Dal Postcomunismo al Socialismo Democratico

PDS – DS

PDS - DS
dal Postcomunismo al Socialismo Democratico

I Post-comunisti nella Seconda Repubblica

Le speranze attese ,il governo,la sfiducia e il declino!

Verranno proposti una serie di articoli e riflessioni sulla natura mutevole del Post-PCI nella seconda repubblica,le speranze degli elettori dopo anni di opposizione,il governo tanto atteso,la sfiducia della gente e il declino della sinistra fino alla sua dissoluzione nel PD .

L’ ULTIMO STRAPPO DEL PDS

Repubblica — 19 febbraio 1995 pagina 1
LA SINISTRA cambia simbolo e forse cambierà anche il nome: invece di Partito democratico della sinistra dovrebbe chiamarsi Sinistra democratica. Più o meno è la stessa cosa salvo la scomparsa della parola “partito”. E’ questa la novità? Scompare il Pds così come scomparve il Pci? Oppure c’ è qualche cosa di più sostanziale e di più sostanzioso in questi imminenti mutamenti apparentemente così lievi? Oggi lo sapremo meglio, dopo il preannunciato discorso di Massimo D’ Alema al raduno dei cristiano-sociali. Ma intanto anticipiamo qualche riflessione. Il travaglio della sinistra attorno ai simboli e alle sigle c’ entra ormai poco o nulla con l’ eredità ideologica comunista; c’ è rimasto solo Berlusconi a lanciare crociate e anatemi contro il pericolo comunista, ma non ci crede neppure lui; lo fa per il bisogno d’ inventarsi un nemico e di radunare attorno a quello slogan l’ ancora folta schiera dei reazionari italiani, ma neanche Fini usa più quella logora terminologia che non ha alcun riscontro con la realtà. Il problema della sinistra democratica, che già da tempo ha riconosciuto l’ economia di mercato, che è favorevole alle privatizzazioni, che ha pubblicato un progetto di riforma pensionistica lodato perfino da Lamberto Dini, che appoggia l’ autonomia della Banca d’ Italia e che voterà (e non è del resto la prima volta) per la manovra di rigore finanziario, non è dunque quello di prender le distanze dal bagaglio ideologico e programmatico del vecchio Pci, pur così diverso dai suoi confratelli d’ Oriente e d’ Occidente. Il problema riguarda esclusivamente la forma-partito e la classe dirigente che lo guida. Su questo verte la questione, di questo si tratta, questo è l’ ultimo passo che il Pds è chiamato a compiere sulla strada della sua compiuta trasformazione e del suo compiuto approdo al sistema della liberal-democrazia e dell’ alternanza. Sia detto qui di passata: su questo tema si divise alcuni mesi fa lo stesso Pds di fronte alle due candidature di D’ Alema e di Veltroni alla guida del partito. Sembrava ad una parte dei pidiessini ed anche alla maggioranza degli osservatori esterni che il secondo potesse guidare più speditamente l’ ultima trasformazione del partito e condurlo con più determinazione a dissolvere quel tanto di nomenclatura ancora in esso esistente, mentre sembrava ad un’ altra e fitta schiera di militanti e di dirigenti che fosse il primo a poter meglio condurre quel passaggio, con più cautela e gradualità, riscuotendo maggior fiducia da parte di quello stesso gruppo dirigente che avrebbe comunque dovuto presto o tardi dissolversi come struttura compatta e compattamente organizzata. NON ERANO cioè in discussione le qualità politiche dei due candidati ma un problema, l’ esistenza del quale tutti conoscevano benissimo, sulle cui soluzioni tutti erano d’ accordo ma sui cui tempi e modi esisteva ampio dissenso. Il contrasto di allora fu superato con saggezza da entrambe le parti ma il problema è rimasto, il tempo è passato più in fretta di quanto i protagonisti di quel confronto non prevedessero ed ora si ripresenta con caratteri di urgenza. Che cosa chiede al Pds quella parte di paese che si riconosce in una linea moderatamente riformista e robustamente democratica? Al di là della cosmetica delle sigle e dei simboli, chiede una immersione profonda, una “deep immersion” di quel partito in una realtà sociale e professionale che non soltanto possa fornire un personale adeguato e nuovo per gli incarichi rappresentativi nei consigli comunali e regionali e nelle assemblee parlamentari, ma partecipi alla guida effettiva di un nuovo e più ampio partito o federazione di gruppi e di culture politiche. Non credo vi sia, da parte di chi avanza proposte di questa natura, alcun intento discriminatorio verso chi ha onestamente e intelligentemente operato nei partiti di provenienza; del resto il caso di Bassolino sindaco di Napoli è la riprova che sarebbe pura stoltezza erigere steccati in una fase in cui gli steccati e le “blindature” dovrebbero cadere come foglie secche. Occorre invece che tutti i talenti e tutti gli uomini di competenza e buona volontà si ritrovino attorno a programmi comuni e a comuni intenti di dedizione all’ interesse pubblico. Questa esigenza è reale e necessaria in tutto l’ arco della politica, a destra, al centro e a sinistra. In tutti i settori ci vuole più ampio respiro culturale, più intransigenza morale e più capacità politica; ci vuole crescente coinvolgimento di competenze e di energie professionali che apprezzano la politica come servizio alla “polis” e la disprezzano invece come ottuso e settario attaccamento ai colori di bandiera. Compia dunque il Pds quest’ ultimo e non semplice tratto di strada e porterà un contributo positivo alla democrazia italiana. Tanto più positivo e fruttuoso sarà quel contributo quanto più chiara risulterà l’ indicazione politica d’ un movimento che guarda alla modernità, alle istituzioni liberali, alla cultura delle autonomie, all’ efficienza dei servizi e del mercato. Su una piattaforma di questa natura l’ incontro con un movimento democratico che dal centro muova verso la sponda riformatrice è nell’ ordine delle cose e consentirà agli elettori di scegliere senza traumi dove collocarsi. Sempre che… Sempre che anche la destra italiana impari la lezione che non è con i plebisciti, con gli “Unti del Signore” e con le promesse demagogiche che si può risanare un paese non ancora uscito da una gravissima crisi degenerativa. Gli otto mesi di governo della destra sono stati da questo punto di vista tra i peggiori della nostra non certo fulgida storia politica. Auguriamo a tutti noi che anche da quella parte si tragga esperienza da quanto è avvenuto. Purtroppo, fino a ieri, non sembra che questi onesti auspici abbiano ancora trovato accoglimento. – di EUGENIO SCALFARI

D’ ALEMA LANCIA ‘ SINISTRA DEMOCRATICA
Repubblica — 19 febbraio 1995 pagina 3

ROMA – Il Pds è pronto a rinunciare per sempre al suo nome e al suo simbolo. Lo farebbe pur di far nascere la Sinistra democratica, un nuovo grande partito saldamente ancorato al movimento socialista europeo, non più etichettabile da nessuno come un partito “ex-comunista” e nemmeno “post-comunista”. Massimo D’ Alema era pronto ad annunciare la sua svolta l’ 11 marzo, nella grande manifestazione organizzata al Palaeur con il nuovo leader dei socialdemocratici tedeschi, Rudolf Scharping. Ma ancora una volta, come già era capitato a Romano Prodi, un alleato cattolico ha aperto l’ uovo troppo presto e ha svelato la sorpresa. Stavolta lo ha fatto Ermanno Gorrieri, aprendo a Chianciano l’ assemblea nazionale dei Cristiano-democratici: “Il Pds ha intenzione di rinunciare al suo nome ed al suo simbolo, per promuovere una grande convenzione delle forze progressiste, con l’ esclusione di Rifondazione comunista. Sarà un partito totalmente nuovo, che dovrebbe chiamarsi Sinistra democratica…”. Davvero il Pds ha i mesi contati, o addirittura le settimane? Davvero sta per nascere la Sinistra democratica? Chi ne farà parte? E che forma avrà, quella di una federazione, di un cartello elettorale o di un vero e proprio partito nuovo? Appena raccolta la notizia da Chianciano, i giornalisti si sono subito messi sulle tracce del segretario del Pds. E D’ Alema, raggiunto e bloccato a un convegno dell’ Istituto Gramsci, ha ammesso, ha precisato, ha spiegato. Stiamo lavorando, ha detto, al progetto di “una grande forza unitaria della sinistra italiana”, una formazione “nuova” che dovrebbe affrontare le prossime elezioni “con un simbolo unico, sia per il proporzionale sia per il maggioritario”. Mettendo le mani avanti, il leader del Pds ha sottolineato però che “non si tratta di una annessione”. “Non è il Pds che cambia nome o si scioglie, o annette gli altri: discuteremo tutti insieme di come si dovrà chiamare questa formazione. Siamo pronti a costruire con gli altri e a mettere a disposizione anche il nostro patrimonio politico…”. Tutto questo avverrà con un processo costituente che porterà fino in fondo la svolta occhettiana della Bolognina, arrivando là dove il Pds non è riuscito ad arrivare. “Essendo chiaro – ha precisato D’ Alema all’ Unità – che nessuno ha deciso nuovi nomi e nuovi simboli, e che una fase costituente dovrà valutare sia le forme di un processo unitario (partito, federazione), sia gli aspetti relativi alla denominazione e al modo di presentarsi alle prossime scadenze elettorali”. Insomma, nessuno insorga dentro e fuori il Pds credendo di essere messo di fronte a un fatto compiuto: ci sarà una fase costituente, più profonda e più vera di quella che trasformò il Pci in Pds, e sarà in quella sede che si discuterà di nomi e di simboli (anche se è chiaro, come lo era nel 1990, che ogni fase costituente approda puntualmente a un nuovo nome e a un nuovo simbolo). Chi saranno, insieme al colosso pidiessino, i fondatori della Sinistra democratica? Per il momento, è più chiaro l’ elenco di chi non vi prenderà parte: non arriveranno i Verdi, che intendono mantenere la loro identità e il loro colore, né i pattisti di Segni e il gruppetto di Ad, che hanno già preferito l’ Ulivo di Prodi, e neppure Leoluca Orlando, che non vuol fare “il cespuglio sotto la Quercia”. L’ idea della Sinistra democratica scalda invece molti cristiano-sociali, a cominciare dallo stesso Gorrieri, entusiasma Valdo Spini e i suoi laburisti, intriga Diego Novelli e un pezzo della Rete, attrae quell’ ala moderata di Rifondazione che non vuol morire all’ opposizione, e potrebbe finire per coinvolgere personalità come Giorgio Ruffolo e Pierre Carniti. Una volta rifondata la sinistra, il nuovo partito stringerebbe un’ alleanza con il centro. Ma D’ Alema non vede di buon occhio una frettolosa corsa a piantare l’ Ulivo. “Bisogna aspettare i popolari” ripete spesso ai suoi interlocutori. Tre sono le possibilità che il segretario pidiessino ha messo in conto. La prima è che Buttiglione alla fine scelga la sinistra e porti tutto il Ppi con Prodi. La seconda è che il Ppi si spacchi, sulle alleanze, e la parte che viene a sinistra vi porti anche il simbolo del partito. La terza (oggi forse la più realistica) è che Buttiglione porti all’ appuntamento con Berlusconi la maggioranza del partito e dunque anche il simbolo: in questo caso i popolari in uscita dovrebbero darsi un nuovo leader (Martinazzoli? Mattarella?) e un nuovo simbolo, magari fondando un Grande centro con Segni, Amato e D’ Antoni. Tutto questo con l’ occhio alle scadenze politiche. Se il 23 aprile ci saranno davvero le regionali, ci sarà appena il tempo per formare un cartello elettorale (per esempio sotto il simbolo dei progressisti). Le politiche a giugno farebbero slittare tutto, mentre un voto in autunno consentirebbe a D’ Alema di convocare per maggio un congresso costituente per la Sinistra democratica. Un congresso, spiegava qualche giorno fa il leader pidiessino, “che risponda alla domanda: cos’ è oggi la sinistra democratica in Italia?”. Lui, naturalmente, ha già in mente la sua risposta: “Scrivere insieme una tavola dei valori, degli obiettivi, delle idealità, proposti in modo chiaro per essere intesi da milioni di persone, e che definiscano in positivo una grande forza della sinistra democratica nel nostro paese. Dopodiché, quello siamo: non siamo gli ‘ ex-qualcosa’ ma siamo una forza del socialismo europeo con quei valori e quelle idealità”. – SEBASTIANO MESSINA

PDS, CONGRESSO A GIUGNO ‘ SERVE UN PARTITO NUOVO’

