Comunitarismo e Comunismo

Una riflessione storica e filosofica sui due termini

1. Cerchiamo di affrontare il problema senza perifrasi, giri di parole, lunghe circonvallazioni, eccetera. Nel lessico politico italiano la parola “comunismo” è percepita come parola legittima, in quanto parola di “sinistra”, mentre la parola “comunitarismo” è percepita come parola assolutamente illegittima, in quanto parola non solo di destra, ma di estrema destra. In questo modo si attivano reazioni di tipo pavloviano, cioè riflessi condizionati, ed i riflessi condizionati sono nemici di qualunque riflessione razionale. Chi scrive ritiene che il dibattito teorico e filosofico sia sempre la reazione dello strumento razionale contro i riflessi condizionati. Tuttavia, anche i riflessi condizionati devono essere spiegati, perché hanno anch’essi un’origine storica. Non è allora sufficiente lamentarsi semplicemente per la loro esistenza. Bisogna “prendere il toro per le corna”, cioè affrontare il problema. Ogni presunta scorciatoia è un vicolo cieco ed una falsa illusione.

2. Lo scopo di questo intervento è dunque chiaro. Io intendo sostenere che oggi il termine “comunitarismo” è legittimo, come del resto il termine “nazionalitario” (così come è difeso dalla rivista romana “Indipendenza”). Ma tutto ciò non può solo essere “proclamato”. Deve essere discusso.

3. In un contributo che ho pubblicato recentemente (cfr. “Socialismo e Liberazione”, n°0, giugno 2002) ho sostenuto con una certa ricchezza di argomenti che oggi, almeno in Europa Occidentale, e certamente in Italia, la dicotomia Sinistra /Destra non è più un classificatore adeguato per orientarsi sui più grandi problemi interni e internazionali. Questa dicotomia non è certamente illusoria, ha avuto una robusta e materiale origine storica, ma oggi si è esaurita quasi completamente a causa di profonde trasformazioni della stessa società capitalistica. Questa tesi è però considerata “scandalosa”, perché tocca alle radici quel “politicamente corretto” che ha sostituito le vecchie analisi razionali (anche se spesso sbagliate) della fase storica con cui un tempo il pensiero comunista si nutriva. Il “politicamente corretto” è un insieme di postulati identitari di appartenenza, non un campo razionale di dialogo e di dibattito. Il suo motto non è più quello di Marx “proletari di tutto il mondo unitevi”, ma quello di Nanni Moretti “D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. Il confronto dialogico alla Socrate è stato sostituito dal girotondo, che è ovviamente una regressione infantile travestita da impegno politico degli intellettuali. Questo terreno non può essere accettato. Bisogna tornare al ragionamento.

4. Intellettuali che hanno avuto un’origine indiscutibilmente di destra come l’italiano Marco Tarchi ed il francese Alain de Benoist, hanno iniziato il loro percorso intellettuale con il progetto dichiarato di edificare una Nuova Sintesi Filosofica di supporto ad una Nuova Destra Politica, e sono poi faticosamente giunti entrambi dopo un trentennio di attività culturale ad una presa d’atto dell’esaurimento di fatto della dicotomia Sinistra/Destra. Personalmente, credo alla loro buona fede. Ma a sinistra la loro buona fede è esclusa, ed il loro nuovo approdo è interpretato come una astuta manovra d’infiltrazione. Li si vuole in ogni caso inchiodare a destra, perché ovviamente fa molto più comodo avere un nemico sicuro e identificabile piuttosto che affrontare nel merito certe argomentazioni. Paranoia identitaria? Non credo. E’ forse utile allora esaminare le principali ragioni per cui, a sinistra, si tende comunque a rifiutare l’esaurimento della dicotomia Sinistra/Destra, ed a considerare anzi una bestemmia infamante la stessa proposta che la sostiene.

5. Questo ovviamente porta a paradossi incredibili. La stessa identica manovra finanziaria se è fatta da Amato è “di sinistra”, se è fatta da Berlusconi è “di destra”. Io non conosco nessuna scelta storica tanto di “destra” come quella di attaccare la Jugoslavia nel 1999 con una serie di bombardamenti devastanti. Questa scelta fu fatta contro la Costituzione Italiana, che la escludeva esplicitamente, contro la Carta dell’ONU, perché il Consiglio di Sicurezza non l’aveva consentita, e persino contro la stessa Carta della NATO, che era esplicitamente difensiva. Per questa aggressione, motivata da ragioni geopolitiche ed ipocritamente ammantata da motivi umanitari, si inventò una cosa palesemente inesistente e non fattuale, cioè il genocidio e l’espulsione etnica del popolo albanese kossovaro. Ebbene, mentre uomini con origini di “destra”, come de Benoist e Tarchi, si opposero apertamente, uomini con origini di “sinistra” gridarono al bombardamento etnico e lo organizzarono. I lottacontinuisti pentiti Adriano Sofri ed Enrico Deaglio spinsero al bombardamento con articoli sanguinari. Massimo D’Alema e Walter Veltroni, polli d’allevamento cresciuti nel vecchio PCI, resero possibile questa aggressione devastante, e l’amico degli americani (e uomo di Gladio) Francesco Cossiga si vantò addirittura, non smentito, di aver favorito l’avvento al potere di D’Alema per rendere più facile questa guerra. Il cosiddetto “popolo di sinistra” l’avrebbe accettata meglio, se gli avessero detto dell’alto che questa guerra era fatta per ragioni di “sinistra”. Ed infatti così avvenne. Eppure, Marco Tarchi continua ad essere un “fascista” che vuole infiltrarsi subdolamente nella fortezza del buon popolo di sinistra, mentre Massimo D’Alema continua al massimo ad essere un “compagno che sbaglia”. Bisogna allora porsi domande radicali, e non solo congiunturali, sulle ragioni profonde di questa cecità voluta e rivendicata. Esaminiamone alcune.

