Storia del Partito Repubblicano Italiano

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« Il PRI è un piccolo partito di massa »

Il Partito Repubblicano Italiano (PRI) è il più antico partito politico italiano in attività ed è l’unico ad aver sempre mantenuto immutati nome, simbolo (una foglia di edera) e le basi ideologiche fondate sul pensiero di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini[2]. Il PRI è un partito laico e di sinistra, ma non marxista, così lo definì Ugo La Malfa. In economia socioliberale e in politica estera atlantista. Il primo congresso ufficiale si svolse a Bologna il 12 aprile del 1895, ma la data di nascita del partito può essere fatta risalire a prima del 1861, con il Patto di Fratellanza e la nascita dell’organo di stampa ufficiale dei Repubblicani italiani: L’Unità Italiana; poi con il primo congresso della Federazione dei Movimenti Democratici Italiani, svoltosi a Parma nel 1866, che fu il nucleo e la base del PRI.

In Europa il PRI è membro del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR) ed ha partecipato fino dal 2004 al Parlamento Europeo come membro del Gruppo del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori; dal 2004 il PRI non ha rappresentanti al Parlamento Europeo.

Il Risorgimento e l’Unità d’Italia

Giuseppe Mazzini

Come il PLI e il Partito Radicale, anche il PRI affonda le proprie radici politiche, culturali, ideali nel Risorgimento, per la precisione nel filone democratico, mazziniano, radicale e rivoluzionario, i cui massimi rappresentanti sono stati Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Carlo Pisacane e Aurelio Saffi.

I repubblicani, in contrapposizione con i moderati raccolti attorno alla monarchia dei Savoia e Cavour, si opponevano alla guerra regia, ai plebisciti, alle annessioni e alla piemontesizzazione dell’Italia, sostenendo invece la necessità di una sollevazione del popolo per conseguire l’Unità, un’Assemblea sindacale, il suffragio universale in luogo di quello ristretto e censitario.

Negli anni immediatamente successivi all’Unità i repubblicani, visto il trionfo e l’egemonia dei moderati, si estraniarono dalla vita politica, predicando l’astensionismo elettorale. Ciò non ne comportò l’inattività politica: i repubblicani furono in prima fila nel reclamare una soluzione decisa per l’unione all’Italia del Veneto e di Roma, e diedero vita alle prime organizzazioni del movimento dei lavoratori (associazioni operaie, casse mutue, cooperative, scuole popolari). Nel 1871, per iniziativa di Mazzini, venne fondato a Roma il Patto di fratellanza tra le Società operaie. La morte di Mazzini, l’anno seguente, e la propaganda degli Internazionalisti, misero in difficoltà i repubblicani, che tuttavia riuscirono a mantenere un radicamento a livello locale e popolare anche se limitato alla Romagna, alle Marche, all’Umbria, al litorale toscano e al Lazio, che rimarranno sempre le roccaforti repubblicane.

La fine dell’astensionismo e la nascita del Partito Repubblicano Italiano

L’astensionismo elettorale rischiava di render sterile l’azione politica dei repubblicani, così venne deciso, in occasione delle elezioni politiche del 1880, di partecipare alle consultazioni elettorali. La composizione sociale dei deputati repubblicani era molto eterogenea, comprendendo sia piccoli borghesi, come Giovanni Bovio e Napoleone Colajanni, ma anche operai, come Valentino Armirotti.

Nel 1895 si costituì ufficialmente come forza politica organizzata con strutture permanenti. La fine secolo vide il PRI stipulare alleanze con i socialisti e con i radicali, grazie alle quali riuscì a partecipare al governo di grandi città come Milano, Firenze, Roma; ma ciò non condusse alla formazione di un grande partito democratico di sinistra, sia perché tra i socialisti si vide l’ascesa dei massimalisti, incompatibili con le forze laiche e progressiste borghesi, sia perché gli stessi repubblicani non riuscirono a radicarsi nelle masse come i socialisti; inoltre i radicali – così come i repubblicani – rimasero partiti elitari, destinati a rimanere marginali nell’epoca della società di massa.

Il rifiuto di partecipare ai governi nazionali, fino al 1915, impedì al PRI di dare seguito alle sue enunciazioni programmatiche, in particolare la lotta ai monopoli e il riscatto del Mezzogiorno. Il PRI finì così per lasciarsi coinvolgere nel sistema trasformista giolittiano.

 La Prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo

Allo scoppio della Prima guerra mondiale il PRI si schierò dalla parte degli interventisti, collocandosi nel filone democratico-irredentista; obiettivo dei repubblicani era correre in aiuto della Francia (considerata la patria dei diritti dell’uomo) contro gli Imperi centrali tedesco e austriaco visti come gli emblemi dell’autoritarismo e della reazione, nonché per annettere all’Italia Trento e Trieste.

Dopo la guerra il PRI ritentò un accordo con le altre forze di sinistra al Convegno di Firenze del 1918, ma fallì perché il PSI era ormai sotto il controllo dei massimalisti. Nel 1921 Pietro Nenni uscì dal PRI per entrare nel PSI. Il Fascismo nascente mise nel mirino tutti i partiti antifascisti, e tra loro anche il PRI, che sarà messo fuori legge nel 1926.