Repubblica — 07 febbraio 1995 pagina 5

ROMA – La ‘ Cosa 2‘ . Un congresso a tappe forzate per trasformarsi in un partito laburista. E probabilmente anche per togliere, ai piedi della Quercia, ciò che simbolicamente resta di comunista: la falce e il martello. Il Pds si prepara al nuovo ‘ strappo’ , al tuffo definitivo nella socialdemocrazia europea, preannunciato nelle interviste dal segretario, e che da oggi (si riunisce la segreteria) passa all’ esame dei vertici del partito. All’ appuntamento con le elezioni politiche, e alla battaglia accanto a Prodi contro Berlusconi, Botteghe oscure vuol arrivare a svolta compiuta, uscendo anche dalle secche del postcomunismo, per togliere agli avversari l’ arma della campagna contro i ‘ rossi’ . Ecco perchè Massimo D’ Alema intende anticipare il congresso, che si terrà subito dopo le regionali e prima delle elezioni generali (qualunque sia la data fissata per le urne): il popolo del Pds, con tutta probabilità, sarà così chiamato a pronunciarsi entro giugno. Congresso ‘ straordinario’ non tanto nei tempi – le assise erano già calendario, rinviate, poi ‘ quasi’ fissate per l’ autunno, ora anticipate alla tarda primavera – ma per l’ accelerazione imposta al dibattito interno e per la nuova svolta che i delegati dovranno approvare. “Per voltare definitivamente la pagina del postcomunismo – dice Mauro Zani, il vice di D’ Alema in segreteria – e precisare il volto, il programma, gli ideali di ciò che saremo. Come parte della coalizione dei democratici, o del progetto democratico, o del polo democratico, o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare”. E il vecchio simbolo del Pci, lasciato in un angolino della Quercia, la ‘ continuità’ con il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer? Il filo sarà spezzato, via la falce e martello, per segnare visivamente, fisicamente il definitivo distacco da un eredità che si è fatta ingombrante. Proprio su questo passaggio simbolico la segreteria del Pds (ma non finirà in discussione lo stesso nome del partito?) punta a giocare una grande partita d’ immagine, a completare la marcia cominciata sei anni fa al congresso di Rimini. D’ Alema smentisce di aver anticipato, giovedì scorso, le sue intenzioni ai segretari regionali riuniti a Roma, “quella del simbolo è una questione che non abbiamo ancora affrontato e, comunque, è una decisione che non spetta al segretario ma al partito nel suo complesso”, però il caso è ormai aperto. Con Zani che s’ incarica di mettere le questioni nell’ ordine ‘ politicamente corretto’ , cioè prima il dibattito e poi l’ addio al simbolo dei vecchi tempi: “Il congresso del Pds, ma solo dopo aver chiarito le scelte, potrà anche decidere di togliere la falce e il martello, con un gesto simbolicamente forte…”. Non sarà, tiene a spiegare lo stato maggiore, una convention convocata ad hoc per un’ operazione di lifting. Precisazione che serve anche a smorzare sul nascere le bordate partite immediatamente dalla sinistra del partito, dai comunisti democratici di Tortorella preoccupati dall’ abbraccio laburista. Applaude invece al nuovo strappo l’ ala Veltroni, ma i colonnelli del direttore dell’ Unità più che il partito socialdemocratico continuano ad avere in mente il modello di un partito democratico, un contenitore unico per sinistra e centro. I vertici stanno però tutti con la nuova Bolognina prefigurata dal segretario. Entusiasta Giorgio Napolitano, “abbiamo tardato a compiere una scelta netta in questo senso”. Pieno appoggio dunque “al richiamo a caratterizzare e rendere riconoscibile il Pds come partito del socialismo europeo, e non come formazione postcomunista di incerta identità”. Favorevole al congresso ‘ straordinario’ il capo dei senatori Cesare Salvi, “l’ Italia ha bisogno di un partito ancora più ampio, rappresentativo, più ricco di culture diverse di quanto sia oggi il Pds”. La sinistra interna invece mugugna. “Nomi e simboli non sono la carta risolutiva” dice Gloria Buffo, della segreteria. I partiti, “come i fidanzati”, si scelgono “non per il nome che portano ma per la personalità che hanno”. Che cosa conta? “Non mi spaventa l’ idea di diventare socialdemocratici, io pensavo che lo fosse già il Pci… Ma a D’ Alema chiedo: conta chiamarci socialisti o piuttosto fare le scelte nette dei partiti europei, come la riduzione dell’ orario di lavoro?”. Ancora domande sulla nuova svolta, dalla Buffo al segretario: “Contano i simboli oppure creare finalmente un gruppo dirigente giovane? Contano le definizioni o riti interni al partito meno monarchici?”. Altra voce dai comunisti democratici, Fulvia Bandoli: “Un congresso ad hoc per eliminare la falce e il martello sarebbe una trovata di basso profilo. Chiedo da due anni il congresso, sono stanca di un Pds che va avanti per messaggi simbolici e scelte di schieramento, rinviando sempre le decisioni sui contenuti”. Sul fronte opposto i fedelissimi di Occhetto, come Claudia Mancina: “Togliere le vecchie insegne comuniste è un passaggio necessario per rompere, anche simbolicamente, la continuità con il Pci”. Abiura? Nient’ affatto, è “un cambiamento legato al rinnovamento del sistema politico”. Ma è solo “una tappa” verso una forma partito più ampia. Quale? “Un partito democratico, costruito in modo diverso da quello americano”. Riaffiora un’ idea diversa dall’ ipotesi laburista di D’ Alema, che Claudio Burlando – stretto collaboratore del segretario – respinge: “Chi ragiona così, dà per scontata la scissione all’ interno dei popolari. Pensa infatti di attirare in un unico polo solo la sinistra di quel partito. Ma la battaglia è tutt’ altro che persa, Andreatta e gli altri potrebbero togliere le redini a Buttiglione. E il nostro partito laburista punta ad un Ppi che non vada a destra…”. – di UMBERTO ROSSO

D’ ALEMA: UNA ROSA AL POSTO DI FALCE E MARTELLO

Repubblica — 29 giugno 1996 pagina 7

ROMA – Via la falce e martello dalle radici della Quercia: e al posto del vecchio simbolo del Pci, ecco la rosa del socialismo europeo. Un nome (suggerito da Occhetto) che pare pensato apposta per far da ponte tra il punto di partenza del Pds e il traguardo ben individuato (Partito democratico del socialismo europeo). Un congresso fondativo al quale partecipino e votino i delegati dei congressi periferici dei socialisti di Boselli, dei laburisti di Spini, dei cristiano sociali di Gorrieri e Carniti, e naturalmente del Pds. Un comitato di personalità provenienti dalle diverse culture dell’ area democratica e progressista che istruisca e diriga il processo politico e congressuale… E così, Massimo D’ Alema snocciola tappe e percorso della marcia dal Pds verso la “Cosa 2”, avvertendo però che “non tutto è nelle nostre mani, decideremo assieme, non è che ogni cosa dipenda da noi”. Dipendesse solo da lui, infatti, il partito della Quercia e della Rosa a dicembre sarebbe cosa già fatta, strumento già utilizzabile – insomma – a sostegno del governo Prodi e dell’ idea di una sinistra democratica più unita e più europea. Sono le quattro del pomeriggio, e il segretario del Pds sprofonda in una poltrona del suo studio di Botteghe Oscure, quasi volesse mettersi comodo per meglio difendere le sue ragioni contro quelle di chi vuole il Partito democratico e non il Psde, il partito dell’ Ulivo e non quello del socialismo europeo. Non cita mai Veltroni, mentre nomina più volte – invece – Achille Occhetto: “Chi ha idee diverse – dice – le metta nero su bianco, vada nelle sezioni e raccolga consensi, perchè in democrazia si fa così”. E nello sforzo di spiegare perchè l’ Italia avrebbe più che mai bisogno di una sinistra visibile e finalmente unita, arriva a rivalutare “il craxismo delle origini”, alcune delle sue intuizioni e quel riformismo “che in Italia tutto ha prodotto meno che le riforme”. Onorevole D’ Alema, ma perchè unificare la sinistra sul modello delle esperienze europee e non andare oltre, invece, fissando in un nuovo partito l’ avventura dell’ Ulivo? “Io penso che la prospettiva di unificare sinistra e centro in un unico partito, innanzitutto non esiste. Se il Pds confluisse in un ipotetico partito dell’ Ulivo, infatti, in Italia la sinistra ci sarebbe lo stesso: e sarebbe Rifondazione. Voglio dire che noi avremmo semplicemente ottenuto il risultato di non avere in questo Paese una forza di sinistra di governo riformista ed europea: caso unico nel continente. A me pare un disegno veramente campato in aria. Per altro, un’ operazione di questo tipo avrebbe – come ha scritto Bodrato – un effetto specularmente negativo sul centro, perchè il venir meno di una formazione moderata e democratica come il Ppi lascerebbe la rappresentanza di una certa area alle forze collocate nel centrodestra”. Dunque, lei dice: sotto l’ Ulivo la sinistra faccia la sinistra e il centro riorganizzi il centro. E questa linea non le pare contraddittoria con certi crescenti timori intorno alla rinascita di un grande centro? “Io non temo affatto la rinascita del centro e non ho alcuna paura dell’ isolamento della sinistra. Penso, invece, che occorra costruire una forza politica che sia l’ erede della tradizione migliore della sinistra italiana e del riformismo, del primo centrosinistra, dell’ esperienza antifascista e che sia saldamente collocata in una dimensione europea e mondiale. Vede, una forza così – una forza che può aspirare ad avere il 30% dei voti – non può temere di essere isolata”. Questo, in verità, resta da dimostrare, no? “Io guardo alla prospettiva. E credo che la costruzione di una grande formazione di sinistra di tipo europeo, capace di far rivivere in modo moderno valori di solidarietà, giustizia sociale e liberazione umana, sia una cosa utile per l’ Italia. Vede, io ho una grande simpatia anche umana per Bertinotti, ma ho letto che dice ‘ D’ Alema vuol fare un partito socialdemocratico… è un’ impresa ben difficile, perchè i socialdemcratici sono in crisi’ . Bene, per uno che vuol rifondare il comunismo, sostenere una cosa così vuol dire avere una certa mancanza del senso del ridicolo”. Nei ragionamenti e nel lessico di molti dirigenti del Pds, compare sempre più di frequente il termine riformista: e si sente spesso discutere di Grande Riforma, modernizzazione, produttività… Si tratta di idee che facevano parte del bagaglio politico del Psi, più che del vecchio Pci. Le chiedo: è in atto un ripensamento sul craxismo? E quelle idee potranno far parte, domani, del patrimonio della nuova forza politica alla quale pensa? “Il dramma del riformismo italiano è di essere stato un riformismo senza le riforme, ed è stato più agitato come fattore di divisione e di demarcazione rispetto al Pci, che come cultura capace di produrre processi di riforma. E’ chiaro che oggi, in una fase in cui la divisione storica della sinistra è stata superata, l’ idea del riformismo può essere recuperata proprio come cultura che regge un processo di trasformazione. Insomma, sì: noi dobbiamo recuperare questa nozione, e la formazione politica nuova alla quale penso deve raccogliere un’ eredità che non è solo del Pci ma del movimento socialista italiano”. Appunto: e non crede che questo sia più facile riconoscendo, per esempio, che alcune ragioni stavano anche nel Psi di Craxi? “L’ esperienza craxiana non è una bella pagina del socialismo italiano, ha segnato un declino e una degenerazione. Detto questo, io non ho mai negato due cose. Primo: che il craxismo, allo stato nascente, muovesse dalla intuizione della fine di una lunga stagione democratica del Paese e dalla esigenza di una modernizzazione. In questo, indubbiamente, alla fine degli anni ‘ 70, il Psi ha intuito meglio e prima di noi l’ esigenza di una rottura: anche se agì come agì e finì per utilizzare questa crisi solo per aprirsi spazi di potere. E l’ altro tema che Craxi aveva posto giustamente, ma in modo propagandistico, è quello dell’ unità socialista una volta finita la vicenda comunista. Il problema è che aver ridotto il Psi a una macchina di potere, esaurendo in ciò la spinta propulsiva e riformatrice, rendeva impossibile che potesse essere quel partito il perno intorno a cui si costruiva un’ unificazione. Però, insisto: noi ora dobbiamo guardare al futuro e ad alcuni paradossi non più sostenibili”. A cosa si riferisce? “Penso all’ assurdità che dall’ Italia vadano tre persone alle riunioni dei partiti socialisti europei. E’ una frammentazione che non ha più nessuna seria ragione culturale, programmatica e politica. Tutto ciò costituisce un danno. E il danno, naturalmente, non è il pluralismo delle culture – che è una ricchezza – ma è la frammentazione degli apparati. E’ qualcosa che riduce la forza d’ attrazione. Comunque, capisco che si tratta di processi complessi e che non si può pensare di unificare la sinistra con lo spirito prussiano o con quello piemontese savoiardo, cioè con guerre e annessioni”. E se non con le annessioni – ammesso che qualcuno sia disposto a farsi annettere dal Pds – come, allora? “Per ripensare una grande forza di sinistra, dobbiamo ripartire dalle esigenze della società e non da quelle del ceto politico. Io penso che dobbiamo progettare un partito diverso rispetto alla tradizionale forma-partito, in cui possano esservi adesioni collettive, che abbia struttura federativa, perchè è il punto d’ incontro di storie diverse. Vorrei un grande partito al quale possano fare riferimento la fondazione Gramsci e quella Nenni, che sono diverse e non si possono unificare perchè non si può ridurre a uno la storia della sinistra. L’ importante è che da questa pluralità poi scaturisca un gruppo dirigente che sia visibilmente composto da persone che vengono dall’ esperienza del Pds, del vecchio Psi, dal mondo sindacale, dal volontariato cattolico, dall’ ambientalismo”. E’ il comporsi e lo scomporsi di cui ha parlato Occhetto a proposito del prossimo congresso del Pds? “Se la mia idea si fa strada, il congresso potrà essere il momento fondativo. Io preferirei che si tagliassero i tempi, che si potesse arrivare a un congresso in cui convergano già diverse formazioni”. Dunque non prima lo scioglimento del Pds e poi la fondazione? “Io lo preferirei. Io penso che la cosa ottimale sarebbe che ognuno dei soggetti interessati facesse i suoi congressi di federazione e che i delegati eletti dal Pds, dai laburisti, dai comunisti unitari e così via partecipassero poi allo stesso congresso nazionale. Se non ci saranno queste condizioni, ovviamente, faremo le nostre assise e vedremo come portare avanti il processo”. Lei sa che già si discute del possibile nuovo nome e del nuovo simbolo. Lei che idea ha? “Non si tratta di cose che possiamo decidere da soli noi del Pds. Certo, è chiaro che se si creano le condizioni, il riferimento al marchio d’ origine Pci viene meno. Ma che tutto possa avvenire in modo rapido, già a dicembre, non dipende solo da noi. Penso, comunque, che un simile processo dovrebbe essere fin dall’ inizio governato da un comitato di personalità provenienti non solo da diverse formazioni politiche ma dalle culture dell’ associazionismo, del mondo sindacale… Vede, io non so se tutti sono d’ accordo su questo progetto. Dico che se qualcuno ha idee diverse, ovviamente lo mette nero su bianco; se qualcuno ha da presentare un diverso progetto, diverso in tutto o in parte, fa una mozione, la presenta e raccoglie i voti nelle sezioni… La cosa peggiore è l’ ipocrisia, il nascondere le divisioni, il non sottoporle a discussione democratica. O anche l’ enfatizzare le divisioni per ragioni che non sono politiche…”. E’ vero che sarà Giuliano Amato il presidente del nuovo partito? “Io non ho offerto la presidenza del Pds, carica che per altro non esiste, ad alcuno. Io sarei contento se da Amato venisse una spinta positiva, per come lo può fare lui – naturalmente – che è presidente dell’ Antitrust, e dunque ha una collocazione anche istituzionale. Se desse un apporto positivo sarebbe un fatto molto utile. Ma la questione mi pare prematura”. Ed è prematuro anche chiederle se il nome suggerito da Occhetto per il nuovo partito (Partito democratico del socialismo europeo) sarà quello che verrà poi scelto? “Contro quel nome non ho nessuna ostilità. Ma ci sono sensibilità diverse su questo. C’ è chi dice che la parola socialismo debba far parte del nome, per esempio, e altri che preferirebbero di no. Proprio per rispetto verso tutti non si possono precostituire soluzioni. Quella che propone Occhetto, comunque, è un’ idea interessante”. Ed è vero, invece, che il simbolo del nuovo partito sarà la rosa del socialismo europeo? “Io penso che sarebbe sbagliato abbattere la Quercia, perchè tutto sommato questo simbolo è una risorsa, è un simbolo di rinnovamento della sinistra ed anche di vittoria. Sbaglieremmo a toglierla. Che poi si possa pensare ad arricchire il simbolo con un riferimento al socialismo europeo, non è un’ idea campata in aria. Insomma, sì: alla radice della Quercia, al posto della falce e martello, potrebbe davvero esserci la rosa del socialismo europeo”. 1923: IL FUTURISMO La tessera del Partito comunista d’ Italia del 1923: falce e martello in stile futurista 1945: IL REALISMO 1945, sulla tessera del Pci campeggia la falce e martello stile realismo socialista 1953: LA GUERRA FREDDA Il simbolo del Pci, sempre uguale dal 1953 fino alla nascita del Pds nel 1991 INFINE ECCO LA QUERCIA E LA ROSA Il simbolo del Pds oggi e, a destra, il nuovo ‘ marchio’ del Pdse pensato da D’ Alema – di FEDERICO GEREMICCA