6. In primo luogo, da lungo tempo il pensiero di sinistra parte dall’indiscusso presupposto di quella che potremo chiamare l’Autosufficienza della Sinistra. La Sinistra, in altre parole, si indentifica simbolicamente colla Totalità di tutte le buone cause possibili, dall’eguaglianza alla giustizia, dalla libertà alla tolleranza. Questo è dovuto storicamente al fatto che nell’Ottocento la sinistra si è filosoficamente identificata con la doppia causa dell’Umanità e del Progresso, e cioè con l’unica causa del Progresso dell’Umanità. L’adozione di questa religione di tipo positivistico e storicistico non era ovviamente del tutto sprovvista di motivi razionali, perché effettivamente a lungo la sinistra impersonò le cause di liberazione nazionale dei popoli, dell’allargamento del suffragio elettorale, della lotta contro ogni forma di razzismo e di antisemitismo, eccetera. Ma questo Presupposto di Autosufficienza, cioè di universalità potenziale, può anche diventare una trappola psicologica e conoscitiva, e dare luogo ad un narcisismo autoreferenziale. In questo modo, agli occhi di questa sinistra autosufficiente e potenzialmente totale, il centro e la destra diventano soltanto residui storici dovuti a conservatorismo, egoismo, superstizione, eccetera.

7. In secondo luogo, la sinistra si oppone a tutti i discorsi sulla irrilevanza o sul superamento della dicotomia Sinistra/Destra per il fatto che questi discorsi furono fatti in origine per contestarne e negarne il ruolo storico e le ragioni. E’ infatti il discorso tecnocratico che sostiene che non esistono mai soluzioni politiche diverse di sinistra e di destra, ma esiste sempre una sola soluzione ottimale scientificamente “neutrale” di tipo non ideologico. La politica è così assimilata al modo in cui vengono prese le decisioni in medicina ed in ingegneria, in cui effettivamente le diagnosi mediche ed i calcoli di resistenza dei materiali non sono mai né di destra, né di sinistra, ma semplicemente giusti o sbagliati. Il primo ad aver dato un fondamento filosofico a questa posizione è stato il positivista francese Auguste Comte nel 1830, per cui bisognava mirare alla costruzione di una scienza sociale oggettiva (da lui denominata “sociologia”, non un significato diverso da quello odierno), strutturata come l’astronomia, la fisica, la chimica, la fisiologia umana.

Questa posizione è ovviamente sbagliata. Le decisioni politiche, infatti, non possono essere prese con il metodo della fisica e della medicina, dal momento che gli interessi sociali umani sono distinti ed in conflitto. L’antagonismo oggettivo fra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, oppressori ed oppressi, non “rispecchia” nessuna presunta realtà oggettiva esterna, come le leggi fisiche e chimiche (che peraltro sono anch’esse socialmente costruite, sia pure in modo diverso). In questo senso la sinistra ha avuto storicamente ottime ragioni per opporsi a questi discorsi tecnocratici falsamente neutrali. Ma oggi quella che viene chiamata in Europa la Sinistra, in senso governativo ed elettorale, ha pienamente sposato il punto di vista delle “compatibilità” economiche e la dittatura dei mercati, ed ha perciò lei stessa distrutto il punto di vista critico sostenuto per più di un secolo.

8. In terzo luogo, la sinistra ha storicamente alcune ragioni per il “sospetto” con cui guarda alcune adozioni delle sue parole d’ordine di tipo politico o ideologico. La sinistra ha inventato il partito politico moderno basato su una triplice indentità politica, sindacale e culturale, ed ha poi sempre visto la “destra” (anche una destra radicalmente diversa da quella tradizionale di tipo liberale e conservatore), ma originariamente il termine “fasci” (i fasci siciliani del 1893) nacque a sinistra. Hitler battezzò il suo partito NSDAP (partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi) con due parole tratte dal patrimonio simbolico della sinistra, socialista e lavoratori. Nel 1943 Mussolini fondò il suo stato collaborazionista dei tedeschi con il termine di Repubblica Sociale Italiana, in cui il termine “sociale” avrebbe dovuto recuperare molte motivazioni ideologiche tipiche della sinistra tradizionale. E gli esempi potrebbero ovviamente essere moltiplicati, ma non ha senso farlo per ragioni di spazio.

Una breve riflessione. Bisogna ammettere che questo è veramente avvenuto in passato. Ma il panorama storico di oggi è diverso. Il panorama storico di oggi è caratterizzato dal doppio fenomeno della dissoluzione del comunismo storico novecentesco e dello svuotamento dello spazio politico di intervento keynesiano in economia, a causa del decadimento della sovranità monetaria statuale. Questa dissoluzione e questo svuotamento sono fenomeni oggettivi, non sono invenzioni pretestuose e malevole. Mille polemiche contro il cosiddetto “populismo” non possono abolire questa realtà.

9. Ho ricordato tre importanti motivazioni per cui il pensiero di sinistra tende a riflettere senza neppure discuterla la tesi dell’indebolimento della dicotomia Sinistra/Destra. Sono motivazioni che ho preso sul serio, e di cui non mi sono affatto disfatto con alcune battute sprezzanti, che lasciano sempre il tempo che trovano. Ma ora possiamo entrare nel vivo di questo mio intervento, che cercherò di sviluppare in tre parti. In primo luogo, farò alcune riflessioni sul concetto di questione nazionale oggi, che si può anche legittimamente definire “nazionalitaria”. In secondo luogo, farò alcune riflessioni sui concetti di comunità e di comunitarismo, esaminando prima le due tradizionali obiezioni al comunitarismo del pensiero di sinistra (comunità organica e comunità interclassista), e poi ricordando il significato anglosassone del termine, che è oggi sul piano mondiale quello universalmente compreso ed approvato. In terzo luogo, per finire, mi soffermerò proprio sulla crisi “comunitaria” del comunismo storico novecentesco, che è entrato in crisi a mio avviso proprio per non aver saputo correttamente conciliare comunità ed individuo, comunitarismo ed individualismo, eguaglianza e libertà. In teoria, avrei dovuto discutere questo punto all’inizio del discorso, non alla fine. Ma l’ho messo alla fine apposta perché il lettore se ne ricordi bene, e gli dia l’importanza necessaria.