 L’antifascismo, la Resistenza e il CLN

Molti esponenti e militanti repubblicani vennero arrestati o inviati al confino, altri dovettero recarsi in esilio. Il PRI si impegnò nella lotta antifascista, invitando i suoi aderenti ad entrare nel movimento Giustizia e Libertà. Nel 1927 aderì alla Concentrazione Antifascista. Il PRI fu anche in prima fila durante la guerra civile spagnola (comandante del Battaglione Garibaldi era Randolfo Pacciardi), raccogliendo per primo il celeberrimo appello di Carlo RosselliOggi in Ispagna, domani in Italia!“. L’occupazione tedesca della Francia, dove si erano rifugiati numerosi antifascisti, mise in difficoltà i già complicati rapporti tra i vari esponenti del PRI. La lotta contro il nazifascismo vide la partecipazione dei repubblicani, attraverso le proprie formazioni armate, le Brigate Mazzini, ma anche nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Alcuni repubblicani manifestarono, perciò, l’intenzione di entrare nel Partito d’Azione, ma prevalse la tendenza a ricostituire il partito, sostenuta dagli esponenti storici Giovanni Conti, Cipriano Facchinetti, Oliviero Zuccarini e Cino Macrelli.

Pur facendo parte dei Comitati di Liberazione Nazionale provinciali delle zone occupate dai nazifascisti, per non compromettere l’unità della lotta, il PRI rimase fuori dai governi del CLN, avendo posto un’imprescindibile pregiudiziale repubblicana contro i Savoia, considerati complici del fascismo, oltre che per l’avversione all’istituto monarchico in sé.

 L’Assemblea Costituente e il centrismo

Carlo Sforza

Presentatosi all’elezione dell’Assemblea Costituente nel 1946 il PRI ottenne il 4,4%, confermandosi forte nelle regioni dove tradizionalmente già lo era e di scarso seguito dove erano forti la DC e i partiti marxisti. Caduta la Monarchia, il PRI vedeva soddisfatta la sua pregiudiziale fondamentale ed entrava nel II governo De Gasperi, formato dai partiti di massa. Nell’autunno del 1946 confluiva nel PRI la Concentrazione Democratica Repubblicana guidata da Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, usciti dal Partito d’Azione nel febbraio insieme a Oronzo Reale e Michele Cifarelli.

Al XIX Congresso del 1947 si scontrarono due tendenze, quella del segretario Randolfo Pacciardi, favorevole ad una collaborazione al governo col PCI, e quella di Conti e Facchinetti, che infine prevalse, che invece riteneva il PCI responsabile dell’inefficienza del governo e voleva interrompere la collaborazione. Il repubblicano Carlo Sforza partecipò quindi come Ministero degli Esteri nel III governo De Gasperi, solo a titolo “tecnico” e non politico. Egli firmò il Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate (1947) e contribuì all’adesione dell’Italia al Piano Marshall, al Patto Atlantico (4 aprile 1949) e al Consiglio d’Europa (5 maggio 1949); successivamente condusse anche i negoziati e firmò per l’Italia il 18 aprile 1951 il trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA).

L’esclusione delle sinistre (maggio 1947) ebbe come conseguenza il rientro del PRI nel IV governo De Gasperi; ciononostante Pacciardi, pur confermato segretario, rifiutò l’anticomunismo e la divisione in blocchi della guerra fredda, e inizialmente non ne prese parte. Ma nel dicembre del 1947, il radicalizzarsi della politica del PCI in ossequio alle nuove direttive del PCUS, convinse Pacciardi ad entrare nel governo, come Vicepresidente del Consiglio dei Ministri.

Le elezioni del 1948 videro quindi il PRI saldamente schierato nel campo della democrazia occidentale a fianco della Democrazia Cristiana, ma anche un cattivo risultato: il 2,5% dei voti. Nel frattempo la componente degli ex-azionisti era divenuta maggioritaria (Oronzo Reale mantenne ininterrottamente la Segreteria politica dal 1949 al 1963), indirizzando il partito sulla linea sostenuta da Ugo La Malfa, favorevole all’intervento pubblico nell’economia[4] e contraria alla partecipazione ai governi centristi della II e III legislatura (1953-62). Nel 1959 Ugo La Malfa assunse la direzione de La Voce Repubblicana e nel 1965 diventerà segretario nazionale. La politica di La Malfa guidò progressivamente il PRI a favore della formula del centrosinistra, verso la quale Pacciardi, assertore del liberismo economico, dichiarò apertamente la propria opposizione. Nel XXVII Congresso del PRI del marzo 1960, la corrente facente capo a quest’ultimo (40% dei voti) fu sconfitta da quella aperta all’alleanza con il PSI, guidata da La Malfa (58%). Il 4 dicembre 1963, nella votazione per la fiducia al primo governo di centrosinistra (Governo Moro I), al quale il PRI partecipava, Pacciardi ruppe la disciplina di partito votando contro, e fu immediatamente espulso. Nel 1964 fondò un nuovo gruppo politico, l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica, favorevole a un’evoluzione dell’istituzione repubblicana italiana in senso presidenzialista (sul modello gollista della Quinta Repubblica francese). Le elezioni politiche del 1968 si rivelarono, peraltro, un fallimento per il nuovo movimento, che riuscì a conseguire poco più di centomila voti in tutta Italia, e lo stesso Pacciardi non fu rieletto.