PDS, VERSO LA ‘ COSA 2’

Repubblica — 24 giugno 1996 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA

ROMA – Via, certamente, la falce e martello. E alla Quercia si uniranno le ‘ insegne’ dei gruppi dell’ area laico-socialista. Sempre che non sparisca del tutto anche l’ albero del Pds, sostituito magari dalla rosa simbolo dei socialisti europei. Via anche il nome scelto da Occhetto, Partito della sinistra democratica, arriva il Partito della sinistra europea o il Partito del socialismo europeo. E infine via lo stato maggiore attuale di Botteghe oscure: ai vertici della ‘ Cosa numero 2′ siederanno i rappresentanti delle varie anime di questa sinistra riunificata. Così, alla fine di quest’ operazione, il Pds com’ è oggi si dissolverà, per far posto ad un’ ‘ altra’ formazione lanciata ad intercettare l’ area che già fu di Bettino, e a contrastare un eventuale Grande Centro. A presiederla potrebbero essere personaggi come Giuliano Amato o Norberto Bobbio. Spiega Marco Minniti, l’ uomo che per conto di D’ Alema sta preparando il congresso della svolta: “Non ci sarà più una sola radice, in questa nuova Cosa che vogliamo costruire. Sarà pluralista. E tutte queste forze entreranno nel gruppo dirigente: socialisti, cattolici, ambientalisti… Per noi non conta il peso numerico dei vari pezzi, conta il fatto che così avranno piena visibilità e una grande forza di attrazione su tutta questa grande area”. Il piano prevede, da subito, l’ avvio di un percorso comune fra Pds e socialisti in vista dell’ ‘ unificazione’ . A guidare il processo sarà una Commissione direttiva mista, uomini di D’ Alema e personalità dell’ area laica, che avrà il compito di preparare la bozza della fase costituente. Tre i punti: “Principi fondativi, opzioni programmatiche e fisionomia della nuova organizzazione”. Messo tutto nero su bianco, si apre la discussione ‘ in parallelo’ : se ne parlerà, in contemporanea, dentro il Pds e dentro gli altri partiti dell’ operazione: cristiano sociali, laburisti, comunisti unitari, il gruppo di Ruffolo, e i vari ‘ single’ del fronte laico. E’ la novità della fase congressuale della Quercia, secondo la strategia di Botteghe oscure, perché in questo modo “le assise del Pds saranno solo un momento di questo processo comune”. Il popolo di D’ Alema si darà appuntamento, per l’ ultimo congresso del Pds, alla fine dell’ anno. Si sancirà la grande svolta e subito dopo – sempre secondo il meccanismo ‘ incrociato’ – si riuniranno gli Stati generali della sinistra, con i riformisti e l’ ormai ex Pds. La Cosa, assicura Minniti, “non nascerà per metamorfosi o per partenogesi dal Pds”, niente “annessioni”, ma per il coordinatore della segreteria bisogna evitare i “passaggi intermedi”, sarebbe sbagliato “puntare prima alla costruzione di un’ area socialista e poi al confronto col Pds”. Che è poi la carta che vorrebbero giocare i socialisti di Boselli, che al momento infatti si chiamano fuori dalla Cosa 2. Il Bottegone ha intanto già la tabella di marcia: a metà luglio riunione della direzione per annunciare la rivoluzione, a settembre il consiglio nazionale del partito convoca il congresso, che si terrà fra l’ autunno e l’ inverno e infine, un mese dopo, gli Stati generali della sinistra. – di UMBERTO ROSSO

ASOR ROSA ACCUSA ‘ COMPAGNI, CHE PENA!

Repubblica — 29 novembre 1996 pagina 41 sezione: CULTURA

Roma E alla fine il compagno Asor Rosa rompe il silenzio: con passione, disincanto, al fondo quel sentimento di estraneità di chi appartiene a un’ altra storia. Un evo sideralmente lontano da questa “società della mediocrità”, dove “ogni grandezza è negata”: nel pensare, nel vivere, nel sentire. Addio alle armi? Lui lo lascia intendere: “Un commiato definitivo dalla politica”. L’ ultimo traguardo d’ un tragitto cominciato oltre quarant’ anni fa. Ma bisogna credergli? Il barone rosso arreso? Il suo pamphlet – La sinistra alla prova, Considerazioni sul ventennio 1976-1996 (Einaudi, pagg. 260, lire 18.000) – esce a un mese e mezzo dal Congresso del Pds. In copertina, dal balcone di Botteghe Oscure sporgono due bandiere d’ un color rosso acceso, troppo acceso, come se qualcuno gli avesse dato una mano di tinta rendendole irreali, stranianti. Su una bandiera è disegnato il segno più, sull’ altra il segno meno. Entrate e perdite. Virtù e vizi. Orgogli e colossali censure. Via col bilancio. Dedicato Ai vecchi compagni. Professore, la sinistra va al potere ma il suo saggio non ha le tonalità d’ una marcia trionfale… “Tutt’ altro. Io rilevo la contraddizione che esiste nella sinistra tra l’ immagine del potere esercitato e l’ autorevolezza effettiva. Istituzionalmente molto forte, la sinistra è oggi culturalmente esangue. E’ debole nella elaborazione teorica, segnata più che mai da sterilità di pensiero. Lo è nell’ informazione e nell’ editoria, dove si sono perse posizioni su posizioni. Lo è nel campo del costume, dove alle parole d’ ordine del consumismo sfrenato e del berlusconismo non riesce a contrapporre un modello di vita meno esibizionistico e più ricco di stimoli ideali”. Ma voi intellettuali di sinistra… “No, un momento: l’ intellettuale di sinistra è morto, non esiste più…”. Scusi, lei che cos’ è? “Io appartengo alla specie defunta: l’ intellettuale di sinistra critico, ossia capace di un rapporto libero e dialettico con il leader politico. Nella storia dei maitres a penser di sinistra, accanto a questo modello ce n’ è stato un altro: l’ intellettuale di partito, zelante nel suggerire idee al segretario per la sua strategia…”. Lei sta dicendo che sono morti gli intellettuali critici e sopravvivono i servitori soccorrevoli? “No, l’ espressione ‘ servi’ mi sembra forzata. Mettiamola così: la natura ossequiosa impedisce di entrare in conflitto col segretario. Così può succedere che l’ intellettuale organico scopra oggi quel che l’ intellettuale critico ha scoperto vent’ anni prima. Si può essere oggi contrari al compromesso storico, essendone stati fervidi difensori all’ epoca di Berlinguer. Si può essere oggi garantisti senza esserlo stato negli anni Settanta. E’ una cultura che va al rimorchio. Ora però lei non mi chieda i nomi”. Ma lei un nome lo fa. A proposito degli ‘ intellettuali di partito’ , lei cita Giuseppe Vacca, che negli anni Ottanta snobbò la rivista Laboratorio Politico solo perché Aldo Tortorella non vedeva favorevolmente il progetto. Non sembra un nome scelto a caso: Vacca è oggi assai vicino a D’ Alema. “No, nessuna personalizzazione. E poi smettiamola con queste etichette giornalistiche: ‘ suggeritore di tizio’ , ‘ consulente di talaltro’ . Ma D’ Alema ha mai detto che Vacca è il suo ispiratore? E poi, guardi, preferisco fare l’ esegesi del segretario, non dei suoi presunti consiglieri…”. Scusi, l’ ho interrotta. Lei stava parlando della cultura di sinistra e dei suoi mutamenti. “Dicevo che muta la nozione stessa di cultura di sinistra: nessuna sintesi, nessuna critica. Il politico fa da sè. Se ha bisogno di qualcosa, sa a chi chiederla. Colui al quale è stata chiesta, si limita a darla senza fare tante storie. Il politico la inserisce nel suo disegno se e fino a quando la considera conveniente. L’ intellettuale non trova niente da ridire neanche su questo e si rimette in attesa della prossima ordinazione”. Sconfortante. “No, perché? Non par vero che l’ intellettuale di sinistra esca di scena. La genericità delle sue affermazioni e il lagno perenne della sua critica erano diventate insopportabili. E’ lecito il sospetto che egli non sia che il relitto di età in cui si pensava per grandi sistemi e per grandi contrapposizioni, e si osava ad aspirare a grandi cose. Oggi si tratta di governare la mediocrità, bisogna avere strumenti più circoscritti, più neutri…”. Professore, che fa, recita il requiem per se stesso? “No, semmai mi prendo un po’ in giro. Certo mi preoccupa la prospettiva di questa tendenza: togliendo quote di pensiero all’ azione, l’ azione politica tende sempre più a disseccarsi, a impoverirsi. Come si fa a far funzionare il particolare se non si ha un’ idea dell’ insieme? Pensare tutto e tutti per segmenti parziali: un altro gradino verso la mediocrità”. Questa mediocrità minaccia anche il Pds e il suo segretario? “La mediocrità è una condizione del tempo, l’ inevitabile prodotto della nostra storia. S’ è chiusa una lunga fase che potremmo definire di romanticismo rivoluzionario e le subentra una fase necessaria di realismo. Ma anche il realismo ha bisogno di una bussola. Mi pare che questo sia il problema della sinistra”. Il Pds è un partito di sinistra? “Direi di sì”. Ma… “Guardi, voglio affrontare il problema in modo responsabile. C’ è un’ esigenza oggettiva che è quella di raccogliere i consensi del ceto moderato. Questi problemi non possono essere esorcizzati con una condanna sommaria. Il mio sospetto è che, oltre una certa misura, il Pds rischia di precipitare in un’ involuzione negativa rispetto alle premesse di partito di sinistra”. In altre parole: rischia di non essere più di sinistra. “I cardini della cultura di sinistra sono la solidarietà e l’ uguaglianza. Una prospettiva che risale alla Rivoluzione francese. Oggi D’ Alema sottopone a revisione la nozione di welfare, coniando l’ espressione welfare delle opportunità al posto di welfare delle garanzie. Francamente ho paura che si tratti di un gioco di parole, di un escamotage per nascondere un sostanziale mutamento di linea politica”. Lei sta dicendo che sarebbe un errore cedere a Bertinotti la difesa dello stato sociale? “Se lo facesse, il Pds sarebbe un partito perfettamente inserito in campo moderato. Ma c’ è un’ altra questione per me fondamentale”. Quale? “La lotta contro l’ illegalità. Non mi stancherò di ripeterlo: è una lotta per la libertà. Una moderna lotta di liberazione da questi moderni oppressori che sono i poteri criminali, l’ intreccio affari-politica. Le recenti stilettate del Pds contro i magistrati vanno in tutt’ altra direzione”. Si ha l’ impressione che lei sia sostanzialmente deluso dal governo delle sinistre. “Ho la sensazione che anche tra i vincitori ci sia una certa tentazione di chiudere gli occhi sui segreti, di rimuovere le nefandezze del gioco politico passato e dei suoi protagonisti. La mia tesi è che l’ Italia tragica, l’ Italia del Palazzo e l’ Italia dei segreti non siano fantasmi del nostro passato, ma siano ancora tra noi: come minacce, rischi, opportunità… Ora però non vorrei comporre un quadro soltanto fosco dell’ ultima stagione: c’ è anche una quota di virtù…”. Sentiamo le virtù. “Il governo di Romano Prodi subentra a un quindicennio di sfascio, di avventure, di dissipazione. Gli pesa sulle spalle un’ eredità spaventosa. Ecco, mentre i grandi organi di informazione si scatenano contro questo governo, la sinistra dovrebbe stargli accanto con spirito solidale”. A un certo punto, lei liquida l’ operazione D’ Alema-Amato – la Cosa 2 – con la formula ‘ en attendant Giuliano’ : non ne sembra del tutto convinto. “Intendiamoci: D’ Alema fa bene a tentare di allargare la base elettorale del suo partito. Ma questo è un paese distratto, sbrigativo. E io ho voluto ricordare chi è Giuliano Amato. Rievocando i primi anni Ottanta, distinguo il riformismo autentico dei Bobbio, Ruffolo, Arfé, Giolitti dalla strategia di Giuliano Amato, il quale offrì un serio supporto all’ avventura politica di Craxi, mantenendo con essa un rapporto organico. Senza contare che fu decisivo il suo contributo alla cosiddetta Grande Riforma, in una linea neoplebiscitaria che dal piano di Rinascita di Licio Gelli condurrà a Silvio Berlusconi”. Ma non c’ è solo Amato, nell’ eredità di Bettino Craxi. Lei sostiene che anche il suo modello leaderistico, il fuhrerprinzip, avrebbe contagiato D’ Alema… “… e, si parva magnis licet componere, anche Achille Occhetto… Polemiche a parte, sostengo che nel Pds oggi c’ è un leader prestigioso, ma intorno a lui non c’ è nessun gruppo dirigente degno di questo nome. Soprattutto non è stato fatto nessuno sforzo in questi due anni per costruirlo”. Occhetto non fa propriamente la parte del leone, in questo suo pamphlet. “Ammetto di essermi trovato, nei giorni della Bolognina, nello stato d’ animo di uno che ha lavorato per anni a costruire un bel giocattolo e lo vede messo nelle mani di un bambino bizzoso e viziato”. Cinque anni dopo il suo giudizio non è molto più generoso. “Mi impressiona la disinvoltura suicida con cui Occhetto ha distrutto l’ impalcatura politica e organizzativa del partito. Un impoverimento che perdura tuttora. La sinistra arriva al governo logorata, anzi estenuata da lunghi anni di conflitti, querelles, confronti fratricidi, mortificazioni intellettuali, protervia politica”. La sensazione è che lei abbia nostalgia del passato. Di quella stagione romantico-giacobina che ora dice esaurita. “No, non è questo lo spirito. Del passato ho conosciuto problemi e delusioni. E oggi ho molto rispetto per chi fa politica. La metterei in questo modo: il mio è il disincanto di chi ha capito che la propria storia con la politica s’ è conclusa. E mi accomiato elencando un insieme di problemi. Toccherà ad altri risolverli”. Il libro esce a ridosso del Congresso del Pds. Un caso? “Un caso, naturalmente”. – di SIMONETTA FIORI