10. Uno degli slogan politici più “gridati” dei cortei post-1968 è certamente stato “Il Proletariato/Non ha Nazione/Internazionalismo/Rivoluzione”. Chi vi ha partecipato, certamente se ne ricorderà. Ebbene, chi non conosce o è estraneo alla storia del marxismo potrà pensare che questo slogan fosse l’espressione del marxismo più puro ed evidente. Non è affatto così. Là dove le rivoluzioni che si ispiravano a Marx hanno vinto, sia pure temporaneamente, la questione nazionale, e più esattamente la questione della liberazione, dell’indipendenza e della sovranità nazionale, è stata assolutamente determinante. Fidel Castro tiene oggi a Cuba sulla base della questione nazionale. Il Vietnam socialista si è liberato prima dai francesi poi dagli americani sulla base della questione nazionale. Il popolo basco combatte per la giusta causa della sua liberazione nazionale. L’intreccio fra questione sociale e questione nazionale è addirittura l’ABC delle rivoluzioni del Novecento. Allora, come è possibile tanta stupidità, o almeno tanta ignoranza?

11. Nel caso concreto dello slogan riportato nel precedente paragrafo, si può dire per brevità che esso non riflette assolutamente la complessità del dibattito marxista, socialista e comunista, ma solo l’intreccio di due particolari e limitate posizioni ideologiche, l’operaismo e il trotzkismo. Entrambe, questo è vero, negano integralmente la questione nazionale. Con questo, sia ben chiaro, non intendo affatto negarne la legittimità storica. Per l’operaismo non ho nessuna simpatia, se penso soprattutto ai suoi attuali esiti alla Antonio Negri (l’impero senza l’imperialismo), ma oltre alla stima per il suo fondatore Raniero Panzieri ammetto che quando nacque all’inizio degli anni Sessanta esso esercitò una funzione storica precisa. Per quanto riguarda il trotzkismo so che Trotzky fu ucciso a colpi di piccozza sulla testa da un sicario di Stalin, e sia chiaro che sto con lui contro il suo sicario. Ma qui si parla di posizioni teoriche, ed allora devo ribadire che la negazione totale della questione nazionale, tipica dell’operaismo e del trotzkismo, non porta ad un vero internazionalismo, ma ad un internazionalismo astratto e del tutto inconcludente. Dal momento che anche l’etimologia è illuminante per impostare correttamente le questioni teoriche, bisogna dire che etimologicamente inter-nazionalismo significa “tra le nazioni”, non “non-nazione”, e quindi soluzione democratica e pacifica dei loro problemi di coesistenza e di cooperazione, non loro abolizione ed annientamento. Il fatto che il proletariato marxiano sia inter-nazionalista, cioè tenda ad una solidarietà che supera i confini del suo stato nazionale, non è affatto in conflitto con questa concezione. Il socialismo non è l’abolizione delle identità nazionali, ma solo la loro cooperazione fraterna, democratica ed egualitaria, con il superamento di ogni colonialismo, razzismo ed imperialismo.

12. Cercare di far capire questo ad un operaista o ad un trotzkista è però tempo sprecato, appunto per la loro concezione puramente sociologica di “comunità”. Soltanto i proletari, per loro, formano una reale comunità. Ma la concezione salariale o militante della comunità è debolissima, e questo spiega infatti la sua debolezza ed il suo sistematico tramonto. Nel suo recente libro “Impero” Antonio Negri spara a zero contro la questione nazionale, e ne parla soltanto in termini di Prima Guerra Mondiale, macello nazionalistico nelle trincee, eccetera. Ma il nazionalismo imperialistico è la negazione, non l’affermazione della questione nazionale. Il nazionalismo imperialistico progetta e realizza l’assoggettamento di interi popoli e di intere nazioni (come fu il caso dopo il 1918 per la nazione araba da parte di Francia e Inghilterra). Il nazionalismo imperialistico è in realtà solo imperialismo, ed è incompatibile con l’autodeterminazione nazionale dei popoli.

13. A portare ulteriore confusione ci sono stati recentemente anche storici come Eric Hobsbawm, che hanno parlato di “invenzioni delle nazioni”, sostenendo che le nazioni non sono mai un semplice dato etnico e linguistico “naturale”, ma sono sempre state storicamente costruite, al punto che le loro stesse “tradizioni” sono state costruite da gruppi intellettuali di poeti, scrittori e filosofi. Su questo bisogna intendersi. Hobsbawm ha ragione, ma dimentica di dire che tutta la civiltà umana, e non solo le nazioni, è stata storicamente e artificialmente costruita. L’intera civiltà è ontologicamente un prodotto del lavoro e del linguaggio. La “costruzione” delle nazioni è allora solo un primo tentativo di perseguimento di sovranità e di autodeterminazione, ovviamente ancora limitate ed imperfette, dal momento che il perseguimento immediato di una sovranità mondiale unificata è soltanto virtuale e non effettualmente possibile.