 Anni sessanta e settanta: la guida di Ugo La Malfa

Dai primi anni sessanta il PRI rientra stabilmente nella maggioranza di governo. Amintore Fanfani e La Malfa lanciano: la nazionalizzazione delle industrie elettriche; l’imposta cedolare d’acconto (il repubblicano Bruno Visentini ebbe un ruolo importante nella preparazione tecnica di questa imposta); la Commissione della programmazione economica. Infine, per affrontare la questione degli squilibri settoriali e territoriali, Ugo La Malfa propone per primo l’avvio di una politica dei redditi. Tale collaborazione andrà in crisi nel 1974, per dissidi in materia di politica economica. In quell’anno, infatti, La Malfa esce, e con lui il PRI, dalla maggioranza per insanabili divergenze sulla politica economica col ministro del Bilancio.

Nei primi mesi del 1979, il capo dello Stato affida a Ugo La Malfa l’incarico di formare il nuovo governo. È la prima volta dal 1948 che un politico non democristiano riceve l’incarico. Il tentativo però non riesce, e il 21 marzo viene varato il quinto governo Andreotti, del quale La Malfa è comunque vicepresidente. Cinque giorni dopo La Malfa muore improvvisamente. In settembre il PRI elegge Bruno Visentini presidente e Giovanni Spadolini segretario del partito.

Anni ottanta: Governo Spadolini e nascita del Pentapartito

Giovanni Spadolini

Negli anni ottanta Spadolini prima e il figlio di Ugo, Giorgio La Malfa poi, legano il PRI al Pentapartito, alleanza formata da DC, PSI, PSDI, PLI e quindi PRI, che dal 1983 al 1990 governa l’Italia. Il PRI romperà con la maggioranza solo nel 1991 in merito alla Legge Mammì sulle telecomunicazioni. Secondo gli accordi del Pentapartito la DC sarebbe stata il partito egemone, ma il presidente del consiglio avrebbe potuto essere anche un non democristiano.

Nel giugno del 1981 Giovanni Spadolini fu così nominato Presidente del Consiglio dei ministri, il primo non democristiano della storia dell’Italia repubblicana. Il 21 gennaio Spadolini presiedette a Palazzo Chigi una riunione operativa a cui parteciparono i responsabili delle forze dell’ordine, dove denunciò l’intreccio perverso fra mafia, camorra e terrorismo e a breve il Parlamento approvò il disegno di legge presentato dal governo per l’attuazione del divieto costituzionale delle associazioni segrete; fu sciolta la loggia P2. Il Governo Spadolini I però durò poco e terminò nell’estate del 1982. Nell’agosto di quell’anno Spadolini ricostituì un governo perfettamente identico al precedente, lo Spadolini-bis definito dai giornali governo fotocopia, ma in novembre dovette dimettersi a causa della lite tra i due ministri Beniamino Andreatta, del Tesoro, e Rino Formica, delle Finanze, che sarà detta “lite delle comari“. Grazie al cosiddetto “effetto Spadolini” alle elezioni politiche anticipate del 1983, per la prima volta nella sua storia, il PRI superò il 5% dei voti alla Camera dei deputati; in alcune grandi città come Torino divenne il terzo partito, dietro DC e PCI e davanti ai socialisti.

Nella successiva legislatura, con Craxi presidente del consiglio, Spadolini ricoprì la carica di Ministro della Difesa dal 1983 al 1987. Fu quindi uno dei protagonisti della crisi di Sigonella, su posizioni atlantiste e quindi in contrasto rispetto a quelle filo-palestinesi di Craxi.

Nel luglio 1987, all’indomani delle elezioni politiche del 14 giugno, Giovanni Spadolini viene eletto alla carica di presidente del Senato. Il 12 settembre dello stesso anno il Consiglio nazionale elegge il suo successore: il nuovo segretario politico del PRI è Giorgio La Malfa.

1991-1994: Giorgio La Malfa segretario, il Patto e la diaspora

La Malfa porta i repubblicani all’opposizione, non partecipando al governo Andreotti VII (1991), ma, dopo lo scoppio di Tangentopoli, lo stesso La Malfa risulterà indagato e lascerà l’incarico di segretario che sarà assunto per qualche mese da Giorgio Bogi. Bogi mirava a guidare il partito all’interno di una più ampia coalizione di centrosinistra in Alleanza Democratica, ma la linea non era condivisa da tutto il partito.

Nel gennaio 1994, con La Malfa tornato segretario, il partito sceglie di collocarsi al centro, nella coalizione del Patto per l’Italia di Mariotto Segni e Mino Martinazzoli. Nella quota maggioritaria però nessun seggio va ai repubblicani, che scelgono di candidare solo nomi nuovi (tra questi Denis Verdini, Giannantonio Mingozzi, Piero Gallina, Mauro Fantini; lo stesso segretario La Malfa non si candida). Nella quota proporzionale il PRI presenta candidati nelle liste del Patto Segni e risulta eletta solo una esponente repubblicana, Carla Mazzuca Poggiolini. L’ipotesi centrista di fatto fallisce.

Con la discesa in campo di Berlusconi molti ex-repubblicani aderiscono a Forza Italia. Ha inizio una diaspora repubblicana:

Alle elezioni europee del 1994 il PRI si ripresenta col proprio simbolo e raccoglie lo 0,7% dei voti che consentono al segretario La Malfa di entrare al Parlamento Europeo, aderendo al Gruppo del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori.