I DUE VOLTI DELLA SINISTRA

Repubblica — 05 maggio 1996 pagina 11 sezione: COMMENTI

CHI HA VINTO, il 21 aprile? L’ Ulivo di Prodi e Veltroni o il centro-sinistra di D’ Alema e Bianco? Dietro quella che può sembrare una questione di lana caprina si nascondono due visioni radicalmente diverse del futuro della politica italiana, due percorsi che oggi si intrecciano nella festa per la vittoria, ma prima o poi arriveranno a un bivio. Da una parte Walter Veltroni e il suo sogno di un grande Partito Democratico che raccolga tutte le diverse bandiere dell’ Ulivo, con una fusione calda capace di liberare nuove energie. Dall’ altra il realismo pragmatico di Massimo D’ Alema, col suo progetto di riunire la sinistra – da Bertinotti a Valdo Spini – sotto le insegne di un nuovo Partito del Lavoro, tenendola però separata da un centro col quale ci si può alleare ma non fondere. Ormai è sempre più chiaro che passa in mezzo alle Botteghe Oscure, tra i due leader che due anni fa si contesero la guida del Pds, la linea di confine tra le due anime dell’ armata che ha vinto le elezioni: quella dell’ Ulivo e quella del centro-sinistra. La clamorosa adesione di Antonio Di Pietro alla squadra di governo di Romano Prodi rafforza, non c’ è dubbio, l’ immagine dell’ Ulivo come nuovo protagonista della scena politica. Come già era accaduto con Lamberto Dini, il simbolo dell’ alleanza rivela una capacità di attrazione superiore a quella dei singoli partiti della coalizione. Di Pietro è forse il testimonial più autorevole di quel sorprendente fenomeno che emerse dalle urne la notte del 21 aprile, lasciando senza parole lo stesso Berlusconi: i partiti del Polo avevano ottenuto più voti dei partiti del centro-sinistra e di Rifondazione, nella quota proporzionale, ma erano stati battuti perchè i candidati dell’ Ulivo avevano raccolto nei collegi uninominali un consenso superiore a quello della stessa coalizione che li proponeva. L’ Ulivo, insomma, ha vinto perché si è rivelato più forte della somma dei partiti che lo hanno fondato. Veltroni vi ha trovato la conferma della sua teoria sul valore aggiunto del Partito Democratico, una nuova identità politica che scomponga le vecchie appartenenze e ne attiri di nuove, esattamente come è successo con Dini, con Di Pietro e con i mille volontari senza tessera che hanno aiutato l’ Ulivo a vincere. D’ Alema non la pensa così, e non da ora. Un anno fa il segretario del Pds lo disse molto chiaramente a ‘ Repubblica’ : “La nascita di un Partito Democratico, quand’ anche fosse possibile, avrebbe il seguente effetto: sarebbe meno competitiva al centro, perché direbbero che qualche moderato è entrato nel Pds, punto, e sarebbe meno competitiva a sinistra perché Bertinotti potrebbe dire ecco, la sinistra non c’ è più. Risultato? Si perdono le elezioni. Io non sono interessato. Poi tra cinque anni, tra dieci, può darsi…”. Ecco perchè, da qui all’ autunno, D’ Alema lavorerà per trasformare il Pds in “una nuova formazione” capace di riunire, un giorno, tutta la sinistra italiana, chiamandosi – chissà – Partito del Lavoro o Sinistra Democratica. E continuerà a coltivare quello che alla convenzione milanese dell’ Ulivo lo stesso D’ Alema ha sintetizzato come “il sogno di Moro e Berlinguer”, cioè un’ alleanza tra i cattolici democratici e la sinistra riformata, il compromesso storico che non fu. Insomma, se Veltroni guarda a Clinton e a Tony Blair e al loro consenso trasversale, D’ Alema è più vicino all’ Spd di Lafontaine e al Psoe di Gonzalez, orgogliosi alfieri dell’ idea socialista. La vittoria del 21 aprile appartiene a entrambi: il primo ha saputo far emergere l’ identità nuova dell’ Ulivo, il secondo ha consegnato a Prodi la carta vincente della desistenza con Bertinotti. Ora si vedrà chi ha più tela da tessere. Veltroni parte in vantaggio, e non solo per il risultato dell’ Ulivo e per l’ arrivo di Di Pietro: avrà a disposizione, come Clinton, la vetrina del governo. Sarà – con Prodi – la proiezione visibile della coalizione. Ma dovrà stare attento a non farsi tagliare l’ erba sotto i piedi, perchè il prevedibile inaridirsi dei comitati Prodi non sarà bilanciato dalla nascita di un gruppo parlamentare dell’ Ulivo, alla quale i segretari hanno detto no. Saranno i partiti che conosciamo, dunque, a comandare il gioco in Parlamento. E questo darà forza a D’ Alema, leader del partito di maggioranza relativa, oltre che maggior azionista del governo di centro-sinistra. Ma verrà il giorno in cui Prodi e la sua maggioranza dovranno sciogliere il nodo della riforma presidenzialista, la scelta che segnerà davvero il futuro del sistema politico italiano. E forse sarà quello il giorno in cui Veltroni e D’ Alema incontreranno il loro bivio. – di SEBASTIANO MESSINA

PDS, IL ‘ RITORNO’ DEGLI OCCHETTIANI

Repubblica — 03 ottobre 1996 pagina 12 sezione: POLITICA INTERNA

ROMA – Non c’ era Occhetto, c’ erano gli occhettiani. L’ ex segretario, ora che guida la commissione Esteri della Camera, non scende in campo personalmente nella battaglia congressuale del Pds ma i suoi fedelissimi firmano il documento che può diventare la mozione anti-D’ Alema. Non la presentano ancora come tale, i 22 dirigenti della ‘ minoranza’ . Come dice Claudio Petruccioli, tutto dipende dalla relazione con cui il segretario aprirà domani i lavori del consiglio nazionale dedicato appunto al congresso di febbraio. Valuteranno, i superaffezionati della ‘ svolta’ , anche in relazione alla libertà di emendamento che sarà concessa nelle assise, se cioè ci saranno margini ampi per intervenire sulle tesi del leader del partito. Però, intanto, hanno messo in pista un documento in 39 pagine e 23 capitoli, che ha tutta l’ aria di una controrelazione, e la ‘ minaccia’ di una mozione congressuale numero due sta lì, sospesa sul cammino del Pds. Così, Michele Salvati si augura un congresso non piatto, “che sia anche divertente”, e chiede sopratutto una cosa: “Un dibattito onesto”. Da cosa nasce l’ invocazione? Dal fatto che il partito si sarebbe affrettato a seguire il D’ Alema-pensiero del viaggio americano, quello del “Welfare delle opportunità”. “MA IO conosco bene alcuni di questi personaggi – rileva Salvati – e so perfettamente che non la pensano così, e allora qualcosa non va…”. C’ è Carlo Rognoni, vicepresidente della Camera, che teme “un congresso di parata” e dunque vuole un confronto “autentico”. Ed Enrico Morando, che sollecita al Pds “cessioni di quote di sovranità”. Gli occhettiani sono pronti a mettere il pepe nell’ appuntamento di fine febbraio. Ce n’ è per il segretario (“un po’ ondivago”, lo definisce Antonello Falomi, ‘ restituendo’ la croce che portava l’ ex segretario) ma anche per Veltroni: il rapporto fra i due sembra un gioco delle parti alla minoranza della Quercia. Prendiamo, nota Petruccioli, le relazioni con Rifondazione: chi oggi non si voleva piegare al diktat di Bertinotti (cioè D’ Alema), due mesi fa sottolineava con forza la presenza di Rifondazione alla maggioranza dell’ Ulivo. Proprio il contrario di quel che ha fatto Veltroni. Gli occhettiani perciò, sganciati dal vicepresidente del Consiglio, la battaglia congressuale se la faranno da soli. Battaglia che prevede due punti di attrito con la maggioranza: la Cosa 2 e le riforme. Non piace il progetto dalemiano del partito della sinistra riformista. Claudia Mancina e Giulia Rodano lo ribadiscono: non si può tagliare fuori la sinistra cattolica, liberale. Insomma, si deve partire dall’ Ulivo, per andare oltre. La formula è la seguente: “Far uscire dal bozzolo dell’ Ulivo la farfalla di un nuovo soggetto politico”. Partiti e coalizione possono convivere. Come? Anche con “il doppio tesseramento”. C’ è un piccolo problema, nella linea della minoranza pds: il Ppi non ne vuole sapere di lasciare il bozzolo. Quanto alle riforme, gli occhettiani propongono l’ elezione diretta del premier, e le primarie per la scelta dei candidati, “l’ unico modo” per uscire dalle contrattazioni fra le forze politiche. Con l’ idea, infine, di far sparire anche il termine socialista. Una contraddizione con la fresca nomima di D’ Alema a vicepresidente dell’ Internazionale? “Ma se ero io – sorride Petruccioli – che fra lazzi e battute bussavo qualche anno fa alla porta di Craxi per il placet all’ ingresso del Pds nell’ Internazionale…”. – u r