L’insistere sul carattere artificiale e storicamente costruito delle nazioni è oggi l’esercizio preferito degli intellettuali progressisti ed ex-comunisti, da Hobsbawm a Balibar. Finito l’internazionalismo comunista, si passa direttamente all’internazionalismo del capitale globale unificato. Questi intellettuali, di cui non voglio qui contestare la buona fede soggettiva, non si rendono assolutamente conte che oggi la sovranità nazionale, anche e soprattutto culturale, non è assolutamente un residuo conservatore, reazionario e “fascista”, ma è un elemento di resistenza allo strapotere dell’impero mondiale americano. Basta aprire un giornale per capirlo. Ma la deformazione ideologica può far diventare completamente ciechi, ed impedire di vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti.

14. Facciamo qui l’esempio del Paese Basco. Non voglio entrare qui nel merito della tattica dell’ETA o di Herri Batasuna. Ma mi sembra evidente che in base a tutti i principi liberali (liberali, non comunisti) classici di autodeterminazione nazionale il popolo basco ha il pieno diritto a costituire uno stato sovrano nazionale indipendente. Chi lo nega dovrebbe poi riuscire a spiegare perché gli italiani, i tedeschi, gli ungheresi ed i greci hanno avuto ed hanno questo diritto, ma i baschi no. Esiste il popolo basco, su basi territoriali e linguistiche, ed esiste la nazione basca, sulla base di una coscienza nazionale indipendente. Non si capisce perché Giuseppe Mazzini sia stato un patriota, che Ciampi ha sempre sulla bocca, mentre invece i baschi sono un popolo di terroristi. Ed infatti non lo sono. Il dire che le “nazioni” si potevano fare nell’Ottocento, ma oggi non più, perché c’è ormai la globalizzazione, è ovviamente una frase tautologica e vuota. A molti il nazionalismo basco non piace, perché i baschi giustificano la loro richiesta di stato nazionale indipendente su basi comunitarie, ed anzi “comunitaristiche”. Ed allora mille distinguo, mille prese di distanza, mille richiami ad un ovvio cosmopolitismo liberaldemocratico. Si dimentica così che ai baschi è negato l’elementare principio di autodeterminazione nazionale. Conosco gente di “sinistra”, di cui potrei fare nomi e cognomi, che mi hanno detto seriamente che i baschi sono pazzi a voler difendere la loro lingua incomprensibile, quando ormai andiamo verso un villaggio globale in cui tutti parleremo inglese e ci manderemo semplici messaggini SMS monolingui. La negazione della questione nazionale porta inevitabilmente a pittoresche stupidità boriose e seriose.

15. Un altro interessante esempio che si può fare è quello del cosiddetto “multiculturalismo”. Il multiculturalismo è oggi spesso virtuosamente contrapposto al nazionalismo o al cosiddetto “etnocentrismo”, visti come vere e proprie anticamere del fascismo populista. Ma si tratta di una contrapposizione artificialmente creata e manipolata. Multiculturalismo buono, etnocentrismo cattivo, ed il problema è risolto. In realtà, multiculturalismo significa etimologicamente multi-culturalismo, cioè pluralità delle culture. In questo senso, io ho vissuto i miei primi sessant’anni all’insegna del più completo multiculturalismo, cioè della pratica di diverse lingue e della conoscenza di diverse culture. Le culture ovviamente non escono intatte dal dialogo e dallo scambio, ma si modificano e non restano mai eguali, come del resto avviene in tutti i rapporti umani. Ma appunto perché vi sia multi-culturalismo bisogna che le culture siano molte, perché se non sono molte non possono neppure dialogare fra loro. Ma per molti falsi multiculturalisti, in realtà, ci deve essere una unica cultura multiculturale globale, che ovviamente diventerebbe una cultura unica, e non più multi-culturale, con unica lingua inglese, unica cucina cinese, unico shopping italiano, eccetera. Questo multiculturalismo, ovviamente, sarebbe solo l’involucro pittoresco della totale americanizzazione del mondo. Il fatto che la stragrande maggioranza della cultura di sinistra non se ne accorga neppure, e se ne faccia anzi promotrice, continuando a gridare contro l’etnocentrismo persino quando si fanno cose elementari come la difesa dell’uso corretto della propria lingua nazionale, segnala una tragedia storica e culturale devastante, di cui non si vedono purtroppo ancora segnali confortanti di superamento.

16. Per queste ragioni, e per molte altre di questo tipo, ho personalmente deciso fin dal 1997 di collaborare con la rivista romana “Indipendenza”, che sostiene una versione democratica della questione nazionale cui ha dato il nome di “nazionalitaria”. Sul termine si può discutere a lungo, ma il concetto mi sembra chiaro. La questione nazionale di difende, quando essa è veicolo di indipendenza, autogoverno, autodeterminazione, solidarietà e liberazione. Il nazionalismo imperialistico non è questione nazionale, ma esattamente la sua negazione. Si potrebbe pensare che la cultura di sinistra dovrebbe aver accolto posizioni di questo tipo. Tutto al contrario. Boicottaggio, silenzio, diffamazione. Andare contro corrente è difficile, ma per potersi guardare allo specchio senza vergognarsi bisogna farlo.

17. Se il termine nazionalità, questione nazionale, nazionalitario, eccetera provoca reazioni epidermiche immediate, il termine “comunitario” e “comunitarismo” provoca reazioni ancora peggiori. Qui sembra che vi sia soltanto astuto fascismo travestito. Per questa ragione è necessaria una analisi ancora più approfondita e spregiudicata.

18. Apriamo il Dizionario Italiano-Greco Moderno della Zanichelli. Il greco moderno è una lingua poco nota, ma è anche la lingua europea modera più simile al greco antico, con cui partecipa di una tradizione di ininterrotta continuità, al punto che i greci moderni la considerano una sola lingua a diversi gradi di evoluzione storica (ed io condivido questa opinione). Ebbene, in greco moderno “società” si dice koinonia, e “comunità” si dice koinotita. Si tratta in realtà dello stesso termine con lo stesso contenuto semantico, e koinotita è soltanto una società specificata e territorialmente determinata, come da noi le “comunità montane”. La vita in comune si dice koinovion, e come si vede si ha la stessa radice semantica di società.