1995-2001: nel centro-sinistra con l’Ulivo

Nel 1995 il PRI entra nell’Ulivo. Preso atto dell’impossibilità di dar vita a un’alternativa centrista, il Partito Repubblicano, così come il Partito Popolare Italiano, decide di avvicinarsi alle forze di centro-sinistra con l’intento di creare uno schieramento di unità nazionale che sappia affrontare i problemi del paese. Nel frattempo in Parlamento La Malfa riesce a ricostituire una piccola presenza repubblicana: due deputati di origine repubblicana, eletti nelle file dei Progressisti, accettano di tornare nel PRI: si tratta di Luciana Sbarbati e Denis Ugolini. La deputata Carla Mazzuca Poggiolini invece non accetta di lasciare Segni, con il quale era stata eletta e quindi esce dal partito.

Alle elezioni politiche del 1996, il PRI si presenta quindi nell’alleanza di centrosinistra nel maggioritario detta L’Ulivo Alleanza per il Governo e con la lista Popolari per Prodi composta da Partito Popolare Italiano, Unione Democratica e Südtiroler Volkspartei nella quota proporzionale, sostenendo la candidatura di Romano Prodi a Presidente del Consiglio dei ministri. Due sono i deputati eletti: Luciana Sbarbati e Giorgio La Malfa, che subito abbandonano il progetto dell’Unione Democratica di Antonio Maccanico (cui aderivano anche Alleanza Democratica e i liberali di Valerio Zanone) e scelgono di entrare nel gruppo misto.
Nel corso della legislatura poi i due deputati repubblicani si uniranno al gruppo di Rinnovamento Italiano per poi distaccarsene formando un piccolo gruppo denominato Federalisti, Liberaldemocratici e Repubblicani con l’adesione al partito anche del deputato Gian Antonio Mazzocchin.

Nel 1997-98 tra gli esponenti ex-repubblicani che non accettano la scelta di centro-sinistra del partito nasce un piccolo movimento guidato da Armando Corona, denominato Unità Repubblicana (adotta come simbolo tre foglie di edera, una verde, una bianca e una rossa), che si colloca nel centro-destra. Il movimento nel 1998 aderirà per breve tempo al progetto dell’Unione Democratica per la Repubblica), ma se ne distaccherà dopo la scelta dell’UDR a favore del Governo D’Alema I, confermando una scelta di centro-destra.

Alle elezioni europee del 1999 il PRI si allea con la Federazione dei Liberali Italiani, ottenendo lo 0,54 % dei voti ed eleggendo Luciana Sbarbati.

 2001-2006: nel centro-destra e la scissione dei Repubblicani Europei

A fine legislatura (dopo cinque anni di governi dell’Ulivo a guida Prodi, D’Alema e Amato) il PRI cambia schieramento: il XLII congresso del partito, a Bari nel gennaio del 2001, decreta l’adesione alla coalizione di centrodestra, mentre un ingresso ufficiale nella CdL non fu mai formalmente ratificato. Luciana Sbarbati, in aperta polemica con questa decisione, esce dal partito alla guida di un piccolo gruppo di scissionisti (5% dei voti congressuali) che daranno vita al Movimento Repubblicani Europei, alleato del centrosinistra. Alla scissione a sinistra corrisponde anche un recupero a destra: riconfluiscono nel PRI gli esponenti del movimento di Unità Repubblicana. Il risultato ottenuto dal partito è di un deputato (Giorgio La Malfa, eletto all’interno di Forza Italia) e di un senatore (Antonio Del Pennino, eletto nella Casa delle Libertà.

Il 6 ottobre 2001 Giorgio La Malfa, dopo 14 anni, lascia la segreteria del partito per assumerne la presidenza. Il consiglio nazionale elegge nuovo segretario nazionale Francesco Nucara.

Ad ottobre del 2002 il XLIII Congresso nazionale che si svolge a Fiuggi conferma le scelte del congresso di Bari e la collocazione del partito nell’alleanza della CdL. A giugno del 2003, riprendono le pubblicazioni de La Voce Repubblicana, sotto la direzione di Francesco Nucara. Nel maggio 2004 il tribunale di Roma annulla temporaneamente i risultati del congresso del 2001 per un presunto mancato rispetto dello statuto del partito. Tali risultati, confermati dal successivo congresso di Fiuggi, saranno infine convalidati dal tribunale.

Nell’aprile 2005 La Malfa e Nucara vengono rispettivamente nominati Ministro per le Politiche Comunitarie il primo e vice-ministro per l’Ambiente il secondo nel Governo Berlusconi III. Nell’ottobre 2005, all’indomani dell’approvazione della nuova legge elettorale proporzionale, il PRI contesta alcuni aspetti della normativa e cala il gelo nei rapporti con gli alleati, in attesa della conferenza programmatica del 3 febbraio 2006, dove interviene lo stesso Berlusconi ed il PRI riconferma l’alleanza con la CdL ed avvia un legame elettorale con Forza Italia.

Nel 2006 il PRI ottiene il riconoscimento dell’esclusività del simbolo dell’edera: il Tribunale di Roma emette un’ordinanza vietando al Movimento Repubblicani Europei e ai Repubblicani Democratici l’uso contemporaneo del simbolo dell’edera e della parola Repubblicani, che resta diritto esclusivo del PRI; il 20 febbraio 2008, il MRE rinuncerà al ricorso contro la sentenza con cui il Tribunale di Roma respingeva la richiesta, fatta dallo stesso Movimento, di annullamento del Congresso di Bari.