PACE  D’ ALEMA – VELTRONI, OCCHETTO FURIOSO

Repubblica — 06 novembre 1996 pagina 15 sezione: POLITICA INTERNA

ROMA – Si sono incontrati di buon mattino, D’ Alema e Veltroni, e hanno deciso che la partita del congresso per il momento si concluderà con un pareggio. Occhetto non ci sta, puntava ad una spaccatura, attacca: “D’ Alema getta al macero le sue idee, per lui conta solo il potere”. Replica il segretario “è doloroso che si arrivi agli insulti personali”. Ma leader e numero due del partito dietro le quinte siglano l’ armistizio. Il vicepresidente del Consiglio sottoscrive, insieme a tre ministri e al capogruppo dei deputati Mussi, l’ emendamento degli occhettiani per il congresso: no al partito socialdemocratico, se Cosa 2 deve essere, allora partiamo dall’ Ulivo. La coalizione non è solo un cartello elettorale ma un “soggetto politico autonomo”, e il Pds si dia da fare per crearne le strutture (convenzioni locali, nazionale, primarie…). Un bel gol per Veltroni, che si trascina dietro mezza squadra di governo: Visco, Bersani, Berlinguer (è in viaggio all’ estero ma ci sta), Fassino e molti colonnelli del partito. Ma D’ Alema disinnesca il pericolo, e mette nel sacco il pallone del pareggio. In contropiede: va bene, accetto l’ emendamento ‘ ulivista’ , lo inserisco nella mia mozione congressuale e così non sarà messo in votazione… E a siglare il compromesso, ecco la frase chiave che i due decidono di inserire all’ ultimo momento nella versione definitiva del testo. L’ Ulivo, recita l’ emendamento, non è stato finora una vera alleanza di governo, ha pesato una concezione da cartello solo elettorale, “anche in ragione del fatto che l’ Ulivo non ha ottenuto da solo la maggioranza, il patto stabilito rischia di essere ricondotto alla mercè del veto dei partiti”. Insomma, nella squadra di governo si accusano troppo i contraccolpi delle guerre fra le forze politiche ma è un prezzo quasi inevitabile visto che bisogna fare i conti anche con Rifondazione. Risolto il contenzioso, può diventare ufficiale l’ annuncio che tardava, alimentando un piccolo giallo in Transatlantico. Sì, Veltroni mette la sua firma accanto a quella di Occhetto e dei 21 occhettiani, e il segretario però può subito dopo comunicare che accoglie il principio dell’ “Ulivo strategico” perché non è alternativo alle sue tesi. Ma poi parte la battaglia delle ‘ rivendicazioni’ . Dal fronte veltroniano mettono in evidenza che Walter ha portato a termine con successo una lunga iniziativa condotta dentro il partito. La Cosa 2, partita quasi come la ‘ summa’ degli eredi di Occhetto e di Craxi, ora diventa un’ altra cosa. Non solo. Adesso, in pieno dibattito sulla Bicamerale e relative tentazioni di larghe intese con Berlusconi, riconoscere come strategico il progetto Ulivo vuol dire mettere una rete di protezione sotto Palazzo Chigi. Senza contare che appena il 4 ottobre scorso, in consiglio nazionale il segretario aveva bocciato come “irricevibile” il documento degli occhettiani. D’ Alema allora ha cambiato d’ improvviso linea? Macchè, spiegano i suoi uomini. Un mese fa proposero nientemeno di far partecipare pure i popolari al congresso della Quercia, ora il ‘ taglio’ è diverso, e quindi si può accettare. Anche per fare un favore a Veltroni, in difficoltà come sostenitore dell’ Ulivo a non firmare l’ emendamento. Con battuta al veleno attribuita al segretario: “C’ è chi va in giro a raccogliere emendamenti, e intanto il governo va sotto perché manca il numero legale”. Qualcosa però, per gli occhettiani, è davvero successo. L’ emendamento, dice Enrico Morando, è tutt’ altra cosa rispetto alla mozione del segretario, “diciamo che la discussione è servita un po’ a tutti a cambiare idea…”. – di UMBERTO ROSSO

PDS, E’ BATTAGLIA SUI NUMERI ‘D’ ALEMA, SIAMO PIU’ FORTI’

Repubblica — 17 gennaio 1997 pagina 22 sezione: ATTUALITA’

ROMA – La battaglia dei numeri, per il congresso, è cominciata. Minoranze interne da una parte, direzione del partito dall’ altra. Occhettiani e sinistra pds, ciascuno per conto proprio, fanno i conti e gongolano: i nostri emendamenti vanno alla grande, meglio del previsto, la base si fa sentire e la linea D’ Alema non passa così liscia come il segretario vorrebbe. E in più, l’ ulivista Augusto Barbera saluta quella che considera una vittoria della corrente occhettiana: nello statuto del Pds ci sarà posto per le primarie, “la scelta dei candidati non passerà più attraverso la disciplina di partito”. La sinistra del partito, intanto, sbandiera la vittoria nel congresso di federazione di Macerata: lì l’ emendamento congressuale che porta il numero 3, cioè quello che dice di no ai tagli dello Stato sociale, ha conquistato il 60% dei voti. E in tutta Italia, la proposta alternativa presentata dai comunisti democratici viaggierebbe fra il 30 e il 40%. “D’ Alema e il congresso – dice Gloria Buffo – non potranno non tenerne conto. Il segretario non deve temere la discussione interna”. Conseguenze non da poco, per la linea del leader di Botteghe Oscure. Visto che il progetto della sinistra prevede riduzione dell’ orario di lavoro, salario minimo garantito, niente tagli per pensioni e sanità. Ovvero, più dalla parte di Rifondazione che di Prodi. Peccato che i numeri per i vertici del Pds siano, più o meno, di fantasia. Non ci sono ancora, dicono, cifre attendibili sull’ esito dei congressi. Siamo alla prima fase della tornata, ai congressi di sezione, ottomila in tutto, soltanto metà dei quali si sono già conclusi. Seguiranno congressi di federazione (fra il 24 e il 31 gennaio) e congressi regionali (fra il 7 e il 15 febbraio). Da dove saltano fuori allora le ‘quote’ congressuali? Le fonti sono le stesse minoranze, non proprio al di sopra delle parti. Con Marco Minniti, coordinatore della segreteria, che assicura: “La mozione del segretario ha avuto, nei congressi che finora si sono svolti, una larghissima adesione”. Percentuale? Nessuna, basta la parola, perché ufficialmente dalla commissione congressuale di Botteghe Oscure non esce un solo dato sull’ andamento dello spoglio congressuale. Bisogna aspettare la conclusione del dibattito. Anche perché pur essendo ormai a metà percorso, al giro di boa, per una serie di ritardi il dato aggregato si ferma al 20 per cento delle sezioni. Il silenzio alimenta così le veline, le stime ufficiose, i dati che rimbalzano da telefono a telefono. “Botteghe Oscure non deve pensare a chissà quale giallo – commenta l’ occhettiano Enrico Morando – i dati di cui disponiamo arrivano in modo molto semplice”. Un paio di ragazzi, a Roma, in contatto con le sezioni più importanti e che coordinano l’ afflusso dei risultati, i simpatizzanti della corrente che fanno da ‘trombettieri’ dei congressi: così è stato fatto il punto sulla navigazione delle assise. L’ ‘autocertificazione’ degli occhettiani attesta che l’ emendamento sulle riforme istituzionali supera il 20 per cento. Morando: “Dicevano: ma chi sono queste quattro pulci, che vogliono? Ecco, è la dimostrazione che ci hanno sottovalutato”. E dire, spiega sempre il senatore pidiessino, che la partita non sarebbe stata giocata proprio ad armi pari: la loro proposta ha, “stranamente”, raccolto fino al 30% in alcune sezioni e zero assoluto in altre. Spiegazione: “Non ci hanno consentito di mandare qualcuno dei nostri ad illustrare, dall’ esterno, l’ emendamento nelle sezioni scoperte”. Minniti dà un’ altra chiave di lettura, se piovono astensioni è dovuto al fatto che fra i documenti in votazione “non c’ è divaricazione di progetti politici”. La sinistra pds, infine, mette in risalto un altro risultato: i voti all’ emendamento che apre a Rifondazione, presentato dal senatore Giorgio Mele (30 per cento a Torino, stessa quota a Roma, 50 a Macerata). Così, incrociando questo risultato con i consensi allo Stato sociale, vien fuori un Pds più attento a Bertinotti che al centro… – Umberto Rosso

PDS, CONGRESSO ‘MONARCHICO’

Repubblica — 02 febbraio 1997 pagina 7

ROMA – Ultimi appuntamenti in vista del congresso nazionale del Pds che si terrà a Roma dal 20 al 23 febbraio. Oggi ad Arezzo e Napoli, e la settimana prossima a Genova, si chiude la lunga serie di assise di federazione (alla fine saranno state ben 119 per un totale di 688 mila iscritti). Domani mattina, a Botteghe Oscure, assemblea nazionale dell’ area della giustizia della Quercia, presente – con Pietro Folena – il ministro Flick; mentre, al centro congressi Frentani, sempre domani si terrà l’ assemblea nazionale degli ambientalisti del partito, presenti tutti i firmatari dell’ emendamento ‘verde’ che nel dibattito precongressuale ha ottenuto il maggior numero di consensi (45 per cento). Emandamenti a parte, a farla da padrone, ovviamente finora è stata la mozione congressuale del segretario D’ Alema, firmata anche da Veltroni, che avrebbe il 98 per cento dei consensi. Questi i dati – ancora parziali – sugli emendamenti che hanno riscosso il più alto numero di voti: Cara sinistra (Sinistra giovanile) 41 per cento; Una sinistra rinnovata (Izzo) 32; Un partito moderno 28; Per una coscienza (Tonei) 28; Welfare (Buffo) 25; La sinistra e il Welfare (Giannotti) 18; Politica e giustizia (Occhetto) 18.