Come si vede, in greco non è possibile differenziare semanticamente società da comunità. Questo non deve stupire, perché la vita sociale dei greci era la vita comunitaria della polis, e lo stesso termine di Aristotele per definire l’uomo, politikon zoon (animale politico), potrebbe essere tradotto senza forzature animale sociale o animale comunitario. Socrate, fondatore della filosofia occidentale, si concepiva come il moscone che dava fastidio alla sua città di Atene per tenerla sveglia, ed accettò la condanna a morte (pur ingiusta) come animale politico, animale sociale ed animale comunitario. E’ bene aver ben chiara questa origine semantica, e non pensare che il dibattito cominci con la distinzione di Tonnies fra società (Gesellschaft) e comunità (Gemeinschaft). Ma di questa distinzione parleremo dopo.

19. Il motto di Tomas Munzer, teologo della rivoluzione dei contadini tedeschi del 1525, era “omnia sunt communia”. Il comunismo occidentale nasce dunque comunitario, con il motto che tutto è in comune. I primi “comunisti” dell’Ottocento, detti a volte impropriamente “utopisti”, identificavano il comunismo con la vita comunitaria. Marx preferisce questo termine al termine “socialista”, perché ai tempi della sua giovinezza i socialisti erano quelli che avevano progetti di correzione riformistica del sistema capitalistico, cui egli non credeva. Si tratta di un dato filologico accertato, difficilmente negabile in buona fede.

20. Per poterci orientare correttamente sul problema che ci interessa, bisogna distinguere bene due possibili dicotomie. La prima distingue tra Società e Comunità, e dà origine al giustificato sospetto verso l’uso politico del termine comunità, comunitario e comunitarismo. La seconda distingue tra Comunità e Individuo, o più esattamente fra Comunitarismo ed Individualismo, ed è quella che ci interessa per legittimare integralmente l’uso del termine.

21. E’ universalmente nota la distinzione del sociologo tedesco Tonnies fra Società (Gesellschaft) e Comunità (Gemeinschaft). Le società sarebbero tenute insieme da un legame puramente formale e giuridico, senza vera coesione organica interna. Le comunità sarebbero invece tenute insieme da qualcosa di più organico e profondo, di cui gli individui non sarebbero che specificazioni secondarie e comunque non originarie e fondative.

In questo modo le “società” e le “comunità” sono opposte polarmente, dando luogo ad uno spazio simbolico in cui il dissenso sociale può andare a “sinistra” mentre la coesione gerarchica può andare a “destra”. Qui nasce storicamente la contestazione di sinistra al termine comunità usato politicamente. E vi sono ragioni ben precise per giustificarlo. La destra di fine Ottocento ed inizio Novecento usa il termine (ripreso da Hitler) di comunità popolare (Volksgemeinschaft), e la stessa comunità viene fondata in senso razziale e territoriale sul sangue e sul suolo (Blut und Boden).

Ma la dicotomia inaugurata da Tonnies è in realtà lo specchio di una mistificazione ideologica, che vuole contrapporre la Germania del Kaiser (1871-1918) alla Francia ed all’Inghilterra. Francia ed Inghilterra sarebbero società individualistiche, mentre la Germania sarebbe una società comunitaria, e dunque qualcosa di più di una semplice società. Filosoficamente parlando, si tratta di una prosecuzione positivistica della vecchia polemica romantica contro il contrattualismo e le società nate “artificialmente”. In realtà, Germania, Francia ed Inghilterra sono società capitalistiche relativamente simili, e la comunità funziona solo come ideologia tedesca di identità illusoria in funzione antisocialista. La comunità si pone dunque falsamente come ad un tempo organica e interclassista. E’ del tutto normale che la cultura di sinistra reagisca.

22. La polemica filosofica contro la teoria della “comunità organica” avviene all’interno di una grande confusione terminologica. Ad esempio, il grande sociologo francese Durkheim inverte il significato tedesco dei termini, e parla di solidarietà organica proprio per le società evolute moderne, mentre le società primitive sarebbero state fondate solo da una solidarietà “meccanica”. Il tentativo di dare la colpa a Hegel, cioè di far diventare Hegel il teorico delle società organiche, è filologicamente e filosoficamente infondato, perché il concetto di “società civile” di Hegel (burgerliche Gesellschaft) non è affatto destinato a sparire ed a essere succhiato dentro uno stato presunto organico, me è permanente e costitutivo della modernità, basandosi sull’etica professionale e sugli interessi collettivi legittimi. Un concetto liberale, come giustamente segnala Domenico Losurdo, e non totalitario ed autoritario, come erroneamente sostenne Norberto Bobbio. Tuttavia, la polemica contro la teoria tedesca e reazionaria della comunità “organica” unifica il pensiero liberaldemocratico e quello socialista. Si tratta di una sorta di primo “fronte popolare” filosofico di fine Ottocento. Esso è ampiamente giustificato. In realtà le sole comunità veramente organiche non sono mai comunità umane, ma solo comunità di api, formiche e termiti. L’interesse ossessivo per le società di insetti (Maeterlinck, eccetera) è tipico di fine Ottocento, ed accomuna ovviamente l’inizio della visibilità della nuova società di massa. Questa utopia negativa è oggi ripresa dalle teorie che vogliono fondare il comunismo su una Grande Macchina Desiderante (cfr. Hardt-Negri, Impero, p.98), e che sostengono apertamente (e senza vergogna) il carattere ontologicamente omogeneo di uomini, animali e macchine cibernetiche. Coloro che vedono nel termine “comunitarismo” un cavallo di Troia del fascismo eterno (secondo Umberto Eco, dello Urfaschismus, il fascismo originario alla Jung) dovrebbero piuttosto rivolgersi alla versione contemporanea più radicale del modello di comunitarismo organico, quello delle Moltitudini Desideranti di Negri, composte da enti ontologicamente uniti dall’essere insieme umani, animali e macchine cibernetiche. Ma poiché non voglio mettermi al loro livello, non dirò mai che sono “fascisti”. Sono soltanto ignoranti, e non conoscono gli elementi minimi della tradizione filosofica occidentale.