Dal 2006: all’opposizione e l’alleanza con il PdL

In occasione delle elezioni del 2006 si crea un rapporto elettorale tra PRI e Forza Italia, che gli garantisce un diritto di rappresentanza parlamentare ospitando candidati repubblicani in proprie liste alla Camera dei deputati. Al Senato, il PRI si presenta in alcune regioni con liste e simbolo propri, ma vi è comunque un candidato nelle liste di FI, il senatore uscente Antonio Del Pennino, nella circoscrizione regionale della Lombardia. Il PRI elegge i due deputati repubblicani inseriti a fini elettorali nelle liste di FI: il presidente La Malfa e il segretario Nucara, ma anche il senatore Antonio Del Pennino (dopo la rinuncia all’elezione da parte di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia), il 12 luglio 2006 rientra in Senato.

In occasione del referendum costituzionale del giugno 2006 Giorgio La Malfa, contrario alla riforma costituzionale, si dissocia dalla delibera della maggioranza della direzione nazionale che dà indicazione di seguire l’orientamento della CdL di votare e si dimette dalla presidenza; il partito, pur avendo dato indicazione di voto, aveva comunque lasciato libertà di scelta ai propri iscritti.

Il 16 marzo 2007 si forma la componente politica Repubblicani, Liberali, Riformatori nel Gruppo Misto alla Camera dei deputati e vi aderiscono i deputati del PRI, Giorgio La Malfa e Francesco Nucara e Giovanni Ricevuto, eletto in Forza Italia per il Nuovo PSI e non legato ad alcun partito. Il 18 marzo viene stipulato un patto federativo, poi confermato dai rispettivi congressi, tra il PRI e il Partito Liberale Italiano, nella logica della comune appartenenza al Partito liberale europeo, per promuovere liste comuni per le prossime elezioni.

Il XLV Congresso, tenutosi a Roma dal 30 marzo al 1º aprile 2007, riconferma i vertici del partito e mantiene una netta opposizione al governo Prodi II, tendente però a esaltare l’autonomia e peculiarità del partito rispetto agli schieramenti, sancendo quindi anche un allentamento dei rapporti con la CdL. La mozione finale viene approvata all’unanimità, senza opposizione interna; l’unica che sarebbe potuta crearsi era quella di una parte di Riscossa repubblicana, che aveva tentato di presentare una mozione, ma non aveva raggiunto il quorum necessario. Nucara tentò la riconciliazione cooptando i dissidenti nel Consiglio nazionale.

Per le elezioni del 2008, il PRI ha inserito tre propri candidati nelle liste de Il Popolo della Libertà (come già accaduto nel 2006 con FI). Il risultato elettorale ha visto rieletti i due deputati repubblicani uscenti La Malfa e Nucara. Il terzo candidato, Antonio Del Pennino, candidato al Senato in Lombardia, risulterà il terzo dei non eletti. Sarà proclamato senatore il 16 maggio 2011, subentrando ad altri senatori deceduti o dimessi. All’avvio dei lavori parlamentari, Nucara si è iscritto al gruppo parlamentare misto, mentre La Malfa, per ragioni concernenti la formazione delle commissioni parlamentari, si è provvisoriamente iscritto al gruppo del PdL; nel settembre 2008 anche Giorgio La Malfa è passato al gruppo misto nella componente Liberaldemocratici-Repubblicani. Al congresso fondativo de Il Popolo della Libertà del marzo del 2009 il PRI vi partecipa, ma solo come alleato, non sciogliendosi all’interno del nuovo partito unico del centro-destra.

Il 13 maggio, contestualmente all’accordo elettorale intervenuto tra LD e MAIE e alla costituzione della componente Liberaldemocratici-MAIE del gruppo misto alla camera, i deputati repubblicani costituiscono con Mario Baccini la componente del gruppo misto denominata Repubblicani Regionalisti Popolari.

La riunificazione con MRE

Francesco Nucara e Luciana Sbarbati il 28 febbraio 2009

All’indomani della modifica della legge elettorale per le elezioni europee, che prevede lo sbarramento al 4%, il Movimento dei Repubblicani Europei, guidato da Luciana Sbarbati, avvia il riavvicinamento al PRI.[6]. Al congresso del MRE, a Roma tra 28 febbraio e 1º marzo 2009, viene letto un documento comune nel quale i due partiti si impegnano a prendere posizioni comuni nei due rami del Parlamento. Un definitivo ritorno del MRE nel PRI si è avuto con il Congresso del PRI (il XLVI) tenutosi, secondo uno schema “a tesi”, a fine gennaio 2011.

Il 46° congresso nazionale del PRI, svoltosi a Roma il 25, 26 e 27 febbraio 2011, ha sancito la definitiva riunificazione di PRI, MRE e Repubblicani democratici. Luciana Sbarbati è quindi senatrice del PRI.La mozione “Nucara-Sbarbati” ottiene l’85% dei voti dei delegati.

L’espulsione di Giorgio La Malfa

Il 14 dicembre 2010 l’ex segretario Giorgio La Malfa, disattendendo le indicazioni della segreteria del PRI, nega la fiducia al Governo Berlusconi. Aveva motivato la sua decisione con la motivazione che «se il Partito vuole suicidarsi insieme con Berlusconi è libero di farlo, ma certamente io non lo seguirò. Non ho intenzione di restare in questa specie di fine epoca». Dopo essere stato sospeso dal partito ne viene espulso il 8 giugno 2011 dal collegio dei probiviri .