BOLOGNA – Sarà pure una battuta, quella sentita qui a Bologna e che ironizza intorno al “primo congresso monarchico” del Pds: ma certo viene da chiedersi che congresso è un congresso che non discute il leader “perche leader che vince non si cambia”; che non procede a conte interne per l’ assenza di documenti alternativi a quelli del segretario; che non vedrà scontri di linea perche dopo mesi di baruffe il Pds ha scoperto che il Partito socialdemocratico non è alternativo al rafforzamento dell’ Ulivo; e che, infine, sarà aperto non da una relazione del segretario ma da un intervento dell’ uomo (Veltroni) che fino a ieri era indicato come la sua unica, possibile alternativa. Può darsi che la colpa non sia di nessuno, se la faccenda – qui a Bologna, ma presumibilmente anche altrove – ha preso la piega che ha preso. Può darsi, cioè, che non c’ entrino – se non marginalmente – i timori di Veltroni o le furbizie di D’ Alema, l’ impotenza di Occhetto o i soliti trucchi precongressuali. Ma se è così, se la colpa – insomma – è di tutti e di nessuno, forse è ancora peggio. E quanto accade, in fondo, testimonia soltanto l’ ineluttabile inutilità (e il discorso non riguarda solo il Pds, naturalmente) di certi congressi al tempo della Seconda Repubblica: al tempo – cioè – della telecrazia e dei “lider maximi”, dove i congressi sono le elezioni e chi le perde va a casa e chi vince resta in sella, e dove l’ efficacia di un segretario spesso si misura con l’ audience in tv. E allora è per questo, forse, che il congresso del Pds di Bologna si srotola per tre giorni sospeso tra vecchio e nuovo, risultando la copia sbiadita di un congresso di quelli del tempo che fu. D’ altra parte, se non ci credete, provate a immaginare voi che tensione ci può essere quando il documento congressuale di D’ Alema viaggia col 98,8 per cento dei consensi (e non pensiate che il restante 1,2% sia fatto di oppositori, perche alcuni si sono astenuti e solo lo 0,1% è catalogabile tra i contrari); quando non verranno eletti i nuovi dirigenti provinciali (perche il tutto è rinviato di qualche mese); e quando, infine, i delegati al congresso nazionale verranno votati con alzata di mano su lista bloccata. Resta da chiedersi – fatte salve le condizioni oggettive di cui dicevamo prima – se era davvero inevitabie che andasse precisamente così, se è seriamente sostenibile, cioè, che nel Pds non vi siano posizioni politiche diverse da quelle del segretario e se – per dirne una – intorno intorno all’ idea ed al futuro dell’ Ulivo le tesi di D’ Alema e di Veltroni siano poi davvero meno distanti, per esempio, di quelle di Marini e Castagnetti: che pure si sono giocati la segreteria del Ppi proprio su una questione così. Claudio Petruccioli, deputato di Bologna, accoccolato su uno dei divanetti del palazzo dei Congressi, conferma la presenza di una certa dose di ipocrisia: “E’ del tutto evidente che tra D’ Alema e Veltroni ci sono differenze di fondo: il loro errore, in questo congresso, è aver deciso di far finta che non sia così”. E Gianfranco Pasquino, uno dei pochi astenuti sul documento congressuale del segretario, offre una possibile spiegazione – dal punto di vista, diciamo così, della minoranza – al poco credibile clima di totale unanimità: “Noi avevamo un problema: che D’ Alema voleva andare ad uno scontro non solo di mozioni ma anche di leader, e noi un leader alternativo non l’ avevamo, perche Occhetto non è spendibile e Veltroni si sta comportando come un’ anguilla”. Che poi, sottotraccia (e con la prudenza dovuta al fatto che, alla fine, voteranno tutti un unico documento) non è che l’ esistenza di problemi locali e nazionali non faccia comunque capolino tra un intervento e l’ altro. Ed è sorprendente scoprire come oggetto di polemica siano, qui a Bologna, grosso modo le stesse questioni che dividono a Roma. In testa a tutte, il rapporto tra il Pds e l’ Ulivo; quindi, gli amici-nemici di Rifondazione; infine, una crescente insofferenza verso un certo modo eccessivamente autonomo di governare (qui di Vitali, a Roma di Prodi) da parte di uomini ai quali – secondo alcuni – “l’ elezione diretta ha dato alla testa”. Con chi ce l’ ha, per esempio, Nerio Bentivogli, leader dei Comitati Prodi bolognesi, quando va alla tribuna del Congresso e punta l’ indice? “L’ eccesso di orgoglio di partito – dice – può indebolire l’ Ulivo e ostacolare il governo. Capisco che forse la maggioranza di voi non vuol nemmeno sentir parlare di Ulivo ed ha voglia di far fare a quelli come me la fine del grillo parlante. Ma attenti, un epilogo così sarebbe rovinoso per tutti”. Ce l’ ha, in tutta evidenza, col segretario pidiessino di Bologna, Ramazza, un dalemiano che nella relazione introduttiva aveva lamentato una certa “distanza” tra la giunta comunale e la Quercia, chiedendo al Pds di “essere un passo avanti rispetto all’ amministrazione”. E proprio come in alcune discussioni “romane” tra D’ Alema e Veltroni intorno a certa eccessiva autonomia di Prodi, a Ramazza ha risposto dalla tribuna Pasquino: “Non condivido la teoria del passo avanti. I partiti non sono più il traino dei governi e delle giunte: il sindaco è stato scelto dai cittadini e dunque ha il diritto-dovere di agire e di rispondere a loro”. Insomma, non è che in casa pidiessina argomenti e motivi per discutere e magari dividersi – portando in chiaro le differenze – non ve ne fossero e non ve ne siano. Solo che è stata fatta una scelta differente. La potenziale minoranza della Quercia, ha deciso la via del congresso unitario perche Veltroni ha rifiutato di vestire i panni dell’ anti-D’ Alema, e altri leader in grado di farlo non ce ne erano; e il segretario, d’ altra parte, non ha insistito nel cercare la contrapposizione col vicepresidente del Consiglio per evitare, come giurano a Botteghe Oscure, che il congresso del maggior partito di governo (un tempo era la Dc) avesse il solito corollario: e cioè, la crisi del governo. Tutto vero. Tutto comprensibile. E tutto, come detto, forse inevitabile. Ma se al tempo della Seconda Repubblica i partiti non sono più quelli di prima, se navigano dal vecchio verso il nuovo e se la loro sovranità – insomma – è in qualche modo limitata, allora forse è il caso di ripensare cosa devono essere i congressi di partiti così. Perche, in fondo, può essere più utile vincere col 51% e discutendo davvero, piuttosto che con un’ unanimità sotto la quale nessuno sa che cosa c’ è… – Federico Geremicca

PDS, GLI ULIVISTI RIAPRONO LE OSTILITA’

Repubblica — 26 agosto 1997 pagina 7

ROMA – Gli ulivisti sono stati i più rapidi. Sull’ onda dell’ affondo di Asor Rosa al segretario che soffoca il partito, hanno recuperato l’ idea che era rimasta nel cassetto delle ferie: fra qualche settimana, al massimo alla fine di settembre, Petruccioli e compagni si ritroveranno insieme in un convegno di corrente sulla ‘democrazia nei partiti’ . Dove partiti sta sopratutto per Pds, e democrazia per gestione D’ Alema. Pronti, gli ulivisti, a riprendere la battaglia in vista dell’ assemblea congressuale del 10 ottobre a Napoli (sulla sede però c’ è ancora qualche dubbio, causa costi). “Se non c’ è un gruppo dirigente e se non c’ è più nemmeno un partito – osserva il portavoce della corrente, Maurizio Chiocchetti – possibile che sia solo per una ‘distrazione’ del segretario, troppo impegnato in altro? Via, le responsabilità sono anche di D’ Alema”. Ma Mauro Zani, uomo del segretario, avverte: non si governa il partito col bilancino delle correnti. Ha una proposta: “Nell’ esecutivo, solo la maggioranza. Nel comitato politico invece spazio alla minoranza.

Diranno che così voglio farli fuori, ma non è vero. E’ l’ unico modo per giocare con chiarezza”. La maggioranza dalemiana, per ora, non pensa a grandi raduni per serrare le fila. “Sì, un momento di riflessione della nostra componente, prima dell’ assemblea congressuale, va fatto. Ma penso ad una cosa non vasta. Per una questione di correttezza”. Perchè, spiega ancora Zani che con Folena coordina la maggioranza, se chiamano a raccolta il gruppone “sarebbe come anticipare di fatto il congresso, visto che abbiamo l’ 80 per cento del partito, e il 90 per cento dei segretari di federazione sta con noi. E non sarebbe giusto, fare in pratica un pre-congresso, rispetto alla minoranza”. Forse sta qui il paradosso del Pds. Del partito che ha dato via libera alle componenti ma che si ritrova quasi tutto all’ ombra del capo, e con il gruppone dalemiano che dà spazio alle correnti con questa sorta di ‘autoregolamentazione’ . Un effetto comunque Asor Rosa l’ ha avuto, ridare fiato a ulivisti e sinistra, riaprire la battaglia per quanto impari fra le anime della Quercia. Così, la sinistra ha già in mente su che cosa puntare, a Napoli. Se D’ Alema teorizza una ‘democrazia di mandato’ forte, per cui il segretario eletto direttamente dal congresso deve avere grande libertà di manovra, l’ ala più dura della Quercia pensa proprio di rimettere in discussione quel principio, che darebbe troppi poteri al leader. Gloria Buffo: “D’ Alema dice: lasciami lavorare, se sbaglio pago, e al congresso cacciatemi. Non è così. Perchè, insieme al segretario, pagherebbe tutto il partito. Come ha dimostrato, sia pure in altro contesto, la storia del Psi e di Craxi”. Allora? Allora basta con la democrazia di mandato, che “deprime i gruppi dirigenti”, che porta ad una “torsione personalistica”, meglio “federarsi di più e discutere di più”. Gli ulivisti, per dimostrare la tesi del segretario pigliatutto, tracciano la radiografia del vertice pds.

Rappresentanti parlamentari? Selezionati in fretta, il 21 aprile scorso, e male. L’ esecutivo? Troppo ampio, non funziona. E non funziona nemmeno il comitato politico, che si riunisce poco, e con quel mix di dirigenti del partito e capigruppo parlamentari. La conseguenza? “E’ che alla fine – sostiene Chiocchetti – contano solo il segretario e i suoi uomini piazzati nei posti-chiave”. La replica arriva da Zani. Primo: gli organismi dirigenti sono stati scelti tutti quanti insieme, “se no, parliamoci chiaro, le minoranze non avrebbero avuto neanche i numeri”. Secondo: ci può anche essere un problema di rodaggio, visto che – novità – è stata cancellata la segreteria. Ma il problema vero è un altro: il rischio di tanti partitini. Perchè “oggi manca una cultura politica omogenea dentro il partito”, c’ è un abisso fra l’ ulivista e il dalemiano, nel Pds della Seconda Repubblica. – Umberto Rosso

VELTRONI: SFIDA SUL WELFARE

Repubblica — 21 febbraio 1997 pagina 4

ROMA – Flessibilità. Eccola la parola d’ ordine di Walter Veltroni, nel “suo” giorno al congresso, quando sale sull’ agorà bianco, rosso e D’ Alema, ad aprire i lavori della convention del Pds. Sceglie stavolta la “sua” platea, il suo partito, e non gli imprenditori come qualche mese fa aveva fatto a Capri, per lanciare la sfida. Messo in slogan il messaggio si può tradurre così: lo Stato sociale non si abbatte ma si cambia. “Non vogliamo tagliarlo, ma vogliamo uno Stato sociale più giusto”. Veltroni picchia duro. Flessibilità “nelle retribuzioni e nell’ occupazione”. Al Nord e soprattutto al Sud. E se la sinistra non si decide a prendere in mano questa grande riforma, “sarà travolta dai processi reali, come spesso è successo nella storia”. Mette i sindacati di fronte ad una scelta, “devono avere il coraggio di rischiare”. Va allo scontro con la sinistra del partito, che proprio sullo Stato sociale farà le barricate, come fa capire Gloria Buffo. E quanto a Bertinotti, l’ intenzione è di stanarlo, convincerlo a firmare quel “patto col governo” che il vice-premier ancora persegue. Conviene partire da qui, dall’ offensiva sul Welfare lanciata da Veltroni, per riassumere la prima giornata delle assise della Quercia. Perché, in un congresso in cui lo scontro è spesso “cifrato”, risulta la parte più visibile, della battaglia. Sul partito, Walter poi sfuma, allude, va sottotraccia: lo scontro con D’ Alema c’ è – sul ritorno del proporzionalismo, sull’ Ulivo, sulla Cosa 2, su Berlusconi – ma procede per piccoli strappi, per segni da interpretare. Un pugno di velluto in un guanto di ferro. Si rovescia il vecchio detto e così si illuminerà meglio ciò che va in scena al Palaeur. Nel guanto di ferro del congresso bulgaro, si scambiano pugni che non possono che essere lievi, vellutati. Almeno sotto i riflettori. Chi se l’ aspettava, per esempio, un D’ Alema così buonista. Tanto da far dimenticare che, nel Pala-Tempio, è nello stesso momento segretario uscente, presidente di turno del congresso, segretario da rieleggere con il 98 e passa per cento di consensi e presidente della Bicamerale. Ma la foto-ricordo di questa prima giornata, quella da copertina, è il segretario che bacia e abbraccia Achille Occhetto il Vinto, “non ci fosse stato lui, non saremmo stati qui”, officia il leader davanti ai mille delegati che applaudono commossi. Chi poteva prevedere tanti buoni sentimenti, sotto gli occhi di tutti i leader poi, da Berlusconi a Bertinotti a Fini, per Veltroni il Rivale: “Sappiate che niente potrà cancellare la nostra amicizia”, celebra il grande capo mentre sciabolate di luci tardo-psichedeliche tagliano il buio della sala. Buio che fa impazzire i fotografi che non riescono a mettere a fuoco nulla, recintati come sono a 20 metri dal palco, nella stessa “gabbia” che tiene lontani i giornalisti. La vera grana per il congresso perciò scoppia fuori, con i documenti di protesta dei cronisti. Nell’ agorà calma piatta. Ci provano in serata a scuotere il clima le minoranze. Tortorella, sinistra, che contesta l’ elezione diretta del segretario. Macaluso, patriarca dei miglioristi, se la prende invece con Veltroni, “ha fatto propaganda di governo”. L’ ulivista Petruccioli spiega perchè non hanno presentato una mozione alternativa, “in questo clima sarebbe sembrata solo una contrapposizione”. Folena difende D’ Alema, “non è né Saragat, né De Gaspari, né Ugo La Malfa”. Anna Finocchiaro rilancia il femminismo, che nel partito manca. Finisce che rimane soprattutto quella parola, flessibilità. “Per anni – dice Veltroni – abbiamo creduto che significasse soltanto libertà di licenziamento, la difesa dei posti di lavoro esistenti è stata la bandiera della sinistra”. Non è più così? Il fatto è che si sono aggiunti “altri doveri”. I posti di lavoro “non piovono dal cielo”, li creano le imprese private (addio al mito dello Stato imprenditore) e le imprese adottano tutte quante “modelli flessibili”. Ecco allora rotto il tabù: “I salari devono essere collegati ai livelli e all’ andamento della produttività”.

Vuol dire, per Veltroni, che il lavoro interinale o i contratti d’ area non vanno considerati inaccettabili, “non si può sacrificare ad un principio astratto di uguaglianza la necessità di dare un lavoro per quindici mesi ad un giovane di 25 anni”. La riforma dello Stato sociale si può e si deve discutere con tutti in Parlamento ma attenzione, e attento anche D’ Alema: la maggioranza non si cambia, “lo hanno scritto gli elettori”.