23. Un secondo concetto di comunità che non poteva piacere alla cultura socialista, oltre a quello di comunità organica, era quello di comunità interclassista. I due concetti di realtà si sovrappongono in quello unificato di “gerarchia organica” (Julius Evola, eccetera), ed è tipico di chi sogna e si inventa un archetipo di società veramente “tradizionalista”, che rispetta e mantiene le cosiddette gerarchie naturali. Si tratta ovviamente di una costruzione ideologica inesistente. Non esistono gerarchie naturali delle società umane. Tutte le gerarchie sono sempre e soltanto storiche, ed in quanto storiche mutano fisiologicamente nel tempo. Chi si inventa inesistenti Gerarchie Naturali deve per forza costruire un Mito dell’Origine, e nessun mito dell’origine può resistere alla critica dialogica e razionale di tipo filosofico. Il teorico dell’inesistente modello di Società Tradizionale deve dunque legittimare la sua fede con una Filosofia Antifilosofica, cioè con un fondamento mitico originario sottratto al dialogo razionale che ne smentirebbe inevitabilmente l’esistenza.

Le comunità interclassiste, invece, esistono veramente. Ma esse sono appunto le società capitalistiche, in cui il legame sociale è il denaro. L’accesso differenziato e diseguale al denaro visto come veri legame sociale è di per sé “democratico”, se la democrazia non viene concepita come autogestione economica ed autogoverno politico delle comunità, ma come accesso potenzialmente aperto a tutti (senza limitazione di razza, sesso, lingua, religione e provenienza etnica) all’arricchimento. E’ il Sogno Americano (american dream). O meglio, una sua variante di “destra”. Dalla critica al Sogno Americano nasce il Comunitarismo anglosassone propriamente detto. E’ questo che ci interessa, ed è questo che deve legittimare il termine anche in Italia.

24. Prestiamo dunque la dovuta attenzione a questo punto fondamentale, che è infatti il fondamento della legittimità del comunitarismo né organico né interclassistico. Il comunitarismo riprende l’idea greca di comunità politica, e quindi di etica comunitaria (l’Aristotele di Mac Intyre), proprio in quanto la sua genesi critica e sociale è l’opposizione al legame sociale del denaro, cioè di individui tenuti insieme alla comune partecipazione al gioco della “realizzazione” individuale in termini di successo economico. Vederci in questo un cavallo di Troia della destra archetipica è allora solo una forma (scusabile, ma irritante) di paranoia identitaria.

25. E’ peraltro normale che nei principali autori del comunitarismo anglosassone (Etzioni, Taylor, Mac Intyre) vi sia una insistita polemica contro il cosiddetto “individualismo”. Nessuno di questi comunitaristi è lontanamente nostalgico di una inesistente comunità gerarchica naturale alla Evola, in quanto tutti accettano giustamente come irreversibile e storicamente positiva la costituzione dell’individuo moderno come titolare di scelte etiche, estetiche e politiche. Essi non vogliono nessun moralismo di stato, nessuna arte di stato e nessun partito unico interprete dei cosiddetti segreti della storia. Il loro è un comunitarismo democratico, e dunque un comunitarismo libertario ed egualitario, in quanto essi recuperano dagli antichi greci l’idea della democrazia come sovranità politica sull’economia, e non della democrazia come legittimazione elettorale plebiscitaria della sovranità assoluta dei mercati finanziari e delle oligarchie nazionali, multinazionali e transnazionali (e cioè la democrazia di Bush).

Il termine “individualismo”, come peraltro quello di comunità, si presta comunque a diversi significati. La sua origine filosofica sta nella critica di Max Stirner all’idealismo tedesco, ed è dunque una forma di anarchismo radicale, che nasce nel confuso ma fecondo contesto della cosidetta “sinistra hegeliana” (lo stesso contesto storico, peraltro, in cui nascerà anche il pensiero di Marx). Negli USA ed in tutto l’Occidente capitalistico, l’individualismo non è una categoria filosofica, ma una categoria pratica di comportamento quotidiano, in cui ognuno fa come se non appartenesse ad una società. Siccome così non è nei fatti, l’individualismo, che si presenta come il portatore del più cinico realismo comportamentale di successo, è in realtà una forma di vita anomica ed illusoria, che tutti i filosofi-psicologi alla Umberto Galimberti hanno criticato e smascherato come fattore di dissoluzione del legame sociale. Di qualsiasi legame sociale.