Valori

« Aderiscono al Partito Repubblicano Italiano tutti i cittadini maggiorenni che si riconoscono negli insegnamenti della scuola repubblicana, da Giuseppe Mazzini a Carlo Cattaneo, da Ugo La Malfa a Giovanni Spadolini; nelle lotte del Risorgimento e della Resistenza e nello sforzo di realizzazione di una società basata sul rispetto dei diritti individuali, sulla responsabilità civica, sulla democrazia come metodo per la scelta del governo. »
(dall’art. 1 dello statuto del Partito Repubblicano Italiano)

L’ideologia ed i valori del PRI si basano sulla dottrina mazziniana; in quanto repubblicano, fu fin dalle sue origini anti-monarchico, promotore di un’assemblea costituente e di una forma di stato repubblicana. È un partito laico, per la separazione tra Stato e Chiesa. Fa riferimento al Liberalismo e soprattutto alla sua componente sociale, il Liberalismo sociale. In politica estera è un convinto atlantista. È membro del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori ed i suoi europarlamentari hanno sempre aderito al gruppo liberaldemocratico del Parlamento Europeo fino al 2004.

L’ESPRESSIONE DELLA DEMOCRAZIA                                                                       Delle tre correnti politico-culturali che hanno caratterizzato l’evoluzione dell’Europa e del mondo occidentale nel XIX e nel XX secolo: il pensiero liberale, quello democratico e quello socialista, il Partito repubblicano durante tutta la sua storia si è sempre sforzato di rappresentare l’espressione della democrazia nel suo significato più pieno. Mentre i gruppi conservatori aderirono tardivamente, senza alcun entusiasmo, al moto per l’indipendenza e l’unità dell’italla, e per di più lo fecero nella speranza di poter annullare quanto in esso vi era di progressivo sul terreno economico e politico, gli uomini della democrazia repubblicana guardarono alla soluzione dei problema nazionale come alla condizione essenziale perché il Paese potesse liberarsi da uno stato di torpore e di indifferenza che stava spegnendo le sue energie, lo allontanava dall’Europa e dai fermenti di progresso diffusi in tutto il continente, ed in particolare in Francia e in Inghilterra. Questa esigenza comune non impedì che all’interno della democrazia risorgimentale si registrassero divergenze talvolta sensibili sulle strategie e sulle prospettive stesse della lotta per l’unità nazionale. La concezione unitaria di Giuseppe Mazzini si scontrò spesso con il federalismo di Carlo Cattaneo, mentre Carlo Pisacane indicò soluzioni originali che si richiamavano più di quanto non fosse nel pensiero di Mazzini e Cattaneo ai princìpi della democrazia diretta. Al di là di queste differenze (che d’altra parte erano la necessaria conseguenza dell’impegno, tormentato e al tempo stesso spregiudicato, con cui la democrazia italiana ricercava le sue strade), l’unità del movimento si ricomponeva non soltanto sul terreno dell’azione, ma soprattutto al più alto livello ideale del rifiuto dello storicismo intransigente che doveva caratterizzare tutto – o quasi tutto – il pensiero sociale dei XIX secolo, non escluso quello marxiano. Mazzini e Cattaneo non negarono l’esistenza dei conflitti sociali, riconobbero anzi che questi conflitti avevano influenzato il corso della storia, ma respinsero con decisione l’idea che dalla loro esistenza potessero ricavarsi leggi rigide che avrebbero vincolato in modo meccanico ed esclusivo il futuro dell’umanità, senza tener conto dei caratteri distintivi di ciascun popolo. Mazzini e Cattaneo rifiutavano anche le conseguenze che il socialismo faceva discendere dalle costanti della lotta di classe: la dittatura dei proletariato; e sostenevano che le istituzioni democratiche non potevano esse stesse diventare strumento di oppressione di un gruppo sull’altro, ma dovevano essere costruite in funzione della necessità di “incivilire” la lotta politica, garantire, cioè, il libero confronto tra i diversi interessi rappresentati all’interno della società. Partendo da queste premesse, si deve riconoscere che l’associazionismo mazziniano esprime una linea di pensiero che non sempre è stata divulgata felicemente con la pura e semplice ripetizione della formula del “capitale e lavoro nelle stesse mani”. Nella mente di Mazzini questa formula non aveva nulla di assoluto, ma si legava ad una concezione che non esclude né la libera iniziativa, né la partecipazione dello Stato a quelle attività non gestite dai privati, e nello stesso tempo riaffermava un’esigenza di democrazia anche all’interno delle strutture economiche. L’associazionismo mazziniano, al di là delle formule, esprime la convinzione che la costruzione della democrazia e lo sviluppo dell’economia sono strettamente legati tra di loro e richiedono uno sforzo solidale di tutte le classi sociali che abbia di mira, nello stesso tempo, una più equa distribuzione della ricchezza e lo sviluppo della produzione. Ma qual era, in conclusione, il tipo di Stato proposto dalla democrazia repubblicana? ” La Repubblica – afferma Mazzini rivolgendosi all’Assemblea Costituente della Repubblica romana del 1849 – è conciliatrice ed energica. Il Governo della Repubblica è forte. Quindi non teme: ha missione di perseverare intatti i diritti e il libero compimento dei doveri d’ognuno. Il suo Governo deve avere la calma generosa e serena, non gli abusi della vittoria. Inesorabile quanto al principio, tollerante e imparziale cogli individui: aborrente dal transigere e dal diffidare: né codardo né provocatore; tale deve essere un governo per essere degno dell’istituzione repubblicana. Economie negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati. Ordine e severità di unificazione e di censura nella sfera finanziaria, guerra ad ogni prodigalità, attribuzione d’ogni denaro del paese all’utile dei paese; esigenza inviolabile d’ogni sacrificio, ovunque le necessità del paese lo impongano. Non guerra di classe, non ostilità alle ricchezze acquistate, non violazioni improvvise o ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato e freno a qualunque egoismo colpevole di monopolio, d’artificio o di resistenza passiva dissolvente o procacciante alterarlo. Poche e caute leggi. Ma vigilanza decisa nell’esecuzione “.

