Luttwak: «Obama impari la lezione di Bisanzio: si vince con la diplomazia»

Luttwak: «Obama impari la lezione

di Bisanzio: si vince con la diplomazia»
dal nostro corrispondente Anna Guaita
NEW YORK (29 dicembre) – E’ una bella mattina di novembre, e su Istanbul splende un mite sole autunnale. Da una nave rumena, l’ultima che lascia il regno di Romania prima della forzata abdicazione di Re Michele e della presa di potere del regime comunista, un bambino di cinque anni fissa gli occhi affascinati sulla imponente e colorata vastità della metropoli turca. Sulla nave che lo porta lontano dalla sua patria, Edward Luttwak rimane segnato per sempre: «Non avevo mai visto una città. Avevo solo conosciuto il quartiere in cui vivevamo. Quella visione di case, monumenti, persone, sotto un cielo illuminato dal sole fu emozionante».

È in quel lontano giorno del 1947 che nasce nel bimbetto profuga una passione destinata a durare decenni, una passione che nel corso della vita si trasformerà in un continuo studio di ciò che quella fantastica città aveva rappresentato nella storia: un grande impero che era vissuto più a lungo di ogni altro impero, superando di ben ottocento anni il vicino “fratello gemello”, l’Impero Romano di Occidente.

Luttwak viene spesso frettolosamente definito «un economista e politologo conservatore», ma sarebbe più corretto definirlo un moderno Machiavelli, un intellettuale poliedrico slegato dalle ideologie e fautore piuttosto di una visione pragmatica e utilitaristica del potere e delle sue strategie. E difatti non è un caso che la sua ultima fatica di storico non sia stata recepita dalla critica Usa solo come uno studio enciclopedico dell’Impero di Bisanzio, ma anche come una parabola a cui il moderno impero americano dovrebbe guardare e ispirarsi.

La grande strategia dell’Impero Bizantino (Rizzoli), che giunge esattamente 30 anni dopo La Grande Strategia dell’Impero Romano dal Primo Secolo al Terzo (Rizzoli) ha infatti un messaggio trasparente: se Bisanzio dominò per mille anni su terre vastissime e multietniche, si deve al fatto che a differenza del suo impero gemello seppe applicare attraverso i secoli e con costanza una strategia politica e militare di grande elasticità, una strategia che sarebbe valida anche oggi, e potrebbe salvare l’America dal declino. Luttwak stesso ne ha parlato con Il Messaggero.

Lei dice che l’impero bizantino potrebbe essere un modello? Che consigli darebbe un imperatore di Bisanzio a Obama?
«Gli direbbe di non sprecare energie in posti inutili. Gli direbbe di volgere lo sguardo a quelle aree del mondo dove ci sono genti che producono, che importano, che esportano. L’America Latina, l’Europa, l’Asia Orientale. Se ti concentri su posti che producono solo problemi, sei condannato a perdere anche quando vinci. Un ambasciatore di Bisanzio direbbe a Obama: lascia stare l’Afghanistan. Quello è un Paese che non vuole il progresso e non produce nulla. Sperare di modernizzarlo è un sogno infantile».

Ma cosa direbbe un ambasciatore di Bisanzio del rischio del terrorismo islamico?
«Bisanzio aveva perfezionato l’arte di far combattere agli altri le sue guerre. Aiutava i nemici dei suoi nemici. Allo stesso modo, noi dovremmo aiutare i nemici naturali dei talebani, cioè i tajiki, gli uzbeki, gli hazara. Sta a loro tenere a bada i talebani. Obama invece ascolta i suoi generali. E i suoi generali vogliono mandare i propri soldati, 30 mila altri giovani, a combattere contro i talebani in un Paese inutile. È una soluzione onorevole, da boy-scout coraggiosi, ma è un lusso: e non abbiamo il lusso di combattere dove non serve».

E se tornasse Al Qaeda?
«È vero, c’è stato l’undici settembre, un fatto orrendo, unico, rarissimo. Ma ora che Al Qaeda è smembrata e i ricchi sauditi continuano a finanziare l’estremismo islamico, il terrorismo non è più in Afghanistan, è dovunque: qui negli Usa, in Gran Bretagna, in Europa. Non è un esercito contro cui combattere con un altro esercito. Non è un problema da affrontare con la guerra. E’ un lavoro di polizia, di intelligence, di penetrazione».

È questo l’esempio dell’impero bizantino?
«Bisanzio capì che la diplomazia era più efficiente e meno costosa della guerra, a differenza dell’Impero romano di Occidente che favoriva la guerra. Guardiamo alla storia: in teoria l’impero romano di Occidente sarebbe dovuto resistere più a lungo, se non altro perché i suoi confini occidentali, in Spagna, finivano sul mare. L’impero d’Oriente doveva tenere testa alle pressioni provenienti dall’Oriente e dai popoli delle steppe. Eppure l’impero d’Occidente cade, e quello d’Oriente regge per secoli».

E tutto per merito della diplomazia?
«Negli ultimi trent’anni moltissimi dei documenti originali di Bisanzio sono stati pubblicati e la storia dell’impero è diventata più chiara. Ora capiamo che la forza dell’impero si basava su due colonne: l’identità del suo popolo e il metodo di governo. L’identità era una fusione di romanità, grecità e cristianesimo: erano fieri di essere romani e conservavano sia le leggi che l’esercito di tipo romano, cioè un esercito addestrato. Ma avevano una cultura greca, che dava loro un senso di prospettiva e di gioia. E infine erano cristiani, e la loro fede era molto sentita. Dunque, avevano una identità molto forte, in grado di resistere agli strepiti incoerenti dei nemici».

E il metodo di governo si basava sulla diplomazia più che sulla guerra…
«Certo, avevano sempre un esercito perfettamente preparato e pronto, ma ne minimizzavano l’uso. La loro prima arma era l’intelligence: grandi energie e molti soldi furono investiti per conoscere le popolazioni straniere e i loro governanti, tant’è che oggi molti popoli caucasici possono ricostruire la loro storia proprio grazie ai rapporti che gli ambasciatori di Bisanzio scrivevano per l’imperatore. Era un lavoro puntuale e costante. Avevano la pazienza di stringere rapporti fin con l’ultimo principe caucasico, e di preparare formule diplomatiche ad personam. Esprimevano interesse con piccoli regali, con promesse, con qualche velata minaccia. Così facevano avanzare il proprio interesse, senza logorare le forze armate, facendo sì semmai che fossero i loro nemici a combattere fra di loro».

Quindi, oggi più Hillary Clinton e meno generale Stanley McChrystal?
«Oggi diplomazia seria, migliori tecniche di persuasione, perfezionamento della raccolta di intelligence. E costanza e pazienza. Con tutti. Anche con l’Europa, anzi soprattutto con l’Europa, ora che l’Unione ha scelto come proprio ministro degli Esteri l’inesperta signora Catherine Ashton, rinunciando a creare un unico blocco con un unico interesse. Obama dovrà fare propria la lezione di Bisanzio e come gli imperatori tenevano contatti ad personam con tutti i principi, dovrà continuare a trattare con ognuno dei leader europei, da Sarkozy a Berlusconi».

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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