BOX

Cofferati irritato dall’ intervento di Veltroni MA LA CGIL SCENDE SUL SENTIERO DI GUERRA ROMA – Una lite in famiglia, fra Cgil e Pds, che potrebbe precipitare in un clamoroso divorzio se il sindacato decidesse di trasformare la manifestazione di piazza indetta il 22 marzo a Roma per l’ occupazione in uno sciopero generale contro il governo e la sua “manovrina”. Se ne saprà di più oggi, quando Sergio Cofferati parlerà al congresso della Quercia, ma già ieri le battute lapidarie con cui il leader della Cgil ha liquidato l’ intervento di Walter Veltroni, hanno rivelato una frattura di portata senza precedenti fra sindacato e partito. Non solo Cofferati “non ha cambiato idea” sul fatto che l’ annunciata manovra-bis sia “incomprensibile e pericolosa”, ma dopo aver sentito Veltroni il suo malumore è salito alle stelle. Al punto – dice uno dei segretari confederali della Cgil Walter Cerfeda – che le ragioni di uno sciopero generale si sono moltiplicate. “Si rivolga a Bertinotti” risponde Cofferati al vicepresidente del Consiglio che esorta il sindacato a superare “resistenze e conservatorismi”; quanto all’ ipotesi che la manovrina passi con una diversa maggioranza parlamentare, il segretario generale si limita a replicare “non credo proprio”. Del discorso di Veltroni il leader della Cgil non salva praticamente nulla: irritanti i richiami agli esempi rappresentati dai suoi predecessori, Luciano Lama per la svolta dell’ Eur e Bruno Trentin per l’ accordo con il governo Amato nel ’92; indigeribile l’ affermazione che i salari vanno legati agli utili aziendali; per non parlare dell’ idea di salari flessibili e di tagli allo Stato sociale, considerati in Cgil vere e proprie eresie. Non sembra, peraltro, che si tratti di uno scontro personale e quindi circoscritto. In una intervista a Panorama Cofferati prende di petto la linea portata avanti da Massimo D’ Alema: il segretario del Pds è in “errore” quando sostiene che un sindacato moderno deve accettare una riduzione delle garanzie di chi è dentro il sistema del lavoro, per favorire chi ne è fuori. Un modo per prendere le distanze anche dalla Cisl guidata da D’ Antoni che è invece favorevole a salari differenziati al Sud, combinati a forme di flessibilità nel mercato del lavoro. Il segretario generale della Cgil è inoltre convinto che il sindacato debba fare “un passo indietro” anche sulla politica di concertazione, “circoscrivendola a specifiche materie e riducendola ad un confronto preventivo fra le parti”. – Umberto Rosso

Cosa 2, Amato attacca il Pds

Repubblica — 17 gennaio 1998 pagina 17 sezione: POLITICA INTERNA

ROMA – D’ Alema vorrebbe chiamarlo Pds-Sinistra democratica, ma i cristiano-sociali i repubblicani e gli ex socialisti che dovrebbero starci dentro sono piuttosto seccati del fatto che si tratti di un nome così poco democratico, invece, dove il Pds resta il Pds e tutti gli altri si aggregano e si chiamano Sinistra. Gli ex socialisti, sono specialmente seccati: avevano pensato o sperato a un “Socialisti europei“, o qualcosa di simile. Più di tutte pesano le parole di Giuliano Amato, che del nuovo partito della sinistra che nascerà a metà febbraio a Firenze dalla Cosa 2 avrebbe dovuto essere un padre fondatore. Dice Amato, che comunque a Firenze ci sarà: “C’ è forse la vergogna di chiamarsi socialisti? Se c’ è anche solo un filo di vergogna a parlare del mio passato perché lo si ritiene sconveniente, ciò mi provoca un disagio personale e politico tale per cui un progetto politico comune non mi interessa”. Amato parla alla presentazione del libro “Da cosa non nasce cosa” di Emanuele Macaluso e Paolo Franchi. A proposito del Pds, dice: “C’ è qualcosa che non quadra. Non è che nel passato c’ era chi era nobile e chi era ignobile perché se i socialisti hanno fatto degli errori, come io ho puntigliosamente ammesso per un anno, quello comunista è stato l’ errore più colossale del XX secolo. Allora, ci vuole un chiarimento. Non si può cancellare la propria storia”. Il finanziamento illecito, per esempio: “Io ho ammesso le responsabilità del Psi, quelle individuali e quelle collettive. Il Pds incassa e basta. Sul finanziamento illecito: anche il Pci lo ha fatto, sebbene nessuno si sia arricchito. Allora o siamo accomunati nella vergogna, oppure perché il mio compagno Moroni è ancora in croce?”. Mentre il clima politico si riscalda Botteghe Oscure vara una fondazione che, dai primi di febbraio, dovrebbe costituire il possibile think tank della Cosa 2. “Nei nostri piani – assicura Giorgio Ruffolo, uno dei promotori – non c’ è assolutamente fare dell’ accademia, ma confrontarci in modo aperto con le sfide del mondo contemporaneo al di là della politica del day by day”. Il primo appuntamento è per il 2 febbraio al San Michele di Roma. E anche se il comitato promotore tiene ancora stretti molti nomi, il parterre promette di essere di primissimo ordine. Della partita saranno sicuramente gli eurodeputati Andrea Manzella, Giorgio Ruffolo e Furio Colombo, assidui alla riunioni preparatorie come Alfredo Reichlin e Beppe Vacca. Pietro Folena – che segue direttamente l’ iniziativa per conto di Botteghe Oscure – ha trascorso due settimane in California nel tessere ed ampliare la rete di contatti con gli ambienti universitari americani. E dal Pds si lasciano sfuggire che all’ impresa sono interessati alcuni Nobel, italiani e no: il che lascia pensare a un ruolo di Carlo Rubbia nell’ operazione, mentre da Yale Joseph La Palombara ha già confermato di seguire con interesse.

RATZINGER ‘SDOGANA’ IL PDS

Repubblica — 02 aprile 1997 pagina 15 sezione: ATTUALITA’ ROMA – L’ ex Sant’ Uffizio “benedice” il Pds di Massimo D’ Alema. Detta così, a prima vista, sembrerebbe uno dei più classici pesci d’ aprile. E invece, no. L’ inaspettata benedizione per la Quercia arriva dal custode dell’ ortodossia cattolica, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’ ex Sant’ Uffizio, appunto. L’ autorevole placet, che suona come un vero e proprio sdoganamento vaticano sancito per il partito di D’ Alema, è contenuto nel libro-intervista di Ratzinger Il sale della terra uscito il novembre scorso in Germania e che tra pochi giorni sarà distribuito in Italia dalle Edizioni San Paolo. Coautore del volume, scritto in occasione del settantesimo compleanno del cardinale, è Peter Seewald. Lo scrittore pone al porporato una lunga serie di domande sulla vita della Chiesa universale alle soglie del terzo millennio e sulla Chiesa italiana alla luce della sua ventennale esperienza episcopale. Un breve capitolo del libro (una sintesi è stata anticipata ieri dall’ Adn Kronos) è dedicato anche alla situazione politica del nostro paese, nei confronti della quale Ratzinger formula alcune valutazioni a dir poco sorprendenti, specialmente per le parole pronunciate sul Pds, giudicato, sostanzialmente, in chiave positiva. Ad esempio, prende atto, il porporato, della presenza “trasversale” dei cattolici in tutti i partiti e si compiace del Pds “postcomunista” che, fa capire il responsabile dell’ ex Sant’ Uffizio, non impedirebbe più ai credenti che militano al suo interno di difendere le più importanti tematiche morali tanto care alla Chiesa, a partire da aborto, eutanasia e contraccezione. Non solo. I militanti cattolici del Pds, sempre secondo quanto dichiarato da Ratzinger nel suo libro-intervista, potrebbero contribuire, assieme ai credenti sparsi nelle altre formazioni politiche, alla formazione di “una unità di fondo” su tutte le questioni etiche. Differente il giudizio espresso per Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti, un partito visto dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ancora “ancorato” a vecchi princìpi marxisti, e per questo poco affidabile per la Chiesa cattolica. A queste considerazioni, sicuramente destinate a sollevar discussioni e polemiche sia tra i cattolici che tra i partiti, il cardinal Ratzinger arriva partendo da una riflessione sull’ unità politica dei cattolici “fallita”, nota il porporato, malgrado sia stata fortemente voluta dalla Cei (Conferenza episcopale italiana). In conseguenza di quel fallimento, puntualizza Ratzinger nel libro-intervista, la Cei “oggi si è ritirata nella neutralità politica e considera come un nuovo obiettivo il fatto che i cristiani siano presenti trasversalmente – come si usa dire qui – in tutti i partiti, lavorando concordemente nelle questioni etiche” al di là dei rispettivi schieramenti politici di appartenenza. In sostanza, spiega Ratzinger, su morale sessuale, aborto, indissolubilità del matrimonio, bioetica, scuola cattolica e contraccezione, i vescovi italiani non chiedono di meglio che i cristiani presenti nei vari partiti possano dar vita ad un “consenso politico nuovo di fondo, al di là delle divisioni tra partiti”. “E lei, eminenza, un simile consenso lo sosterrebbe?”, chiede l’ autore del libro-intervista. “Sì – risponde senza esitazione Ratzinger – se riesce, ripeto, troverei anche molto bello che sulle questioni etiche, al di là delle differenze partitiche, possa sorgere una unità di fondo” tra tutti i cattolici impegnati in politica. “Anche con i comunisti?”, insiste l’ intervistatore. E Ratzinger: “In ogni caso un simile consenso potrebbe esserci anche nel Pds post-comunista. Rifondazione Comunista resta ovviamente ancorata ai princìpi marxisti”. E pertanto non meritevole della “benedizione” dell’ ex Sant’ Uffizio. Bertinotti è avvisato. – Orazio La Rocca

Pds – Rifondazione, non c’ e’ pace a sinistra

Cossutta: con una nuova legge elettorale noi perderemmo molti deputati, Botteghe oscure perderebbe le elezioni riconsegnando il paese alle destre . Oggi Bertinotti incontra il leader della Quercia che accusa i neocomunisti: culturalmente inesistenti Tra i punti di scontro tra Prc e governo anche le privatizzazioni Enel e Eni: stiamo cercando di raggiungere un compromesso che non sia un pasticcio, ma non sara’ facile ROMA – Si riaccende il duello a sinistra. Massimo D’Alema, in una riunione a porte chiuse, accusa Bertinotti e Cossutta di avere, sulle riforme istituzionali, una posizione “culturalmente inesistente”, perche’ “paragonare l’elezione diretta alla monarchia, come ha fatto Armando Cossutta nel suo intervento in aula, e’ assurdo”. Appena le agenzie di stampa battono la notizia, riferita da alcuni deputati del Pds che hanno partecipato a una riunione riservata col segretario, Cossutta risponde per le rime: “D’Alema dovrebbe sapere che e’ stato un grande presidente francese, Mitterrand, ad affermare che la Repubblica presidenziale corrisponde a una monarchia elettiva, e io mi sono limitato a riprendere la sua frase”. Fausto Bertinotti incontra oggi Massimo D’Alema, su richiesta di quest’ultimo, ma le polemiche di queste ore rischiano di rendere il colloquio burrascoso. Ieri, prima che le agenzie di stampa rilanciassero le accuse di D’Alema, Bertinotti aveva lodato le ultime mosse del segretario del Pds: “Col suo discorso in aula, e con le sue dichiarazioni pubbliche contro le cosiddette maggioranze variabili, D’Alema ha dimostrato grande attenzione a non buttare all’aria la maggioranza”. Ma poi e’ riesplosa la polemica. E gia’ in un’intervista a “Liberazione” D’Alema ha sottolineato il rischio “che Rifondazione da una parte tenda ad una dimensione esclusivamente sociale e dunque corporativa e dall’altra parte il Pds tenda ad una dimensione esclusivamente politica e dunque politicista. Se fosse cosi’ ci faremmo entrambi male”. Ieri la segreteria di Rifondazione e’ rimasta riunita a porte chiuse per quasi tutta la giornata. Bertinotti ha spiegato ai suoi che il governo non corre pericoli immediati, ma il contenzioso con Rifondazione diventa sempre piu’ corposo. Lo show – down con il governo, secondo Fausto, avverra’ subito dopo il congresso del Pds: prima del congresso D’Alema non prendera’ alcuna decisione sui problemi piu’ scottanti, all’interno della Bicamerale. Secondo Bertinotti il barometro dei rapporti di Rifondazione con il governo segna ancora tempesta. Il cahier de doleances e’ aperto dalle privatizzazioni non solo della Stet, ma anche dell’Enel e dell’Eni e su questo punto Fausto ha bacchettato duramente il commissario europeo Van Miert per le sue “incursioni” nella nostra politica interna. Sulle privatizzazioni e’ in corso col governo un duro scontro: “Stiamo cercando di raggiungere un compromesso, che non sia un pasticcio, ma non sara’ facile”. Il secondo punto e’ rappresentato dalla manovra di primavera, che Ciampi ha gia’ messo in cantiere. Bertinotti ha spiegato a Prodi che la manovra, se sara’ proprio necessaria, non dovra’ comportare tagli alle pensioni e alla sanita’, ma Prodi si e’ limitato a prendere atto della posizione dei comunisti, senza assumere alcun impegno. Il terzo punto dolente e’ rappresentato dalla Bicamerale che, dopo la conclusione del congresso del Pds, appena D’Alema avra’ le mani libere, potrebbe registrare un accordo tra Polo e Ulivo su una qualche forma di presidenzialismo, o di semi – presidenzialismo, che comporti l’elezione diretta del premier, o addirittura del presidente della Repubblica. Il grande timore di Bertinotti e Cossutta e’ che dalla Bicamerale salti fuori una nuova legge elettorale a doppio turno, fondata sui collegi uninominali. Spiega Armando Cossutta: “Sarebbe un suicidio, perche’ noi alle prossime elezioni politiche perderemmo un bel po’ di deputati, mentre il Pds (venendo a mancare gli accordi di desistenza con Rifondazione, che si presenterebbe da sola) perderebbe le elezioni, riconsegnando Palazzo Chigi alle destre”. Bertinotti e Cossutta temono che D’Alema punti proprio sull’abolizione della quota proporzionale, che spazzerebbe via Rifondazione, o la ridimensionerebbe drasticamente. “Se il governo non fara’ delle sciocchezze lo show – down con Rifondazione si verifichera’ subito dopo la conclusione del congresso del Pds”, spiega Cossutta.