DOPO L’unità d’Italia

Con il compimento dell’unità, il movimento della democrazia repubblicana venne a trovarsi in una condizione di grave difficoltà, solo in parte determinata dalla conclusione del moto risorgimentale, che aveva visto il prevalere delle correnti liberalconservatrici raccolte attorno alla monarchia sabauda. Oltre che da questi motivi, la crisi che colpì il movimento repubblicano all’indomani di Porta Pia traeva origine in misura consistente dai meccanismi elettorali imposti dal regime monarchico, i quali limitavano l’esercizio del diritto di voto a poche centinaia di migliaia di privilegiati. In queste condizioni una forza popolare, come quella rappresentata dai repubblicani, non poteva praticare altra strada, se non quella dell’astensionismo elettorale. A prescindere da ogni altra considerazione sui metodi con i quali i governi liberalconservatori, cui non bastava la ristrettezza dei suffragio elettorale, usavano gestire le elezioni, la partecipazione avrebbe comportato una divaricazione fra i vertici, che inevitabilmente avrebbero dovuto tener conto degli interessi e degli umori dei corpo elettorale, e la base dei movimento, le cui aspirazioni nulla potevano avere in comune con quelle dei privilegiati ammessi al voto. Non di meno questa scelta, pur essendo largamente giustificata da ragioni politiche e da ragioni ideali, impediva ai repubblicani di esercitare in Parlamento il loro ruolo naturale di forza riformatrice e nello stesso tempo contribuiva ad accentuare quel senso di smarrimento che aveva colpito tutto il movimento alla morte di Giuseppe Mazzini, avvenuta proprio nel momento in cui più aspra si era fatta la polemica con gli internazionalisti, il cui rigoroso sovversivismo veniva oltre tutto legittimato dall’indirizzo ciecamente conservatore dei gruppi dominanti. Pur in presenza di tali difficoltà, acuite da uno stato di arretratezza del Paese tale da non lasciare spazi ad un’azione che, proprio per essere riformatrice, richiedeva un’opera paziente e di lungo respiro, che l’opinione pubblica non sempre poteva essere in grado di valutare in tutta la sua complessità, il movimento repubblicano seppe trovare un punto di equilibrio tra le aspirazioni rivoluzionarie verso le quali tentava di sospingerlo la monarchia, e l’inserimento nel regime, che lo avrebbe inevitabilmente portato a svolgere una funzione subalterna rispetto agli interessi dominanti proprio perché nel Paese mancavano forze capaci di sostenere adeguatamente il suo tentativo. I repubblicani compresero di doversi preparare a svolgere un’opera lunga e paziente per liberare, in primo luogo, il mondo operaio e contadino dall’egemonia esercitata da ambienti conservatori incapaci di andare oltre la pura e semplice filantropia. In altre parole bisognava abituare il proletariato all’esercizio e alla tutela dei propri diritti, ma nello stesso tempo occorreva evitare che lo spettro della Comune parigina potesse indurre anche i settori più avanzati della borghesia a stringersi attorno alla corona e ai gruppi conservatori da questa rappresentati. Fu così che, alla fine dei 1871, per iniziativa dello stesso Mazzini, veniva fondato a Roma il Patto di fratellanza tra le Società operaie. I repubblicani portarono nel Patto di fratellanza la loro abitudine a confrontarsi con la realtà quale essa effettivamente è, e non quale piacerebbe che fosse. Di fronte alla predicazione sovversiva dei nuclei internazionalisti, questo rigoroso senso della realtà fu spesso scambiato per espressione di un astratto solidarismo. In realtà, ai repubblicani non sarebbe stato difficile lasciarsi andare all’entusiasmo dell’improvvisazione e contrastare la crescita degli internazionalisti, facendo ricorso ai loro stessi mezzi. C’è però da domandarsi, se così fosse stato, quali contraccolpi avrebbe subito la vita dei Paese, la sua lenta evoluzione e, soprattutto, la sua non ancora sperimentata unità. Per circa venti anni il Patto di fratellanza rappresentò il punto di incontro – talvolta anche di scontro – di tutte le forze più avanzate del Paese. Tra le sue lotte più significative va ricordata quella condotta a tutela della dignità femminile; così come va sottolineato l’impegno per la realizzazione delle prime strutture economiche del proletariato italiano: quasi tutte le prime cooperative; quasi tutte le prime casse mutue e di resistenza; quasi tutte le prime scuole popolari sono opera dei Patto di fratellanza e furono dirette e gestite dagli stessi lavoratori, a differenza di quanto accadde in seno alle organizzazioni cattoliche. Ma il Patto di fratellanza non è l’unica realizzazione che i repubblicani abbiano portato a termine in questi anni di lenta e difficile crescita, contraddistinti da un senso di precarietà al quale i conservatori reagiscono opponendosi ad ogni segno di apertura. La presenza repubblicana in questi anni si afferma nel Paese attraverso una fitta trama di iniziative, per lo più condotte a livello locale, che hanno lo scopo di mantenere vivi i contatti con la società civile. Il movimento repubblicano non si limitava a svolgere una stanca predicazione astensionista, né viveva sulla propaganda irredentista, che acquistava consistenza e spessore politico con la denuncia del significato conservatore della politica estera della dinastia, ma tentava di richiamare l’attenzione della pubblica opinione sui problemi reali del Paese, ed in particolare sui vincoli posti allo sviluppo da un sistema di governo in cui tutto concorreva a far sì che le magre risorse nazionali fossero destinate alle spese improduttive richieste dall’accentramento burocratico e dal militarismo. Con il passare degli anni, e con il progressivo aprirsi della società alle esigenze di crescita sociale ed economica, il compito dei repubblicani doveva diventare più facile e si attenuava l’impegno astensionistico. I primi deputati repubblicani fecero il loro ingresso in Parlamento intorno al 1880 e non è un caso che accanto ad uomini di cultura come Giovanni Bovio e Napoleone Coiajanni si potessero contare operai come il genovese Valentino Armirotti e, più tardi, il milanese Pietro Giuseppe Zavattari.