26. Esiste un comunitarismo potenzialmente universalistico ed un comunitarismo dichiaratamente relativistico. Il comunitarismo potenzialmente universalistico non nega l’esistenza di una comunità umana mondiale, unificata da un pensiero sempre potenzialmente traducibile e da esigenze ecologiche, sanitarie ed economiche chiaramente transnazionali. A rigore, questo comunitarismo, che poi è anche il mio, dovrebbe essere meglio definito inter-comunitarismo. Questo intercomunitarismo coincide per me con l’idea regolativa di comunismo di Marx. Vi è anche però un secondo tipo di comunitarismo, che personalmente rifiuto, che è in realtà una forma di occidentalismo. Il principale esponente filosofico è a mio avviso l’americano Richard Rorty. Per lui i valori universali sono quelli accettati e praticati dalla comunità occidentale capitalistico democratica, e solo all’interno di questa comunità hanno valore. L’universalizzazione filosofica di questi valori è così identificata di fatto con l’esportazione di questi valori nel mondo intero. Un solo passo separa una simile impostazione dalla legittimazione dell’interventismo militare americano nel mondo, passo peraltro già compiuto da Michel Walzer e da altri pseudo-comunitaristi, che per comunità intendono di fatto il capitalismo globale a dominanza politico-ideologica americana. E’ questa l’ideologia degli estremisti italiani della globalizzazione alla Gianni Riotta, che hanno dietro le catene dei grandi giornali e le potenze finanziarie del mondo occidentale.

27. Come si vede, il comunitarismo non è uno stagno quieto, ma un mare agitato ed in tempesta. Una ragione in più per respingerne la paranoica lettura di cavallo di Troia di un nuovo fascismo populista. Il cosiddetto “populismo”, infatti, non è di per sé né comunitarista né individualista. E’ una protesta politica fisiologica, e quindi da non demonizzare a priori, contro l’autonomizzazione oligarchica delle èlites politiche che si relazionano ormai soltanto con centri finanziari sottratti ad ogni sovranità politica nazionale. Il “populismo” è una categoria politologica, non filosofica.

28. Terminiamo ora con alcune riflessioni sul comunismo. Evitando i luoghi comuni del politicamente corretto di sinistra, cercherò di rivolgermi esclusivamente a Marx, la fonte originaria, e all’esperienza fallita del comunismo storico novecentesco (1917-1991), che si autopercepiva come un nuovo comunitarismo proletario emancipatore e non classista. Ne risulteranno alcune scoperte interessanti.

29. Il comunismo secondo Marx è una comunità di libere individualità. Dal momento che la vera fonte filosofica di Marx è la saggezza filosofica greca, non ci può essere in lui opposizione di principio fra società e comunità (koinonia e koinotita, cioè eguale contenuto semantico). Il comunismo è una società libertaria, e quindi una comunità realizzata. Chi desidera anche un riferimento filologico sicuro ai testi di Marx, potrà ricorrere ai “Lineamenti” del 1858, in cui Marx distingue fra “indipendenza personale”, il profilo antropologico che caratterizza la società borghese-capitalistica, e “libera individualità”, il profilo antropologico che caratterizza la società comunista che Marx auspica. Indipendenza per Marx è infatti un termine filosoficamente insufficiente, perché è solo l’affermazione in negativo di una non-dipendenza (dipendenza che caratterizza secondo Marx le società precapitalistiche di tipo asiatico, schiavistico e feudale). Invece il termine di libera individualità è migliore perché è un termine in positivo, che allude all’espansione di capacità di realizzazione umana e di emancipazione sociale. Marx è dunque a rigore al di là dell’opposizione polare fra comunitarismo e individualismo. Ma lo è appunto perché recupera l’idea greca di identità fra società e comunità.

30. Naturalmente anche nel capitalismo l’uomo è “dipendente”, nel senso che dipende per vivere dal mercato capitalistico, che ne permette la vita solo se la sua forza-lavoro gli serve e può essere valorizzata. Ed è per questo infatti che Marx è contro il capitalismo. Ma Marx non è neppure nostalgico delle cosiddette comunità precapitalistiche, idealizzate e viste con nostalgia dai pensatori di destra, perché le connota come organizzazioni sociali a “dipendenza personale”. E’ dunque ovvio che Marx non ha nulla a che fare con la tradizione di destra.

31. E con la tradizione di sinistra? E con la realtà del comunismo storico novecentesco di stato e di partito? Su questo è giunto il momento di fare delle osservazioni scandalose, ma certamente utili per orientarci meglio nel mondo contemporaneo.

32. Come ho chiarito in un paragrafo precedente, la società comunista secondo Marx può essere definita una comunità di libere individualità. Marx non si sofferma volutamente sul comunismo, affermando “di non voler scrivere ricette per le osterie del futuro”. Dichiarazione apertamente anti-utopica. Ma egli non può fare a meno di accennare egualmente al comunismo. Qui ricorderò due accenni diretti ed uno indiretto, che però resta in più importante. Nel 1844 Marx definisce il comunismo “non come un ideale da realizzare, ma come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”. E’ evidente che questa definizione è incomprensibile senza il contesto della polemica contro gli utopisti e la sinistra hegeliana. Da più di un secolo tutti i confusionari la ripetono come un mantra buddista, ed in questo modo si evitano quella che Hegel chiamava la “fatica del concetto”. Nel 1875 Marx definisce il comunismo come quella società in cui ognuno darà secondo le sue capacità e riceverà secondo i suoi bisogni. Si potrebbe sostenere che il Marx del 1875 smentisce quello del 1844, perché questo è esattamente un “ideale da realizzare”. Ed infatti io penso proprio questo. Ma Marx avrebbe risposto che non si trattava di un ideale astratto da realizzare, ma del coronamento concreto e materiale di un processo sociale prevedibile, quello della progressiva formazione di un lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore di fabbrica all’ultimo manovale, alleato con le potenze mentali e scientifiche della produzione capitalistica, definite da Marx con il termine inglese di general intellect. Nessun ideale da realizzare, dunque, ma il coronamento di un processo sociale scientificamente descrivibile e prevedibile.