Ballardin Gianfranco

Pagina 4

(24 gennaio 1997) – Corriere della Sera

Palazzo & Dintorni

Democratici di sinistra, e’ lite Occhetto-Guerzoni sul simbolo

—————————————————————– Democratici di sinistra, e’ lite Occhetto – Guerzoni sul simbolo Polemica tra Occhetto e Guerzoni sul simbolo dei Democratici di sinistra. Occhetto invita ad evitare “un referendum farsa” per scegliere nome e simbolo dei Ds, Guerzoni replica che “non e’ stato indetto alcun referendum”. Occhetto ribatte diffondendo un documento Ds in cui di parla di “consultazioni di base”

Pagina 9

(10 marzo 1998) – Corriere della Sera

Aperti a Firenze gli Stati generali. Dal leader un invito ” a gettare il cuore oltre l’ ostacolo ” e segnali di apertura nei confronti di Amato ” Ma piu’ che un ulivista io sono un ulivicoltore ”

D’ Alema manda in archivio falce e martello

” La sinistra deve superare le divisioni del passato. Il nuovo soggetto non e’ contro l’ Ulivo ” . Poi elogia Blair

—————————————————————– D’Alema manda in archivio falce e martello “La sinistra deve superare le divisioni del passato. Il nuovo soggetto non e’ contro l’Ulivo”. Poi elogia Blair. Aperti a Firenze gli Stati generali Dal leader un invito “a gettare il cuore oltre l’ostacolo” e segnali di apertura nei confronti di Amato “Ma piu’ che un ulivista io sono un ulivicoltore” DA UNO DEI NOSTRI INVIATI FIRENZE – La culla della Sinistra del Duemila e’ un telone bianco steso sulle gradinate del Palasport di Firenze, scenografia minimalista che accoglie quella che la levatrice Massimo D’Alema chiama la “costituente di una forza democratica, moderna ed europea”, una forza che “non rinuncia ad avere un respiro mondiale e non residuale”, che e’ “innovativa e non una rifondazione degli schemi del passato”. L’operazione, ammette D’Alema, avra’ successo “soltanto se saremo piu’ di quanti siamo oggi”. Si apre il cantiere e D’Alema passa in rassegna ambizioni e problemi della nuova sinistra: da Occhetto a Tony Blair (a sorpresa il piu’ citato nel discorso), dalla strategia contro Saddam a Cacciari, dalla svolta liberale alle 35 ore. Prima i problemi. Le parole di inizio sono per Achille Occhetto, ieri grande assente oggi protagonista, che ritiene la nuova sinistra un “funerale”: “Io non sono esperto di svolte – non rinuncia a punzecchiare D’Alema – ma la nostra scelta non e’ altro che l’evoluzione coerente della Svolta dell’89: invito dunque a giudicare senza prevenzione quello che facciamo oggi”. Secondo problema, sono i confini della Cosa 2. Per ora infatti oltre al Pds ci sono i cristiano sociali, i laburisti, i repubblicani e i comunisti unitari, “non proprio forze di massa”, ammette il segretario. D’Alema invita a “gettare il cuore oltre l’ostacolo” e parla a quanti polemizzano dentro e fuori il Pds, a quella parte della sinistra che non ci sta, da Rifondazione ai socialisti. E ai socialisti D’Alema fa piu’ di un’apertura: a Giuliano Amato, che si sentirebbe a disagio perche’ si ritiene poco apprezzato per il suo passato di socialista, D’Alema risponde con un altro invito: “Dobbiamo ricostruire un filo di una storia comune dei due partiti, socialista e comunista, che non sono stati altro che due facce dell’anomalia italiana: un Pci che puntava al gradualismo democratico ma incapace di misurarsi con la sfida del governo e un Psi capace di innovazione culturale ma debole nell’imporre il segno riformista alla politica italiana. Non ci siamo aiutati e questo ha portato alla sconfitta di entrambi i partiti, ma non e’ piu’ il tempo di recriminare”. Amato rispondera’ alla stessa platea, domani. Poi ci sono gli ulivisti, altra spina nel fianco. Il segretario dei democratici di sinistra elogia il governo Prodi (che si merita due dei ventotto applausi del discorso), ma soprattutto la sua classe dirigente, in buona parte anche pidiessina, che “ha salvato il Paese dal baratro dopo il terremoto del 92, rimettendolo in piedi a camminare”. Ma l’Ulivo non e’ niente di piu’ di un “progetto comune”, “alleanza strategica”, ma non una “reductio ad unum”: il nuovo partito non e’ contro l’Ulivo, si faccia pure – dice D’Alema – il coordinamento. “Ma piu’ che un ulivista – e’ il messaggio per Veltroni – sono un ulivicoltore”. Se e’ critico con gli scettici vicini al “cantiere della sinistra” – anche Cacciari riceve un ringraziamento ironico per aver detto all’Europa “che la socialdemocrazia e’ vecchia” senza essersi accorto che la sinistra si e’ riformata – D’Alema tende la mano a tutti gli altri. In nome della “stabilita’ del governo” al Ppi (“non lanciamo sfide ai nostri alleati”) e a Rifondazione comunista il cui “apporto e sostegno e’ stato grande”. In nome delle riforme anche a Berlusconi: “Non si faranno contro qualcuno, ma con la partecipazione di tutti. Chi vuole il fallimento non e’ un perfezionista ma un nostalgico, perche’ quella che abbiamo trovato, anche sulla legge elettorale non e’ la soluzione migliore ma l’intesa possibile”. Tre le linee del progetto che D’Alema rilancia: stabilita’ di governo per rimanere in Europa, con risanamento, vere privatizzazioni, 35 ore “soltanto passando per la sperimentazione” e riforma dello Stato e della Costituzione. Infine la prospettiva europea, con l’autodifesa: “Il socialismo europeo non e’ una cosa vecchia”. Sulla proposta di Tony Blair – la “conferenza permanente del centro – sinistra”, progetto alternativo a quello socialista, con l’apporto anche dei democratici americani – D’Alema inverte la rotta. Dopo aver cercato di minimizzare, ieri ha spiegato in una lunghissima parentesi del suo discorso: “Ci saremo anche noi alla conferenza. Ma non e’ un’alternativa all’Internazionale, che e’ una sola. La sintesi tra liberalismo e solidarieta’ che Blair ha realizzato in condizioni di bipartitismo, negli altri Paesi europei viene raggiunta con la politica delle alleanze”. La strada e’ segnata. Se ad aprire gli Stati generali era stata simbolicamente una ragazza di Livorno, ora compare il nuovo simbolo: la Quercia con la rosa. Non resta che dare l’addio alla falce e martello, con il piu’ lungo e sentito applauso di tutto il discorso.

Fregonara Gianna

Pagina 3

(13 febbraio 1998) – Corriere della Sera

Berlusconi e Fini bocciano la svolta
Vittorio Foa: questi Stati generali ci riportano troppo al passato
—————————————————————– Il Cavaliere: parole, niente fatti. Il presidente di An: nulla di innovativo. Marini: dissento sulle privatizzazioni

TALI & QUALI Berlusconi e Fini bocciano la svolta Vittorio Foa: questi Stati generali ci riportano troppo al passato MILANO – Bordate pesanti contro D’Alema. Pesanti soprattutto perche’ arrivano da un padre fondatore della sinistra italiana, Vittorio Foa. Non ha dubbi infatti l’ex segretario della Cgil: “L’assise di Firenze non e’ importante. Auguro un successo. Ma i compiti della sinistra sono altrove”. Dove? Secondo il “grande vecchio” socialista stanno nell’Ulivo: “Il successo della sinistra, e per sinistra intendo sostanzialmente il Pds, sta nella coalizione. Il Pds, se vince, vince come Ulivo. Questi Stati generali, invece, conducono al vecchio partito, alle ansie elettorali: riportano al passato, a una linea che e’ tutta dietro le nostre spalle”. Non solo, a Foa non piace nemmeno il corteggiamento del Pds a Giuliano Amato: “Come uomo di Stato e’ una risorsa della Repubblica ma come uomo socialista non dice nulla”. Per fortuna di D’Alema, e’ giunto a rendere meno amaro l’inizio degli Stati generali, partiti tra molte polemiche, il messaggio di Nicola Mancino, presidente del Senato: “Dalla vostra riflessione scaturiranno idee e proposte per consolidare la democrazia, lo stato di diritto e le istituzioni”. E altre parole amichevoli nei confronti del progetto dalemiano vengono da Augusto Fantozzi di Rinnovamento italiano, ministro del Commercio Estero: “E’ importante per l’evoluzione in senso europeo della sinistra”. Il leader del Ppi, Franco Marini, condivide “quasi tutto” della relazione di D’Alema e si dice convinto che il nuovo soggetto non entrera’ in conflitto con l’Ulivo, ma avanza perplessita’ sulle privatizzazioni: “Il segretario su questo tema e’ un po’ troppo ottimista. Credo sia necessaria una verifica”. E Ottaviano Del Turco, dei Socialisti democratici, nonostante abbia tentato di bloccarel’emorragia socialista verso la Cosa 2, invia all’assise fiorentina “i migliori auguri”. E i nemici? Silvio Berlusconi, per esempio, prima si astiene dai commenti: “Non metto mai il naso in casa d’altri”. Ma poi non riesce a trattenersi e spara: “Certi Dna non si possono cambiare. Spero che diventino socialdemocratici. Ma alle loro dichiarazioni di volonta’ non sono mai seguiti i fatti”. Pier Ferdinando Casini e Francesco D’Onofrio assicurano che non si iscriveranno alla Cosa 2: “E’ una maschera. E la relazione di D’Alema e’ stata egemonica. Manca solo che ci dica come dobbiamo fare opposizione e ha sistemato l’Italia”. Gianfranco Fini nelle parole di D’Alema non ci vede niente di innovativo rispetto al vecchio Pds. Enrico Boselli, segretario dei Socialisti italiani: “D’Alema ha rifondato il Pds”. L’unico a guardare con una certa simpatia cio’ che sta avvenendo a Firenze e’ Enrico La Loggia, capogruppo di Forza Italia: “E’ da vedere con speranza: si tratta di un forte tentativo di evoluzione soprattutto della parte comunista verso un progetto socialdemocratico”. Un progetto che per ora ha ottenuto l’obiettivo di fare litigare i repubblicani. Luciana Sbarbati attacca i suoi colleghi di partito che hanno aderito alla Cosa 2.
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(13 febbraio 1998) – Corriere della Sera

Il nuovo simbolo riunisce Quercia e ” rosa europea ”

—————————————————————– Il nuovo simbolo riunisce Quercia e “rosa europea” Una grande Quercia e una rosa. La Cosa Due ha finalmente il suo simbolo. La quercia e’ quella che da sette anni simboleggia il Pds, mentre la rosa rappresenta il Partito del socialismo europeo (Pse) e contiene le stelline dell’unita’ europea. Il simbolo e’ sovrastato dalla scritta “Democratici di sinistra”, il nuovo nome del soggetto sul quale si dovranno pronunciare gli Stati generali riuniti a Firenze. La presentazione del nuovo simbolo, fatta ieri dal segretario di Botteghe Oscure pds Massimo D’Alema, e’ accompagnata da un’altra novita’: la scomparsa della falce e martello. Un addio che D’Alema ha spiegato cosi’: “La falce e il martello era il simbolo di una parte che non avrebbe avuto senso conservare alla radice di una quercia che vuole essere di tutti. Lo storico simbolo comunque rimarra’ nella memoria e nella coscienza di tutti con orgoglio”. Parole accolte con un lungo applauso dalla platea degli Stati generali.

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(13 febbraio 1998) – Corriere della Sera

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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