TRA LA FINE ‘800 E INIZIO ‘900

Il Partito repubblicano italiano si costituiva come forza politica organizzata, dotata di proprie strutture permanenti, alla fine dei 1895, in un momento di grave crisi per il Paese, da troppo tempo costretto a misurarsi con le difficoltà crescenti poste dalla velleitaria politica espansionistica voluta dai circoli reazionari raccolti attorno alla corona. Rispetto a questi circoli i repubblicani, negli anni di fine secolo, rappresentarono, sul terreno politico e sul terreno ideale, una valida forza di alternativa che, proprio per il suo rifiuto del dogmatismo ideologico, si dimostrava assai più decisa e assai più concreta di quella che i socialisti tentavano di costruire. A dispetto delle ricorrenti accuse di formalismo, la pregiudiziale istituzionale (il rifiuto, cioè, di collaborare con la monarchia), che il Pri mantenne ferma nonostante la fine dell’astensionismo, era l’espressione di un progetto di riforma dello Stato che né i radicali né i socialisti erano ancora riusciti ad enucleare, gli uni perché timorosi di compromettere la loro marcia di avvicinamento verso le istituzioni, gli altri perché incapaci di guardare alla situazione reale dei Paese al di fuori dei rigidi schemi dell’ideologia classista. All’agnosticismo istituzionale nel quale socialisti e radicali si erano rifugiati, i repubblicani replicarono sostenendo che le aspirazioni di giustizia e di eguaglianza rischiano di essere vane se non si collegano ad una strategia mirante alla creazione di un nuovo modello istituzionale capace di garantire, attraverso la libertà dei cittadini e l’autonomia dei corpi associativi e degli enti locali, il civile confronto delle classi. Le vivaci polemiche tornate ad accendersi nei primi anni dei secolo all’interno della sinistra, preannunciarono il determinarsi di quella condizione di difficoltà in cui i repubblicani si sarebbero venuti a trovare durante tutto il decennio giolittiano. Il giuoco degli schieramenti e delle alleanze, non sempre chiare, che si formarono in questo periodo, dovevano far sì che il Partito repubblicano – l’unico a mantenersi al di fuori di qualunque compromesso – fosse indicato come forza estranea e contraria al sistema in nome di ideali astratti. Nulla di meno esatto di questo giudizio che pretendeva di liquidare il Partito repubblicano come forza politica attiva. In questi anni il Pri, riprendendo una tematica a lungo sviluppata da Napoleone Colajanni, sottolineò con vigore che la questione meridionale non poteva essere affrontata secondo l’ottica delle leggi speciali (un’ottica che oggi si potrebbe definire di tipo assistenziale), ma poteva essere risolta solo attraverso una coraggiosa politica che, facendo leva sulle autonomie regionali fosse capace di risvegliare nelle popolazioni meridionali quelle capacità di intrapresa che la politica fiscale dei governi monarchici e l’accentramento autoritario di stampo sabaudo avevano spento. I repubblicani avvertirono anche che il periodo di prosperità e di pace sociale di cui il Paese stava godendo grazie alla più duttile politica giolittiana era un periodo che non avrebbe potuto avere lunga durata, giacché lo sviluppo del Paese, oltre ad essere rallentato dalle spese improduttive che si mantenevano su livelli non compatibili rispetto alle sue reali risorse, poggiava su un sistema che combinava il prelievo fiscale sui ceti più deboli, ad una politica di aiuti a ben individuati settori industriali e agrari, ed era pertanto destinato ad accentuare gli squilibri tra le diverse categorie e tra le diverse aree dei Paese. Il Pri si batteva perché anche sul terreno economico il Paese si aprisse ai princìpi della libertà, ma avvertiva che questo terna si legava strettamente ai più ampi problemi istituzionali e sottolineava che il protezionismo e la politica di aiuti al capitalismo parassitario erano scelte strettamente funzionali al tipo di Stato che l’alleanza tra riformisti e giolittiani era andata costruendo.

Storia presa dalle fonti di Wikipedia e del Partito Repubblicano Italiano

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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