33. Come è noto, questo soggetto sociale risolutivo capace di transizione comunista (mentre Marx esclude esplicitamente lo stato, socialista fin che si vuole) in più di un secolo non si è formato, e non accenna a formarsi. Fra le molte ipotesi possibili di questa non-formazione ritengo particolarmente plausibile (anche se non certo pienamente soddisfacente) quella del grande marxista italiano Gianfranco La Grassa, per cui Marx avrebbe ragionato in termini di socializzazione della produzione di fabbrica, in cui effettivamente avviene una socializzazione cooperativa, ma non a livello di impresa, in livello decisivo in cui non solo non si ha una socializzazione, ma una vera desocializzazione antagonistica. Per il momento, questo è il massimo che passa il convento “marxista” per coloro che non vogliono continuare a raccontar(si) delle storie, secondo la definizione insuperabile dell’ultimo Luis Althusser.

Coloro invece che vogliono continuare a raccontar(si) delle storie, ed a fare come i bambini che non avendo un’automobile fanno broon-broon con la bocca, consiglio per la sua demenziale coerenza interna la teoria delle “moltitudini desideranti” di Antonio Negri, che furoreggia oggi presso tutti i confusionari (no)-globalizzati.

34. Rimuovendo la tematica comunitaria, che pure era stata il presupposto delle sue origini, il pensiero comunista ha finito con il riprodurre involontariamente proprio le sue due versioni meno soddisfacenti, quelle della comunità organica e della comunità interclassista. Il partito è diventato una vera comunità organica, mentre lo stato socialista è diventato una comunità interclassista. Scandaloso, ma anche purtroppo realistico, se appena ci si vuole riflettere.

35. Il partito concepito nel 1903 da Lenin non voleva essere una comunità organica in cui un falso Universale avrebbe schiacciato le individualità particolari. Nell’intenzione di Lenin, avrebbe dovuto essere una libera comunità elettiva di rivoluzionari consapevoli. Ma le cose andarono diversamente, ed a poco a poco si cominciò a dire che il Partito aveva sempre ragione, anche quando tatticamente era chiaro che aveva avuto torto, perché al di fuori del Partito c’era solo l’inferno piccolo-borghese della “mancata organicità” alla classe. Ed infatti lo stesso onesto Antonio Gramsci dovette usare la paroletta “organico” per indicare il rapporto fra gli intellettuali, la classe e il partito. Meglio sbagliare dentro il Partito che avere ragione fuori e contro. Ma questo è proprio il motto delle comunità organiche. Personalmente, l’unica organicità che auspico è l’organicità al Vero e non al Falso. Il Falso è sempre disorganico al mondo. Nel 1991 tutto questo baraccone sarebbe crollato. Per un giovane, oggi, è addirittura difficile credere che sia mai esistito.

36. Lo stato socialista che Stalin cominciò a costruire nel 1929 non voleva essere una comunità interclassista, ma una società senza classi, o con le classi in via di disparizione. Ma le cose andarono diversamente, e cominciò a formarsi una inedita nuova classe di sfruttatori, reclutati e cooptati attraverso gli apparati del partito e dello stato. Non si creda che sia solo una mia malevola opinione. Si tratta della conclusione tratta da uno dei più grandi marxisti del Novecento, il cinese Mao Tse Tung, che infatti affermò che la burocrazia comunista non era neppure solo un ceto parassitario, ma addirittura una vera e propria classe di sfruttatori. Chi vuole conoscere una versione occidentale del maoismo, con tutte le citazioni a posto, può leggere le opere del grande marxista francese Charles Bettelheim. Leggere per credere.

37. A questo punto, posso anche chiudere. Come è chiaro, non mi rivolgo e non mi sono rivolto a fanatici in mala fede, impermeabili al ragionamento razionale, per cui la militanza è rissa continua e continua ricerca di pericolosi e subdoli nemici. Costoro hanno sempre bisogno di nemici immaginari per nutrire la propria paranoia, e non sono mai destinatari di un possibile convincimento. L’arte è lunga, la vita è breve, ed a mio avviso non bisogna perdere tempo con loro. Bisogna lasciarli stare, farli cuocere nel loro brodo e permettergli ogni tanto di ululare per esercitare le proprie corde vocali.

38. Mi sono invece rivolto a tutti coloro che, in buona fede, considerano le parole “nazionalitario” e “comunitario” come subdoli cavalli di Troia del fascismo archetipico che come la fenice risorge sempre dalle proprie ceneri. A queste persone in buona fede, che però purtroppo considerano spesso l’identità e l’appartenenza preferibili al ragionamento ed al convincimento, ricordo che oggi, in particolare dopo il 1991, assistiamo a spostamenti fisiologici da sinistra a destra e da destra a sinistra. Questi spostamenti, lo ripeto, sono fisiologici, e dureranno ancora a lungo, fino quando almeno il superamento della dicotomia Sinistra/Destra non sarà solo l’auspicio di alcuni studiosi del tutto isolati, ma un evento storico culturale e sociale di massa.

Io lo auspico, ma ne siamo ancora lontani. Fino a quel momento, non vedo come si possa negare a priori, senza neppure esaminarla e verificarla, la buona fede politica e filosofica di chi si sposta da sinistra a destra (come ad esempio Adriano Sofri) o di chi si sposta da destra a sinistra. Un po’ di studio della dialettica di Hegel non farebbe male. A suo tempo, Marx e Lenin l’hanno studiata. Oggi si studia poco, perché studiare è fatica, e porta poca visibilità. Il modello filosofico cui molti si uniformano è un signore chiamato Paolini, un individuo che sta passando la sua vita ad appostarsi dietro i giornalisti televisivi dei telegiornali, in modo che comunque milioni di persone lo vedano. Questo stadio supremo del narcisismo è rarissimo, ma è in realtà il modello segreto di comportamento per coloro che hanno sostituito la visibilità mediatica allo sforzo del pensiero. Mi auguro che il lettore di questo saggio rifugga da questa coglionaggine post-moderna. Permettetemi un moderato ottimismo.

Costanzo Preve


fonte: www.comunitarismo.it

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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