci della RSI, insistere sempre e comunque in un atteggiamento di chiusura escludendo perfino l’ipotesi della possibilità di un superamento delle barriere artificialmente tenute in piedi che dividono le forze anti-sistema significa svolgere un ruolo di oggettivo supporto al modello di sviluppo liberista. Quel che oggi si può opporre a tale modello in fatto di alternativa economica, concezione statutaria, giustizia sociale ha i propri fondamenti storici, infatti, nel movimento rivoluzionario che soffiò forte nel bolscevismo e nel fascismo delle origini, portatori di istanze capaci di fronteggiare il modello demo-liberale capitalista. La pregiudiziale antifascista, alle soglie del XXI secolo, trasforma i sedicenti comunisti occidentali in oggettivi fiancheggiatori della globalizzazione. In Italia, la triste involuzione di Rifondazione Comunista sta a dimostrarlo.

Stanis Ruinas, l’eretico.

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Da una lettera ad un suo amico “rivoluzionario antifascista”

A costo di passare per un ingenuo, confesso di non comprendere come degli uomini che si autoproclamano rivoluzionari – socialisti, comunisti, anarchici – e che per i loro ideali han sofferto la galera e l’esilio, possano plaudire all’Inghilterra plutocratica e all’America trustistica che in nome della democrazia e della lbertà democratica devastano l’Europa. Intuisco in anticipo la tua risposta. Da rivoluzionario non ami Hitler e non hai fiducia in Mussolini. E va bene. Ma come fai ad avere fiducia nell’Inghilterra imperialista che ha tradito la Persia, schiacciato le repubbliche boere, oppresso per tanto tempo l’India e l’Egitto, e si arroga il diritto di proteggere e dirigere tanti popoli degni di libertà? Come puoi avere fiducia nell’Inghilterra mercantile che da oltre tre secoli fa il gendarme d’Europa strozzando ogni rivoluzione e rimettendo sgli altari dinastie macchiate di sangue e re spergiuri?
[…] Come fai a conciliare i tuoi ideali rivoluzionari con quelli di Churchill e di Roosvelt? Churchill è un uomo intelligente, ma è conservatore nel midollo, duca e ricco a starelli. Roosvelt è il portavoce dei miliardari americani. Entrambi personificano il sistema capitalistico, che è il nemico numero uno del proletariato e della rivoluzione.

E ancora :

Io non so se la rivoluzione maturata in Italia con Mussolini e penetrata ormai nella coscienza europea, sarà fermata dalle bombe e dai carri armati della reazione inglese e americana. Potrà essere fermata ; non vinta.
Questa non è una guerra nazionalista, ma rivoluzionaria, provocata dall’ingiustizia e dall’ineguaglianza sociale. Assurdo è pretendere che si ritorni alla democrazia liberale del secolo XIX, quando la democrazia era composta da gruppi di possidenti. Indietro non si torna. Il mondo è lanciat verso l’avvenire : verso il socialismo.
[…]Io, italiano e proletario, ammiratore e seguace di Carlo Pisacane, il più veroe autentico precursore del nazionalsocialismo, ho seguito Mussolini prechè in Lui, e nella sua azione, vedevo il solo mezzo di spezzare le catene dela miseria secolare del nostro popolo. Anche tu eri di questa opinione.

Mussolini, dunque, è un rivoluzionario e la sua dittatura è legittima e necessaria in quanto senza dittatura non può esserci rivoluzione :

Tu vuoi giustificare il tuo atteggiamento sostenendo che sei contro le dittature in favore della libertà e della personalità umana. […] Ma è pur vero che non ci furono mai e mai ci saranno rivoluzioni senza dittature. La Rivoluzione francese ebbe suoi Robespierre; quella russa ha Stalin. Le dittature si accompagnano logicamente alle rivoluzioni e le rivoluzioni si sostengono con le dittature finchè non hanno compiuto il loro ciclo. Il tuo è un errore comune a molti. Ti fermi sbigottito davanti ai nomi evitando di scendere in profondità. Mussolini, Hitler e Stalin sono tre autentici rivoluzionari ; hanno fatto tre rivoluzioni che sono costate ingenti sacrifici di sangue. Si può avere più simpatia per l’uno o per l’altro ; ma non si può negare che siano i genuini rappresentanti di tre rivoluzioni che hanno per metà lo scardinamento del sistema capitalistico e il benessere dei loro rispettivi popoli. Il nemico comune è il capitalismo ; e il capitalismo è la peggiore dittatura

Tra l’Inghilterra pluocratica e la Russia comunista noi preferiamo quest’ultima. I tanto bersagliati e odiati fascisti repubblicani sono molto più vicini al comunismo che alla plutocrazia.
[…] Quello che noi desideriamo, e vogliamo, è l’abbattimento del capitalismo, l’espropriazione di coloro che detengono i mezzi di produzione e costringono i diseredati a lavorare a loro vantaggio. La socializzazione spinta al massimo porta agli stessi risultati.
[…] Noi pensiamo e crediamo che i veri comunisti rivoluzionari siano molto più vicini al Manifesto di Verona che non alla plutocrazia. Perciò noi siamo favorevoli a una loro cooperazione e collaborazione.
[…] La Repubblica Sociale Italiana è di fatto una repubblica socialista.

Venga pure il comunismo, ma quello vero, autentico, che annienta alla base la borghesia grande e piccola, detronizza il capitalismo, spartisce la terra ai contadini, spara alla nuca dei falsi rivluzionari e fa un sol mazzo di moderati e moderatucoli, di liberali, conservatori, preti e re. Venga pure il comunismo, ma non quello insaponato e incipriato e civettuolo di Palmiro Togliatti, che non disdegna – oh logica dei tempi! – di fare il ministro del governo Bonomi, il quale si sforza e giura, da buon socialista del tempo che fu, di tenere in piedi la monarchia.

Stanis Ruinas

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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